Archivio

Archivio Maggio 2009

GIUSEPPE DI SALVO: INTER DEI PRIMATI

31 Maggio 2009 2 commenti

Il calcio

è nota sonora;

rotula lo strumento

da piedi e teste-

feticci in gioco:

disegna pause nell’aria

per l’imminente boato

che origina da reti gonfiate-

soave forza di palla

che tutta, tutta entra!

O Inter dei Primati-

verginità non persa in casa:

la si è data altrove!

Al 13 s’è aggiunto il poker:

e il 17 la sfiga perde

per le fanfare della gioia.

Migliore attacco in onore

dei gestacci inconsulti

del magico Ibra-

bullismo in erba rinchiuso-

neuroni impauriti

in cerca di volgare pietà.

Rotta difesa-

primato è la penuria

di sferiche penetrazioni…

silenzio che duole.

Figo è il casto

che si astiene

da futuri orgasmi

su calpestati campi

di mistici voyeur.

S’intoni l’eco degli onori

per l’eterno Maldini-

cugino asessuato

che  -alfin!!-

le dignitose sue palle

ad altri  -fiero- lascia.

L’orizzonte è danza per Mou:

lì  -di Stankovic-

l’ombelico soave canta.

 

Bagheria, 31 maggio 2009

Giuseppe Di Salvo

Categorie:Serie A Tag: ,

GIUSEPPE DI SALVO: LA DECIMA MUSA NEL TIASO VERSI TESSE PER CINZIA

29 Maggio 2009 1 commento

A LOUXIEN, REDATTRICE DI “FAI NOTIZI”, sito di Radio Radicale

Ti  scorgo in fondo…

Io sono a capo-

fra trilli di pennuti

che mi accendono-

di un lungo viale.

Avanzi

mossa da uno sfondo

di acque marine

che   -coi pensieri-

giocano.

Gli alberi  -d’agosto-

lasciano le prime foglie verdi;

io  -avvicinandomi-

calpesto petali di speranza.

Nel cielo si libra

la saggezza.

Lampeggia.

E s’illuminano i ricordi.

 

Bagheria, 05/08/04

Giuseppe Di Salvo

Categorie:Primo piano Tag: , , , , ,

IL “GIORNALE DI SICILIA” PUBBLICA RECENSIONE DI GIUSEPPE DI SALVO DEL CONCERTO DI MAAZEL (LETTERE)

GIUSEPPE DI SALVO: L’ “ARABIAN CONCERTO” DI MARCEL KHALIFE’ TRIONFA AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO

26 Maggio 2009 1 commento

 L’ “ARABIAN CONCERTO” DI  MARCEL KHALIFE’ TRIONFA AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO.  STANDIG OVATION AL MAESTRO LORIN MAAZEL. HA DIRETTO LA PRIMA DI MAHLER RIVELANDOCI LA GRAZIA GRAFFIANTE DELLA PARTITURA.

Quando in un concerto metti insieme un grande direttore d’orchestra come il 79enne Lorin Maazel, la “Qatar Philharmonic Orchestra” ricca di seri professionisti, l’”Arabian Concerto” del 59enne compositore libanese Marcel Khalifé e la Sinfonia N° 1 di Gustav Mahler, il trionfo è assicurato; e la manifestazione artistica, nel suo insieme, resta incisa nella memoria delle persone che applaudono, urlano “Bravo!”, chiedono il bis e lo ottengono (gli archi liberano così le toccanti melodie dell’ “Intermezzo” dalla Manon Lescaut di Puccini) e poi lasciano il teatro appagate da un’insolita catarsi. Bastano le parole per descrivere il concerto di lunedì 25 maggio 2009 al Teatro Massimo di Palermo? L’”Arabian Concerto” di Marcel Khalifé è un gioiello permeato di musica araba. E il “Takht”, l’ensemble di strumenti arabi, viene inserito nel cuore dell’orchestra a noi familiare, determinando una magia timbrica che incanta. V’è nella partitura la spiritualità, l’armonia, la graffiante melodia dell’Antico Oriente. Abbiamo apprezzato il timbro del “ney”, una specie di flauto zufolante che dava alla linea melodica della composizione una connotazione struggente; quello del “Kanun”, sorta di salterio, le cui corde pizzicate emettevano sonorità da “Mille e una notte”;  del “Buzuq” e dell’ “Oud” (liuti: il primo dal manico lungo, l’altro col manico più corto e strumento principale del mondo arabo) che cesellavano suoni non certo estranei ai nostri antenati musicali occidentali. Mancava, rispetto alla prima mondiale eseguita al Teatro Giglio di Lucca lo scorso ottobre, il “Riq”, piccolo tamburello in legno, strumento a percussione del piccolo ensemble. Come mai? Il “Takht” è un “letto” musicale: esso corteggia, sposa e coinvolge in un mosaico sonoro l’orchestrazione occidentale.  Il richiamo è certo alla “Sinfonia concertante” e l’orchestra ci ricorda i fasti del Concerto Grosso di barocca memoria. Marcel Khalifé, alla fine, si è presentato sul proscenio coi solisti del “Takht” e col maestro Maazel: ovazione eclatante! La cosa si è ripetuta in onore di Maazel e dell’orchestra del Qatar alla fine dell’esecuzione della Prima Sinfonia di Mahler: direzione impeccabile, perfetta, ci ha rivelato la grazia espressiva della partitura. Poi il bis. I saluti. E un gradevole senso di libertà emotiva ed intellettuale per tutti.

Bagheria 26/maggio/2009

Giuseppe Di Salvo

*

Donna araba che suona il ney.

Categorie:Classica Tag: , , ,

GIUSEPPE DI SALVO: QUADRI DI UN’ESPOSIZIONE IN MEMORIA DI IPPUS MAIOR. AMO’ E UCCISE ERMANNO RANDI!

24 Maggio 2009 5 commenti

*

Parte terza

Riportiamo ora cosa scriveva il “Giornale di Sicilia” del 3 novembre 1951.

Linguaggio d’epoca, refusi ed errori saranno messi in grassetto:

Roma, 2 novembre.

Le indagini della polizia di Roma sull’assassinio dell’attore cinematografico Ermanno Rossi, noto con il nome d’arte di Mario Randi compiuto dal commerciante siciliano Giuseppe Maggiori da Bagheria, tendenti ad accertare i rapporti intercorsi nel passato tra i due e i veri motivi che hanno spinto il Maggiori ad uccidere e, quindi, a tentare il suicidio. (Nel periodo manca qualcosa, ndr).

   Il Maggiori conobbe il Randi un anno fa a Palermo, mentre l’attore lavorava al film “Il fuorilegge”, nel quale interpretava la parte del bandito Giuliano. Dopo qualche tempo il Randi si recava in Argentina per affari, da dove tornò in Italia dopo alcuni mesi. Incontratisi di nuovo, il Rossi e il Maggiori  decisero di andare ad abitare nell’appartamento di via Apulia, teatro della tragedia. La vita in comune si svolgeva nella normalità. Nessuna donna era adibita alla pulizia della casa; le faccende domestiche venivano assolte dal Maggiori, il quale provvedeva anche all’acquisto e alla preparazione dei cibi, mentre il Randi svolgeva il suo lavoro di attore.

   L’appartamentino è stato sottoposto ad accurate indagini da parte delle autorità inquirenti, le quali hanno rinvenuto copiosa corrispondenza svoltasi fra i due amici, una fotografia di una ragazza palermitana a nome Gianna, che nel 1950 era fidanzata del Maggiori, alcuni libri tra cui l’enciclopedia sessuale del Froid, “Furore” di Steimberg e “Rebecca” di Du Manier. Grande disordine era dappertutto, provocato dalla colluttazione svoltasi tra il Rossi e il Maggiori, poi i sei colpi della pistola che quest’ultimo sparò e che abbatterono l’amico.

   La polizia non ha ancora fornito particolari sul contenuto delle tre lettere che l’assassino ha scritto nei giorni scorsi al Rossi stesso e al padre di questi. Si sa, comunque, che esse rivelano i motivi del delitto e lo svolgimento dei rapporti intercorsi tra i due amici. Ma l’assassino, interrogato dalla polizia, è stato esplicito: “Avevo tutto il diritto di ucciderlo  -egli ha detto-  in quanto mi sono sacrificato per lui.

   L’assassino sino a stamane ignorava ancora la morte del Rossi e aveva espresso la speranza che egli guarisse presto: però in giornata gli è stato comunicato il decesso, essendo stato denunziato per omicidio premeditato e nei prossimi giorni verrà tradotto dall’ospedale alle carceri.

   Del suo proposito omicida sembra che egli non abbia fatto mistero con il Rossi, il quale aveva sempre risposto con scherzi. Alla notizia egli ha pianto. La salma dell’attore si trova all’obitorio per l’autopsia ed è stata oggi visitata dal padre e da altri familiari venuti da Perugia, dove si erano recati per deporre fiori sulla tomba di famiglia in occasione della commemorazione dei defunti.

   L’attore, prima di morire al giovane operaio che lo accompagnava all’ospedale, gli domando se il suo viso fosse sfregiato. All’ospedale, sentendosi prossimo a morire, chiese i conforti religiosi che gli furono impartiti da un cappellano.

   Ermanno Rossi la sera precedente al delitto aveva girato ad Ostia una scena del film “Trieste mia” nel quale rappresentava la figura di un partigiano, che muore combattendo. Per il terrore che egli aveva per le armi e forse per uno strano presentimento, egli raccomandava vivamente al tecnico balistico che fossero nuovamente controllati i fucili, che venivano adoperati per la scena della battaglia e che dovevano sparare solamente a salve.

   Terminato il lavoro si apprestò a rientrare a casa, nonostante il maltempo che si abbatteva su Roma e le insistenze dei colleghi di attendere la fine del maltempo. Il Rossi stava trattando con un produttore la lavorazione del film “Relitto umano” soggetto scritto da lui.

 

Qui finisce l’articolo del 3 novembre 1951. Poi? Il nulla!

Mesi dopo, il mio amico Tommaso Di Salvo, consulente alla cultura del comune di Bagheria, mi prestò un “Dizionario del Cinema Italiano” (Dizionari G GREMESE). Aprii alle pagg. 407-408 e lessi la voce: RANDI Ermanno Rossi, Arezzo 1920- Roma, 1 novembre 1951. A questa voce vi rimando. Ma qui vi riporto un breve brano: “…Dopo aver interpretato numerosi film e con una promettente carriera davanti a sé, Ermanno Randi viene ucciso con cinque colpi di rivoltella dal suo compagno convivente.” Il linguaggio del dizionario è già più evoluto. Notizie su Randi le potete trovare oggi anche su Internet. Io, invece, con questi miei articoli, vi ho voluto parlare della toccante umanità di Ippus Maior, cioè dello sconosciuto artista Giuseppe Maggiore, assassino, come si dice, di Ermanno Randi.

   Tommaso Di Salvo aveva avuto da me le fotocopie degli articoli  del “Giornale di Sicilia” e in un’intervista fattagli dall’amico Maurizio Padovano e pubblicata all’interno del libro “Lo Spettatore implacabile” (Eugenio Maria Falcone Editore, 2006) alle pp. 51-52 così si esprime.

M. P. :-Se con la produzione di “Vulcano” siamo in pieno gossip, con la vicenda Randi-Maggiore, pochi anni dopo, Bagheria è direttamente toccata da uno dei pochi potenziali grandi “scandali” del cinema di allora. Cosa ricordi dellda vicenda?”

T. D. :-Ricordi ufficiali pochi, soltanto le dicerie popolari. Ma ho avuto modo, più tardi, di conoscere personalmente Giuseppe Maggiore e di farmi un’idea della vicenda. Maggiore, di famiglia borghese, benestante, si reca a Roma nell’immediato dopoguerra per studiare canto lirico, la sua passione. Probabilmente aveva già conosciuto Randi nell’esercito, ma su questo non ho mai avuto notizie sicure.

M. P. :-I giornali dell’epoca parlano di una conoscenza avvenuta in Sicilia, nel ’49, mentre Randi interpretava il bandito Giuliano ne “I fuorilegge”.

T. D.  :-No, secondo il racconto dello stesso Maggiore la conoscenza va collocata qualche anno prima. Comunque, Maggiore aveva buona disponibilità economica, aveva casa a Roma e i due cominciarono a vivere insieme, in un appartamento in via Apulia. I giornali dell’epoca non parlarono mai apertamente di relazione omosessuale: eravamo nel 1951, e l’omosessualità era tabù inespugnabile. Per questo, secondo me, il potenziale scandalo fu soffocato sul nascere. Una “tragedia della gelosia”, al maschile, non era ancora materia per gossip. Maggiore uccise Randi sparandogli diversi colpi di pistola, nel loro appartamento. Randi in quel momento era un attore di grosse potenzialità: si era già distinto in film quali “Enrico Caruso”, “Il fuorilegge”, “Lebbra bianca”, film importantissimo con il quale per la prima volta, in Italia, si affrontava il tema della tossicodipendenza. La conclusione giudiziaria per Maggiore fu molto triste: condannato per infermità mentale, scontò la sua pena al manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto.

Come nel destino giudiziario, anche nel sentire comune Maggiore venne semplicemente etichettato come pazzo. Aveva ventinove anni all’epoca dei fatti. Rientrò a Bagheria quasi vecchio, comunque molto provato dalle sue esperienze. A Bagheria condusse vita grama, da clochard: i rapporti con la famiglia d’origine erano pressoché nulli. Riusciva a racimolare qualcosa dipingendo e vendendo tele, spesso, agli impiegati comunali: quadri terribili, con soggetti onirici  -e chiari riferimenti alla sua esperienza di internamento- e colori stridenti, metallici. Quadri difficili che firmava Ippus Maior. Ricordo una tela con uomini nudi e incatenati. Ma oggi è difficilissimo, quasi impossibile, sapere dove siano andate a finire le opere di Maggiore. Mi piacerebbe organizzare una mostra con tutto ciò che di Ippus Maior si riesce a trovare, ma fino a ora i miei tentativi sono tutti caduti nel vuoto. A un mio amico lui personalmente raccontò di aver bruciato, durante un inverno particolarmente freddo, alcune delle sue tele per riscaldarsi. Sapendo della sua estrema povertà, la cosa non mi ha sorpreso. In realtà, a parte la vendita di qualcuna delle sue opere, Maggiore, nei suoi ultimi anni di vita, ha tirato avanti grazie alla generosità di un altro omosessuale che gli procurava, in maniera rispettosissima, il necessario per tirare avanti.

 

Quando il libro “Lo Spettatore implacabile” venne presentato, era presente l’amico regista  Peppuccio Tornatore, io feci un intervento e ricordai la vicenda Maggiore-Randi col chiaro intento di appoggiare l’iniziativa di Tommaso Di Salvo, cioè  quella di organizzare una mostra con le opere di Ippus Maior. Il pittore Mario Liga, un altro amico da alcuni anni scomparso, stimava la pittura di Giuseppe Maggiore. Un giorno a casa mia vide l’unico quadro di Maggiore in mio possesso, lo intitolammo insieme  “Altre Visioni” e disse: “E’ bello, va decodificato tenendo conto dell’alchimia presente nell’uso che Maggiore fa dei colori”. Ma per organizzare “I QUADRI DI UN’ ESPOSIZIONE” in memoria di Giuseppe Maggiore occorrono almeno una ventina di tele. Dove trovarle? Chi ne ha qualcuna dalle nostre parti batta un colpo: lo dico soprattutto ai Bagheresi! E’ giusto che oggi si parli di un artista e non di un “assassino”. La vicenda di cronaca per noi da tempo è ormai chiusa. La memoria dell’artista, invece, deve essere valorizzata e ricordata a futura memoria.

Cosa ci insegna la vicenda d’amore Maggiore-Randi?

Primo insegnamento

Le poche notizie esistenti tendono tutte a valorizzare l’attore Ermanno Randi. E sia! Questi ha girato una ventina di film, ma forse solo in tre ha il ruolo di protagonista: “I fuorilegge” (1949), “Enrico Caruso” (1951) che gli diede notorietà e “Trieste mia” o “Trieste del mio cuore” del regista Mario Costa, uscito postumo nel 1952. Il regista Costa, visto che alcune riprese finali del film non venivano bene, le fece ripetere tante volte sul set costruito a Fiumicino, arrivando fino all’alba del primo novembre. E Randi rientrò  stanco e assonnato alle tre del mattino nel suo appartamento di Roma, dove l’attendeva il suo compagno e convivente Giuseppe Maggiore, il quale non volle credere che il ritardo dell’amico fosse dovuto solo a motivi di lavoro. E gli sparò ben sei colpi di rivoltella: solo tre lo colpiranno mortalmente. Ma qui oggi noi tendiamo a valorizzare anche la figura umana ed artistica di Giuseppe Maggiore.

Secondo insegnamento

Se Randi è nato nel 1920, ci vuole poco a capire che il 1° novembre del 1951 l’attore aveva 31 anni. E non 22 come scriveva il “Giornale di Sicilia”. E’ solo un errore di stampa? No! Come ci ricorda Giovanbattista Brambilla tutti gli altri giornali non davano più di 28 anni al Randi. Ma la verità è questa: in quel lontano 1° novembre 1951 Randi aveva 31 anni, era più grande di Giuseppe Maggiore che ne aveva 29. Come mai questa voluta confusione? Ce lo spiega Brambilla: “Stranamente tutti i giornali riportano come età dell’attore 28 anni, mentre invece ne aveva già 31, due meno del suo assassino. Si preferiva portare avanti lo stereotipo del giovinotto, soggiogato da un uomo più anziano e pervertito. Nelle foto l’omicida appare come un tipo banale, assolutamente non bello che dimostrava almeno vent’anni in più.”

   Ma non è così! Come ho già ricordato, Maggiore era un bell’uomo dall’aspetto raffinato ed aristocratico. Commise un delitto passionale, è vero. Ma come lo può fare chiunque per gelosia: etero o gay. Allora c’era una mentalità persecutoria e omofobica nei confronti degli omosessuali: di questa mentalità non era immune neanche la sinistra italiana. Sapete come  intitolava “L’Unità” un articolo uscito pochi giorni dopo il delitto? Eccolo: “L’ASSASSINO AVEVA VISTO NELL’ATTORE UNA FACILE FONTE D’INFAME GUADAGNO”.  Balle di sinistra!

E lo abbiamo dimostrato con la nostra ricerca. Brambilla ci svela anche parte del contenuto delle lettere scritte dal Maggiore prima di attuare il delitto. In quella indirizzata alla famiglia di Randi si legge: “Ho amato vostro figlio teneramente e l’ho conosciuto assai più intimamente di voi. Volevo portarlo sulla retta via ma non ci sono riuscito. Vi chiedo perdono.” Nella lettera indirizzata alla polizia raccomandava invece di non dare troppa pubblicità al delitto.

Perché intitolare una probabile mostra delle opere di  Ippus Maior “QUADRI DI UN’ESPOSIZIONE”? Il titolo non è evocativo di un’opera del musicista russo Modest Mussorgsky (1839-1881)? Proprio così! Del resto Mussorgsky non aveva dedicato i suoi “Quadri” musicali al suo amico architetto Victor Hartmann da poco morto? Organizzare la mostra in memoria di Giuseppe Maggiore sarà difficile perché le sue tele sono polvere dispersa dal vento. Ma per noi amore è conoscere, e conoscere è ricordare. Abbiamo scritto ciò consapevoli come siamo che la memoria, in questo caso, sta avendo un non irrilevante futuro.

Bagheria, 24/ maggio/2009

Giuseppe Di Salvo

**

*GIUSEPPE MAGGIORE: “ALTRE VISIONI” (ANNI OTTANTA), OLIO SU TELA, PROPRIETA’ GIUSEPPE DI SALVO.

 

**Articolo del 3 novembre 1951 pubblicato dal “Giornale di Sicilia”.

GIUSEPPE DI SALVO: LE MIE RICERCHE SU GIUSEPPE MAGGIORE: AMO’ ED UCCISE ERMANNO RANDI.

20 Maggio 2009 8 commenti

*

LE MIE RICERCHE  SU GIUSEPPE MAGGIORE, PITTORE IPPUS MAIOR: AMO’ ED UCCISE L’ATTORE ERMANNO RANDI!

Seconda Parte:  Amor vuol dir gelosia

Nel maggio 2003 ero particolarmente ispirato e scrivevo di getto il poemetto “Bagheria Canto”, poi pubblicato nel mio libro di poesie “Da Bagheria Soffi Universali” del 2004.

Nella V parte del citato “Poema Lirico”  ricordavo Ippus Maior, cioè  Giuseppe Maggiore. Ecco i versi rievocativi:

“Il duttile intelletto

 nega il campo al conformismo.

 Ci rinnova anche il delitto.

 Chi arriva non sfida l’eccentrico.

 Cerca  -nelle vestigia degli avi-

 autunnali barchette bianche

 che nel mondo sparso hanno

 i nostri germi…

 Si vive. Nell’Ignoto, mi appare

 Maggiore: dipinge la pazzia.

 Parla, vede e sfiora col gesto

 il viso di Ermanno.

 L’attore è nel suo labbro,

 nudo e sanguinante,

 altre visoni

 ha il suo fuoco creato.”

Ed è in questo stesso periodo (maggio 2003)  che io cominciai le mie ricerche ufficiali sulla storia d’amore, poi finta in tragedia, fra Giuseppe Maggiore ed Ermanno Randi.

Ho avuto la fortuna di conoscere Giulio Francese, figlio del famoso giornalista Mario Francese ammazzato dalla Mafia nel lontano 26 gennaio 1979, e redattore lui stesso del “Giornale di Sicilia”.

La figlia di Giulio, Silvia, ora avrà circa 25 anni,  è stata una mia preziosa alunna: dalla fine degli anni Ottanta fino all’anno scolastico 1993/94, in pratica ha fatto l’intero corso di Scuola Elementare con me. E avvenne che un giorno felice della primavera del 2003 incontrai per caso a Bagheria Giulio Francese. Gli chiesi se poteva aiutarmi nella ricerca degli articoli relativi al delitto “Maggiore-Randi” pubblicati dai giornali nei primi giorni di novembre del 1951. Giulio, anche se non aveva la più pallida idea di questa triste vicenda d’amore, come al solito, si mostrò disponibile. Mi fissò un appuntamento presso la sede del “Giornale di Sicilia”  in via Lincoln, a Palermo; si presentò puntualissimo, chiamò un addetto agli archivi e mi fece consultare le testate con quelle date: ricordiamo che l’assassinio di Ermanno Randi avvenne il 1° novembre del 1951. Così cominciai a consultare i “Giornali” del 2, del 3 novembre 1951 e quelli dei giorni successivi. Prima pagina? Nulla. L’articolo di cronaca è a pagina 8,  rubrica “DALL’INTERNO E DALL’ESTERO”, su quattro colonne del quotidiano datato 2 novembre 1951 col seguente titolo: “UCCISO UN ATTORE CINEMATOGRAFICO DA UN COMMERCIANTE DI BAGHERIA”. E questo era il sopratitolo (occhiello): “TORBIDA TRAGEDIA A ROMA”.

Ecco il sommario: “Sarà il dramma più reale della tua vita – Una disperata invocazione di soccorso e sei colpi di pistola all’alba  -  Il drammatico arresto dell’assassino dopo il tentato suicidio”.

Il “Giornale di Sicilia” ritorna sull’argomento con un altro articolo del 3 novembre 1951. Ma questa volta, sempre all’interno, su tre colonne col titolo: “L’ASSASSINO HA PIANTO ALLA NOTIZIA DELLA FINE DI RANDI”.  Ed ecco l’occhiello: “L’UCCISIONE DELL’ATTORE CINEMATOGRAFICO”.

E il sommario (catenaccio): “Avevo il diritto di ucciderlo perché mi ero sacrificato per lui -  Il sopralluogo della polizia  -  Ancora ignoto il testo delle lettere.”

E dal 4 novembre in poi? Non c’era più nessuna traccia. Silenzio. Caso chiuso. Feci le fotocopie dei due articoli, ringraziai Giulio Francese e l’addetto agli archivi e me ne andai. Finalmente avevo in mano gli articoli che lo zio Matteo, negli anni Ottanta, mi aveva solo fatto vedere.

Ma ora è importante riportare cosa scriveva il “Giornale di Sicilia” del  2 novembre 1951. Forse è un articolo preso da una agenzia, infatti non è firmato. E, ancora, va segnalato quanto segue: Giuseppe Maggiore nell’articolo del 2 novembre 1951 viene chiamato Giuseppe Maggioni; nell’articolo del 3 novembre, invece, diventa Giuseppe Maggiori.

   Noi qui riportiamo quei testi fedelmente, con quel linguaggio e con quegli stessi errori di stampa. Alcune parole le metteremo in grassetto: l’intento è quello di evidenziare il lessico omofobico ed impagliato di allora. Metteremo in grassetto anche i refusi.

Articolo del “Giornale di Sicilia” datato Roma 1 novembre, ma pubblicato il giorno successivo:

 

   Un’altra torbida vicenda tra due uomini si è conclusa nel sangue. La vittima è l’attore cinematografico Ermanno Rossi, noto sotto il nome d’arte di Mario Randi di 22 anni, ucciso con sei colpi di pistola dal siciliano Giuseppe Maggioni nato 29 anni fa a Bagheria, commerciante di vini e qualche volta cantante di teatro quale baritono.

   Il delitto si è svolto in una piccola abitazione in via Apulia  nello stesso quartiere Appio Metronio dove, giorni fa, l’infermiere Mario Giusti ha assassinato per gelosia la moglie ventenne Marisa Nardoni.

   Sembra anche che il delitto del Giusti abbia influenzato la decisione del Maggioni, sopprimendo l’amico che avrebbe voluto togliersi di dosso il pesante vincolo. Il Rossi e il Maggioni, che si conoscevano da qualche anno,  tempo fa abbandonarono le famiglie per andare ad abitare insieme  in un civettuolo ed elegante appartamentino in Via Apulia, ma negli ultimi mesi i rapporti fra i due divennero tesi perché il Rossi avrebbe manifestato al su amico il proposito di troncare la vita nella stessa casa. Vi era stato qualche diverbio, ma nulla lasciava prevedere il misfatto di oggi.

   All’alba di stamane l’attore era rientrato nell’abitazione dopo aver lavorato  nel film “Trieste mia” e aveva trovato ancora il Maggioni sveglio. Tra i due si è svolta una vivace discussione e il Maggioni, armatosi di una rivoltella Beretta 6,35,  sparava contro il Rossi ben cinque colpi, ferendolo al ventre, al torace e in altre parti del corpo. Nonostante che il sangue scorresse a fiotti, l’attore riusciva ad affacciarsi alla finestra e a chiedere aiuto gridando: “Mi ammazza”. Poi un altro colpo raggiungeva ancora il Rossi, che si abbatteva sul pavimento.

   Il Maggioni, che pare avesse premeditato il delitto,  rivolgeva quindi l’arma  contro se stesso e si sparava un colpo al torace. Il proiettile, però, non penetrava in profondità e, quindi, non toccava parti vitali tanto che il Maggioni era in grado di uscire dall’abitazione e di raggiungere rapidamente la strada, dove incontrava un vigile notturno, al quale intimava di allontanarsi se non voleva essere ucciso.  “Fai largo o ti ammazzo” gridava il Maggioni in preda ad un eccesso di furia omicida, ma il vigile Francesco Lazzaro affrontava l’assassino e lo disarmava; poi con un taxi lo trasportava all’Ospedale San Giovanni, dove veniva giudicato guaribile in quindici giorni. Allo stesso Ospedale veniva accompagnato pure da un passante, il bracciante Angelo Fangi, l’attore Rossi rinvenuto in un lago di sangue nell’appartamento che il soccorritore aveva raggiunto dopo avere avvertito le grida di soccorso dalla finestra.

   A distanza di circa due ore il Rossi però decedeva senza avere pronunziato alcuna parola.

   Medicato delle lievi ferite il Maggioni, veniva interrogato dai funzionari di polizia chiamati dallo stesso vigile. “Lo ucciso io  -egli ha detto-  perché non voleva più saperne di me e voleva abbandonarmi”.

   Che il movente del delitto debba ricercarsi in rapporti insani starebbe a confermarlo il fatto che il Maggioni aveva deposto, su un tavolo dell’appartamento, bene in vista perché l’amico potesse notarlo, un giornale romano che recava  un’ampia cronaca dell’uxoricidio del Giusti. Il titolo diceva: “Tragedia della gelosia”  e la parola “gelosia” era stata sottolineata con tre righe rosse e blu. Il Maggioni aveva aggiunto  poi la frase che forse avrebbe dovuto costituire un monito per l’attore: “La gelosia ha armato la mano del marito”.

   L’assassino aveva scritto tre lettere una indirizzata al Randi, un’altra alla famiglia dell’amico e la terza al Questore di Roma. Il loro contenuto esatto non è stato ancora rivelato ma si sa che la parola “tradimento”  ricorre più volte nelle missive.

   Mentre proseguono le indagini per fare luce completa sul delitto, il Maggioni che è piantonato all’Ospedale è stato interrogato dal Procuratore della Repubblica, che ha raccolto la sua confessione.

   Il Maggioni ha detto che era suo intendimento uccidersi dopo aver soppresso l’attore. L’uccisore è stato denunciato per omicidio premeditato.

   L’assassinio ha prodotto profonda impressione negli ambienti teatrali e cinematografici, dove il Randi era molto conosciuto. Egli aveva cominciato la sua carriera con una parte secondaria nel film: “L’ebreo errante”. Successivamente partecipò ai “Vespri Siciliani” e quindi interpretò “Il fuorilegge” un personaggio ispirato al bandito Salvatore Giuliano. Quest’ultimo “film” veniva proiettato per singolare coincidenza  proprio nel periodo in cui Giuliano fu ucciso. Infine, aveva interpretato “Lebbra bianca”, “Enrico Caruso”. Attualmente stava lavorando in “Trieste mia” insieme a Milly Vitale, Luciano Tajoli e Elni Lissiak. Mentre si girava la parte del partigiano triestino che muore in combattimento il Randi, che aveva dovuto impugnare una pistola, avrebbe detto: “Le armi mi incutono terrore”.

   Giuseppe Maggioni ed Ermanno Rossi si conobbero alcuni anni or sono. L’attore era ancora alle prime armi e, pur avendo raggiunto un notevole posto nella schiera degli attori giovani del cinema italiano, aveva bisogno di amici e di persone, che gli rendessero meno aspra la strada del successo artistico.

   Chi gli diede per primo una mano fu proprio il commerciante Maggioni, giovane denaroso e appassionato di cinema e di teatro. Quando i due strinsero amicizia, il Randi lavorava nella compagnia di Luchino Visconti, dove interpretava piccole parti. Giuseppe Maggioni lo invitò ad andare a coabitare con lui, nella sua “garconnière”: un corridoio, una stanza matrimoniale, una piccola stanza (dove dormiva il Randi) il bagno e la cucina, tutto ammobiliato con gusto. La vita del teatro non gli permetteva lussi e l’idea di un amico disposto ad aiutarlo lo attirava, e, quindi, accettò. Poi il Randi cominciò a farsi strada e cominciò a trascurare l’amico.

   In questi giorni le riprese di “Trieste mia” costringevano l’attore  a tornare a casa a notte inoltrata. Certe volte non tornava affatto. L’altra sera il Maggioni attese per molte ore. Aveva chiesto a Ermanno di rientrare presto perché aveva necessità di parlargli, dovendo chiarire alcuni punti dei loro rapporti. Ma il Randi non dette importanza all’invito. Per tutta la notte il Maggioni rimase in piedi ad aspettare. Ermanno arrivò a casa verso l’alba e disse all’amico che aveva lavorato e perciò aveva fatto tardi. L’attore aveva ancora il cerone sulla faccia ed era andato nel bagno a lavarsi, quando il Maggioni prese a rimproverarlo. “Per te mi sono rovinato e ora vuoi troncare la nostra amicizia! Ma io mi affeziono agli amici e ti assicuro che ti ammazzo! Questa volta, però, non avrai applausi e sarà il dramma più reale della tua vita”.  Così dicendo il Maggioni alzò una pistola e sparò ripetutamente contro il Randi che, benché colpito, sperando di salvarsi, sfondava la finestra con un pugno e si affacciava chiamando aiuto. Furono le sue ultime parole.

Prossimamente la terza ed ultima puntata. Sarà intitolata: “QUADRI DI UN’ESPOSIZIONE PER ONORARE LA MEMORIA DI IPPUS MAIOR, OSSIA GIUSEPPE MAGGIORE, CHE TANTO AMO’ ERMANNO RANDI!”.

Bagheria, 18/05/2009

Giuseppe Di Salvo

*L’articolo del “Giornale di Sicilia” del 2 novembre 1951.

**

**Sopra: Locandina con l’attore Ermanno Randi, interpreta Enrico Caruso. Sotto: “Altre Visioni”, olio su tela di Ippus Maior, Giuseppe Maggiore, l’uomo che nel 1951, per gelosia, ammazzò Ermanno Randi.

ROMEO E GIULIETTA DI PROKOFIEV AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO. CANNITO NOBILITA L’HIP HOP

19 Maggio 2009 3 commenti

*

Venerdì 15 maggio 2009, ore 20,30, il Teatro Massimo di Palermo ha messo in scena “Romeo e Giulietta, il balletto di Sergej Prokofiev: la prima rappresentazione assoluta di questo balletto risale al 1940, Teatro Kirov di Leningrado. Si tratta di un autentico capolavoro musicale e coreografico. La regia- coreografia palermitana del 47enne coreografo Luciano Cannito è stata una bella creazione moderna ed intelligente. A Cannito va un grande merito, quello di avere inserito all’interno del balletto di Prokofiev l’ hip hop, la danza “di strada” che, in questo caso, ha arricchito il racconto-azione messo in scena sul palcoscenico del prestigioso teatro palermitano. Complimenti!  Non senza commozione riportiamo qui quanto scrive Vittoria Ottolenghi nel suo bel libro “La Danza, Tersicore Adorata”: “L’hip hop resta comunque un mondo dominato dagli uomini. Pieno di storie forti, come quelle ad esempio del bullismo nero americano, con il grande danzatore Capital X.” (pag. 152, ed. excelsior 1881). Del resto io stesso circa tre anni fa ho potuto apprezzare spettacoli di hip hop improvvisati da giovani danzatori nel quartiere parigino di Saint Michel.

Così abbiamo ammirato l’ottimo  Benvolio del 33enne portoghese Gugu, al secolo Augusto Da Graca e del giovanissimo Dario Nicolosi: si tratta di alta professionalità! Ottime  le performance dei due protagonisti: la Giulietta della prima ballerina dell’Opera Garnier, la palermitana Eleonora Abbagnato, e il Romeo del ballerino nero olandese Rubinald Pronk . Ci hanno trasmesso forti emozioni con la loro vis espressiva. Entrambi dotati di grazia gestuale, tecnica curata e mimica adeguata, hanno reso bene i sentimenti dei due innamorati, la cui storia d’amore muove dalla tragedia di Shakespeare. Aristocratico ed elegante il Paride di Zheren Pan. E qui Luciano Cannito ha realizzato un vero miracolo: l’amore unisce al di là del colore della pelle, dell’aspetto fisico degli occhi e dello stesso orientamento sessuale: come non notare il bacio in bocca dato da Mercuzio morente  al suo assassino Tebaldo interpretato col alterigia ed ombrosità dal bel Leonardo Velletri?! E che fascino nella gestualità del giovane calabrese Alessandro Riga nel ruolo di Mercuzio: è stato la vera rivelazione dello spettacolo! Si è impadronito della musica con tutta l’anima,  e il suo corpo e la forza dei suoi muscoli hanno trasformato i suoni in gestualità, sì da renderceli perfettamente palpabili, astrazioni uditive divenute visibile concretezza. Bravissimi tutti gli altri personaggi e l’intero corpo di ballo del Teatro Massimo.

Che dire, infine, della direzione di Marzio Conti? Ottima! Ha saputo snodare il prezioso caleidoscopio musicale con abilità, mettendo in evidenza il virtuosismo espressivo dei vari strumenti, in ispecie nei momenti più straripanti e commoventi della partitura. Che bellezza sentire il delicato timbro dei quattro mandolini! E che forza data dal maestro nel susseguirsi dei ritmi selvaggi, graffianti presenti nella partitura, compreso il tema struggente de “I Capuleti e i Montecchi”! Complimenti al maestro fiorentino! Mi sono emozionato più volte: forse lo spettacolo migliore, fin’ora, della stagione.

Bagheria, 19/05/2009

Giuseppe Di Salvo

*Una scena di “Romeo e Giulietta” al Teatro Massimo di Palermo (15 maggio 2009). Luciano Cannito introduce l’hip hop, danza di strada, nel racconto-azione che si svolge nel palcoscenico. Nella foto il ballerino Augusto Da Graca, detto Gugu.

G.D.

GIUSEPPE DI SALVO: ECCO IL POKER DELL’INTER! E IL SUO 17° SCUDETTO! CHE GIOIA! GODO, AHHH!!!

16 Maggio 2009 3 commenti

Diciamolo: con l’Inter si soffre… Ma alla fine si gode. Ed io ho la gioia del poker e provo un grande orgasmo mentale, e non solo!, per il 17° scudetto dell’Inter. Complimenti a tutta la squadra, ai civili tifosi, agli Interisti puri, a tutti i calciatori e a Mou con le sue simpatiche follie.  Un pensiero di stima al presidente Moratti. Il mio pensiero augurale va al giovane Davide Santon, che si è rivelato bravo e  amabile. Ma io vi propongo l’immagine concreta, seria e riservata del grande STANKOVIC. E’ proprio amabile questo Campione d’Italia, sono da baccanale i “miei” Campioni d’Italia!

Giuseppe Di Salvo

*

*BRAVO, BELLO, RISERVATO: DEJAN STANKOVIC, DETTO “DEKI”.

Categorie:Serie A Tag: , ,

GIUSEPPE DI SALVO: CHI HA PAURA DI IPPUS MAIOR, IL PITTORE GIUSEPPE MAGGIORE? ECCE HOMO!

15 Maggio 2009 5 commenti

*

La tragica storia d’amore degli anni Cinquanta fra il pittore bagherese Giuseppe Maggiore e l’attore Ermanno Randi.

Parte Prima: Ecce  Homo!

Conobbi Ippus Maior all’alba degli anni Ottanta. Allora io ero ventisettenne e innamorato. Vivevo la verdiana “croce e delizia” del sentimento amoroso. Dal mio volto riluceva la tipica aureola delle persone in amore. La primavera, con i suoi magici fiori, abbelliva le strade: gli Alberi di Giuda, in via Diego D’Amico, a Bagheria, con l’esplosione dei fiori color rosa, sembravano  sorridere al mio alone amoroso. Erano giochi d’artificio tenuti in aria dai rami che si stiravano. Un pomeriggio di aprile, passeggiando da quelle parti, incontrai per caso, seduto su una panchina davanti alla scuola elementare Cirincione, lo zio Matteo, meglio conosciuto in città come “u zu Mattiu”, il rabdomante. Un bell’omone alto e panciuto, sempre ben rasato, camicia bianca stirata come si deve, classico viso pacioccone: si chiamava Matteo Martorana ed era amato da tutti. Mi vide e mi chiamò come soleva fare: “Pinuzzé”. Io avevo alcune poesie in mano. Mi disse: “Di chi sei innamorato…?”

   Chi glielo aveva detto? Sapevo che era bravo nel trovare l’acqua sotto terra, ma che capisse pure dove stavano le sorgenti dell’amore…questo no! Lo zio Matteo -aveva superato i settant’anni?- mi aveva parlato in passato di alcune sue esperienze amorose. Spesso ci si incontrava alla “Trattoria Graziella” gestita da mio fratello Enzo, del quale era amico e consulente. Conosceva e stimava anche mio padre. Capì pure che quello che io portavo dentro era un amore impossibile e mi disse di lasciar perdere, nonostante fosse corrisposto,  perché poteva finire in tragedia. Vi dico subito che le vicende future gli diedero ragione, ed io stesso le prevedevo. Volle leggere le poesie che tenevo in mano: esprimevano i sentimenti contrastanti del mio amore. Gli piacquero. Si commosse. E mi disse pure che doveva passare almeno un ventennio prima che io potessi pubblicarle. La stessa cosa, e su altre mie inedite poesie, mi dirà in seguito  -prima di morire-   il poeta futurista Giacomo Giardina. Profezie azzeccate: infatti le mie poesie vennero pubblicate solo nel 2004 nella raccolta “Da Bagheria Soffi Universali” per iniziativa dall’Amministrazione comunale di Bagheria, sindaco Giuseppe Fricano; Biagio Sciortino, allora, Assessore alla Cultura.

   Ma ritorniamo allo zio Matteo. “Pinuzzé”  -mi disse-  “Vieni con me al “Bar Aurora” (anche il “Bar Aurora” oggi è fra le cose che non sono più!), devo vedermi col pittore Giuseppe Maggiore e te lo voglio presentare. Ti devo fare raccontare chi fu il suo grande amore e come finì”. Da Palagonia ci avviammo verso il “Bar Aurora”. La giornata era limpida e calda.  Con passo lento, arrivammo intorno alle 16,30 davanti al “Bar Aurora”.  Poggiato con le spalle al muro rivestito di bianco marmo, c’era un signore dall’aspetto aristocratico: aveva una strana eleganza trascurata, appariva sommerso nei suoi pensieri che lo staccavano dal mondo reale. Capelli bianchi con razzature dorate come oro mal lavato. Fumava. Ci avvicinammo e lo zio Matteo ci presentò: notai le sue dita, in ispecie l’indice e il medio, ingiallite dalla nicotina bruciata. Lo zio Matteo, molto riservato sulle sue storie amorose, non lo fu con le nostre e subito disse: “Peppino, anche lui è Giuseppe, ha 27 anni ed è innamorato di un uomo.” Non provai imbarazzo. Ma non capivo dove lo zio Matteo volesse arrivare. Poi aggiunse: “Peppino, perché non racconti a Giuseppe del tuo amico Ermanno?” Di quell’uomo mi colpì la sua tranquillità, nonostante la simpatica ed amicale irruenza dello zio Matteo: sembrava un santo in attesa di essere assunto nel Regno dei Cieli. Mi guardò con occhio delicato, ferito da una lontana vicenda che ancora una volta diveniva racconto, parola. Capii subito che il menestrello voleva e poteva raccontarla solo a poche persone capaci d’intenderla. E cominciò a parlare  ( la sua voce aveva un timbro bronzeo e grave: mi faceva pensare al colore vocale pretesco e carismatico di Don Armando Trigona Della Floresta che Ippus Maior conosceva ed amava)  come a volermi rivelare il segreto custodito della sua dolorosa esperienza: “Giuseppe,” -iniziò  con fare calmo, suadente-  “io ho amato una sola creatura. E visto che anche tu sei innamorato, puoi capire come noi possiamo amare. Ma i miei erano altri tempi! Erano gli anni Cinquanta, l’alba di quegli anni. Ed io, come si dice e si è detto, avrei ucciso l’uomo che amavo. Ma non è così. E non sono pentito: non è forse il pentimento legato alla colpa? Ed io non mi sento nessuna colpa. E’ stata una scelta me-di-ta-ta, e non pre-meditata, come si dice. Come si fa a giudicare o a dire di essere pentiti? Io so solo che, uccidendo Ermanno, l’ho fatto vivere per sempre con me. Come vedi non l’ho proprio ucciso, gli parlo ogni giorno, parlavo con lui prima che voi arrivaste e ci sta sentendo anche ora che sono con voi, vive dunque con me ed io vivo per tenere viva la sua memoria. E mi sento più libero adesso. Mi sono sentito libero in prigione e al manicomio criminale dove per anni sono stato rinchiuso. Dipingo, vado avanti, vendo i miei quadri per poche lire… e in ogni cosa che faccio c’è lui e il mio pensiero è libero nel suo perenne ricordo. Anche lo zio Matteo mi aiuta. Come vedi, la mia storia d’amore non è finita, finirà quando io non ci sarò più. Sai, i posteri, sempre con un certo imbarazzo, saranno costretti a ricordarsene. Perché io continuo a parlare, a parlare certo che, in seguito, anche altri ne continueranno a parlare, a parlare…”

   Lo zio Matteo aveva gli occhi lucidi. Io ero attonito. Me lo fece salutare e ce ne andammo.

Cosa c’era di vero in quella storia? Lo zio Matteo mi disse: “Pinuzzé, ti vedo incredulo. Un giorno ti porterò a casa mia, ti farò vedere gli articoli del “Giornale di Sicilia” di allora che io ho ritagliato e conservato. Vedrai che è tutto vero!”

Col passar del tempo, la mia curiosità cresceva. Quale tragica  storia d’amore veniva taciuta alla memoria collettiva dei Bagheresi e al mondo? Cosa aveva fatto di così eclatante il pittore bagherese Ippus Maior, all’anagrafe Giuseppe Maggiore? Chi era l’attore ucciso da Peppino perché restasse sempre con lui? Che volto aveva? Come mai nessuno, erano passati già circa trent’anni, me ne aveva parlato? Perché lo zio Matteo mi rivelò questa storia solo quando si accorse, dal mio volto, che io ero innamorato? E com’era fresca la sua memoria! Ma avevo la testa a quegli articoli dallo zio Matteo custoditi gelosamente fin dal novembre del 1951: li aveva ritagliati e conservati con cura.

   Giorni dopo, con la riservatezza tipica di chi mi voleva fare conoscere un tesoro nascosto, lo zio Matteo m’invitò a casa sua. Era un pomeriggio caldo e silenzioso. Le sue sorelle dormivano. Lo zio Matteo soleva regalare una bottiglia d’olio agli amici intimi che lo andavano a trovare: appariva sempre come la carità celata. Le sorelle zitelle non dovevano sapere. Mi ricevette sulla soglia. Da un suo ben riposto scrigno prese due foglietti giallognoli di giornale e me li mostrò. Erano articoli di cronaca ritagliati dal “Giornale di Sicilia” del lontano 2 e 3 novembre 1951, quello del 2 novembre riportava la notizia di cronaca del 1° novembre 1951,  il giorno in cui il pittore Ippus Maior  (ma allora forse ancora non dipingeva ed era semplicemente l’assassino Giuseppe Maggiore, commerciante di vini, col cognome storpiato dal giornale in Maggioni) a Roma aveva ammazzato, sparandogli sei colpi di pistola, l’attore in erba Ermanno Randi. Gli articoli ben piegati non sempre erano leggibili nelle linee di piegatura, ma il titolo si leggeva bene e se ne capiva il triste messaggio. Poi si alzò dal riposo pomeridiano una delle sorelle dello zio Matteo, e questi di scatto si riprese gli articoli e mi congedò in modo repentino. In seguito, gli chiesi di prestarmeli, ma non voleva; mi voleva dire: “Dovevi sapere, ora hai saputo e per me va bene così!” Altre volte incontrai lo zio Matteo, ma di questa storia non ne parlammo più. E altre volte incontrai per caso Ippus Maior del tutto chiuso nei suoi pensieri e staccato dal mondo reale. Accennavamo entrambi ad un civile e rispettoso saluto.  Col passar degli anni non li vidi più. E’ certo che oggi entrambi, da più di un decennio, si sono ricongiunti col Creatore, al quale lo zio Matteo credeva. Di Ippus Maior non so. So solo che alcuni suoi parenti, per anni, amorevolmente, lo hanno tenuto ed assistito in casa, togliendolo da quella vecchia abitazione in disordine nelle vicinanze della chiesa del Santo Sepolcro, nei pressi dell’Ecce Homo. Questi miei ricordi vogliono essere piccole luci per onorare la memoria di due amici spenti. Nel 1980 Ippus Maior aveva circa 58 anni. Ma sembrava un ultrasessantenne sicuro di sé con lineamenti corporei aristocratici. Il suo verbale periodare era corretto, colto, ricco di pause: nel suo composto silenzio si coglieva l’ascesi del Santo.

Solo due decenni dopo, e precisamente nel maggio 2003, sentii l’esigenza di fare alcune ricerche ufficiali sulla storia d’amore fra Giuseppe Maggiore ed Ermanno Randi. Ma di ciò parlerò nel Secondo Capitolo.

 

Bagheria 15/maggio/2009

Giuseppe Di Salvo

 

*Composizione fotografica di Salvatore Incandela: sotto, il dipinto “Altre Visioni” di Ippus Maior; sopra la locandina originale del film Enrico Caruso interpretato da Ermanno Randi (Proprietà Giuseppe Di Salvo).

Categorie:Primo piano Tag: , , , , , ,

CHI HA PAURA DI IPPUS MAIOR, L’ASSASSINO DI ERMANNO RANDI? IL CLAMOROSO POST DI GIUSEPPE DISALVO!

*

CHI HA PAURA DI IPPUS MAIOR?

La tragica storia d’amore degli anni Cinquanta fra il pittore bagherese Giuseppe Maggiore e l’attore Ermanno Randi

E’ imminente la pubblicazione di un articolo di Giuseppe Di Salvo in tre parti relativo alla clamorosa storia d’amore finita in tragedia fra un grande pittore bagherese, Giuseppe Maggiore, si firmava  Ippus Maior, e l’attore Ermanno Randi. Fra poche ore, e dopo oltre mezzo secolo, in questo blog saprete quello che mai nessuno vi ha rivelato.

La Redazione del Blog

 

*IPPUS MAIOR: “ALTRE VISIONI”, OLIO SU TELA (ANNI OTTANTA). PROPRIETA’ GIUSEPPE DI SALVO.

 

 

 

Categorie:Primo piano Tag: , , ,