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Archivio Marzo 2009

GIUSEPPE DI SALVO: LE CINQUE ANTITESI DI MICHELE AINIS NEL SUO LIBRO “CHIESA PADRONA”

CHE PENSERA’ MAI IL LAICO FINI DELLART. 7 DELLA COSTITUZIONE?

Il libro di Michele Ainis “Chiesa Padrona” edito dalla Garzanti  è tutto da leggere. Noi qui ci limitiamo ad esporre le sue cinque “antitesi” che racchiudono la logica giuridica del libro.

Prima antitesi: Rilevanza/Irrilevanza

Il principio di laicità delle istituzioni pubbliche è stato eretto a valore supremo dell’ordinamento giuridico italiano  con sentenza n. 203 del 1989 dalla Corte Costituzionale. Questo principio genera, secondo Michele Ainis delle antitesi. La prima delle quali è RILEVANZA/IRRILEVANZA.

Di cosa si tratta?  Citiamo lo stesso Ainis: “La prima antitesi mette radici nell’art. 3 della Costituzione che vieta discriminazioni fondate sul fattore religioso: tutti i cittadini sono eguali senza distinzione di religione.” (Da “Chiesa Padrona” di Michele Ainis, pag. 39, ed. Garzanti).

   Da ciò deriva che giuridicamente l’appartenenza religiosa è irrilevante. Orbene, per l’articolo 3 “la religione non ha significato giuridico, e non ce l’ha perché diritto e religione abitano sfere separate.” (op. cit. pag. 39). Del resto lo  Stato nasce laico, o altrimenti non sarebbe nato. E nasce quando il potere politico divorzia da quello religioso. Proprio la libertà di fede sancisce la definitiva emancipazione dello Stato rispetto alla cura degli affari religiosi. Scrive ancora Ainis: “Da questo punto in poi l’apparato statale diventa portatore di scurezza, di benessere, o se si vuole, di cultura per i propri cittadini, non già di redenzione; e a sua volta lo stato diventa pienamente laico, e lo diventa perché la religione viene esiliata dalla cittadella pubblica, espulsa dai suoi fini. Dopo il secolo dei lumi, la laicità implica l’irrilevanza della dimensione religiosa nel campo del diritto, e per l’appunto di questa irrilevanza è specchio il primo comma dell’art 3.” (op. cit. pagg. 39-40).

   Ma il secondo comma afferma ciò che il primo nega “perché aggiunge al principio d’eguaglianza formale quello dell’eguaglianza sostanziale.” (op. cit. pag. 40).  E assegna alla Repubblica il compito di « rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale” , che in via di fatto impediscono di realizzare l’eguaglianza. Sicché “al pari del sesso o della razza, anche la fede quindi scivola dal piano dell’ irrilevanza a quello della rilevanza giuridica se osservata con le lenti dell’eguaglianza formale ovvero di quella sostanziale” (op. cit. pag. 40). Ne viene fuori il contrasto fra eguaglianza formale/eguaglianza sostanziale. E il rilievo giuridico della religione viene ulteriormente comprovato da ben altre quattro disposizioni costituzionali: vedere articoli 7, 8, 19, 20 della Costituzione. Essi dettano una compiuta disciplina del fenomeno. Una disciplina che pone allo Stato l’obbligo di definire l’appartenenza religiosa, di regolarla, di qualificarne gli ambiti. E se le confessioni religiose hanno il diritto di stipulare intese con lo Stato, quest’ultimo deve individuare il titolare del diritto della confessione religiosa in questione.  Ma ci si chiede: che cos’è una confessione religiosa? Devono stabilirlo i giudici con definizioni legislative o gli amministratori politici? E non è questo un compito che infligge una ferita alla laicità delle istituzioni pubbliche, visto che le costringe ad un’alternativa diabolica? Qual è questa alternativa diabolica? La seguente: a) lo Stato può, in nome del principio di autonomia delle confessioni religiose, recepire le autodefinizioni dei singoli gruppi religiosi, ma così rischia di offrire patenti religiose anche ad organizzazioni come quelle fondate negli Stati Uniti durante gli anni Ottanta, dove si diventa ministri di culto spedendo per via postale 25 dollari alla coppia fondatrice;

b) lo stato, invece, può forgiare una sua definizione vincolante, ma userà giocoforza i materiali che gli propone l’esperienza, e così rischia di cucire un vestito su misura per le vecchie religioni, discriminando quelle nuove. Commenta Ainis: “In un caso o nell’altro l’irrilevanza della dimensione religiosa  -evocata dall’art. 3, primo comma, della Costituzione-  viene smentita in via di fatto e in punto di diritto: la separazione fra Stato e chiese, fra diritto e religione, si trasforma in commistione.” (op. cit. pagg. 41-42).

 

Seconda antitesi: Astensione/Intervento

La prima antitesi, a sua volta, ne genera una seconda. Scrive Michele Ainis: “La disciplina della libertà religiosa introduce un obbligo di ASTENSIONE; la disciplina dell’organizzazione religiosa introduce un obbligo di INTERVENTO.” (op. cit. pag. 43). Così  la Carta costituzionale sembra esprimere indirizzi dissonanti a seconda che emerga il profilo individuale o collettivo del diritto: la religione resta giuridicamente irrilevante come scelta individuale, non come fenomeno organizzato. Lo Stato non deve interferire sulla vita religiosa dei singoli, ma può e deve interferire sulla vita dei gruppi religiosi. Ainis evidenzia  anche che  oggi l’individualizzazione delle credenze religiose ha generato il credente autonomo. C’è chi crede, per fare un esempio, in alcune verità rivelate (la divinità o no di Cristo) ma non in tutte (l’esistenza dell’inferno). Come la mettiamo?  Nasce così l’esigenza da parte dello Stato di difendere il singolo dal gruppo o, come dice Ainis, “di regolare e controllare il gruppo religioso per consentire ai singoli di esercitare la libertà di religione. (…) In questo senso l’intervento pubblico non è nemico della libertà di religione, bensì ne rappresenta il presupposto.” (op. cit. pag. 44).

 

Terza antitesi: Forma/Sostanza

Il principio di laicità  riposa sul diritto FORMALE; il principio pattizio sul diritto SOSTANZIALE. Esplica Ainis: “La laicità si risolve in un’indicazione puramente negativa, che vieta all’ordinamento giuridico di farsi contaminare da valori religiosi.” (op. cit. pag. 45). Il diritto laico è quindi neutro, “avalutativo” rispetto alle questioni della fede. Sicché ai sensi dell’art. 49 della Costituzione può esserci una “politica nazionale”, quella deliberata dai partiti. Ma ai sensi dell’art. 8 della Costituzione non esiste una religione nazionale. Infatti al suo primo comma si legge: “Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.” Perciò le garanzie offerte dallo

Stato laico sono garanzie formali.  Ancora Ainis: “…la laicità è garanzia di un’unica forma, di un’unica procedura applicata senza tener conto della differenza religiosa.” (pag. 45). Eppure il principio pattizio integra la chiesa nello Stato, e l’integrazione è veicolo di contaminazione dei valori religiosi nel tessuto formale del nostro diritto. La prova?  Ainis cita la sentenza del Consiglio di stato n. 556 del 2006 ed è relativa all’esposizione del crocifisso nelle scuole. E’ stata fatta salva la norma fascista del 1924 che cita il simbolo della cristianità fra gli arredi scolastici obbligatori. La sentenza afferma: il crocifisso è simbolo religioso se esposto in luogo di culto, ma è simbolo civile se esposto in una scuola. Per il Consiglio di stato la laicità si nutre di valori religiosi, poiché fondano l’identità del popolo italiano. Uno strano ossimoro, il quale ha radici nell’ambizione “di integrare il sacro nel profano, d’aprire l’ordinamento laico a concezioni del mondo chiuse in se stesse, sicure della propria verità, che trattano il dissenso come un errore da redimere o punire.” (op. cit. pagg. 46-47). Secondo Daniel Bel è questa la sostanza dell’ideologia! E ancora Ainis: “…ma nell’ideologia religiosa questa sostanza può elevarsi  a massima potenza, giacché il perimetro del sacro descrive un’isola di irrazionalità, un luogo di catarsi e (in senso lato) di violenza…”.

(0p. cit. pag. 47). Le prove? Basta guardare nel potere temporale dei papi che si protrasse per oltre mille anni.

 

Quarta antitesi: Cultura/Istituzioni

Qual è il “posto” della religione nel nostro diritto costituzionale? Nelle società secolarizzate la religione non è più un’istituzione sociale, è diventata una risorsa culturale. Ma nella Costituzione italiana, dice Ainis, “Il fenomeno religioso tiene il piede in ambedue le staffe.” La religione, infatti, rappresenta certamente un elemento di cultura in senso antropologico, ma è anche “un elemento del paesaggio istituzionale che disegna un sistema di relazioni ufficiali, d’intese, trattati, concordati fra lo Stato e le confessioni religiose.” (op. cit. pag. 49). Qual è dunque la dimensione prevalente?

   Se la fede fa parte della cultura essa ricade negli aspetti normativi dell’art. 9 della Costituzione. E i poteri pubblici ne devono favorire lo sviluppo, e lo Stato ha il dovere di promuoverla e di garantirne la libera espressione. Ma se la religione entra a comporre  l’architettura istituzionale, viene attratta nella sfera della politica, e allora deve sottostare alle sue regole. E in campo politico le decisioni sono governate dal principio di  maggioranza. Ma in campo culturale il successo di pubblico non è mai garanzia di qualità o di “verità”. In Italia il seguito maggioritario del cattolicesimo è stato utilizzato, in molte occasioni, per giustificare i privilegi della Chiesa. Così le confessioni religiose sono state trattate alla stessa stregua dei partiti politici. Altro che religione!

 

Quinta antitesi: Eguaglianza/Privilegio

La contraddizione più vistosa nasce dall’art. 7 della Costituzione. Più precisamente dal suo secondo comma che dice: “I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.” E’ un comma che introduce un regime speciale per la Chiesa cattolica, a dispetto del principio di laicità e di quello di eguaglianza religiosa. E’ la norma che raccolse l’eredità fascista di Benito Mussolini nella nostra Costituzione repubblicana. E ricevette il voto dei monarchici e dei comunisti di Togliatti. E il no convinto dei socialisti di Nenni. Salvemini diceva che ogni concordato è sempre un privilegio per le autorità ecclesiastiche e per i cittadini di fede cattolica. E, secondo Ainis, è anche un continuo rompicapo per gli interpreti costituzionalisti. Ma la responsabilità non è di questi ultimi, bensì dei costituenti. Nota Ainis: “Deriva pari pari da una scelta normativa che rappresenta ‘un errore logico e uno scandalo giuridico’, per usare le parole di Benedetto Croce.” (op. cit. pag. 54). Come mai ? Si veniva dalla guerra e non si volevano ulteriori fratture sociali: perciò venne concepito l’art. 7. Ma a quale prezzo? A prezzo di riprodurre la frattura all’interno della Carta! Così il “Trattato” apre nel nome della “Santissima Trinità”!? E l’art. 8 del medesimo “Trattato” equipara il papa al Presidente della Repubblica quanto a tutela penale… E chi può processare un papa per quello che dice? Ma certo oggi col “Lodo Alfano” anche il Presidente della Repubblica ha qualche tutela in più! E che dire dell’art. 21 del “Trattato” secondo il quale “i cardinali godono in Italia degli onori dovuti ai Principi di sangue”?  Ennesima rottura con la nostra Costituzione, visto che la XIV disposizione finale disconosce ogni valore ai titoli nobiliari.  Commenta Ainis: “Di tale frattura l’Assemblea costituente era certamente consapevole, e si adoperò per ricucirla; difatti l’art. 8 fu approvato dopo l’art. 7, e fu approvato allo scopo d’annegare il regime speciale della Chiesa in un impianto valido per ogni confessione religiosa. Se l’art. 7 aveva mantenuto il vecchio Concordato con la Chiesa cattolica, l’art. 8 garantì ad ebrei, buddisti, musulmani, nuovi concordati, sia pure a prezzo di inventare lo strumento dell’intesa, una sorta di ‘mistero giuridico’ senza precedenti nel nostro diritto nazionale.” (op. cit. pagg. 55-56). L’art. 7 fece della Chiesa cattolica una figlia prediletta della Repubblica italiana, l’art. 8, invece, non pose distinzioni fra figli e figliastri; e codificò il principio d’eguaglianza fra i diversi culti. Sicché l’art. 7 è la madre di tutte le battaglie, cioè di ogni antinomia costituzionale. Ed ecco perché bisogna partire dall’art. 7 per sciogliere ogni contraddizione. In che modo? Ainis denuncia con ricche argomentazioni questo “falso giuridico”. E’ proprio questo art. 7 che dovrebbe essere abrogato dalla nostra Costituzione per togliere alla Chiesa cattolica i privilegi economici di cui gode: circa 9 miliardi di euro secondo il matematico Piergiorgio Odifreddi, cioè 18.000 miliardi delle vecchie lire, vale a dire il 45% della manovra economica della nostra Finanziaria del 2006. Solo così si può realizzare la vera eguaglianza fra tutte le confessioni religiose. I Radicali negli anni Settanta ci provarono con un Referendum abrogativo.

Ma la Corte costituzionale non lo fece attuare perché l’art. 7 riguarda trattati internazionali. E i privilegi nei confronti del Vaticano continuano a dismisura. E la nostra classe politica a questo Stato teologico sembra tutta asservita, nonostante Fini sottolinei il valore della laicità del nostro Stato. Ma che dice Fini dell’art. 7 che la laicità del nostro Stato repubblicano spesso compromette? Se non vede più in Mussolini quel grande statista, perché non comincia col mettere in discussione il “falso giuridico” che si annida nei Patti Lateranensi fonte di non democratici principi di chi vuole lo Stato etico? Il libro di Michele Ainis, “Chiesa Padrona”, può essere per tutti una vera “Bibbia” laica in difesa delle vere coscienze religiose e della democrazia che ai principi costituzionali si ispira.

Bagheria, 31/03/09

Giuseppe Di Salvo

IMMINENTE LA RECENSIONE DI GIUSEPPE DI SALVO DEL LIBRO “CHIESA PADRONA” DI MICHELE AINIS

Sta per essere pubblicata sul nostro Blog l’interessante recensione di Giuseppe Di Salvo del libro “Chiesa Padrona” di Michele Ainis edito dalla Garzanti. 

Riportiamo qui parte di quanto si legge sui risvolti di copertina: “…Il trattamento privilegiato di cui gode il Vaticano non ha più alcun fondamento giuridico, argomenta Michele Ainis: l’articolo 7 era una norma provvisoria, e oggi è un farmaco scaduto. Oltretutto quelle dei veritici della Chiesa si configurano come vere e proprie ingerenze di uno Stato straniero nei nostri affari interni. Infine, in una società sempre più complessa, i privilegi concordatari erano inevitabilmente una disparità di trattamento rispetto a cittadini italiani che seguono altre fedi (e soprattutto a quelli che non si sentono affiliati ad alcuna chiesa).  (…)  Un rapporto più limpido e corretto tutelerà in maniera più efficace la libertà e la dignità dei cittadini italiani; e aiuterà chi vuole davvero occuparsi della cura delle anime a farlo senza impastoiarsi nelle polemiche politiche.”

A presto, dunque, con la ricca recensione del nostro Giuseppe Di Salvo.

La Redazione

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GIUSEPPE DI SALVO: RECENSIONE DEL FILM “DIVERSO DA CHI”? DEL GIOVANE REGISTA UMBERTO CARTENI

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“FELICE  CHI E’ DIVERSO ESSENDO EGLI DIVERSO.” MA “DIVERSO DA CHI?”

“Diverso da chi?” è un film discreto, una commedia gradevole da vedere. La regia è di Umberto Carteni al suo primo lungometraggio. E’ ambientato a Trieste, ma la città del profondo Nordest non viene mai menzionata, è solo scelta come simbolo per evidenziare una semplice verità: la pazzia omofobica è sempre in agguato in ogni luogo e occorre vigilare. Film militante? O commedia un po’ sarcastica con frecciatine lanciate contro il centrosinistra italiano? Sì, contro quel partito che fa convivere gay militanti (Arcigay)   -per non ottenere nulla!- e cattolici ciliciati che impongono i loro principi etici non negoziabili. Un partito che perde dunque quella che era l’egemonia culturale per conformarsi a squallide idee clericofasciste.  Starete pensando alla Binetti? Certo non è la sola. Così il centrosinistra  non appare privo di idee innovatrici ed è destinato a perdere? Nel film di Carteni c’è, invece, una bigotta frustrata che veste un po’ come l’ex presidente della Camera , signora Irene Pivetti. Questo ruolo è affidato a Claudia Gerini, brava e credibile. Nel film si chiama Adele. Ha sempre in bocca la parola “famiglia” e non vuole saperne dei diritti dei gay: ci appare proprio come una povera omofoba malata. Ma poi avviene che dalla sua bocca passa ben altro, e anche dalle sue erotiche fessure.  E’ incredibilmente attratta dal gay militante Piero (Luca Argentero), brillante trentacinquenne che vive con Remo e lo ama (Filippo Nigro), hanno rapporti sessuali  -più di tre!- e rimane incinta (col primo marito etero non ne poteva avere!): le gioie del sesso e dell’amore la sciolgono, si disserra, abbandona i foulard e vestiti castigati e finisce per offrire il meglio di sé sia col corpo in amore sia in politica. Segno che chi conosce l’amore per mezzo del corpo vede meglio il prossimo e ogni cosa creata da Dio. E finisce anche per sostenere i diritti dei gay. Anche il suo lessico si evolve: parla di scuola, asili, sicurezza…  L’amato Piero è candidato a sindaco proprio per il centrosinistra (ma  -diciamolo- non sempre Luca Argentero tiene bene il ritmo), anche lui si trasforma e finisce per parlare dei problemi di tutti gli altri cittadini.  E alla fine, come attore, diventa un po’ più credibile: vince le elezioni perché ammette con estrema sincerità di amare un uomo e di aver fatto anche un figlio con Adele e quindi trasmette fiducia perché non potrà più non interessarsi dei problemi di tutte le altre coppie tradizionali.  Chi è l’uomo amato? E’ Remo: nel film interpretato abilmente da Filippo Nigro.  Questi rappresenta l’anima del film. È amico, “sposo” geloso, consigliere generoso, padre ideale di un figlio generato da un amore espansivo. Ma quale triangolo?!?  E’ la sfera degli affetti che i tre protagonisti sprigionano. E’ la storia di un uomo che ama un altro uomo e poi si innamora pure di una donna, senza però rinnegare di essere gay e senza smettere di amare l’uomo che c’era prima. Del resto Adele ama solo Piero. Come Remo. E’ Piero che va a letto con tutti e due.  Ma Remo (e qui è davvero bravo Filippo Nigro), assicuratosi dell’amore di Piero, riesce a governare bene il rapporto di amicizia e di amore che coinvolge tutti e tre. I quali si convincono che il futuro figlio nato dal rapporto Adele-Piero è il figlio ideale dell’amore espansivo dei tre. Altro che utero in affitto e di gay che non procreano!

Alla fine l’inquadratura si posa su un bimbo bello e felice. E qui ci viene in mente il bimbo felice di “Priscilla, Regina del Deserto” (1994) del regista Stephan Elliott .  E’ seduto, scrive su un banco di scuola primaria. Ne viene fuori un primo piano sereno. E poi il regista ci offre un dettaglio: un quaderno, una grafia ordinata e rassicurante, una mano piena d’amore traccia semplici segni grafo-motori, ci comunica la gioia di vivere con due “papà”. Alla faccia di quei volgari bigotti di destra e di sinistra che non conoscono l’amore e mostrano in società i loro “gotici” mascheroni frustrati, dai cui occhi traspaiono solo anime ammalate. Bravi tutti gli altri attori minori, anche quando non c’è niente da ridere. Il film è da vedere perché mette in evidenza i tabù che impediscono al nostro centrosinistra, e non solo!, di produrre idee nuove, senza le quali si perde, come dicevamo, quella che veniva chiamata “egemonia culturale”. E senza idee nuove non  si può mai vincere o convincere.

   Riportiamo ora alcune frasi intelligenti di Filippo Nigro da una breve intervista: “In Italia siamo indietro in fatto di diritti… Ci sono realtà per alcuni ancora incomprensibili. Mi vengono in mente il caso Luana, gli embrioni, la fecondazione assistita… Posso capire certe posizioni, frutto di convinzioni profondamente radicate. Ma come persona non le accetto… Matrimoni e adozioni gay? Dovrebbero essere una cosa normale. I cosiddetti Pacs sono una forma di tutela, e non solo per gli omosessuali.”  (In “Best Movie” di marzo, pag. 104)

Altro che psiche alle Legrottaglie arenate dentro libri-reperti-archeologici ritenuti “sacri”. Sacre semmai sono le vite delle persone visibili e le scelte di vita responsabili che proiettano amore nell’intera società.

Diverso da chi dunque? Da quali esseri turbati e frustrati? Chiudiamo con dei sacri versi di Sandro Penna: 

“Felice chi è diverso

  essendo egli diverso.

  Ma guai a chi è diverso

  essendo egli comune.”

 

Bagheria, 25/03/2009

Giuseppe Di Salvo

 

*Da sinistra: Filippo Nigro e Luca Argentero in una scena del film.

 

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“DIVERSO DA CHI?” DI UMBERTO CARTENI. FRA POCHE ORE LA RECENSIONE DEL FILM DI GIUSEPPE DI SALVO

Fra poche ore sul nostro blog un’interessante recensione di Giuseppe Di Salvo del gradevole film ”Diverso da chi?” del regista Umberto Carteni. Non perdetevela: sarà un altro breve saggio destinato a fare scalpore. Intanto consigliamo a chi non l’avesse ancora visto di andarlo a vedere per prenderne “familiarità” o, se vi piace meglio, “complice conoscenza”.

La Redazione del BLOG. 

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GIUSEPPE DI SALVO: “IMPROVVISAMENTE L’INVERNO SCORSO”, RECENSIONE DEL FILM DI HOFER-RAGAZZI

 

O DELLA PAZZIA OMOFOBICA CHE GELA LO SVILUPPO DELLA CIVILTA’

“Contro natura” è la “chiesa padrona” che, per dirla con Michele Ainis,  usa entrambe le mani aperte a palme larghe per chiedere tanti quattrini allo Stato italiano. Uno Stato, quello italiano, che elargisce 9 miliardi di euro l’anno  -secondo il matematico Piergiorgio Odifreddi-  allo stato estero “Città del Vaticano”. E questi soldi vengono dati al Vaticano sia da Destra sia da Sinistra, non esclusa la Regione Puglia, governata dal cattocomunista Nichi Vendola, che devolve 12 milioni di euro a fondo perduto per costruire strutture sportive negli oratori di santa Romana Chiesa.

   Ebbene, in quanti di questi oratori della chiesa cattolica italiana, nonostante i nostri pubblici finanziamenti, avete avuto modo di vedere il documentario “Improvvisamente l’inverno scorso” di Gustav Hofer e Luca Ragazzi, registi e produttori del film citato e gay conviventi da circa un decennio? Questi due ragazzi che si amano, ma non sono i soli, per lo stato italiano non hanno nessun diritto grazie all’omofobia scatenata in Italia proprio dalla chiesa cattolica di Ratzinger in occasione del dibattito sui DiCo nell’inverno 2007. Il documentario di Luca e Gustav (il titolo internazionale è “Suddenly, Last Winter”) alla Cinquantottesima Biennale di Berlino ha avuto una “menzione speciale” da parte della giuria della sezione Panorama intitolata a Manfrend Solzgeber,  nome di colui che ha inventato questa sezione  oltre due decenni fa. E la motivazione è nobile: “Un documentario umano e personale sulla incessante e significativa battaglia delle persone che si amano e vogliono stare insieme, che mostra come, quando la politica diventa un fatto personale, non ci si dovrebbe arrendere ma andare avanti, attingendo alla propria ironia.”

Oggi il documentario è in vendita nelle librerie. E’ stato pubblicato dalla casa editrice “Fonte Alle Grazie”: si tratta di un cofanetto (DVD+LIBRO) e costa euro 19,80. Va comprato per due semplici motivi. Prima di tutto perché Gustav e Luca ci offrono la loro carica umana con la grazia e l’ironia di chi davvero conosce l’amore. E, ancora,  perché il loro interessante documentario mette a nudo quella parte più incolta della nostra “Italietta” che trova rifugio ideologico nelle “pazze logiche” e arretrate idee di un cristianesimo, quello di parte della chiesa cattolica italiana, ridotto a mera cattiveria, ignoranza con conseguenti comportamenti omofobici e razzisti a danno della comunità gay italiana e, in definitiva, della democrazia del nostro paese. Paradigma di questo “cristianesimo” affetto da omofobia sono i Ratzinger, i Bagnasco, le Binetti… e tutti coloro che a questa “chiesa padrona” si ispirano e la finanziano nel tentativo, fino ad oggi riuscito, di rendere sempre più accidentato, e quindi disumano, il cammino verso la felicità dei gay italiani. E allora diciamolo senza mezzi termini: in Italia, e non solo, è gravemente malato chi si oppone al matrimonio e ai diritti civili dei gay. E’ da sottoporre a terapie psichiatriche “riparative” (magari all’interno di una comunità di trans ben curate) chi sostiene che due persone dello stesso sesso non siano in grado di educare i figli: naturali o adottati che siano. E ciò per un semplice motivo: questi incolti “malati cronici” partono da uno stupido apriorisma, quello di definire “naturale” la famiglia “tradizionale” formata da un uomo e una donna. In natura non c’è codificato nessun concetto di famiglia. Tutte le “famiglie” sono prodotte dalle varie culture. Del resto che famiglia è quella del “casto” Ratzinger? Noi, ragionando un po’ come loro, non potremmo dire ugualmente che se tutti gli uomini e le donne si facessero preti o suore si estinguerebbe la specie umana dalla terra? Ma finiremmo per cadere nelle “logiche pazze” e nelle squallide idee dei numerosi ignoranti che sono andati a sfilare al “Family Day”.

E allora è meglio ricordare una cosa sola: in molti Paesi, dove sono stati codificati i diritti anche per le coppie di fatto gay, le famiglie tradizionali tengono meglio ed è pure aumentata la natalità. In Italia no. E ciò viene detto nel libretto allegato al Cofanetto di Gustav e Luca che è la prima cosa da leggere,  e tutto d’un fiato.

 

Sul titolo del documentario

Si legge nel libro di Luca e Gustav: “La scelta del titolo è stata molto divertente: per tutto il periodo della lavorazione lo abbiamo chiamato ‘dicofobia’  (…). Finché non ho avuto un’idea: ho preso un libro di cinema dove sono elencati tutti i film della storia che affrontano in un modo o nell’altro la tematica omosessuale (…). Arrivati al film di Mankiewicz con Liz Taylor e Monty Clift ho avuto l’intuizione. L’idea di citare una cinematografia, quella americana in bianco e nero degli anni Cinquanta e Sessanta che adoro, oltretutto con un film che per primo parla di omofobia, mi è sembrato calzante. Oltretutto la nostra storia prende proprio le mosse l’inverno scorso, nel febbraio 2007, quando il governo Prodi ha presentato il disegno di legge sui DiCo. E tutta la polemica si è scatenata improvvisamente. Ci è piaciuto subito…” (pag. 22 del libro allegato al Cofanetto).

Ma chi ricorda il film “Improvvisamente l’estate scorsa” di Joseph Mankiewicz del 1959?

Siamo in pieno maccartismo e vige il Codice Hays che proibiva nei film qualsiasi allusione all’omosessualità, addirittura la stessa parola non si poteva usare. Era il trionfo americano della censura ipocrita. Basti pensare che l’avvocato Cohn Roy fu uno degli artefici del “maccartismo” e della caccia alle streghe degli anni Cinquanta ai danni degli omosessuali americani accusati di essere la “quinta colonna” dei comunisti. Centinaia di persone vennero licenziate dai loro posti di lavoro perché omosessuali, grazie proprio al senatore repubblicano Joseph McCarthy e al suo collaboratore Cohn Roy.  E si tratta di altri “pazzi” d’epoca. Infatti McCarthy morì di epatite e qualcuno lo accusava di esser schizofrenico e di proteggere i suoi collaboratori gay di destra. Lo stesso  Cohn Roy (1927-1986) era omosessuale e aveva una relazione gay col suo collaboratore David Schine: sicché Roy divenne il simbolo dell’odio di sé gay e morì di AIDS. Vedete dunque chi sono i moralisti da internare? Quanti di questa tipica prosapia si annidano all’interno dei gerarchi della chiesa cattolica di oggi? E’ probabile che non siano pochi. Ma ritorniamo al film di Mankiewicz: il protagonista del film “Improvvisamente l’estate scorsa”, Sebastian Venable, grazie a questi pazzi censori, non appare mai sullo schermo, venne tagliato dallo sceneggiatore Gore Vidal per l’intervento del produttore Sam Spiegel. La chiesa cattolica (sempre la stessa!) per mezzo della Legion of Decency, non aveva mancato di far sentire la propria voce repressiva e catalogato il film di Mankiewicz come immorale. Sebastian viene ammazzato da un branco di indigeni, ragazzi affamati, di un’isola non precisata: c’è un rituale antropofago con una spietata omofobia che deve fare sparire l’omosessualità dalla faccia della storia.

   Allo stesso modo, nel documentario odierno di Hofer-Ragazzi, l’omofobia integralista della chiesa cattolica deve divorare ogni tentativo legislativo a favore delle coppie di fatto: i gay ci sono, ma per loro non va codificato alcun diritto. E ciò nonostante l’articolo 7 della Costituzione italiana che al primo capoverso recita:  “Lo Stato e la Chiesa sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.” E come ci spiega il costituzionalista Michele Ainis nel suo libro “Chiesa Padrona”: “…il significato di questo primo comma dell’art. 7 traspare già dalla sua formula, si ricava dall’interpretazione letterale dell’articolo. Indipendenza significa difatti reciproca incompetenza dello Stato e della Chiesa.” (op. cit. pag. 76, Garzanti editore).

Sicché i due amici registi col loro piccolo capolavoro intitolato “Improvvisamente l’inverno scorso”

denunciano questa insana omofobia del potere “religioso”: potere che accomuna le logiche folli ed integraliste di tanti psicopatici di ieri e di oggi.

Ma il documentario di Gustav e Luca è anche un viaggio all’interno di un’altra Italia, quella sana e certamente maggioritaria che vuole che si codifichino leggi sulle convivenze di fatto anche per i gay. Come del resto avviene in quasi tutta l’Europa Occidentale e in numerose altre parti del mondo. Sarà magari un’Italia che non ne può più di D’Alema e neanche di questo centrosinistra (sì, quel D’alema che col suo governo e con la legge n° 62 del 10 marzo 2000 ha aperto  coi finanziamenti alle scuole private cattoliche, cosa contraria al nostro dettato costituzionale che  -a proposito di scuole private-  dice:”senza oneri per lo Stato!”; Stato che, invece, ha versato 532, 3 milioni di euro nel 2006 alle scuole cattoliche ricorrendo allo stratagemma del “bonus agli studenti”), ma è certamente un’ Italia più evoluta di quella clerico-fascista e partitocratrica già bastonata con ben due Referendum: quello sul divorzio e quell’altro sull’aborto. Da ciò si spiega anche quanto segue: Gustav e Luca andando in giro per l’Italia e per il mondo a presentare il loro film hanno avuto sempre sale affollate e, dopo la proiezione, c’è sempre stato bisogno di parlare, dibattere, approfondire quanto visto dagli spettatori. Una sola volta in sala non c’era nessuno. Sapete dove? In Parlamento. Tutti i deputati e i senatori erano stati invitati. Alla proiezione ce ne sono andati solo sette del centrosinistra, fra questi Barbara Pollastrini e Paola Concia,  lesbica dichiarata nel nostro parlamento. E sapete perché? Perché i parlamentari, che negano ai cittadini una legge per i diritti delle coppie di fatto,  possono allargare ai loro conviventi, qualora ce li abbiano, i diritti di cui loro godono proprio come le coppie sposate.  Ma questo nel documentario di Gustav e Luca non viene detto. La Casta al potere nasconde bene i propri privilegi. Ecco perché gl’ Italiani più evoluti  - Gustav e Luca compresi- devono mandare a casa questa casta di privilegiati non votandola più. E che dire di Wladimir Luxuria ripresa al Gay Pride coi suoi strali contro la Chiesa se poi si tace, anche nel documentario, che Rifondazione Comunista ha votato per esentare gli immobili commerciali del Vaticano dal pagare l’ICI? Ecco perché la sinistra perde e anch’essi vengono considerati dei bravi attori. La gente l’ha capito e non li vota più. E dichiarazioni omofobiche  sono state fatte anche da Fassino, da sua moglie, da Rutelli e non solo dalla Bindi, dai Calderoli, dai Volontè a proposito delle convivenze o delle adozioni gay.  Tutti costoro non fanno altro che esternare a danno dei gay una sottocultura neofascista simile nel lessico a quella dei gerarchi nazisti. E’ un monopartitismo più che perfetto e rappresenta gli istinti più volgari di un’Italietta clerico-fascista, e non la vera cultura espressa da quell’altra Italia civile, laica liberale e libertaria. E lo dimostra il “vuoto” che si coglie nella Sala Proiezioni presente all’interno del nostro Parlamento! E ora,  a chi volesse comprare il documentario, auguriamo buona visione!

Bagheria, 18/03/2009

Giuseppe Di Salvo

“IMPROVVISAMENTE L’INVERNO SCORSO”: PRIMA DELLA NUOVA ALBA LA RECENSIONE DI GIUSEPPE DI SALVO

Ci siamo quasi. Prima della nuova alba, quale regalo di San Giuseppe, potrete leggere sul nostro blog l’interessantissima sua recensione del documentario di Gusatv Hofer e Luca Ragazzi “IMPROVVISAMENTE L’INVERNO SCORSO”. Si tratta di una recensione sacra che farà scalpore per l’intensità dei suoi contenuti. Solo Enza Ventimiglia ha avuto il privilegio di leggerla in anteprima: è rimasta attonita ed ammaliata. Ha detto: “Ci vorrebbero dieci articoli come questa recensione ogni giorno da sbattere in faccia agli ‘attori’ del nostro palazzo politico”. Non perdetevela dunque, prima dell’alba!

La Redazione del Blog.

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*Da sinistra: Luca Ragazzi e Gustav Hofer, i due compagni conviventi autori del documentario “Improvvisamente l’inverno scorso”. La foto è all’interno del libro presente nel Cofanetto pubblicato da “Ponte Alle Grazie”.

G. DI SALVO: DALLA MADDALENA, “NODI” (QUATTORDICESIMA ED ULTIMA POESIA DELLA SILLOGE, ESTATE 1976)

Nodi.

Dio è nell’isola

e scelto ha i corpi.

Poi tutto ha sciolto

col piglio del poeta.

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GIUSEPPE DI SALVO: DALLA MADDALENA, “ERA REALTA’” (TREDICESIMA POESIA, ESTATE 1976)

Era realtà

ciò che oggi

è illusione.

Ogni gioia è sogno:

questa breve luce è vita.

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“IMPROVVISAMENTE L’INVERNO SCORSO”… FRA POCHE ORE RECENSIONE DI GIUSEPPE DI SALVO

Fra poche ore sul nostro blog verrà pubblicata la recensione di Giuseppe Di Salvo del documentario di Gustav Hofer e Luca Ragazzi intitolato “Improvvisamente l’inverno scorso”. Il Cofanetto (DVD+ libro) edito da “Ponte Alle Grazie” è già in vendita nelle librerie e ve lo raccomandiamo calorosamente. E’ una recensione, quella di Giuseppe, che farà scalpore! Non perdetevela!

La redazione del Blog.

GIUSEPPE DI SALVO: DALLA MADDALENA, “LA LUCE” (DODICESIMA POESIA, ESTATE 1976)

La luce è opaca.

Non vedo.

Devo nel vuoto cadere?

Non sono angelo

e non ho ali.

No…Nooo!!!

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