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Archivio Novembre 2007

DA “OBOE D’AMORE”: SOLE NEL TEMPIO

28 Novembre 2007 8 commenti

Il sole illumina

il mio tempio

Gli uomini lo dissacrano

e ne fanno scempio

 Giuseppe Di Salvo

Bagheria  estate 1984

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GLI AMORI DI CARMEN* (A C.): CONTRO TUTTI I CLERICOFASCISMI

24 Novembre 2007 13 commenti

Emana fumo

la lingua di Carmen

nell’ultimo giorno

votata al Carmelo:

negli amplessi

schizza la sicilitudine

con polvere fuori

alzata dallo scirocco

e  -in casa-

gelati gonfiori da leccare.

 

Erotismo a Bagheria

l’assente nacchera espande

fra taglienti ritmi di fuoco cubano.

S’incrociano forte le dita:

hân le mani il tepore amicale.

Canto ferite

incise su solchi che radiano:

destino tracciato fra palme

di turgidissima carne.

 

Sposi le mie labbra

e  -dentro- piano morde

la dentata corolla di Priapo.

Siano vita i presagi

coi colori arcani del sangue.

Bianche le ultime tue gocce.

Le nostre notti erano teneri giorni

da te invano rinchiusi nel nulla.

 

*Carmen ama, fra gli altri, Don Josè, che è un militare e rappresenta l’ordine; Carmen, invece, è simbolo di ciò che si muove dentro di noi e vuole essere rappresentato. Carmen è l’amore che si libera, diviene umanamente nella storia “fascista” imbevuta di etica fittizia e davvero “contro natura”. La mia lirica è denuncia contro una società permeata di cultura (o incultura) che taglia i sentimenti, e quindi l’Eros, per dare spazio al dominio violento di Priapo. Per capire ciò è necessario leggere “Eros e Priapo” di Carlo Emilio Gadda.
Del resto, per molti italiani, e non solo, dalla caduta del “Fascismo” ad oggi cosa è cambiato? E mi riferisco anche agli amori “diversi”. Citiamolo Gadda:
“Li associati per cui per più d’un ventennio è venuto fatto di poter taglieggiare a lor posta e coprir d’onta la Italia, e precipitarla finalmente a quella ruina e in quell’abisso ove Dio medesimo ha paura guatare, pervennero a dipingere come attività politica la distruzione e la cancellazione della vita, la obliterazione totale dei segni della vita. Ogni fatto o atto della vita e della conoscenza è reato per chi fonda il suo imperio sul proibire tutto a tutti, coltello alla cintola.” (Eros e Priapo, Milano, Garzanti, 1990, p. 19).
Gli amici “illuminati” devono fare leggere le mie poesie ed Emilio Gadda agli studenti liceali, non sono meno importanti delle tante lettere dei condannati a morte nel corso del famigerato Ventennio: e fascisti, ancora oggi, lo siamo un po’ tutti: il codice Rocco, insieme all’etica cattolica, giace latente nelle cellule delle nostre menti: occorre saperlo per decodificarlo e vigilare sulla libertà, bene prezioso che i detentori del potere repressivo vogliono sotto controllo. E perchè non chiudere con una citazione biblica? “Ti introdurrò nella terra del Carmelo e lì ti farò gustare i suoi frutti migliori (Ger 2, 7)” Come si vede, i Libri Sacri sono più di quel che si sa.

 

Bagheria 20/02/01

Giuseppe Di Salvo

    

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DALLA MADDALENA: I CANTI DEI SARDI (A un mio amico trans)

21 Novembre 2007 4 commenti

 

VII

I canti dei Sardi

son tremolìo nell’aria ferma;

farfalle prive di colore

offron svettante batter d’ali

e spostano il pulviscolo

illuminato da lance solari.

Libera i seni

il mio amico trans:

turgide coppe

onorate in Questura.

Ci rilasciano a sera

ed è protezione

il caracollare

dei corteggiatori in auto.

Le luci di Cagliari

erano aureole

sulle teste del riscatto.

Melodia i volti

e ogni parola.

Miravano tutti

la carne penzolante

al centro,

e in quel corpo.

 

Sardegna, estate 1976

Giuseppe Di Salvo

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AROMA D’AFFETTO (A Rita Bellifemine)

19 Novembre 2007 3 commenti

Nelle ore pomeridiane

-cielo plumbeo-

ti percepivo -a scuola-

come spiga e sistro.

Eri Vergine

nel porgere il caffè -

aroma d’affetto fra maestri-

mentre il vocio

dei nostri alunni

si perdeva

nei morsetti dati

al pane profumato

di mortadella.

Mi scrutavi curiosa

e colava  invisibile

- e dai tuoi occhi-

la benedizione.

Era abbraccio non dato,

ma stringeva forte

l’ammirazione.

La gelosia cupa trillava

nei vocalici suoni di Loredana:

mi lasciava addosso calda pipì.

All’handicap evidente

-eravamo muti eroi-

si scopriva il tuo essere madre.

Astro di emozioni-

in quei doppi turni-

tu sorgevi da Ovest.

 

Aspra, 10/07/2003

Giuseppe Di Salvo

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DEL’ MA’*

16 Novembre 2007 8 commenti

 

Nel sogno-

corpo muto appari.

Ma dimmi:

è ancora in corso il pasto

da te offerto ai vermi

vaganti nel buio dell’avello?

Fuori, il tuo ricordo è luce

e tende ad abbellirmi il giorno

e il cammino.

Del’ ma’,*

mi appari con la triste agonia

che giovane ti rese nel giorno del trapasso.

Qui l’anziana tristezza ti muoveva

in perenne lotta con gli affetti:

conflitti folli pieni di energia.

C’è nel pianto l’immagine

dell’umana imperfezione:

e  -con te-  è l’Imperfetto  che manca!

Forse ti annoia il Paradiso?

Nel cantare ciò che si perde

la mente in lotta è con l’oblio.

Rode il silenzio la rosa dei ricordi

e la tua assenza-

Del’ ma’-

il gusto toglie

di lenire le fitte di un sentimento

che lacera:

nel mio corpo, invece,

l’anima è acciaro, tutto mi fende!

 

*”Del’ ma’” era un mio modo affettuoso di chiamare la mamma; ho usato l’apocope ed è come dire: quando si chiama la mamma è, in realtà, parlarne a voce alta. Infatti “Del’” è apocope della preposizione articolata “della” e “ma’” è apocope di “mamma”. Quando io nominavo la mamma lo facevo usando le parole di un complemento di argomento, ma le usavo in forma contratta per attuare una forma di bellezza eufonica sia in me che parlavo sia in chi mi ascoltava, poichè spesso lo facevo dal mio piccolo terrazzo. Perchè non continuarlo a fare? Io so che le mamme ci ascoltano: sono i “medium” della COSCIENZA INVISIBILE e percepiscono ciò che hanno lasciato nel mondo sensibile.

 

 

Bagheria, 16/11/2007

Giuseppe  Di Salvo

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JUAN DIEGO FLÓREZ, IL RE DEI TENORI DI OGGI, REINCARNA L’ANIMA DEL TENORE GIOVANNI BATTISTA RUBINI

12 Novembre 2007 7 commenti

 

*Quando un artista dotato e umile come il tenore Juan Diego Flórez incide un CD per la DECCA con arie dedicate al più grande tenore romantico dell’ Ottocento, Giovanni Battista Rubini,  c’è da fare una cosa sola: ascoltare in ginocchio la “Meditazione in preghiera” del compositore Giovanni  Battista Viotti (1755-1824) e pregare perché il giovane tenore peruviano abbia lunga vita, giacché il suo canto avvicina al Cielo l’anima di chi l’ascolta. E diciamo ciò perché la pubblicazione di un disco del genere è una coraggiosa e generosa operazione culturale, prima ancora di essere un fatto necessariamente commerciale. Sull’esempio dato decenni fa dalla Callas,  anche Flórez oggi scava nei meandri della storia e della filologia canora: ci ripropone quella vocalità tenorile che fu di Rubini e che da tempo è andata perduta. Grazie, dunque, a Juan Diego per questo suo dignitoso studio: chi ama l’Opera non può fare a meno di inchinarsi innanzi a queste arie di Bellini, Rossini e Donizetti eseguite e interpretate in modo davvero magistrale.

   Ma chi era Giovanni Battista Rubini? E quale importanza ebbe nella storia della vocalità tenorile? Per le notizie biografiche vi invito a fare ricerca. Qui voglio parlare della grandezza del tenore di Romano, Bergamo (1794-1854), servendomi di un  esperto di voci da qualche anno scomparso, e cioè di Rodolfo Celletti.  Che direbbe oggi, mi chiedo, Celletti di Juan Diego Flórez? Per saperlo non ci resta che riportare ciò che  diceva di Rubini. Scriveva Celletti: “Per la straordinaria agilità e l’eccezionale capacità di eseguire le fioriture più complesse, Rubini rappresentò la più compiuta espressione del tenore di scuola rossiniana. Per il timbro limpido e dolcissimo, invece, per l’incanto della mezzavoce , per la morbidezza del fraseggio e per la capacità di sostenere le tessiture acutissime dei compositori postrossiniani, incarnò per primo il fascino del tenore romantico. In possesso di una tecnica pressoché perfetta, Rubini poteva salire con suoni di testa (falsettone) fino al fa4, ma con la stessa facilità emetteva a voce piena, e con notevole potenza, il si bemolle e talvolta anche il si3. Ritenuto il tenore più grande della prima metà dell’Ottocento, Rubini servì da modello a famosi tenori della generazione successiva.”  Vincenzo Bellini definì Rubini “fratello dell’anima”. E Donizetti ebbe a dire, dirigendolo nella sua opera “Marino Faliero”: “Rubini ha cantato come mai io ho ascoltato, ed è perciò che ho dovuto bissare la cavatina tutte le sere.”

Citiamo un altro passo di Celletti tratto dal suo libro “La grana della voce”: “Il creatore del mito della voce tenorile (e quindi il più importante tenore della storia dell’opera) è stato Giovanni Battista Rubini. Aveva una voce ‘angelica’ (Bellini), il ‘vibrato’ (Wagner), un falsettone di straordinaria espansione ed estensione (fa  sopracuto). Ma fu anche uno dei primi tenori ad emettere i si bemolle, ciò piaceva molto al pubblico della Scala.” (op. cit. pag. 318, ed. Baldini & Castoldi).

Ecco:  Juan Diego Flórez incarna oggi il mito del  tenore romantico: timbro chiaro, dolce e amoroso; espressione estatica e acuti argentini e squillanti, compreso lo strepitoso do di petto; e queste qualità vengono presentate all’interno di una cornice interpretativa rigurgitante di passione e di caloroso abbandono. Chiudiamo  con una citazione del critico Philip Gossett: « Grâce à Juan Diego Flórez, le roi des ténors d’aujourd’hui, le grand public peut à nouveau apprécier ce splendide répertoire. »

 

*Giovanni Battista Rubini nel costume di “Otello” di Gioacchino Rossini. 

 

Bagheria, 12/11/07

Giuseppe Di Salvo

 

      

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NEL VOLTO L’ANIMA (A Enzuccia Ventimiglia)

10 Novembre 2007 6 commenti

 

L’anima

non è mera astrazione

col volto tesse segni

e significati rivela

lo sguardo fuggente

Non sei corpo-

Enzuccia-

ingoiato venne tutto

da mobili sabbie mentali

volte a cucire ferite invisibili

L’anima vive fra fibre

e canta

melodie perenni

incise con note di dolore

Sulla ragione-

in assenza di ragioni-

pensieri calcitri mossi da finzioni

E se il grigiore ti circonda

la caccia apri

al sorriso amicale:

mordere vuoi l’amore

con nuda carne

di labbra protratte

Il telefono pigola

altrove l’orecchio volgi:

il solitario timpano

sempre ha amato

ciò che dentro davvero sente

Al resto offri-

spesso variandola-

dignitosa posa

E ogni giorno spegne

per poi riaccendere

la danzante luce sui nostri anni

 

Bagheria 10/11/07

Giuseppe Di Salvo

 

 

 

 

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LUCIANO MASSIMO CONSOLI E LE SUE MASSIME OMISSIONI

5 Novembre 2007 9 commenti

DEL COME GLI “STORICI”  GAY TACCIONO SULLA NASCITA DEL FUORI! DI PALERMO E DELLE SUE LOTTE. 

Con questo mio articolo non voglio commemorare Luciano Massimo Consoli (Roma 12/12/1945- Roma 04/11/2007), pioniere delle lotte di liberazione della condizione omosessuale da poco scomparso, ma voglio rimembrare pubblicamente ciò che s’agita nella mia memoria storica.

Era l’anno 1976 e così scriveva Claudia Mirto ne “L’ORA” di sabato 11 dicembre dello stesso anno: “Montana è uno dei quattro ragazzi che in un giorno caldo di settembre, discorrendo con gli amici Giuseppe Di Salvo, Mario e Salvatore sui prati di Villa Sperlinga, decisero di creare una sezione palermitana del FUORI! che desse immediatamente battaglia alle ingiustizie destinate loro quotidianamente da una città dove di violenza si vive e sovente si muore.”

   Perché Claudia Mirto su quel numero de “L’ORA” parla di Piero Montana? Semplice: Piero  -allora-  aveva vinto il Primo Premio al concorso letterario “TRIANGOLO ROSA”, dedicato a Pier Paolo Pasolini. La premiazione si svolse a Roma, Piero aveva presentato una raccolta di liriche intitolata “Breve rosario di Sodoma”, poesie scritte quando era ancora sui banchi del liceo. Ma cosa legava Montana a Consoli? Questi faceva parte della giuria e le poesie di Piero vennero pubblicate su “Ompo”, mensile di politica e cultura diretto proprio da Luciano Massimo Consoli, a cui collaboravano il poeta Dario Bellezza, la scrittrice Laura Di Nola, il poeta Elio Pecora, la femminista Adele Cambria ed altri intellettuali impegnati.

    In seguito, di Massimo Consoli ho letto alcuni libri: “Homocaust” (sul nazismo e la persecuzione degli omosessuali),  “Ecce Homo” (l’omosessualità nella Bibbia, contenente la versione gay del “Cantico dei Cantici”, successivamente da me rielaborato e ancora inedito) e altri testi che ricostruiscono un po’ la storia del movimento gay in Italia e all’estero. Tutto bene, dunque?

No, no! Nei testi di Massimo Consoli ci sono delle omissioni: non vengono ricordate le battaglie fatte dal FUORI! di Palermo dal 1976 al 1981, cinque anni di lotte intense omesse anche da altri autori, gay e non, che si sono cimentati a costruire la storia dei movimenti gay in Italia. Come mai? Non lo sappiamo e non vogliamo pensare male: sta di fatto che Massimo Consoli, pur avendo scritto diversi libri e centinaia di articoli sulle origini dei movimenti gay, non dedica neanche tre righe alle lotte che il FUORI! di Palermo fece per oltre cinque anni in Sicilia e non solo. E allora ricordiamolo: in Sicilia, il primo movimento di liberazione omosessuale nasce a Palermo nel 1976, era il FUORI! e aveva sede in Vicolo Castelnuovo, veniva ospitato dal Partito Radicale. Da chi era animato? Dal sottoscritto, da Piero Montana, Salvatore Scardina, Mario Blandi, Pippo Rinella, Rosabianca Colonna, Lina Noto, Lucia Caldara e decine di altre persone gay ed etero.

Tanto che Claudia Mirto, nell’articolo sopra citato, non poteva fare a meno di aggiungere: “Il FUORI!, che ora conta una trentina di adepti e poggia sulle prime adesioni pubbliche, si è già fatto sentire con una serie di interventi vivaci e provocatori nei templi della cultura d’appuntamento, allo psichiatrico, al carcere, nei prossimi giorni sarà anche all’università.”

   E molte di queste nostre azioni di lotta vennero raccontate, sempre su “L’ORA” (ma non solo), da uno dei più noti intellettuali siciliani di oggi: Matteo Collura, allora cronista del quotidiano pomeridiano di Palermo. Io sono geloso custode di quegli articoli, di interviste, saggi: conservo la storia che manca nei testi pubblicati fino ad oggi, quelli di Consoli compresi. E sono in cerca di un editore. Perché tanto silenzio? Io lo so. E poiché voglio onorare la memoria di chi non sa, oggi rivelo una cosa sola: il giorno in cui verrà pubblicata la storia del FUORI! di Palermo cadranno alcune notizie riportate in modo ambiguo dai testi apparsi fino ad oggi. Che notizie? Ricordiamone  una: l’ “ARCI-GAY” , a Palermo, non nasce in occasione del “suicidio” dei due ragazzi di Giarre  (siamo alla fine del 1980), nasce un  po’ prima,  viene fuori da un’ “apertura-scissione” politicamente orchestrata dall’allora PCI: alcuni militanti gay  che frequentavano il FUORI! erano più vicini al Partito Comunista, ritenevano i Radicali dei piccoli borghesi moderati e cominciarono ad avvicinarsi alla sede dell’ Arci siciliana che si “apriva” a queste tematiche di liberazione.

Ma il motivo politico  era un altro: nel 1979 il Partito Radicale portò alla Camera ben 18 deputati, Leonardo Sciascia compreso (dal 1976 ne aveva solo 4),  mentre il PCI ebbe un notevole calo elettorale e dall’analisi del voto risultò che moltissimi gay avevano spostato il loro dal PCI al partito di Pannella.

Che doveva fare il PCI per recuperare il voto dei gay? Di coloro che, come si diceva ancora a sinistra, praticavano il “vizio borghese”? Doveva sostenere un’associazione di omosessuali impegnati vicina al Partito. Si pensò: abbiamo l’ “Arci Donna”, l’ “Arci Caccia”… perché non creare l’ “Arci Gay”? E tanto tuonò che piovve! L’ abile manovra ebbe inizio a Palermo, poi  rapidamente la sede nazionale venne spostata a Bologna e nacquero i “Gay Pride” di massa, i “Casseri” , i Grillini, ma nessuna legge a favore dei gay. Ora, Massimo Consoli se n’è andato: ha mai riflettuto sul nulla legislativo ottenuto dai gay italiani? Non mi pare. Onore, dunque, allo studioso, ma perché non ha cercato di capire una cosa così semplice? Dal 1980 al 2007 i gay non hanno ottenuto nulla! E dopo oltre un quarto di secolo di “Arci Gay”! E’ proprio vero: “La storia è maestra di vita!” Massimo su quanto avvenne in Sicilia prima e in Italia dopo non seppe riflettere: è una profonda lacuna politica per un pioniere. La storia si “interpreta”; in Sicilia i pionieri furono altri: io, Piero e le persone sopra citate. Pace, infine, all’anima di Massimo. Ma, come si vede, nessuno, in terra, è perfetto: e ciò Consoli certamente lo sapeva.

 

Bagheria, 05/11/07

Giuseppe Di Salvo

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QUATTRO LIRICHE PER PIER PAOLO PASOLINI

1 Novembre 2007 11 commenti

     I

E’ notte:

il lido conserva

tracce e fendenti

di colui

che l’altro spegne.

 

II

Alzava il mare

le sue creste rosse

e, invano,

ululava il vento.

La terra ogni cosa

assorbe,

ma il canto libera

e la parola.

Gli occhi muovono

il verbo inciso su

“Una vita violenta”.

Dalla sedia

il mio cuore-

col corpo-

balzava nel silenzio:

mi spingeva in alto

“La ballata delle madri”.

 

III

Cadde acciaccato

come nuda blatta.

Nel cielo schizzava

furente sangue:

si oscuravano

le fredde stelle.

 

 

IV

Oggi

mi ha ferito

il cinguettio

di un uccello.

La ferita

sanguina ancora

nelle ore notturne.

Ma sangue è

che mi sporca di gioia.

 

 

Bagheria 10/11/1975

Giuseppe Di Salvo

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