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Archivio Dicembre 2006

SOLITUDINE: DAL MIO LIBRO DI POESIE “VENTITRE’”*

28 Dicembre 2006 2 commenti

Chiavari amata,
chi m’invita
ad osservare
i volti felici
dei giovani amanti?
Chi ferisce
i miei occhi smarriti?
Russa in camerata
il soldato che amo.
Qui fermo è il mare.

Chiavari, estate 1973

Giuseppe Di Salvo

*E’ la mia prima poesia scritta sul lungomare di Chiavari.

“Ventitré” è la mia prima breve raccolta di poesie pubblicata l’8 luglio 2004. Ci sono proprio ventitré liriche e frammenti: vanno dal 1973 al 2004. Il libretto stampato in più di mille copie è stato finanziato da un privato, Angelo Vitale, e presentato nel corso di una cena pubblica con Rosamaria
Spena che recitava le mie poesie. Fu un trionfo. Oggi copie non se ne trovano più.

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RITRATTO (A Carlo Puleo)

Oscurano gli occhi
suoni non eseguiti
e orbite austere
prese da Velázquez.
La Psiche è forza
per polifonie rinchiuse
nelle anime assenti.
Linfa espandi
coi colori del sangue
e disegni il silenzio.
La luce è immagine
senza forma.
L’occhio purifica:
nucleo solare scruta segreti
e ferite arcane,
vede i colori dell’anima
e tu -chansonnier del pennello-
li esterni con sapienza di Démone.

Il mio volto dà forza al creato,
il martire accende chiazze
di debole fuoco.
S’inarca il giallo
e m’incorona l’aureola
con giochi di luce.
Il corpo mistico
veste di bianco:
cromature magiche
lo fondono al clima elevato
radiato dal mondo.
La bellezza ha tinte chiare
e avvicinano a Dio.
Cosmogonia Nuova
nelle immagini esplose
fra atomi che frantumano il nucleo.

Eros mi sveste,
v’è purezza nel corpo brunito:
si contempla il bello assoluto.
Dematerializzato, disintegrato,
spiritualità irradia
l’umana sostanza.
Poeta e asceta:
mitologia di colori!
Capelli marrone
punteggiati d’oro,
cute brunastra
striata di rosso
e celeste che al nero tende
intonano melodie inaudite.
Il canto scende
dalla quiete del monte
con strumenti dal timbro velato.
Mi cinge una tela
tessuta da mani amiche.

Bagheria, 26/06/2004
Giuseppe Di Salvo

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PIERGIORGIO WELBY E IL VOLTO DI DIO

25 Dicembre 2006 2 commenti


Il Vicariato di Roma? Cos’è mai? Queste parole, per fortuna, non si trovano nei Vangeli, non rientrano dunque nell’essenza di Cristo. E’ solo un ufficio con giurisdizione del vicario. Ma chi è costui? Nei dizionari si legge: chi fa le veci di altra persona. Ma Gesù non c’è più da millenni. E un vicariato che si protrae nei secoli può certamente inaridire i cuori: molti vicari sembra abbiano perso la funzione dell’ascolto, sono chiusi nei loro principi divenuti protocolli, hanno il volto freddo tipico di chi coltiva sentimenti di gelo: è cattiveria più cattiva della cattiveria.
In piazza San Giovanni Bosco, a Roma, domenica 24/12/2006, vigilia di Natale, alla cerimonia civile per Piergiorgio Welby c’era invece il calore della gente, di migliaia di persone accorse per esprimere ben altri umani sentimenti rispetto alla mancanza di pietà mostrata dalle gerarchie ecclesiastiche col negare a Welby i richiesti funerali religiosi.
Enzo Bianchi nel suo libro “La differenza cristiana” definisce il “Trattato di ateologia” di Michel Onfray “libro intollerante che alimenta odio verso i monoteismi e in particolare verso la chiesa cattolica.” Ma a noi sembra che il vero trattato di ateologia lo abbiano scritto le gerarchie vaticane nel corso della storia. Si legga “Il libro nero del cristianesimo” di Fo, Tomat e Malucelli per rendersene conto.
Orbene, i cittadini accorsi a migliaia per il saluto civile a Welby, nel giorno della vigilia di Natale, rappresentano i veri credenti nel messaggio evangelico, che è un messaggio di accoglienza perenne, e l’eterno perdono non si trova più nei meandri della burocrazia vaticana, ma svetta sempre con quelle parole di alta poesia codificate nelle pagine del Vangelo: non si perdona una volta sola, ma settanta volte sette, ammesso che Welby avesse qualcosa da farsi perdonare.
Da tempo, lo sappiano i “padri” (ché i santi già lo sanno), Welby viveva un’esistenza non certo “naturale”, veniva alimentato in modo artificiale, sottoposto a una terapia da lui non scelta e non aveva dato il suo consenso all’intubazione.  Ha chiesto aiuto alle istituzioni e queste non hanno saputo rispondere. Ha trovato sostegno concreto nella pattuglia radicale di Cappato, Bonino, Pannella e pochi altri. E il dottor Mario Riccio merita il nostro rispetto: ha impedito che la sua fine fosse di grande sofferenza.
Noi crediamo che, in caso di serie malattie, vadano superate quelle difficoltà che, anche nel dolore, servono ad aprire le vie della speranza e del futuro. Ma dov’era il futuro di Welby? E quale speranza?
Se c’è una cosa “contro natura” in questa vicenda è la mancanza di pietà e di carità da parte di chi con astiosa “costruzione culturale” dice di parlare in nome di Dio.
Per comprendere Dio occorre avere inventiva e astrazione e non invettiva legata al cinismo politico; e per sentirlo vicino bisogna percepirlo con mano protesa e amica.
Che madre è quella chiesa gerarchica che mostra pensieri crudeli e atrofizzati? E perché poi li riversa sulla “polis” rendendola meno abitabile? Dov’è la parresìa, quella franchezza nel parlare anche nella diversità (o differenza) che però mira a legare i cittadini che animano la “polis”? Non sarebbe meglio cercare percorsi più umani nell’esperienza che rende concreti i concetti? E’ nella quotidianità, nei pasoliniani angoli bui in cui vagano gli “orfani” delle chiese gerarchiche che noi intravediamo davvero il volto di Dio! Gesù oggi rinasce nell’abbraccio a Welby ed è nel volto in pace della moglie Mina.

Bagheria 25/12/06 Giuseppe Di Salvo

Anna Maria Morreale-I gesti e l’anima


Alla nostra collega e amica Anna Maria Morreale è stato conferito il
31/11/2003 dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi un attestato
di benemerenza di prima classe con medaglia d’oro alla memoria.
E il 18/12/2003 il Collegio dei Docenti del I Circolo didattico le ha intestato l’Aula Magna del plesso Giuseppe Bagnera con una cerimonia evocativa alla presenza di Pino Fricano, sindaco di Bagheria, e di Biagio Sciortino, assessore alla Pubblica Istruzione della città.
In questo libretto vengono riportati anche i documenti relativi a quanto
sopra detto e i testi letti in quella occasione.
Anna ci ricorda “Le Baiser de la fée”, balletto di Igor Stravinsky e di lei si continua a parlare: con noi vive l’amica e il suo e il suo impegno professionale. Come si legge nella poesia “Il cielo non ha angoli”, il suo nome davvero “è parola sulle nostre labbra,/ oggi è inciso/ su pietra del Bagnera:/ qui -per lei-non c’è/ silenzio di memoria”.
Anna vive nei ricordi, in molti nostri gesti e – talvolta – anche nelle nostre rappresentazioni oniriche o fantastiche. E ciò per due motivi.Ha contribuito a rendere la nostra scuola istituzione d’élite: sosteneva – mossa anche dagli stimoli culturali di Maurizio Gentile – che la vera scuola elitaria non può escludere quelli che biblicamente vengono definiti “gli ultimi”.
Così il Bagnera accoglieva ed accoglie -senza riserve- le persone con svantaggio socio-culturale e alunni che presentano condizioni di disabilità, fornendo un qualificato sostegno psico-didattico agli alunni stessi e alle famiglie coinvolte. Partecipò a corsi pluriennali di formazione, vagando per piccoli centri della Sicilia come i cantastorie di un tempo e lasciando tracce feconde per il rinnovamento didattico della scuola.
E ancora: Anna era amica! Col suo affetto ridente sapeva smorzare situazioni emotive che generano conflitti: fra docenti e dirigenti, fra insegnanti e genitori e istituzioni educative sparse nel territorio. Altro non aggiungiamo. Abbiamo voluto dare una piccola chiave veicolare per leggere il libretto con spirito “commosso”, nel senso più nobile e letterario della parola: ricordare l’azione, i gesti, le parole che muovono le nostre vite nell’alternarsi dei giorni.

Lucio Marchese Giuseppe Di Salvo

Anna

Qual è
il giusto tono
per un compleanno?
E’ pensare all’oggi:
………………..
..in sé ha il futuro
e del passato
è dono di mezzi.
L’azione è qui
e ora.
Resta affannosa
la danza dei pensieri,
anche nei brividi
radiati dalla gioia.

25 luglio 1997

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ALPHI* VERSI NATIVI

19 Dicembre 2006 1 commento


Nel guardarti-
ora che rinasci-
si ripresenta-
agile gazzella-
il desiderio
e sul capo porta-
preziosa assai-
la corona di un re.
Antiche cantilene
scuotono gli ulivi
e le radici solcano-
nel ventre-
le assolate terre
del Sud.
Beate le mani
di chi verdi perle
raccoglie e frantuma
per poi mutarle
in denso olio:
sacro miscuglio bronzeo-
caldo e rappreso-
purificando-
su estasiati corpi cola.

Ai piedi tuoi
che schiudono sentieri-
in appassionate orazioni-
prostrato io sarò
e seguirò-
fra inebrianti vigneti-
i vestigi del tuo amore.
La voce è silenzio,
eco nelle fredde valli,
suoni borbotta nel mare
fra onde che s’alzano alte
con bianche creste in segno di saluto.

Se ti guardo
di gioia cantano
le ferite in me chiuse
Si rinnova la vita
e i lanci di rabbia
calciati o urlati -o Generoso-
a me sempre rimetti
Scruto i tuoi segni
e d’intenderli spero
Sono in me
e d’impeto emetto
gorgheggi felici!

*Alphi vuole significare “Bianchi” (l’allusione è alla neve di dicembre, metafora di purezza).

Bagheria, 30/11/2006 Giuseppe Di Salvo

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VATICANO ALLA SBARRA PER STORICI CRIMINI CONTRO I GAY

Perché ci si scandalizza ancora del linguaggio violento del Vaticano contro gli omosessuali?
Storicamente le parole usate dai gerarchi della chiesa cattolica non sono altro che livore e
turpiloquio teologico contro persone in carne ed ossa.
Nel Medioevo c’erano i roghi con fascine di finocchio: si purificava l’anima del corpo che ardeva.
Oggi quel fuoco persiste nei documenti partoriti da Ratzinger con l’imprimatur del Papa.
Per il Vaticano l’omosessualità è “contro natura” ? Peggio per coloro che seguono e finanziano le idee di uno stato caratterizzato da posizioni teocratiche, illiberali e fondamentaliste.
Lo stato laico si fonda su ben altro “ordine naturale”: esso valorizza e tutela nella Costituzione le “diversità”. Ogni stato davvero democratico garantisce a tutti i cittadini   -minoranze comprese-   la possibilità di organizzarsi secondo scelte che non danneggino terzi. Chi danneggia una coppia gay (o etero) se sceglie di codificare la convivenza secondo leggi civili avanzate?
Molti stati europei  – già da anni-   hanno codificato le unioni fra gay. E l’antropologa Ida Magli vada in Olanda, in Svezia, vada pure a constatare se la specie si è estinta. E poi riferisca alla chiesa: forse insieme potranno riflettere sulle loro comuni contorsioni mentali.
E si risparmi di ricordarci che il matrimonio etero è la caratteristica di tutte le “civiltà”. Le società non sono statiche, si evolvono e codificano riti che danno corpo formale (quindi legale) alle nuove realtà esistenti. Del resto, anche i preti non si sposano (anzi, sono sposi di Dio): eppure la specie è in continuo aumento. Forse il globo non ha problemi per l’eccessivo incremento demografico?
Infine, il Vaticano e il Papa non vanno denunciati solo per le continue ingerenze negli affari degli altri stati. E’ da tempo che i gerarchi vaticani andrebbero messi alla sbarra.
Ci vuole un tribunale internazionale ad hoc. La chiesa cattolica deve rispondere di pesanti crimini storici a danno degli omosessuali.
Proprio come tutti i dittatori (Castro in testa) e i capi islamici che -nel mondo- continuano, ancora oggi, con lo sterminio dei gay. E restano impuniti.

Bagheria, 04/08/2003

Giuseppe Di Salvo
e Enza Ventimiglia

Giuseppe Di Salvo

16 Dicembre 2006 2 commenti

Giuseppe Di Salvo scrive poesie dal 1973.
L’amicizia col compositore agrigentino Michele
Lizzi lo avvicina al mondo dell’opera e della
musica (1970-72). Negli stessi anni incontra il
tenore Carlo Franzini (pittore saturnino) e
coglie le sfumature cromatiche fra colore e canto
di grazia.
A Palermo, nel 1976, è tra i fondatori del
FUORI! (Movimento di liberazione sessuale
federato al Partito Radicale). E ne coordina le
attività fino al 1981. Dal 1977 comincia ad insegnare
nelle Scuole Elementari di Bagheria. Nel
1989 viene eletto al Consiglio Comunale di
Bagheria nelle liste del P.C.I. Si occupa di infan-
zia, giovani., scuola, anziani, handicap, problemi
legati alla tossicodipendenza…Pubblica saggi,
ha collaborato col “Nuovo Paese” di Vincenzo
Drago e “L’Approfondimento” di Martino
Grasso. E’ stato opinionista a “Tele One”.
Il 26 ottobre 2003 vince il Primo Premio
Assoluto su tutte le sezioni di Poesia indetto
dall’ALAPAF.
L’8 luglio 2004 presenta il suo primo libro di
poesie intitolato “Ventitrè”, una raccolta di 23
liriche e frammenti. Vengono lette con sapiente
arte interpretativa da Rosamaria Spena e
Roberto Sardina davanti ad un pubblico affasci-
nato e commosso.

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I segreti di Brokeback Mountain

BROKEBACK MOUNTAIN SEGRETO CANTO D’AMORE FRA DUE COWBOY I film western hanno sempre alimentato il tema delle amicizie maschili vissute all’aria aperta, e spesso queste amicizie si sviluppavano anche fra bianchi e indiani: si veda con attenzione, per fare un solo esempio, il film “Balla coi lupi” diretto e interpretato da Kevin Kostner (1990) o si legga l’omonimo romanzo di Michael Blake (1988) per meglio comprendere ciò. Citiamo alcuni passi del romanzo e chi vuole intendere intenda : “Dunbar si girò sul ventre per esporre la schiena al sole e quando si mosse nell’erba fu inondato da una sensazione improvvisa, una sensazione che non conosceva da così tanto tempo (…). La sensazione divenne sempre più intensa e Dunbar vi si arrese. La sua mano scivolò verso il basso e il tenente smise di pensare. Non vi era niente a guidare il suo atto: nessuna visione, o parole, o ricordi. Solo la sensazione, e niente altro.” E’ un chiaro amplesso all’aria aperta e a contatto con la natura! Quasi una polluzione in pieno giorno. E che dire della grande amicizia fra Dunbar e Vento-nei-capelli? E dell’urlo di quest’ultimo quando alla fine si separano per sempre? Il film “Brokeback Mountain” di Ang Lee, di cui ora parleremo, rende esplicite queste nobili tradizioni. Ma andiamo in ordine. Uno dei primi riferimenti all’omosessualità maschile in un film americano compare -e c’era da aspettarselo- in una comica. Si tratta della brevissima farsa di Stan Laurel “The Soilers” (1923) che era la parodia di un western di successo di Rex Beach, “The Spoilers” (1914). Nell’ultima scena il cow boy gay da una finestra del secondo piano lancia a Laurel (nei panni di Bob Cannister, un poveraccio che si arricchisce improvvisamente) un bacio, sillabando le parole: “Mio amore” (e le parole vengono rafforzate da una fiorita didascalia). Ma Laurel lo respinge con disgusto e il cowboy, ingrugnato, gli fa cadere sulla testa un vaso di petunie. E’ questa l’immagine del “Sissy”, una figura innocua all’occhio dei censori per rappresentare l’omosessualità. Nella macchina/cinema il termine “Sissy” (persona effeminata o checca) viene usato al posto di omosessuale: ed è un altro modo per ghettizzare la “diversità omosessuale” in un limbo infelice di minorati sessuali. Del resto, come scrive Pino Bertelli nel suo libro “Cinegay”, “la parola omosessuale non compare nel cinema americano fino al 1964.” Ma connotazioni omosessuali apparvero con evidenza in film come “Il Fiume Rosso” di Howard Hawks (1948) o “Johnny Guitar” di Nicholas Ray (1954). Solo nel 1968 Andy Warhol e Paul Morrissey osarono dissacrare i miti del Far West e della spavalderia aggressiva in “Lonesome Cow-boy” (Cowboy solitari), in cui i cavalieri delle pianure si accarezzavano e facevano l’amore fra loro. Orbene, il film “Brokeback Mountain” di Ang Lee offre ora al grande pubblico un appassionato e romantico canto d’amore fra due cowboy e denuncia il razzismo e la violenza di una società omofoba che non consente a due uomini innamorati di amarsi a viso aperto e a testa alta. “Brokeback” (siamo qui nel Wyoming di E. Annie Proulx, nel lontano 1963: ma chi si ricorda di quei due ragazzi ammazzati a Giarre all’alba degli anni Ottanta?) è la montagna-simbolo di quei luoghi segreti in cui si incontrano le anime innamorate, in cui i corpi attratti si possono unire al di fuori di sguardi indiscreti. Jack ed Ennis simboleggiano il candore e il fuoco dei sentimenti dell’amore passione; sono gli agnelli sacrificali di una società culturalmente arretrata, dove in molti – proprio come famelici coyote – aggrediscono e sbranano il diverso. Ma mentre il lupo in cerca di preda azzanna le pecore per nutrirsi, il coyote umano uccide perché non ama chi non si adegua ai principi morali astratti codificati da religiosi cinici o da stregoni impostori. Agisce e uccide col suo pregiudizio e non si sforza di ragionare per progredire. Ben vengano, dunque, questi film: servono a scrostare la psiche umana dall’omofobia. E l’insegnamento che se ne trae (grazie anche alla mano elegiaca della scrittrice E. Annie Proulx, autrice del breve romanzo “Gente del Wyoming” da cui il film di Lee è tratto) è il seguente: l’amore fra due persone, quando nasce, non tiene conto dell’etica, né dell’orientamento sessuale etero elevato a “ordine naturale” dalla cultura dominante; il vero amore è rivoluzionario, scardina noiose abitudini e fa delirare le menti di chi il cervello ha chiuso fra le cosce del volgare senso comune. L’ombra dei corpi di Jack ed Ennis “era un’unica colonna sulla roccia”. (Annie Proulx)

Bagheria, 30/01/2006

Giuseppe Di Salvo

Variazioni intime.(Su versi amorosi di Elisabeth Barrett*)

Quando le nostre anime

si ergono possenti e forti,

faccia a faccia, silenziose-

avvicinandosi quasi a sfiorarsi,

finché le ali

lunghe si estenderanno

per poi divampare

sulle ricurve due punte-

che amara colpa-

qui- arrecarci

sì da por fine alla nostra gioia?

 

Volando sempre più in alto,

su noi  -e nel gravoso

nostro silenzio-

gli angeli getteranno

sfere dorate di liriche

dalle sonorità perfette.

 

E resteremo sulla Terra-

o beneamato-

dove incongrui e avversi

umani umori

lontano spingeranno-

e soli-  gli spiriti puri,

relegandoli in desolati luoghi

per  riposare o amare…

E le ore fendono il giorno

fino all’arrivo delle tenebre:

in esse incisi i gesti dell’inerzia,

viva mimesi di chi   -in sé-

risorge dai tetri richiami

emessi dall’orripilante morte.

Giuseppe Di Salvo

Bagheria  02/09/06

* Ci riferiamo al XXII “Sonetto dal Portoghese”

L’articolo di Paola Binetti

16 Dicembre 2006 1 commento

L’articolo di Paola Binetti (L’Unità del 12/12/06) mi spinge a fare alcune riflessioni.

Partiamo da questo suo pensiero rivolto a Furio Colombo: “…ho cercato di spiegarti la fatica che faccio ogni giorno per collegare i valori in cui credo alla concretezza della persona, di ogni singola persona, che per me rappresenta il massimo dei valori incarnati.” La numeraria dell’Opus Dei Binetti perché deve collegare alla concretezza delle altre persone i valori in cui lei crede? Non può tenerseli per sé e per chi, da adulto cosciente, vuole seguire il suo esempio (magari con due ore al giorno di cilicio attaccato alla coscia e con la “disciplina” –leggasi frusta- da brandire sul corpo a dosi settimanali)? Ma lasci alle altre persone umane la libertà di vivere i “valori” alternativi in cui credono con la stessa responsabilità che determina, in una democrazia, quel pluralismo etico tipico dello stato liberale. Ora mi chiedo: per una numeraria dell’Opus Dei che vive nubile, “povera”, casta e obbediente alle idee del sacerdote di destra Josemaria Escrivà de Balaguer quale può essere l’idea di matrimonio se non una mera astrazione? Non lo è certo per chi, credente o no, si sposa con la benedizione di un prete o –in alternativa- con quella di un sindaco o di un suo delegato. I conviventi di fatto (etero o omo che siano) non sono cinti con l’aureola della santità (che al pari della famiglia non è fenomeno della natura: è piuttosto un rito d’iniziazione della nostra cultura), ma sono avvolti da una sfera davvero sacra determinata da una natura affettiva (e talvolta anche sesso-affettiva) che lega; e vogliono codificare ciò per tutelare un rapporto sociale che laicamente non lo si vuole benedetto da un prete casto e sposo di Dio (che ne penserebbe la Binetti se uno stato indagasse sulla castità dei preti?), né da un sindaco: non sempre chi vive in coppia ama scegliere questi riti iniziatici (a parte il fatto che una coppia gay proprio non potrebbe!): ecco allora che il concetto di “famiglia”, in una cultura in divenire, si trasforma in quello plurale di “famiglie”. Non ci sono forse le “famiglie di fatto mafiose”? E non viene definita “famiglia” la stessa Opus Dei? Con relative stranezze: chi conosce infatti tutti i nomi dei suoi rispettivi “figli”? Due persone che sottoscrivono un patto civile di convivenza si espongono, pagano le tasse, non fanno estorsioni di nessun tipo e lottano perché lo stato a cui appartengono codifichi al più presto una legge per la tutela dei loro diritti: sanità, assistenza, pensione, eredità… Questa è civiltà. Lo hanno capito quasi tutti gli stati europei e non solo. E non ci pare che in quelle società si siano disgregate le famiglie tradizionali. Può un liberale che crede nei propri valori sentirsi minacciato dai diversi valori altrui? Solo chi vuole indottrinare gli altri lo teme. Noi non amiamo lo stato etico e neanche quello teocratico. Personalmente non amo neanche chi liberamente si infligge torture col cilicio: il mio corpo ha ben altro a cui pensare per gioire ed esultare!

Giuseppe Di Salvo

Bagheria 16/12/2006

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