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Archivio Settembre 2009

GIUSEPPE DI SALVO: “AL QUASIMODO ESTASI E PASSIONE” (“DA BAGHERIA SOFFI UNIVERSALI”)

27 Settembre 2009 7 commenti

*

(A Paola Pintacuda e alla sorella Giusy che prendeva Alice)

Ho danzato per anni,

agile nell’animo,

ingordo più che Salomè.

 

Ho più volte provato

a pensare l’amore…

Ma il vento portava via

le idee:

mi gelava la pelle il sole.

 

Da una povera villa di tutti

-fango sotto il deretano-

mi distraeva anche

l’avvicendarsi delle onde:

depistaggio eloquente del mare

vibrante di bava.

 

E tutt’intorno scogli,

razzature di erbe,

freddo cemento…

Qui e là margherite gialle:

sorrisi di primavera;

e il ritorno del freddo alla pelle

col sole.

 

Ma cos’è questo mistero

della pulsione?

Spiegarlo?

Se l’energia è nelle foglie

che mutano la linfa,

perché negare all’uomo

la plurienergia erotica

che rivela le sue notti?

 

Siamo fuori dal mondo,

sacerdotesse atemporali

di templi ridotti a rottame…

E se ancora scrivo poesie

è perché m’ispirano

le continue polluzioni dei poeti:

l’estasi ha gli occhi chiusi!

Ed è passione rivedere il giorno!

                                                                                          

Bagheria, 11/04/1990

Giuseppe Di Salvo

 

*Poesia tratta dal mio libro “Da Bagheria Soffi Universali” (2004).

 

Sul mio  “DA BAGHERIA SOFFI UNIVERSALI”

 

“Da Bagheria Soffi Universali” è il mio secondo libro di poesie pubblicato nel mese di agosto del 2004. Raccoglie alcune poesie che vanno dal 1976 al 2004. Venne presentato a “Palazzo Cutò” (in presenza dell’ex sindaco di Bagheria Pino Fricano, Biagio Sciortino, sindaco  oggi in carica, ma allora Assessore alla Cultura) alla fine di settembre dello stesso anno.

   La sala era gremita. C’erano circa trecento persone. E giorni dopo la gente faceva la fila alla “Biblioteca comunale” per avere copia del mio libro. Erano più di mille copie. Oggi non se ne trovano più. Il libro, se richiesto, si può avere in prestito: è catalogato presso la nostra pubblica biblioteca. Di quella magica serata riportiamo alcuni passi del lungo intervento fatto dal professore Franco Lo Piparo: “…è un libro di poesie molto ricco. Non faremmo onore al libro se lo leggessimo come un insieme di versi dell’amore omosessuale: leggeremmo malamente il libro e sarebbe una lettura che non merita… C’è la passione civile del maestro…”

   Anche di questo libro inseriremo periodicamente in rete alcune liriche.

G.D.

GIUSEPPE DI SALVO: RECENSIONE DELL’OPERA MADAMA BUTTERFLY IN SCENA AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO

21 Settembre 2009 6 commenti

*

SUCCESSO DI  “MADAMA BUTTERFLY”  DI PUCCINI  AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO. APPLAUSI PER IL SOPRANO CINESE HUI HE. MA E’ VERA GLORIA?

Sabato 19 settembre, ore 20,30, è andata in scena al Teatro Massimo di Palermo Madama Butterfly di Giacomo Puccini (libretto di G. Giocosa e L. Illica). Come spiegare il  successo dell’opera di questa edizione interpretata dal 37enne soprano cinese Hui He? In genere, la fortuna delle opere pucciniane viene legata alla concezione della melodia del compositore di Torre Del Lago (Lucca), melodia costruita su cellule brevi, poi riproposte  in modo originale con la tecnica del Leitmotiv e del recitativo lirico e tutte cariche di coinvolgimento emotivo. Ma in Madama Butterfly c’è la tecnica della rievocazione, ci sono anche acute analisi psicologiche del personaggio Cio-Cio-San. Ed è un’opera che contiene elementi di vera tragedia: il suicidio finale, dopo il tradimento di Pinkerton, è la conclusione inevitabile cui giungerà la geisha grazie al suo determinato e ben definito carattere.  Ella è posta innanzi a tre alternative: il matrimonio col principe Yamadori, il ritorno all’antica professione (“Tornar a divertir la gente col cantar”), la morte. Cio-Cio-San sceglierà la soluzione più onorevole e coraggiosa: appare tutta chiusa in un terribile conflitto esistenziale e lo risolve con l’annientamento di se stessa, divenendo così una perfetta eroina tragica. E ancora: Cio-Cio-San è la sola eroina pucciniana che ci appare come personaggio in continuo sviluppo: tenera sposa bambina piuttosto ingenua nel primo atto, donna di forte carattere nel secondo, vera tragédienne alla fine dell’opera. Scriveva Mosco Carner: “L’azione intrinseca è psicologica ed è concentrata sulla figura della geisha, centro dell’intero dramma”.  Ha ben reso tutto ciò la Cio-Cio-San del soprano Hui He nella realizzazione palermitana? Diciamo subito che il soprano cinese è dotata di una buona tecnica, di mezzevoci luminose che talvolta svettano come arabeschi sonori che ben comunicano gli stati d’animo del personaggio in ispecie nei momenti più lirici presenti nella partitura; molto coinvolgente il suo incedere: “Amiche, io son venuta al richiamo d’amore…”.  Qui Hui He sfodera una voce piena, rotonda con  sonorità tipiche del soprano lirico puro. Ma nella celeberrima aria “Un bel dì vedremo” il soprano non ha fatto bene i conti con un’orchestra impiegata da Puccini con tanta discrezione, sicché la sua voce finiva per non convincerci nelle zone medio basse della tessitura; però occorre dire che canto e musica evidenziavano ciò che René Leibowitz chiamava “l’assenza di sé”. Perché è proprio l’ “assenza di sé” il sentimento centrale del brano, cioè il canto di dolore del soprano. Qui Rosetta Pampanini, Maria Callas, Victoria De Los Angeles, Renata Scotto… si sono rivelate grandi interpreti e maestre. Aggiungiamo che in “E questo?… E questo?…” o in “Che tua madre dovrà…”  o  in “Tu, tu, piccolo Iddio”…, cioè nelle parti più tragiche del dramma, la Hui He ci è apparsa certamente dignitosa anche come attrice, ma non abbiamo riscontrato l’impeto vocale del soprano lirico spinto o di quello drammatico (oltre ai nomi sopra citati, si pensi oggi ad una Fiorenza Cedolins o alla stessa Micaela Carosi!), sicché la componente tragica dell’opera non riusciva a svettare con tutta la sua forza espressiva, rimaneva come “tarata” nella dignitosa potenzialità vocale del soprano cinese. Ma aggiungiamo, senza mezzi termini, che al nostro cospetto c’era una cantante credibile ed è stata  applaudita a scena aperta sia nel duetto del primo atto (“Viene la sera”) sia dopo l’aria “Un bel dì vedremo” e anche alla fine dell’opera.

Che dire di  F. B. Pinkerton, tenente della marina degli USA, interpretato dal tenore Massimiliano Pisapia? A parte qualche emissione acuta luminosa e felice, il tenore non ci ha convinto del tutto. Il suo canto rimaneva ovattato, si avvertiva una certa corposità vocale, ma era priva di gradevoli sfumature. Molto elegante, invece,  Sharpless, il console degli USA a Nagasaki interpretato dal baritono Fabio Capitanucci: è dotato di un bel timbro e di una tecnica assai buona. Si è particolarmente distinto nella scena della lettera.  Meno convincente il mezzosoprano  Rossana Rinaldi nel ruolo di Suzuki. Nel popolare duetto “Gettiamo a mani piene…” si è rivelata priva di spessore e la voce di Hui He la sovrastava a danno degli effetti armonici  prodotti dall’impasto delle due voci.  Adeguato il resto del cast: il Goro di Saverio Fiore era gradevole e assai sicuro sulla scena.  Dignitoso il coro diretto dal maestro Andrea Faidutti. Applausi a scena aperta al famoso “Coro a bocca chiusa” che chiude il secondo atto. Musicalmente la parte più delicata, più poetica dell’opera. Sembra un “notturno” molto ispirato, una ninna-nanna  incantevole suggerita a Puccini dal fatto che sia il bambino sia Suzuki si addormentano sulla scena. Una magica melodia senza parole intonata dal coro dietro le quinte, un coro che svolge la stessa funzione di quello presente nella tragedia greca: ci rivela ciò che Butterfly ancora non sa o si rifiuta di sapere,  l’imminente caduta delle illusioni e delle sue speranze. Convincente, questa volta, anche la regia del direttore artistico del Teatro Massimo, Lorenzo Mariani. Anche se l’impatto violento della nave sulla scena presenta alcuni risvolti comici, abbiamo apprezzato l’irruenza della “Abramo Lincoln”, la cui prua, nell’attraccare, sconquassa la casa di Cio-Cio-San. Ciò vuole rendere  con le arti visive lo squilibrio psicologico che si è creato nel personaggio: ogni cosa esistente spezza la sua forma e per la nobile geisha la perdita dell’amore coincide con l’annientamento del sé esistenziale: è davvero rinnegata, ma infelice (contrariamente a quanto ella affermava nel primo atto).

E della direzione di Gabriele Ferro? Ci è piaciuta soprattutto nei momenti legati alla sola orchestra,  con particolare riferimento al preludio presente nel terzo atto. Qui il maestro mette bene in evidenza gli aspetti impressionistici della musica di Puccini, il quale guardò alle sonorità presenti nel primo atto di “Pelléas et Mélisande di Claude Debussy: che bellezza in quei richiami fuori scena  -gli “Oh eh! Oh eh!”-  dei marinai! Ma, nei momenti d’insieme, ci è sembrato che molte delle sue convinzioni siano state sacrificate ad alcune convenienze interpretative dei cantanti. E anche questa è intelligenza. Il pubblico ha capito e  ripetutamente applaudito una produzione semplicemente dignitosa.

Bagheria, 20/09/09

Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: 16 SETTEMBRE 2007 (A MIA MADRE)

16 Settembre 2009 4 commenti

 

Nel silenzio

il tuo suono vive

e nel giorno e nel mese

che la Callas al mondo spense

 

Il vento svetta

non più sfiora

il roseo tuo viso

o quei  boccolotti arrotolati

e d’oro dipinti

Il mattino sbrodola pioggia

buca la terra-

amore del Cielo nei luoghi-

a Bagheria-

ove perso s’ è

il lento tuo incedere

Le pietre si bagnano

del breve ristoro

E le voci s’alzano

con pause che t’accarezzano

Ci stringi nell’incorporeo

nei sogni talvolta

o in tenere lacrime

Gli occhi ricamano petali

Brucia la perdita

La nostalgia è culla

ed energia espande:

forza che il dolore estingue!

 

Bagheria, 16 settembre 2009

Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: ASPRA (DAL LIBRO DI POESIE “DA BAGHERIA SOFFI UNIVERSALI”, 2004)

11 Settembre 2009 4 commenti

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Da cosce divaricate

in riva al mare

sei nato.

Ti allattava la spiaggia

con nitida e fresca

schiuma di sale:

modellava possente il tuo corpo.

Mi guardavi con occhi

di vergogna e ti accendevi.

Spingevamo giù

impacciata saliva:

l’emozione vibrava

nel tuo Pomo d’Adamo.

………………………..

Portavi a casa

piccole pietre

e le fracassavi

col tuo piede d’incanto.

 

Su uno scoglio

-talamo segreto-

(il sole penetrava nell’intimo)

non posavano ombre-

di notte radiava la luna.

Lo scirocco teneva a terra

le barche

e ruggivano alte le onde.

Si alzava la sabbia

e parlava di noi

con le ululanti folate

e i nostri giochi segreti

si perdevano nell’emisferio.

Vi erano lacrime nell’acqua,

divenivano onde di rabbia

rovesciate nei lidi del mondo.

Aspra muoveva l’eterno.

 

Aspra (Bagheria), 1980

Giuseppe Di Salvo

 

*Renato Guttuso: Marina di Aspra, 1949 (collezione privata).

 

**

**Il libro di Giuseppe Di Salvo da cui è tratta la poesia “Aspra”.

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GIUSEPPE DI SALVO: ORA FELTRI ATTACCA FINI. TAGLIERA’ LA TESTA AL CENTRODESTRA?

8 Settembre 2009 6 commenti

 

Dopo Boffo, Feltri prende di mira le “nuove” idee di Fini. Bossi avrebbe dato del matto alla terza carica dello Stato perchè vuole fare votare gli immigrati nelle varie elezioni locali. Ma qual è la linea del PDL sul testamento biologico, sulla pillola abortiva, sui diritti dei gay, sul voto agli immigrati in regola con le leggi vigenti, checché ne pensi Feltri? Forse il direttore del Giornale si accinge ad attaccare chi non la pensa come lui alla Camera o al Senato? Voi pensate che lo farà con Casini, per fare un esempio, altro divorziato pro Family Day? Può valere anche per Fini il detto sciasciano “Dissi e mi contraddissi”, cioè può una persona cambiare idea senza avvisare preventivamente Vittorio Feltri? Secondo me, sì. E questa volta temo che Feltri, a differenza del caso Boffo, col suo attacco a Fini, rischia di tagliare la testa a questo “centrodestra” che non ha nessuna politica di libertà per i diritti costituzionali delle persone. Fini tende a portare idee innovative tipiche della miglior Destra liberale europea, Feltri a cosa mira? A demonizzare Fini? Questa volta appare meno convincente del suo amato Berlusconi, il quale dissente dal direttore del Giornale. Crederci? L’unica cosa che ci va di dire è che, in assenza di una credibile opposizine (ci sarebbe quella dei Radicali, ma sono tacitati dallo stesso Feltri!), è ormai Berlusconi che si sta opponendo a se stesso. Meno male. E intanto il Vaticano e la “collaborazionista” delle alte gerarchie clericali Roccella tacciono sulle virtù erotiche del Premier, altro campione del Family Day (vedete chi sono e che faccia hanno?): mirano a leggi illiberali sul testamento biologico e per ora preferiscono atteggiamenti tipici di chi sta a guardare (chiamiamoli “guardoni degli incontri gioiosi del Premier”). Perchè Berlusconi non è andato alla Perdonanza? Forse perché il contrario della Perdonanza è la perpetua Colpevolezza? Non era forse lì che Berlusconi doveva andare, visto che non osa presentarsi alle nostre Camere per rassegnare le sue dimissioni da Presidente del Consiglio dello Stato italiano? Feltri questo dovrebbe chiedere a Berlusconi, non ne ha il coraggio. Ma lo fa attaccando Fini. Buon proseguimento, Vittorio! Liberaci sempre tu dal male. E così sia!

Bagheria, 07/09/09 
Giuseppe Di Salvo

 

*Giuseppe Di Salvo intervistato da Giulio Francese sul “Giornale di Sicilia” del 9 aprile 1998 a proposito degli insegnanti gay. E’ un’intervista di 11 anni fa. Ora Fini è cambiato. E viene attaccato da Feltri, il quale non attacca chi oggi è rimasto fermo alle passate idee  fasciste di Fini.

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GIUSEPPE DI SALVO: “BAARIA” DI PEPPUCCIO TORNATORE VISTO DALLA CRITICA NON BAGHERESE

5 Settembre 2009 6 commenti
Riportiamo alcune impressioni critiche sul film “Baarìa” del nostro amico e concittadino Peppuccio Tornatore. Noi ancora non conosciamo il film già proiettato a Venezia alcuni giorni fa. Ma se ne parla ed è giusto che anche noi ne parliamo nell’attesa di vederlo e, a nostra volta, di valutarlo.
Giuseppe Di Salvo

SEGUONO COMMENTI DELLA CRITICA:

Autore: Lietta Tornabuoni – Testata: La Stampa

(…) Il film riflette più di ogni altro le caratteristiche di Tornatore: la sua gran bravura alla macchina da presa, la sua mancanza d’umorismo e di ironia, la sua capacità nell’affrontare il pathos o la singolarità dei dettagli e l’incapacità di forte visione generale. “Baarìa”, un poco scolastico, prevedibile, alla maniera di “Rosebud” di Orson Welles termina con l’immagine di un giocattolo infantile, e affastella forse troppi dettagli: il paese visto dall’alto, il primo figlio nato morto, la prima televisione, le cerimonie in onore di Guttuso, pure lui nato a Bagheria come Tornatore. Alla mafia si accenna pochissimo, al cinema moltissimo: manifesti (“Uno sguardo dal ponte”, “Fellini Satyricon”), proiezioni, Alberto Lattuada che gira a Villa Palagonia, il commercio tra bambini di piccoli pezzi di pellicola. La musica di Ennio Morricone è facile e invadente, i protagonisti sono bravi. Come tanti film inaugurali di festival, “Baarìa” non può essere paragonato a “Amarcord” di Fellini anche per la carenza di fantasia e satira (al massimo si arriva a un tenue grottesco) ma è accurato, piacevole da vedere.

Autore: Fabio Ferzetti – Testata: Il messaggero

Una trottola che inizia a vorticare nella prima scena e si ferma solo due ore e mezzo più tardi. (…) Il bello del cinema di Tornatore è che non conosce le mezze misure e fa di ogni episodio un’avventura, di ogni gesto un’iperbole, di ogni personaggio un eroe. Il guaio del cinema di Tornatore è che non conoscendo mezze misure rischia di soffocare sotto l’accumulo di effetti, metafore, crescendo, colpi di scena, paradossi temporali e chi più ne ha più ne metta. (…)

 

Autore: Xan Brooks – Testata: The Guardian
(…) “Baarìa” ci offre scene di massa e bombardamenti, commedia rumorosa e tragedia d’alto respiro. Non c’è nulla di sbagliato nell’ambizione del regista, anche se talvolta vorresti che rallentasse, si desse tregua e forse anche si alleggerisse di alcuni di quei set epici. (…)

 

Autore: Jay Weissberg – Testata: Variety
Pomposo in tutti i sensi, “Baarìa”, l’evocazione ultra decennale che Giuseppe Tornatore fa della vita nella città siciliana di Bagheria (“Baarìa” nel dialetto locale), vanta grandi set e comparse a migliaia (…) Traboccante di nostalgia fasulla, sentimentalismo a buon mercato ed orchestrazione enfatica, il film potrebbe attrarre pubblico nei cinema nazionali con una pubblicità sostenuta, ma all’estero le sue prospettive non sembrano buone.

 

Autore: Marizio Cabona – Testata: il Giornale
(…) La prima ora di “Baarìa” è apparsa magniloquente nei toni, soffocante nella fotografia per i colori esasperati. Però Baarìa risale quando l’umorismo involontario dell’autocelebrazione cede all’ironia da commedia all’italiana. Così da “Baarìa” si esce stanchi (due ore e mezza…), ma consapevoli d’aver visto un’opera che non è al Lido solo per arginare la disoccupazione a Cinecittà. (…)

 

Autore: Luca Mastrantonio – Testata: Il Riformista
(…) Il film è bello, godibile e generoso, anche troppo. Nella magica confusione dei piani temporali e narrativi si dilunga un po’ troppo e chiude, dopo una seconda parte giù di tono, con colpi di cine-teatro a grappolo. È, per respiro, durata, scenografie, cast, un filmone. Riconcilia con il cinema quanti si lamentano di film piccolo-borghesi, il cinema italiano da monolocale con tinello e angolo cottura, i film fatti su misura su attori che ormai sono dei caratteristi incalliti, le ricostruzioni storiche più influenzate dalla scarsa qualità di certe fiction che da rigorosi lavori di ricostruzione dei costumi. (…)

 

Autore: Alberto Crespi – Testata: l’Unità
Vorremmo rivolgere un appello a Giuseppe Tornatore: “Baarìa” è troppo corto, allungalo! (…) Dal trentesimo minuto in poi (su 150), succede. E il film diventa bello. Di gran lunga il più bello di Tornatore dai tempi del “Camorrista” e di “Nuovo cinema Paradiso”. Soprattutto perché diventa la storia di una famiglia, i Torrenuova, attraverso tre generazioni che partono dai tempi duri del fascismo, attraversano il dopoguerra – Portella della Ginestra, il ’48, l’occupazione delle terre… – e arriva al ’68, lasciando idealmente il testimone al “Grande sogno” di Placido, e addirittura all’oggi, a “Le ombre rosse” di Maselli. Sì, è una Mostra in cui la sinistra – o ciò che ne rimane – si troverà di fronte a diversi ritratti, o autoritratti. Baarìa è, appunto, un autoritratto. (…)

 

Autore: .. – Testata: Der Tagesspiegel
(…) Il film è piuttosto impolitico, un “Cinema Paradiso” rivisitato (…) si tratta del film nostalgico di un regista che non si è mai distinto per furore politico.

 

Autore: .. – Testata: Berliner Zeitung
(…) A parte le lotte politiche, nel film più accennate che combattute, con Tornatore si ha l’impressione che anche Berlusconi sarebbe d’accordo su questa visione delle cose del tipo: in fondo è proprio simpatico questo popolo italiano; (…) un puzzle nella galleria del vento.

 

Autore: .. – Testata: Die Welt
(…) alla fine non ci si capisce più molto (…) Tornatore sovraccarica la storia principale con altre innumerevoli piccole storie; (è come) sfogliare le belle immagini di un volume illustrato.

 

Autore: .. – Testata: Süddeutsche Zeitung
(…) Rifare la stessa cosa non è in linea con le ambizioni di un grande festival. (…) Diventa spiacevole per lo spettatore rivedere quasi le stesse immagini di “Nuovo Cinema Paradiso” (…) si può dire ciò che si vuole, ma una cosa del genere può venire in mente solo a un italiano.
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GIUSEPPE DI SALVO: BOFFO LASCIA L’AVVENIRE. FELTRI “TAGLIA” LA TESTA AD UN ANTIGAY DEL FAMILY DAY

3 Settembre 2009 4 commenti

*Dopo gli attacchi sul Giornale di Vittorio Feltri contro Dino Boffo, direttore del quotidiano Avvenire, quest’ultimo rassegna le dimissioni dal giornale dei vescovi.
Erano nell’aria e ciò doveva succedere, nonostante i vescovi (ma anche molti ”convertiti” di sinistra, gay e non)  lo stiano santificando con attestati di stima e solidarietà. Gli è che, grazie a Feltri, cade in maniera eclatante la prima testa antigay del Family Day, manifestazione catto-nazista contro i diritti degli omosessuali. La stessa testa che aveva posizioni retrograde a proposito della fecondazione legalmente assistita e che invitava a disertare il Referendum di alcuni anni fa. Chi se ne frega delle tendenze sessuali di Boffo? Gay o non gay? E’ fatto suo. Libero o velato? E’ fatto suo. Ma le sue posizioni pubbliche omofobiche sono un fatto che appartiene a tutti i cittadini: e la storia ci insegna che molte criptochecche sono state ”le più feroci avversarie” dei gay dichiarati. E la vera violazione della Privacy, ricordiamolo, è quella che impedisce di far vivere gli altri cittadini secondo i principi liberali di autoresponsabilità e non secondo comportamenti imposti da chi si ritiene depositario di un’etica fascista da imporre agli altri. Patacche o non patacche, le accuse di Feltri si basano anche su alcuni fatti veri. E siamo pure consapevoli che Feltri ha agito per difendere la voce del suo padrone. Ma, a questo punto, anche per noi, machiavellicamente, il fine giustifica i mezzi. E usiamolo, questo Feltri, come utile mezzo. Sappiamo che Boffo ha querelato Feltri, ma sappiamo pure che sarà un tribunale a decidere se Feltri ha torto o ragione. Se Boffo non ha nulla da nascondere, per quale motivo ha lasciato l’Avvenire? Forse non è riuscito a convincere del tutto i suoi lettori che le accuse di Feltri sono false? O vige sempre il metodo di fare “santo” chi si vuole togliere  dalle palle (o dai piedi? fate voi!) perché ormai genera un certo fastidio e imbarazzo? Noi non abbiamo in antipatia la persona Boffo, ché anzi! Ma siamo politicamente lontani da lui per quanto riguarda i diritti dei gay (e se lo dovesse essere, anche dei suoi) e  tutte le altre questioni politiche (e non etiche!) contro le quali il Boffo con strana e forse insana passione si è in questi anni cimentato e schierato. E allora? E’ Berlusconi l’uomo politico davvero “capace di tutto”, o sono molti i politici militanti della Città del Vaticano che con la loro “doppia morale” superano il Cavaliere? Perchè stupirsi dello sputtanatore Feltri? E che dire di questo nostra “sinistra” davvero “sinistra” che non è capace di niente, se non inchinarsi al cospetto dei veri “capaci di tutto” -nevvero, Pannella?- che sono i numerosi militanti omofobi della Città del Vaticano, prelati e non? L’UDC di Casini è molto dispiaciuta della fine di Boffo: altri moralisti verso i quali la nostra sinistra schizza l’occhio. Forza Feltri! E “occhi c’aviti fattu chianciri, chianciti!”

Bagheria, 03/09/2009 
Giuseppe Di Salvo

 

*La testa misteriosa di Dino Boffo.

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