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Archivio Giugno 2008

HAIKU (CON VARIAZIONE)*

30 Giugno 2008 6 commenti

Grazia l’amore

Giochi agili di sguardi

sfibrano i cuori

 

*Questo haiku è una variazione di quello pubblicato in questo stesso blog il 13/01/2007.

Riportiamolo:

E’ grazia l’amore

Un gioco di sguardi

Si sfibra il cuore

In questa prima versione i versi non rispettano il numero delle sillabe dell’ haiku tradizionale: 5, 7, 5; e il contenuto proietta il vissuto di una sola persona. Nella seconda versione il numero delle sillabe in ogni verso viene rispettato; e il gioco amoroso coinvolge altre persone.

 

Bagheria, 30/06/2008

Giuseppe Di Salvo

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NITRITI

 

… nel ventre

la pelosa criniera

del cavallo…

la coda sul corpo

scettro imperiale fra le mani

Nessun pensiero

uccide la lingua

al galoppo…

Al timpano arrivano

e sfiatano i nitriti

di miele si colora la filante bava

 

Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: SAFFO, “INVITO ALL’ERANO” (RELIGIOSA FESTA NEL GIARDINO DI AFRODITE)

22 Giugno 2008 6 commenti

*

A me  -da Creta-

e al sacro tempio

delle vergini vieni, o Cipride!

Per te qui cresce-

incantevole-

il pomario ricco di deliziosi meli;

e dagli altari l’incenso arde

ed in tuo onore si espande-

riverente assai-  il profumato olezzo.

 

Mormora con  tacita grazia-

al di là dei rami del frutteto-

il fresco ruscello.

Il recinto del giardino?

Tutto ombrato di rose.

Stormiscono le fronde,

ne discende sopore che purifica.

 

Di primavera i fiori-

come a festa-

si schiudono nel prato:

e vi meriggiano cavalle.

Dai finocchi l’alito esala, soave…

 

O Afrodite, ecco la tua dimora!

Recingi le infule sacre

e nitido nettare celeste versa

nelle nostre coppe d’oro.

Ci sia gioia in questa festa!

 

Bagheria, 25/05/08

Giuseppe Di Salvo, da Saffo, frammento musicato da Ildebrando Pizzetti per coro “a cappella”.

*Louis Hersent: “Bathers” (1830), Roy Miles Gallery, Londra.

IL COMING OUT DEGLI PSEUDO TOLLERANTI

19 Giugno 2008 4 commenti

 

E’ ormai una stupida moda, per alcuni impuri conservatori, affermare che non è giusto discriminare i gay. Talvolta imbellita da affermazioni ricche di linguaggio noioso e stereotipato: -Ho tanti amici gay… Come a voler fare un “coming out” dei loro falsi principi di tolleranza. Tante grazie! A costoro chiediamo: -Quali diritti? e chi sono questi silenti vostri amici gay? Li tenete forse nell’armadio o nei segreti delle sacrestie? I veri amici dei gay sono coloro che all’aperto e con coerenza sostengono i loro diritti. Matrimoni? Certo! Così potremo invitarvi per far volare liberamente il riso e farvi partecipi del loro sorriso. La verità è che ci troviamo innanzi a delle maschere ipocrite dal pensiero “transgender”.  La Costituzione? Citiamo l’articolo 2: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità…”  E l’articolo 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

E’ questa l’educazione realmente democratica da dare ai figli. I gay sono cittadini, pagano le tasse, svolgono il loro dovere, contribuendo significativamente allo sviluppo economico e culturale delle società in cui vivono;  e devono potere accedere a tutti gli strumenti giuridici codificati per gli altri.

Chi non lo capisce, poverino, è solo un velato catto-nazista  che genera quotidiane discriminazioni: non ha quindi principi democratici, né può avere amici gay. Ché anzi, a sentir costoro, occorre subito toccarsi…

Bagheria, 18/06/08

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MANON LESCAUT DI PUCCINI AL TEATRO MASSIMO? UN TONFO! CANTANTI NON ADEGUATI SU “BOULEVARD SOLITUDE”.

17 Giugno 2008 7 commenti

 

Dopo aver visto, ancora una volta, al Teatro Massimo  Manon Lescaut di Puccini (13/06/08) e ascoltato diverse edizioni di Manon di Massenet, ci sarebbe da chiedere ai dirigenti : perché non continuare con le ricerche musicali sulla Manon Lescaut dell’Abate Prévost?

E’ singolare che un giovane studente si rovini per la sua passione nei confronti di una creatura simile ad un invasato spirito della terra. C’è nell’opera letteraria dell’Abate tutta la forza distruttiva dell’amore, ed è evidente che anche l’uomo spirituale ne è preda; c’è il dirompente amore che espone fino all’estrema solitudine.  Dopo Puccini, il compositore tedesco Hans Werner Henze ha colto nel cavaliere De Grieux i sentimenti amorosi dell’eroe solitario da rappresentare: Manon è solo un essere elfico che suscita desiderio, erotismo sfrenato e insaziabile, ma non è  capace di amare. Sì, ci riferiamo a “Boulevard Solitude” di Henze e al suo voler mettere in primo piano il protagonista maschile Armand De Grieux , delineando una sua via verso una solitudine impenetrabile, mortale. Per farla breve,  occorre incentivare la ricerca culturale, anche perché l’arte deve continuare a rinnovare i popoli. Noi amiamo Puccini e la sua Manon, ma la rappresentazione di venerdì sera, diciamolo!, non presentava un cast vocale del tutto adeguato. Armiliato cantava con evidenti e fastidiose strozzature nell’emissione,  Adina Nitescu era perfettamente impura nelle sue espressioni vocali, e l’unica cosa  pura erano i suoi scenici slanci erotici; del Lescaut di Dalibor Jenis abbiamo apprezzato i movimenti, ma non lo strumento vocale e… lasciamo perdere! Complimenti all’orchestra che ha “suonato”: la direzione del giovane Giampaolo Maria Bisanti, vuoi per scelta, vuoi per necessità, ci è parsa dignitosa, ma talvolta molto lenta. Encomiabile il coro dei borghesi, in ispecie nei commenti alle varie prostitute che sfilavano per essere deportate in America. La regia di Pierfranco Maestrini ci ha regalato la piazza col giocoliere e il cavallo vero -era dei nostri “gnuri”?-; e quella interessante visione dei ricordi amorosi di Manon morente proiettata in profondità . Se i cantanti sono questi, perché non puntare di più sulla ricerca e quindi anche su Henze? Quante erano le persone che alla fine del quarto atto sono rimaste dentro il teatro?

Bagheria, 15/06/08

Giuseppe Di Salvo

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DEUTSCHES REQUIEM IN PARADISO (A MIA MADRE, AD UN ANNO DAL SUO BREVE CALVARIO)

*

Fosti assente

alla festa di comunione

di Rossella.

Caldo fuori, tu già bruciavi dentro!

Arido bastone ti reggeva

per andare da Graziella:

doloroso preludio

per il tuo addio alla vita.

Le intime mie stanze intonavano

Ein Deutsches Requiem

di Johannes Brahms

e l’occhio stringevi

come avvizzito fiore di sangue

da offrire al cielo.

Ti pensavo con la testa in cammino

in quel giorno del Signore,

ma più tardi io rientrai

de  las cinco de la tarde.

Ti aggrappasti

al mio rintocco sonoro

in cerca di mal riposte chiavi.

Per quali terrene porte?

Già Iddio per te schiudeva-

imbellendole di nuovi suoni-

le infiorate vie del Paradiso.

Ma  -qui-  ancor ti consolavo

al pari di una madre

che fa sentire l’amata mano

sul morente figlio:

si orchestravano beatitudini.

Nulla capivamo, allora.

 

Bagheria, 03/06/2008

Giuseppe Di Salvo

 

*Da sinistra: mia madre, donna Caterina Di Salvo (intorno ai 32 anni) che mi tiene fra le braccia (avevo meno di tre anni ) e donna Pina, mia zia. Siamo nei mesi del 1956.

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LEYLA GENCER, ULTIMA REGINA DEL MELODRAMMA (ISTANBUL, 10 OTTOBRE 1928- MILANO, 09 MAGGIO 2008)

 

L’ultima regina del melodramma se n’è andata il nove maggio scorso. All’improvviso. Io l’ho conosciuta al Teatro Massimo di Palermo nel dicembre del 1971, quando Leyla venne ad interpretare in città l’ultima sua opera lirica, era  protagonista nell’ “Elisabetta Regina d’Inghilterra” di Gioacchino Rossini ed ero, già diciottenne, in compagnia del maestro Michele Lizzi, grande estimatore di Gianandrea Gavazzeni che dirigeva l’opera citata. Mi colpirono i suoi “pianissimi”: emissioni sonore che portavano la beatitudine all’orecchio di chi ascoltava. Il maestro Lizzi mi faceva notare i suoi colpi di glottide in molte note di passaggio. Ma Leyla mi rimaneva impressa per la sua maestria tecnica e per il suo portamento regale. Intanto il maestro Lizzi il 31/03/1972 passava ad altra vita, grande lutto per la musica. E circa dieci anni dopo, precisamente il 26/11/1981, Leyla Gencer ritornava a Palermo per un concerto al Teatro Biondo. Mi ricordai della sua voce, e ritornai ad ascoltarla con altri amici: Alberto Incandela, allora giovane molto attraente, e il poeta Salvatore Baiamonte, mecenate e amico. Conservo ancora l’intervista che Leyla rilasciò al giornalista de “L’Ora”, Fabrizio Carli. Ne riporto alcuni stralci: “I miei antenati si rintracciano all’indietro per 350 anni, ma non parliamo di aristocrazia, non nel senso europeo del termine, almeno. Io dico sempre di essere una pastora dell’Anatolia, dato che i miei avi erano dei nomadi. Dei nomadi che espugnarono Costantinopoli… Dei pastori che sono entrati nella storia, questo sì.”

Poi  Fabrizio Carli  ricorda gli studi di Leyla  ad Ankara col grande soprano Giannina Arangi-Lombardi, in condizioni economiche non floride e le sue prime esperienze teatrali, “ma nel coro” precisa la Gencer, “recitavo anche nei cori delle tragedie greche”. Carli le chiede: “Ha mai pensato al teatro?” E la Gencer: “Mi sarebbe piaciuto moltissimo, ma non ho memoria per le parole se non sono legate alla musica; la mia è una memoria essenzialmente musicale.”  Queste sue affermazioni sono molto importanti: occorre ricordare che la Gencer, come la Callas, è stata una bravissima tragédienne: sulla scena rendeva bene, anche coi gesti, i sentimenti dei personaggi che interpretava.

   Nella stessa intervista , la Gencer rivela: “Ho cantato qualcosa di moderno, ma non è per me. Alla mia organizzazione vocale è congeniale il repertorio ottocentesco, perché dovrei uscirne? Nemmeno col verismo ho molta dimestichezza.”  Interessanti poi le sue riflessioni sulle lingue: “Canto in francese, italiano, polacco. Qualcosa in tedesco, ma è una lingua che non conosco e non mi sento sicura. Nel canto, parole e musica sono legate indissolubilmente e, se non si sa quello che si dice, l’espressione viene a mancare. Ammiro moltissimo le mie colleghe americane che cantano in italiano senza sapere quello che dicono: io non lo so fare. La mia incisione  dei leader di Schumann, secondo me, non è buona perché  non mi sono potuta impadronire bene dei testi. Ho sempre rifiutato Wagner anche per questo, oltre che per la sua  incompatibilità col mio modo di cantare. La turca Leyla Gencer è del tutto italiana quanto a modo di cantare. Del resto io sto in Italia da ventisei anni e l’Italia è la mia terza patria.”

   E le altre patrie? La seconda è la Polonia: sua madre era polacca, anche se la sua famiglia si trapiantò in Turchia circa centoottanta anni fa; era polacca e cattolica. In Leyla convivevano cattolicesimo e islamismo e ciò non poteva che stimolare i suoi interessi culturali. Infatti, dopo una gloriosa carriera operistica, si è dedicata alla musica da concerto: lo ha fatto dal 1974 e l’ha trovava molto affascinante , anche se più impegnativa dell’opera. Nel concerto si è soli a dover trasmettere un messaggio poetico, mentre in un’opera le responsabilità sono condivise.

Inutile dire che il concerto del 26 novembre 1981 al Biondo fu un trionfo. Anche se il teatro non era particolarmente affollato, i presenti l’abbiamo applaudita con calore e lei ci ha concesso diversi bis. Urlavamo come matti: “Brava! Brava!” E applaudivamo fino ad avvertire risentimenti alle nostre scapole, e che viso da bambino faceva il professore De Santis, grande appassionato di lirica. Fu un pomeriggio davvero indimenticabile.

Cosa scriveva su “L’Ora” del 27 novembre 1981 Fabrizio Carli? Riportiamo la sua recensione: “L’intelligenza (e non solo quella tecnicamente musicale, ma l’intelligenza tout-court) è ciò che più colpisce in Leyla Gencer. Ieri al Biondo, per gli Amici della Musica, la grande tragédienne dell’opera ha dedicato la seconda metà del suo recital alle Soirées Musicales di Rossini, sfoderando un gusto finissimo, quanto in lei imprevedibile, dell’ironia satirica, dell’umorismo leggero ma lievemente corrosivo, pur restando rigorosamente nell’ambito di interpretazioni del tutto immuni da cedimenti stilistici. Una vera lezione su come va cantato e su come ci si può divertire con l’ultimo Rossini.  (…) Le tre arie da camera di Bellini (Il fervido desiderio,  Dolente immagine e Vaga luna) e Donizetti (La sultana, La corrispondenza amorosa e A mezzanotte) ottenevano, da questa belcantista ammirevole, interpretazioni cesellate con delicatezza poetica, grazie al fraseggio raffinato, all’impiego di mezzevoci struggenti, ad abbandoni squisiti e, all’occorrenza, a vibranti impennate drammatiche. (…) A chi fosse curioso di sapere, infine, in che condizioni vocali sia la Gecer, risponderemo che le sue doti naturali sono pressoché integre, la purezza del timbro è ancora suadente, l’agilità non conosce cedimenti. Eccellente il sostegno pianistico di Vincenzo Scalera. (…) Per la Gencer, ovazioni, già anticipate dall’applauso insolitamente lungo che l’ha accolta all’inizio. (…) E due bis. E la Gencer poi ritornata eroina dell’opera romantica: arie dalla Caterina Cornaro e dalla Fausta di Donizetti. E giù applausi.”

Un’altra testimonianza ci viene da Gaetano Pennino. Questi sul “Giornale di Sicilia” di sabato 28 novembre così scrive a proposito di quell’indimenticabile Recital: “Nel concerto la Gencer sa egualmente trovare la giusta dimensione, protesa com’è a cercare un più stretto equilibrio tra musica e parole; la prova fornita a Palermo fa testo per molteplici ragioni: la scelta dei brani, la carica interpretativa, l’appassionato lirismo. A tratti, la sua voce sembrava essere un’eco lontana, sperduta nei meandri di un profondo sentimento, poi ritornava presente, vigorosa, scandita con calore e soavità, delineava le lunghe melodie belliniane con la grazia di un’esperta tessitrice, trasfigurava con languide estasi le magnifiche oasi sonore; non si abbandona mai a patetici sussulti, a fremiti scomposti, a fughe sentimentalistiche. E ritornava subito brillante e piena di gaiezza  laddove le dolci ambiguità rossiniane  illuminavano con benevolo sorriso gli sconfortati accenti dell’amante metastasiano.”  E, ancora, nella stessa intervista aggiungeva: “Le più grandi soddisfazioni le ho avuto dal pubblico, i critici invece sono stati sempre molto cattivi con me.” E Gaentano Pennino aggiungeva: “Eppure è difficile essere severi con Leyla Gencer. (…) Dialogando col soprano turco si ha l’impressione di trovarsi davanti ad una superba regina d’Oriente; il suo sguardo, la sua classe, l’articolazione delle argomentazioni, la narrazione di ricordi rinverditi con  saggezza: tutto fa pensare ad uno stile vagamente ascetico, rarefatto, ma sempre sostenuto da un piglio rigoroso e severo.”

   Sì, lo posso testimoniare, avendola conosciuta e sentita dal vivo: Leyla Gencer era una regina, e non solo per i ruoli che interpretava: Roberto Devereux (Elisabetta), Anna Bolena, Maria Stuarda, Caterina Cornaro (regina di Cipro)…, tutte opere donizettiane. Bisogna ricordarlo a futura memoria. Divergendo da quanto affermava Sciascia prima di morire, la memoria deve avere un futuro.

 

Bagheria, 09/06/08

Giuseppe Di Salvo

FAMILY OK: I GAY E I LORO AMICI FANNO RESISTENZA LAICA CONTRO LA CLONAZIONE ETICA DI RATZINGER.

Dopo la mia lettera sul caso del gay accoltellato dal padre a Palermo, sulla rubrica delle lettere del Giornale di Sicilia si è aperto un dibattito. Sono state pubblicate altre tre lettere: una del signor Federico De Lisi, critica nei miei confronti, una di Salvatore Incandela e un’altra di Enza Ventimiglia, entrambe le lettere con posizioni critiche nei confronti di De Lisi. Un civile dibattito che è segno dei tempi e del come le lotte gay siano rimaste un significativo segnale di resistenza laica contro l’oscurantismo in cui ci vuole tenere Ratzinger e la destra clerico-fascista italiana. E con una sinistra immobilista sulle questioni etiche che, di fatto, non può che apparire culturalmente subalterna, consegnandoci al populismo di Berlusconi che, a sua volta, vuole consegnare l’Italia ai “valori” del Vaticano. E’ ora di insorgere con ogni democratico mezzo! Questo dibattito è seguito dai lettori del Giornale di Sicilia più di quanto noi stessi possiamo pensare. Ne ho avuto riscontro negli ambienti in cui mi muovo: ne era già a conoscenza lo stesso Pippo Rinella, ne parlava ieri un medico con sua moglie, e in mia presenza, alle nozze di Clelia, dove io ero stato invitato; è stato seguito da alcune mie colleghe… come un appassionante argomento a puntate. Sì, sì, c’è l’interesse della gente, ne avverto i sintomi e con posizioni di simpatia nei nostri confronti. Una lettrice anziana che vota per Berlusconi si è intenerita e, nonostante lei guardi a destra, mi ha  detto: “Qui avete ragione.”

Giuseppe Di Salvo.

 

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REX*

**

E’ nero

il pastore

che amo.

Genera cispe bianche

di lealtà:

dono di occhi

roteanti nel mistero.

Allunga il tartufo

coi riflessi dell’oro

e la lingua disegna

rosee speranze

fra  mani

generose di carezze.

Scodinzola

canti

dell’anima.

E’ nero

il pastore

che m’ama.

Guaisce:

armonie di cane.

 

Bagheria 13/05/04

Giuseppe Di Salvo

*Anche questa poesia è pubblicata nella mia breve raccolta “Ventitré” del 2004.

**Giuseppe Di Salvo e il “suo” Rex in una foto del 14/08/2006.

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ASPETTO*

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Nelle sere d’estate

in un caffè all’aperto

aspetto:

l’attesa m’infiamma!

 

Bagheria  29/10/1975

Giuseppe Di Salvo

* Già pubblicata nel libretto “Ventitrè”, prima mia racclta di poesie pubblicate nel2004.

 

**”Vierge et fol”(dicembre 1995), ritratto di Giuseppe Di Salvo fatto da Giampiero Averna.

  

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