Archivio

Archivio Luglio 2009

GIUSEPPE DI SALVO: “SULLA NAVE”, MIE VARIAZIONI POETICHE SU UNA POESIA DI COSTANTINO KAVAFIS

27 Luglio 2009 8 commenti

 

COI SEGUENTI SOLARI VERSI AUGURIAMO A TUTTI BUONE VACANZE

A lui somiglia

quel piccolo ritratto

a matita creato.

 

Sulla nave di getto vergato

in un pomeriggio d’incanto.

E dello Ionio-

striate di verde-

solo nitide acque azzurre

intorno a noi.

 

Oh, come gli rassomiglia!

Ma più bello è nel ricordo.

Sensibilità struggente

di luce magica

radiava il suo volto;

e  -dal mio profondo-

oggi-  più grazioso riemerge.

E dal Tempo.

 

Sì, dal Tempo. Ora ogni cosa è remota-

lo schizzo, la nave… quelle nostre ore

che il meriggio seguivano.

 

Bagheria, 26/07/09

Giuseppe Di Salvo

 

Con questi versi di Costantino Kavafis, rivisitati dal nostro Giuseppe Di Salvo, auguriamo a tutti BUONE VACANZE.

 

Si tratta di una nuova versione poetica personalizzata della poesia di Costantino Kavafis “Sulla Nave”. Si sente l’olezzo del mare Ionio e c’è sempre l’anima che scava fra i ricordi. Noi ci associamo a questi ottimi auspici poetici.

Kavafis aveva attraversato il mare Ionio nel luglio-agosto del 1901 di ritorno ad Alessandria dal suo viaggio ad Atene. Giuseppe è sullo stesso mare 108 anni dopo.

Siano davvero felici vacanze per tutti! Saremo comunque presenti, navigando qui e altrove.

 

Enza Ventimiglia, Salvatore Incandela, Pippo Rinella e tutti gli amici che animano il Blog di Giuseppe Di Salvo.

Categorie:Primo piano Tag: , ,

GIUSEPPE DI SALVO: SENSUALE RELIGIOSITA’ DI SAFFO NEL CORO A CAPPELLA DI ILDEBRANDO PIZZETTI

20 Luglio 2009 6 commenti

SENSUALE RELIGIOSITA’ NE “IL GIARDINO DI AFRODITE” DI SAFFO E NELL’OMONIMA COMPOSIZIONE CORALE DI ILDEBRABDO PIZZETTI

Leggere o ascoltare   -in questo nostro Blog-  la lirica di Saffo, nota  col titolo “Il giardino di Afrodite” (ma anche “Festa religiosa” o “Invito all’Erano”), nella traduzione del 1954 di Manara Valgimigli (1876-1965) e musicata da Ildebrando Pizzetti (1880-1968), grande conoscitore della musica dei Greci, del canto gregoriano e dell’arte polifonica, significa una cosa sola: volere comunicare ai posteri echi ed immagini della vita del Tiaso, la nota scuola di Saffo, poetessa di Lesbo che iniziava le fanciulle all’eleganza, alla danza, al canto, alla poesia, al culto di Afrodite, dea dell’Amore.

   “Il Giardino di Afrodite” è una delle “Due composizioni corali” a cappella scritte da Pizzetti nel 1961, l’altra è “Piena sorgeva la luna” e raccoglie in una sola lirica, sempre nella versione del Valgimigli, altri tre frammenti della poetessa greca. Quando Pizzetti scrisse le “Due composizioni corali” aveva 80 anni, e furono anche le ultime. Il coro qui assume caratteristiche madrigalesche. E Pizzetti è molto abile nel cogliere il senso religioso del testo di Saffo e ce lo rende con sonorità che hanno la grazia del movimento di chi, danzando, invita la dea Afrodite nel giardino dell’Amore.

Ma ci si chiede: come mai Pizzetti nella sua breve composizione corale (dura meno di cinque minuti) ha inserito le voci maschili? Non era il Tiaso di Saffo un luogo educativo per sole donne che venivano preparate al matrimonio? Tentiamo una risposta: Saffo è stata la poetessa che più di ogni altro ha nobilitato la forma letteraria dell’epitalamio, forma tutta dedicata al matrimonio (lei stessa era sposata e aveva una figlia di nome Kleis); ma è pur vero che nel Tiaso trovavano sbocco anche le pulsioni più intime della poetessa  nei confronti di alcune sue allieve che poteva amare solo per un breve periodo di tempo; e questo “breve tempo d’amore” lo fissava coi suoi nobili versi, rendendolo eterno; cosciente di ciò, Pizzetti, con la sua dotta arte polifonica, fonde bene le voci dei due generi, consapevole che l’amore, in quel contesto, non poteva non esprimere Pan, cioè ogni  orientamento erotico e affettivo: eterosessuale o omosessuale. Non solo: è probabile che il musicista di Parma abbia aggiunto le voci maschili per esigenze meramente timbriche e musicali. Ma una cosa è certa: Pizzetti, con queste sue pagine corali raramente eseguite, ci immette in un clima musicale arcaico e ci fa vivere quella sensualità religiosa e l’educazione all’amore praticata nel Tiaso. E lo fa con una pagina di alto valore religioso non cristiano tendente al sublime.

   Ora ci poniamo un’altra domanda: come mai Pizzetti, firmatario del “Manifesto degli intellettuali fascisti” del 1925, sceglie di musicare “Il giardino di Afrodite” nella traduzione del grecista, filologo e poeta Manara Valgimigli, antifascista iscritto al Partito Socialista Italiano e amico di Pietro Nenni e Sandro Pertini? Anche in questo caso tentiamo di dare una risposta: Pizzetti era un grande studioso, conosceva la cultura dei Greci e la loro musica, non poteva dunque non amare  -anche se socialista-  chi possedeva le sue stesse conoscenze culturali; e le traduzioni dei testi di Saffo di Valgimigli non potevano non frantumare le stupide barriere legate ai pregiudizi di appartenenza politica. E poi nel 1961?! Il regime fascista era già caduto da circa due decenni. Ma l’amore per l’arte e la cultura  non cade mai. Qui l’intellettuale Pizzetti mette bene in evidenza i suoi grandi ideali artistici. E’ degno di lode. Come sono da lodare quei pochi teatri che  -raramente- lo rappresentano. Non c’è forse più “fascismo culturale” nelle menti di quei presunti “democratici” dirigenti di teatri che escludono Pizzetti dai loro cartelloni?

    E allora viva la casa discografica inglese “CHANDOS” che in un bel CD del 1991 ha inciso alcune prestigiose pagine corali a cappella di Ildebrando Pizzetti: “Messa di Requiem” (1922-23),  “Tre composizioni corali” (1942-43) e le citate “Due composizioni corali” del 1961 su testi di Saffo. E’ una registrazione prestigiosa, anche se il  coro da camera della “Danish National  Radio” diretto da Stefan Parkman ci fa sentire fastidiosi difetti di pronuncia.

  A noi non resta che apprezzare il lavoro filologico di Manara Valgimigli (ma diciamo subito che nella sua traduzione non ci piace il pesante uso degli avverbi di modo e neanche quel “molle sopore”) e la competenza polifonica di Pizzetti, veri democratici dell’arte: col  “Giardino di Afrodite” di Saffo ci hanno spinto a rivisitare le nobili radici della nostra cultura non cristiana, la cultura del Tiaso che, come abbiamo già detto, era permeata anche di passioni omoerotiche ed affettive.

   Riportiamo ora la versione che il Valgimigli ha dato de “Il giardino di Afrodite” per meglio cogliere le parole del coro di Ildebrando Pizzetti:

 

Un boschetto di meli;

Sugli altari bruciano incensi,

Mormora fresca l’acqua tra i rami, tacitamente.

Tutto i luogo è ombrato di rose,

Stormiscono le fronde,

E ne discende molle sopore.

E di fiori di loto come a festa fiorisce il prato;

Esalano gli aneti sapore di miele.

Questa è la tua dimora, Cipride:

Qui tu recingi le infule sacre,

E in auree coppe versi,

Copiosamente, nettare e gioia, o Cipride.

 

Si  noti, alla fine della composizione di Pizzetti, che le voci del coro ripetono “Cipride” e ne viene fuori un nobile suono onomatopeico simile a un  “Cin- Cin”: non è stata creata la vera religione per gioire e brindare alla salute delle emozioni che ci rendono felici su questa terra?

 

Bagheria, 20/07/09

Giuseppe Di Salvo

 

 

 

 

 

GIUSEPPE DI SALVO E L’ “INVITO ALL’ERANO” DI SAFFO (RELIGIOSA FESTA NEL GIARDINO DI AFRODITE)

16 Luglio 2009 3 commenti

*

A me  -da Creta-

e al sacro tempio

delle vergini vieni, o Cipride!

Per te qui cresce-

incantevole-

il pomario ricco di deliziosi meli;

e dagli altari l’incenso arde

ed in tuo onore si espande-

riverente assai- 

il profumato olezzo.

 

Mormora con  tacita grazia-

al di là dei rami del frutteto-

il fresco ruscello.

Il recinto del giardino?

Tutto ombrato di rose.

Stormiscono le fronde,

ne discende sopore che purifica.

 

Di primavera i fiori-

come a festa-

si schiudono nel prato:

e vi meriggiano cavalle.

Dai finocchi l’alito esala, soave…

 

O Afrodite, ecco la tua dimora!

Recingi le infule sacre

e nitido nettare celeste versa

nelle nostre coppe d’oro.

Ci sia gioia in questa festa!

 

Bagheria, 25/05/08

Poetica interpretazione di Giuseppe Di Salvo della poesia di Saffo “Invito all’Erano”.

Essa è stata  tradotta anche da Manara Valgimigli e musicata nel 1961  da Ildebrando Pizzetti in una composizione per coro a cappella. Nella versione musicata da Pizzetti, presto l’ascolterete nel nostro Blog, nel quale resterà come nuovo sottofondo musicale. Analizzeremo prossimamente la composizione corale del grande compositore di Parma, quasi dimenticato dai nostri teatri. Ingiustamente. Vergognosamente!

La Redazione del Blog

 

*”La metrica di Saffo” (2006), scultura in terracotta policroma di Paolo Borghi.

GIUSEPPE DI SALVO: ROCCHIO DI SAN FRANCESCO NELLA BREVE ESTATE CALDA

11 Luglio 2009 4 commenti

*

Le onde del mare-

con spuma e bolle imbiancate-

sulla battigia mormorano

la conta infinita,

muove il vento

l’invisibile velo d’aria;

e sul caldo mio nudo corpo s’agita-

mordente e fredda-

la bocca del sole:

v’è voglia di Grecia

sul mio labbro silente,

vi si scioglie il sale-

vetuste bave di Atene

le deboli mie illusioni

nello scrutare quel tuo viso

di muta conchiglia;

ti perderò prima di averti,

lo rivela il silenzio che ci separa,

lo stretto abbraccio sferrato-

in modo furtivo-

dai nostri occhi…

S’inchioda la passione.

 

Costante nella rabbia

il ritmo delle onde;

i moscerini-

a cui le tue bocche prestavi-

morivano nel baciarmi

e il mare in bonaccia

esprimeva il lutto del vento:

come sfugge la vita

nel suolo terrestre!

La paura ogni cosa divora.

L’Ade accoglie-

in un pellegrinaggio senza fine-

chi uccide le vigilie degli amori

senza un fine perenne-

t’incide in fronte la morte

il levarsi dell’astro che acceca:

mio continuo morire

nel vascello che distrugge ogni attesa.

L’ancora poserà altrove,

santo rocchio fra cosce di chi-

nel non limpido mare-

sappia almeno virare!

 

Aspra, 11 luglio 2009

Giuseppe Di Salvo

 

*Giuseppe Di Salvo ad Aspra (Bagheria) nel 2007

GIUSEPPE DI SALVO: “CAVALLERIA”, “PAGLIACCI” AL VERDURA DI PALERMO? MEGLIO L’OLEZZO DEL FINOCCHIO!

 Dopo aver ascoltato a Palermo, domenica 5 luglio 2009, al Teatro di Verdura in Viale del Fante, “Cavalleria Rusticana” di Mascagni e “Pagliacci” di Leoncavallo, non si può non avere un moto di ribellione per il semplice motivo che quasi tutti i suoni vengono distorti, disturbati, alterati dalla brutta amplificazione e dai microfoni attaccati come pulci sul corpo dei cantanti. Sicché la tuba col microfono piazzato sopra ronza, i contrabbassi stridono nelle note più basse e il loro suono si appiattisce e diviene grave e sgradevole gorgoglìo, gli altri archi alterano il loro timbro, i suoni acuti dei fiati producono fastidiosi squittii come quelli dei pipistrelli inchiodati in un terribile dolore perenne… e l’unica sonorità accettabile sembra essere quella dell’oboe che, in quel contesto, equivale ad una nobile e chiara pernacchia sferrata a tutta l’orchestra; se a tutto ciò si aggiungono i difetti di pronuncia e le non felici emissioni del mezzosoprano Ildiko Komlosi nel ruolo di Santuzza, quella gutturale voce da trans della Lola di Sarah Punga, le vistose onde vocali emesse dall’oscillante voce del tenore Giuseppe Giacomini (Canio nei Pagliacci), l’impossibilità di attuare le bellezze espressive in taluni momenti del canto e le indicazioni dinamiche della partitura, e i gracchianti sbalzi sonori prodotti dai microfoni in agitazione perenne, lo schifo sonoro che ne viene fuori è davvero insopportabile e completo! Peccato che nel frastuono sopra descritto non si è potuto apprezzare il bel timbro nella nuda voce di Nedda del soprano Susanna Branchini! E perché quelle corse del coro e dell’orchestra? E quei mimi, spettri di morte, forse erano presagio dell’assassinio della buona musica prima ancora di quella dei personaggi che cadono accoltellati nelle due opere? E quelle luminarie della chiesa che nel “Regina coeli laetare” rompevano il magico contrasto fra l’intima religiosità dei fedeli e gli stessi sentimenti amorosi dei personaggi? E quell’imitare Zeffirelli quando sul palcoscenico appare un prete che corre tenendo in mano un chierichetto? Mah! E allora? Dirò una cosa semplice che probabilmente non avrà seguito: il Teatro di Verdura di Viale del Fante si dovrebbe chiudere, almeno per quanto riguarda le rappresentazioni operistiche e sinfoniche, con un Regio Decreto o, come si dice oggi, con un Lodo emanato dal Ministero della Cultura, dell’Arte e dello Spettacolo. Le Opere Liriche sono beni culturali dell’umanità e vanno protette come i beni ambientali che non si devono deturpare! E confesso che anch’io amo sfilare per esibire forme e abbronzatura, ed amo la vita mondana che altre gioie genera al mio corpo e al mio spirito. Come mi capirebbero Lola e Nedda, e anche Santuzza! Ma posso fare ciò altrove, in un diverso campo (quindi in ben altro teatro!) da cui si eleva, gradevole, l’olezzo di numerosi ortaggi, magari con la sensuale e pungente aroma del finocchio!

Bagheria, 07/07/09
Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: MARZO 1976, ORIGINI DEL “FUORI!” DI PALERMO, PRIMO MOVIMENTO GAY SICILIANO!

LA MIA LIBERAZIONE DI VIA SANT’ANGELO A BAGHERIA E ORIGINE DEL “FUORI!” DI PALERMO, PRIMO MOVIMENTO DI LIBERAZIONE GAY IN SICILIA

Solo una minoranza di esseri umani ha il coraggio di dire pubblicamente di avere (o aver avuto) pratiche sessuali omoerotiche. Tutti gli altri tacciono per paura: paura della gente, paura dei genitori, dei fratelli, degli amici di lavoro o di quartiere; paura della moglie, del marito, dei figli; paura della fidanzata, del fidanzato… e, bisogna dirlo!, paura in primo luogo di accettare se stessi.

La paura è un sentimento irrazionale. Chi è vittima della paura non è  persona libera e non può generare liberazione. Chi ha paura di ciò che è, dell’essere sessuale che è, è schiavo degli altri, di ciò che gli altri vogliono che sia. Ogni persona umana che voglia esprimere sessualmente e affettivamente se stessa liberamente ha una sola cosa da fare: deve spogliarsi! Deve spazzare via gli ipocriti panni ricamati col mimetizzante filo della bugia. Essa è la tuta mimetica degli insicuri, dei deboli, di chi subisce ricatti quotidiani.  La verità dell’identità sessuale, invece, è la sicurezza che solo le anime forti, gli individui liberi sanno esprimere.

   La verità non mimetizza, essa semmai scopre, denuda, fa cadere maschere inutili e squallidi veli, genera persone sincere, è forza, emana luce. Chi dice la verità, questa verità!, inizialmente si sente squarciare la pelle, è molto doloroso; ma chi ha eroticizzato l’omoerotismo e sceglie di praticarlo, chi ha eroticizzato pratiche sessuali non abituali rispetto a quelle condivise dalla morale dominante e sceglie di praticarle, deve con coraggio e al più presto possibile affrontare questo dolore, il dolore sacro della rivelazione. Io l’ho fatto come centinaia di altre persone. Posso assicurarvi, miei lettori, che solo da questo spellamento doloroso nasce la gioia, la gioia di essere liberi, capaci di urlare e sempre pronti a difendere il nostro essere gay.

   La pelle dell’ipocrisia non c’è più sul mio corpo da diversi anni. Molti sono stati coloro che hanno contribuito a spellarmi: il poliziotto Salvatore D’Angelo alla Stazione ferroviaria di Palermo, il pretore Salmeri, i teppisti di strada, i ragazzi del mio quartiere, qualche giovane immigrato senza una lira in tasca, i tristi ed impossibili amori, gli aspetti competitivi e concorrenziali fra candidati presenti in tutti i partiti; e, per finire, il Papa e quei preti con l’etica sessuale astratta cocciutamente predicata: è grazie a loro, al doloroso linciaggio morale e fisico che mi hanno causato che mi  sono da tempo liberato. E avviene che la persona libera ha una buona immagine di sé e si ama. E ciò si spiega perché si ama “quel dolore”, “quel percorso di sofferenza” che ci ha fatto prendere coscienza delle quotidiane  ingiustizie subite contro le quali ci si è ribellati. E si è in lotta perenne perché le discriminazioni contro i gay sono sempre presenti. E ogni gay libero finisce per essere un modello positivo  per  tutti coloro che, pur avendo eroticizzato l’omoerotismo, non dicono la verità per paura e sono destinati a mentire, ad essere ipocriti, soli, appiattiti, muti.

   La persona sessualmente libera non ha più paura, semmai sono gli altri ad avere paura, temono la carica rivoluzionaria dei liberi. Questi “altri” sono i veri insicuri, i plagiati, gli iniziati, gli irrigiditi dalla monosessualità eterosessuale dominante. E’ una monosessualità che produce sessuofobia, nevrotici, esseri umani privi di armonia, persone frustrate e necessariamente violente.

   La persona sessualmente libera dà un notevole contributo sociale: attenua l’aggressività sociale e le reazioni violente che da essa derivano. Spogliarsi significa dunque, per dirla con Nietzsche, disintossicarsi da tutti quei condizionamenti morali della nostra cultura. So benissimo che è una lotta dura, un impegno che richiede molta attenzione, pazienza, tempi lunghi. So pure che il nemico è assai forte e potente, prepotente e retrogrado.  Questo nemico ha il volto della chiesa cattolica, della moschea musulmana, della tradizionale sinagoga ebraica: è il pensiero del monoteismo fondamentalista. E non solo. E la forza di questi fondamentalisti fascisti non sta nei loro “valori”. Sta tutta nel loro potere politico e nei legami che costruiscono con i politici di professione al fine di tenere più a lungo il potere temporale.

   La persona sessualmente libera non deve temere questi nemici perché  nella loro prepotenza, nelle loro posizioni violente e retrograde, nella loro ipocrisia e mancanza di misericordia si annida la loro debolezza e viene fuori l’aspetto simoniaco e l’attaccamento al potere temporale dal quale non si vogliono staccare: è questo, in definitiva, il vero potere divino a cui costoro credono e sempre tendono.

 

Il mio storico intervento al circolo “L’Incontro” di Bagheria

Doveva essere questo, anni addietro, il senso di un mio intervento fatto al circolo culturale “L’Incontro” di Bagheria. Era una domenica della primavera 1976. Nei locali di quel circolo culturale c’era un animato dibattito sull’aborto. In quella occasione, Rosabianca Colonna, femminista impegnata e in seguito militante del FUORI! di Palermo, fece un intervento articolato a favore dell’interruzione della gravidanza da parte della donna, parlò di sessualità e di omosessualità. Rosabianca veniva subito fiancheggiata da Lina Noto, altra femminista impegnata ed in seguito simpatizzante del FUORI! palermitano. Quelle due stupende donne, coi loro profondi interventi in difesa della libera maternità scelta dalle donne, riuscirono quasi magicamente e senza che io me ne rendessi conto a farmi intervenire al dibattito: fu così che per la prima volta mi alzai e parlai. Di cosa? Semplice: della mia omosessualità e dell’oppressione che gli omosessuali subivano in Sicilia e altrove. Sì, devo proprio ammetterlo: fu allora che per la prima volta mi sono sentito squarciare la pelle. Ma mi sentivo rinascere. La mia vecchia pelle veniva sciolta dal calore e dagli applausi dei numerosi compagni presenti al dibattito (non furono pochi in seguito coloro che attinsero linfa dal mio corpo!) ed io, devo confessarlo, ritrovavo tutto me stesso. Mi liberai, quasi per mandato divino, in un simposio dove si parlava dei rischi vitali a cui andavano le donne con l’aborto clandestino. Per la prima volta mi sono realizzato per quello che in realtà sono: gay o “arrusu” come tutti in fondo sapevano e nessuno, tranne per offendere, pubblicamente diceva. Riferendomi ad alcune posizioni di Pier Paolo Pasolini sul coito parlai delle altre zone erogene dei nostri corpi da valutare. E certo ci fu chi rimase attonito. Ma lì ci fu il mio primo URLO. Attorno a questo URLO, per dirla con l’amatissima Rosabianca Colonna, si dovevano concentrare, mesi dopo (precisamente nell’autunno del 1976) le energie di quanti erano destinati a fondare ed animare il FUORI! di Palermo, il primo Movimento di Liberazione Sessuale ed Omosessuale fondato in Sicilia e forse nel sud Italia.

(Dal mio libro inedito “Dal profondo sud un urlo gay”, 1980)

 

A futura memoria

Questa mia pubblica dichiarazione colpì ovviamente l’immaginario dei presenti. Oggi  molte persone non ci sono più. Ma molti Bagheresi al circolo “L’Incontro” allora presenti, penso all’imprenditore Cosimo Gagliano, al consigliere Eustachio Cilea…, se ne ricordano e, pirandellianamente, ne danno una versione diversa, quasi leggendaria. La prova? Nel marzo 2009 la Regione Siciliana, la Città di Bagheria, il Museo Guttuso, pubblicano un libro scritto da Biagio Napoli e Mimmo Aiello. E’ intitolato “I ragazzi di via Sant’Angelo, Tornatore & Co. dal 1975 al 1980 a Bagheria”  Ecco la loro versione di quell’evento a pag. 101: “A proposito di omosessuali. C’era (e c’è) un altro a Bagheria che della provocazione faceva abituale comportamento e difesa e quelli come lui li divideva in orgogliosi e, sentite un po’, quintiliani. Ma l’avvocato romano non c’entrava proprio niente. Gli orgogliosi erano quelli che non temevano di dichiararsi, gli altri erano quelli che stavano dietro le quinte, i privi di coraggio, quelli che stavano nascosti. Ed erano, diceva, proprio tantissimi! Quando ci fu quel bellissimo e affollatissimo dibattito che riguardava il referendum per l’abrogazione della legge sull’aborto e padre Stabile era riuscito a portare al circolo davvero parecchie donne di chiesa, Pinuccello (sarei io, è il vezzeggiativo datomi da parenti e amici, n.d.r.), perché è di lui che si parla, alcune piene di vergogna le fece scappare via. Disse che se non si voleva abortire, bastava evitare la gravidanza, e questa si evitava privilegiando tra uomo e donna gli stessi rapporti che hanno gli omosessuali. Disse proprio così, parlò di buchi alternativi e perciò le donne di chiesa se ne fuggirono.”

Come si vede, ognuno riporta gli eventi in base ai ricordi, agli umori e alla cultura che ha. Ma è la prima volta che ciò viene codificato in un libro e, sono certo, rende giustizia alla storia e al silenzio degli storici: gay e non.

 

Bagheria, 4 luglio 2009

Giuseppe Di Salvo