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Archivio Ottobre 2009

IMMINENTE UN’ESPLOSIVA RECENSIONE DI GIUSEPPE DI SALVO DE “IL QUADERNO” DI JOSE’ SARAMAGO

30 Ottobre 2009 1 commento

E’ imminente un’esplosiva ed irriverente recensione di Giuseppe Di Salvo de “Il Quaderno” di José Saramago, edito dalla casa editrice “Bollati Boringhieri”. Giuseppe Di Salvo ama l’autore di “Cecità” e ne condivide molte idee, ma su Israele esterna riflessioni che sembrano accecare la sua intelligenza. Aspettate e vedrete!

La Redazione del blog.

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GIUSEPPE DI SALVO: RECENSIONE DEL “SIMON BOCCANEGRA”, TEATRO MASSIMO DI PALERMO 23/10/2009

26 Ottobre 2009 7 commenti

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SIMON BOCCANEGRA AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO, OSSIA LA BELLEZZA DELLA MODESTIA

Diciamolo francamente: il “Simon Boccanegra” di Verdi  -andato in scena venerdì 23 ottobre 2009 al Teatro Massimo di Palermo-  può essere definito con onore un allestimento decente e radiato dalla bellezza della modestia. Questa nostra valutazione vuole essere contenuta e priva di enfasi propagandistica. Non sono mancati momenti di nobiltà vocale ed interpretativa da parte di alcuni cantanti, in ispecie del “basso” sessantenne  Ferruccio Furlanetto nel ruolo di Jacopo Fiesco (la voce del cantante di Sacile, in verità, sembra quella di un baritono mozartiano che  conserva belle note nel registro basso): onora ancora se stesso, la sua brillante carriera e la nobile tradizione. Ma alcune sue emissioni evidenziano un po’ l’usura della voce forse causata dall’età: si percepiscono note “forzate”, tendenti ad aprirsi e a lacerarsi. Aristocratico nel portamento, il suo Fiesco si muove ancora con elegante e signorile disinvoltura. Simon Boccanegra è il cinquantenne baritono Roberto Frontali: interpretazione gradevole,  non sempre in linea con le qualità vocali che il ruolo verdiano richiede. Ma l’eroica solitudine di Simon Boccanegra  -da Frontali-  è ben evidenziata più coi gesti che con la voce (in ispecie nel momento del trapasso).

   Attraente e prestante il Paolo del ventisettenne baritono albanese Gezim Myshketa: scenicamente  abile e sicuro; la sua voce è bene  impostata, ma non si addice ad un uomo nevrotico che congiura. Ci vuole ben altro spessore vocale! La gelosia che lo divora (il merito musicale è di Verdi!) ci fa intuire il cinico Jago di Otello. Il librettista Arrigo Boito (nella seconda versione,1881) è molto abile nel creare questi ruoli mefistofelici: più dello stesso Francesco Maria Piave, librettista della prima versione dell’opera (1857). E il Pietro del basso/baritono Paolo Battaglia? Ci è sembrato vocalmente il meno adeguato. Il tenore Walter Fraccaro nel ruolo di Gabriele Adorno era piuttosto monocorde, privo di sfumature, di squillo, di connotazioni espressive romantiche.

L’Amelia Grimaldi del soprano Amarilli Nizza? Perché parlarne? Non sarebbe preferibile rimandare il perplesso melomane all’ascolto di altri soprani più o meno “stilizzati” come Victoria de los Angeles ( Roma 1957), Leyla Gencer (Salisburgo 1961) o la stessa Mirella Freni ( 1977) per capire come deve cantare Amelia? Può la rotondità del suono che rende la donna angelica mutarsi in emissioni aspre e prive di sfumature liriche e di grazia? Si ama Verdi o l’essere in scena?

Buono il coro: come sibila, alla fine del primo atto, quel declamato a fior di labbra “Sia maledetto!”. Nel Simon Boccanegra il coro rappresenta il popolo che irrompe in scena (ma lo si sente spesso dietro le quinte) e chiede giustizia: anch’esso è protagonista! Vi si coglie un altro aspetto originale dell’opera verdiana. Il maestro del coro Andrea Faidutti, il regista Giorgio Gallione e il direttore d’orchestra Philippe Auguin  hanno messo le parti corali (patrizi e plebei) in giusta evidenza. Il quarantottenne direttore d’orchestra, il già citato Auguin, è stato, insieme a Furlanetto, l’altro uomo che ha dato splendore a questa edizione del Simon Boccanegra: ha  evidenziato le tinte oscure, quasi claustrofobiche, dell’orchestra verdiana; come non ricordare gli “a solo” delicati ed incisivi dell’oboe, del clarinetto, dei fagotti, dei corni? Scriveva Luigi Bellingardi: “Boccanegra e Fiesco sono le due figure ad acquisire uno sbalzo inedito, immerse come sono nell’atmosfera inquieta e scura dell’orchestra, nel senso quasi di veglia febbrile e angosciosa che marca il finale dell’atto secondo.”  Le stesse congiure politiche di cui è permeata l’opera non sono forse trame ombrose e celate?  E il sentimento di pace  -per volontà verdiana- sembra incedere con la grazia della pausa, della riflessione profonda, del silenzio, degli accordi d’incanto con cui si chiude l’opera. A queste cromature oscure tende anche la minimalista regia di Gallione. Non sono mancati momenti di noia. Applausi? Certo. Con meritate ovazioni a Furlanetto e al direttore Auguin. A suggellare la bellezza di un’edizione davvero modesta! Con un bel po’ di pubblico assente. Non solo per la pioggia.

Bagheria, 25/10/2009

Giuseppe Di Salvo

 

*Il prestante ventisettenne baritono albanese Gezim Myshketa  (Paolo nel Simon Boccanegra andato in scena al Tetro Massimo di Palermo il 23 ottobre 2009): bella presenza… scenica! Largo ai giovani! Ma attenzione ai ruoi che si interpretano.

G.D.

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LA RECENSIONE DI GIUSEPPE DI SALVO DELL’OPERA “SIMON BOCCANEGRA” IN SCENA AL MASSIMO DI PALERMO?

24 Ottobre 2009 1 commento

Fra poche ore la recensione di Giuseppe Di Salvo dell’opera “Simon Boccanegra” di Giuseppe Verdi andata in scena al Teatro Massimo di Palermo venerdì 23 ottobre 2009. Da non perdere! Si tratta di riflessioni lontane dai “volgari” luoghi comuni e dalle reticenze legate alla propaganda e al “non voler dire”. L’arte ha bisogno di parole espresse con amore e sincerità. Talvolta molte cose belle sono contenute nel concetto di “modestia”. A presto, per il solito scalpore di Giuseppe che ci aiuta a crescere!

LA REDAZIONE DEL BLOG DI GIUSEPPE DI SALVO

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GIUSEPPE DI SALVO: ANNA (AD ANNA MORREALE)*

22 Ottobre 2009 9 commenti

DOPO LA POESIA,  LA RIVELAZIONE DI UN  NOBILE  SEGRETO RIVELATOMI DA ANNA.

Qual è

il giusto tono

per un compleanno?

E’ pensare all’oggi:

……………………

…in sé ha il futuro

e del passato

è dono di mezzi.

L’azione è qui

e ora.

Resta affannosa

la danza dei pensieri,

anche nei brividi

radiati dalla gioia.

Bagheria,  25/07/1997

Giuseppe Di Salvo

*Anche questa poesia è tratta dal mi libro “Da Bagheria Soffi Universali” (2004). Voglio qui ricordare un aspetto segreto della mia amicizia con Anna. Fra noi c’era intesa intellettuale. Nel 1989 mi candidai, da radicale, per la carica di consigliere comunale nelle liste del PCI a Bagheria  e Anna mi appoggiò apertamente. E mi cercò voti e preferenze. Nell’ambito piccolo borghese e cattolico bigotto subì non poche umiliazioni per essersi schierata per me e con me. Ma con orgoglio amicale non si fermò e andò avanti contrastando lo scandalo delle sue amiche e amici ipocriti: avevano riserve sul modo dichiarato e pubblico di vivere la mia omosessualità. Anna diceva: “Giuseppe fa bene il suo lavoro a scuola e farà bene anche il consigliere comunale.” Io fui eletto in un clima pesante: per le strade di Bagheria scorreva il sangue dei morti ammazzati di mafia ad opera dei killers delle bande emergenti. Quei piccoli borghesi di ciò non apparivano scandalizzati. Dopo i miei primi interventi al Consiglio Comunale di Bagheria, Anna mi confidò  -solo allora!- che quei suoi amici e amiche si erano fatti sentire, scusandosi per quello che avevano detto, mostrandosi pentiti  per non avermi votato. Che dire? Molte/i si sono ricredute/i sinceramente, altre/i, invece, io credo, essendo ipocrite/i, non avranno certo incontrato nessuna difficoltà nel rinnovarsi la maschera. Anna ci manca, mi manca, perchè i cattolici veri  di sinistra e non sono davvero pochi. Apprezzava le innovazioni presenti nelle menti altrui, non conosceva la parola “invidia” (anzi, la parola sì, ma le tortuosità del sentimento no!) e sapeva amare con affetto sincero. Donne come Anna se ne incontrano poche. Perciò la ricordiamo: è con  noi! anche dopo la sua decennale assenza.

Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: COPA DE LA VIDA (AD ANNA MORREALE)*

20 Ottobre 2009 2 commenti

 

A scuola

non siam che frammenti,

piccole luci

alimentate da intensi

colori dell’anima:

razzature invisibili-

arco cromatico

più di un baleno.

Marchese?

Artista!

Concertatore materico

di didattica della PSICHE.

 

…E tu, Anna,

appari tremula fra i corridoi,

conforto sei di luci opache,

messaggera…

Ami l’irrisolto

e sai come posarti

sui luoghi magici

da cui attingi scoperte,

destando meraviglia.

UDINE?    BAGHERIA?

Sono luoghi del conoscere

e non dell’aver conosciuto!

Bagheria,  maggio 1998

Giuseppe Di Salvo

*Anche questa poesia è tratta dal mio libro “Da Bagheria Soffi Universali” (2004). Qui la riproponiamo per ricordare ancora Anna, collega ed amica, a dieci anni dalla sua scomparsa.

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GIUSEPPE DI SALVO: “IL CIELO NON HA ANGOLI” (AD ANNA MORREALE, MEDAGLIA D’ORO)*

18 Ottobre 2009 2 commenti

 

(Ad Anna Morreale, medaglia d’oro, benemerita della scuola)

Ma cosa hai fatto?

Ascoltavi

la corsa dei fonemi,

toccante umanità

in quei despitti accenti,

disdegno emesso

da gole di maestre

che sanno di rancido

e di rame.

Emissioni di fiato gelido

spegnevano 

una stella

dalla luce tremula

e si chiudeva

il nero spazio,

neo nell’universo.

 

Da me ascoltavi

note d’incanto

orchestrate da Mahler

nella  Titan  Symphonie:

l’oboe ti cingeva

di melodie infantili

e ne eri ammaliata.

Tua nipote ascolta

e canta “Fra Martino”?

Il cielo non ha angoli,

ma c’è una luce nuova

da qualche parte,

azzurrerà l’inerzia

e le tue tracce:

non sentiremo l’eco

dell’oblio.

Il tuo nome

è parola sulle nostre labbra,

oggi è segno inciso

su pietra del Bagnera:

qui  -per te- non c’è

silenzio di memoria.

 

Bagheria,  13/11/03

Giuseppe Di Salvo

 

*Dieci anni fa, precisamente il 7 ottobre 1999,  se ne andava la nostra collega e amica Anna Morreale.  Aveva 53 anni. Vogliamo ricordarla riproponendo alcune mie poesie a lei dedicate sia mentre era in vita sia quando non era più presente al nostro cospetto. Le liriche sono state tutte pubblicate nella mia raccolta “Da Bagheria Soffi Universali” (2004). La Scuola Bagnera la ricorda. Spesso è nei pensieri del Dirigente Lucio Marchese, dell’amica Rosetta Arato, di Pina Denti. E non solo.  Non vogliamo aggiungere altro! Se non onorarla col silenzio che i ricordi accarezza e con lievi pennellate di memoria.

G.D.

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GIUSEPPE DI SALVO: IL 22 GENNAIO 2010 “A SINGLE MAN” DI TOM FORD NELLE NOSTRE SALE CINEMATOGRAFICHE

15 Ottobre 2009 4 commenti

*

Arriverà nelle sale cinematografiche italiane nel periodo degli Oscar la sorprendente opera prima di Tom Ford. “A Single Man”, vincitrice del Queer Lion Award e della Coppa Volpi come miglior attore andata al bravissimo Colin Firth. Sarà l’Archibald Film di Vania Traxler a distribuire in Italia il film rivelazione di Venezia ’66. Molto probabile la candidatura come miglior attore per Firth. Probabile l’inserimento nella decina riservata alle pellicole più belle dell’anno. Non sono escluse le candidature per i premi tecnici, in particolare la fotografia Eduard Grau, le scenografie di Amy Wells, i costumi di Arianne Phillips e le musiche di Abel Korzeniowski. L’Archibald Film aveva distribuito l’anno scorso un altro film gay, il francese “Baby Love” (‘Comme les autres’) di Vincent Garenq.  Siamo qui ad aspettare, anche perchè abbiamo già letto da più lustri il bel libro omonimo di Christopher Isherwood. Si diffonda il nostro tam tam e prepariamoci ad andare ad affollare le sale per questo nobile evento.

Trama

Il film è ambientato nel 1962 e racconta una giornata qualunque di George, un professore inglese e omosessuale che insegna in California.  George ha da poco appreso che il compagno Jim è stato vittima di un incidente stradale, e si ritrova a combattere l’intolleranza del suo vicino di casa, che non approva la sua omosessualità, trovando appoggio nell’amica di sempre Charlotte e suscitando l’interesse del giovane studente Kenny.

 

Bagheria, 15/09/2009

Giuseppe Di Salvo

 

*Colin Firth riceve la Coppa Volpi alla SessantaSeesima mostra cinematografica di Venezia per la sua interpretezione del film  ”A Single Man” del regista Tom Ford.

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GIUSEPPE DI SALVO: MANDANTI POLITICI ANTIGAY NEL PALAZZO! CACCIAMOLI! BERLUSCONI GODE… E TACE!

14 Ottobre 2009 1 commento

Chi sono quei gay che continuano a credere agli ipocriti e impostori politici del centrodestra? Votarli è come autoflagellarsi!
La stessa cosa si dica per il centrosinistra delle Binetti e di un PD in delirio strategico. La Lega? E’ omofoba nel DNA e prostrata al Vaticano, purchè Ratzinger non s’impicci sulle politiche razzistiche sugli immigrati. L’IDV? Fa il gioco delle parti! L’UDC di Casini? Fa quadrato sul “divorzio” etico del suo leader, ma ha persone come Volontè che sono campioni di ignoranza, al solo sentirli ci viene il legittimo sospetto che qualcosa non funziona nelle loro concatenazioni logiche, visti anche i loro legami col Vaticano e coi meandri del potere: quanti dei loro esponenti hanno (o hanno avuto) a che fare con la giustizia e col codice penale? E quanti Volontè hanno denunciato i veri pedofili che si annidano all’interno della Chiesa cattolica? Questo “genio” dell’etica vaticana non vede i pedofili dove, in verità, sono, ma preferisce associare impunemente omosessualità a pedofilia: cosa prova la persona che vota per questo partito? Forse un legame democratico con la nostra Costituzione? E allora che dire, visto l’esito di questa votazione parlamentare sulla legge antiomofobia? La Concia lasci il Partito Democratico e tutti i gay si mobilitino per votare e far votare ovunque per i Radicali di Pannella e Bonino, uniche persone credibili per la difesa dei nostri diritti. La presenza altrove è solo collaborazionismo coi nostri nemici. Come non capirlo, cara Concia? E’ come dare la mano ai mandanti della violenza antigay: costoro politicamente sono tutti nel palazzo! E bisogna farli uscire a pedate negando loro il nostro voto: ora e sempre! E come mai il nostro premier, utilizzatore finale di escort (che schifo!, non sarebbe meglio essere utilizzatore iniziale?)  tace? Starà forse godendo?

Bagheria, 13/10/09 
Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: INFUOCATI INGUINI (TRATTA DA “DA BAGHERIA SOFFI UNIVERSALI”, 2004)

11 Ottobre 2009 8 commenti

 

Sento il morso

del tuo sguardo:

lascia ponfi d’oro

sulla pelle.

Quando sei altrove

i miei infuocati inguini

-all’ombra-

vibrano d’amore.

Bagheria, 28/12/03

Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: SUITE CRITICA SU “BAARIA”, CASO POLITICO-CULTURALE CREATO DA PEPPUCCIO TORNATORE

 

IL CINEMA, LA CARITA’,  IL PLOT, L’INTRECCIO,  L’ITALIETTA PARTITOCRATICA E IL MIO TELEFONO BIANCO

(Suite critica sul caso politico-culturale “Baarìa” di Peppuccio Tornatore)

Primo movimento: La Carità.

Pier Paolo Pasolini affermava che per fare cinema occorre avere una grande virtù: la carità.

Chi non si percepisce caritatevole, chi cioè non ha comprensione e compassione per il prossimo deve lasciare stare il cinema. Ma si può essere “caritatevoli” anche non facendo cinema? E’, per fare un esempio, caritatevole il fruitore di quest’arte, cioè lo spettatore?

Se un film non coinvolge lo spettatore si può dire fallito. Si potrebbe dire ciò, ancora un esempio, del bel film “Ben Hur”? No. No. E dalle notizie che ho, forse, non si potrà neanche dire dell’ultimo film di Peppuccio Tornatore, Baarìa.  Come può uno spettatore mostrare la sua carità nei confronti del cinema, ma anche di qualsiasi altra espressione artistica (teatro, musica, poesia…)? In un solo modo: occorre leggere, informarsi, comprendere, socializzare le proprie impressioni e il proprio vissuto. Diciamo ciò perché, da Bagheresi, vogliamo capire le motivazioni che hanno spinto Tornatore a realizzare il suo film. Su Baarìa ho già letto tre libri e diversi articoli. Uno di questi libri è “Baarìa”, una lunga intervista fatta dal giornalista Pietro Calabrese a Tornatore (Rizzoli, settembre 2009): 192 pagine, si leggono d’un fiato. Ci aiuta a capire meglio le idee di Peppuccio. La lunga intervista si snoda in ben quattro capitoli: “L’idea del film”, “La famiglia”, “La scoperta del cinema”, “il film”. L’abilità di Pietro Calabrese sta nel fare domande che stimolano la memoria del regista. In pratica, il libro si dipana con una specie di tecnica maieutica sì da far partorire a Peppuccio risposte toccanti ed interessanti. Non mancano spunti pedagogici, informativi. I dialoghi evidenziano la volontà di esplicare come il regista abbia voluto “strutturare” il film. Citiamo Tornatore: “Nel caso di Baarìa si trattava di elaborare un’idea che avevo già (…) perché l’unica mia certezza era che il film non potesse e non dovesse avere una struttura tradizionale. Per dirlo in termini tecnici, questo era un film che rifiutava il plot.” (op. cit. p. 19). Al che Pietro Calabrese chiede: “Che cos’è il plot?”  Peppuccio risponde: “Il plot è la struttura granitica e compiuta del film. E’ la codificazione di alcune norme basilari e irrinunciabili per raccontare una storia attraverso il linguaggio del cinema. (…) Insomma, il plot è l’insieme di quelle regole drammaturgiche che salvaguardano la centralità dei personaggi protagonisti e ne condizionano il destino. (…) Il plot, ancora, ti porta a decidere da quale punto di vista raccontare il film. (…) Baarìa aveva un’idea narrativa insolita, che mi seduceva molto: sin dal primo momento, l’ho immaginata come una struttura caleidoscopica, come un film interpretato da un coro. Dinanzi a questo coro ci sono, ovviamente, alcuni coreuti, i protagonisti. Di volta in volta, però, nello svolgersi dell’azione, uno dei componenti esce dal coro, occupa per così dire il proscenio e ruba, sia pure per un attimo, la scena ai protagonisti. Poi rientra nel coro.” (op. cit. pp. 20-21)

(La carità  spinge alla ricerca: consolidiamola col secondo movimento della nostra suite critica)

 

Secondo Movimento: Dei Significati da dare al Plot.

Il “plot” indica la trama, la materia narrativa di un film. Ma “plot” e “trama” sono sinonimi? L’etimologia della parola “plot” è incerta. Risale al termine francese “complote” che vuol dire “complottare”? O si deve fare risalire al termine inglese medievale “plotte” per significare “schema” o “diagramma”? Sino agli anni Ottanta “plot” si trovava soprattutto nei testi di critica cinematografica. Nell’edizione del 1991, lo Zingarelli così definisce il “plot”: trama, materia narrativa di un film. I dizionari americani definiscono “plot” l’intreccio di un’opera drammatica o di narrativa. E il dizionario italiano della “Paravia” curato da Tullio De Mauro così lo definisce: termine singolare, maschile; “esotismo”; nella critica letteraria e cinematografica è sinonimo di storia, ma anche di trama; ma più comunemente è usato col significato di “intreccio”.

Siamo innanzi ad un “barbarismo”, cioè ad una parola straniera che ormai fa parte del lessico italiano. Definiamo ora la parola “trama”: consiste nella sintesi dell’evoluzione di un’opera narrativa o drammatica, dal punto di vista del contenuto. (Primo significato); ma “trama” è anche attività tortuosa e coperta, volta al conseguimento di fini poco chiari; in questo caso, si dice, “occorre sventare la trama dell’avversario” (Secondo significato).

 La parola “trama” tira in ballo anche il termine “ordito”: in tessitura è l’insieme dei fili che costituiscono la parte longitudinale del tessuto e tra i quali viene poi inserita la trama a formare l’intreccio del tessuto stesso. La parte “longitudinale” è quella “trasversale”, “perpendicolare”: da “perpendic?lum”, cioè “filo che cade a piombo”. Ma “ordire”, nel suo significato arcaico, significa  “lavorare ad intreccio”. Viene dal latino “ord?ri” che vuol dire “cominciare a tessere”. Sicché “intrecciare” è lo “svolgersi elaborato di una vicenda (o di un’azione) in cui concorrono più elementi o motivi”; o il “sovrapporsi in modo confuso e contraddittorio di più ‘direzioni’ o ‘contenuti’.  Non si dice, infatti, “ordini e contrordini che si intrecciano”?  Sempre in tessitura l’ “intreccio” è la disposizione presentata in tessuto dai fili d’ordito e dalla trama. Ma nel significato della comunicazione che a noi qui interessa “intreccio” è un concorrere (spesso complicato e contraddittorio) di fatti o elementi narrativi fortuiti o specificamente elaborati. Così si ha: 1) “Intreccio delle vicende”. 2) “Intreccio del racconto”: e i due “intrecci” sono interdipendenti.

Di questi “intrecci” si nutre la struttura della sceneggiatura di “Baarìa”, intrecciata, appunto, in 189 scene. La prima scena (intreccio delle vicende) si apre in via Guttuso coi bambini che giocano con la strùmmula e la scena 189 (altro intreccio delle vicende)  chiude tutta la sceneggiatura sempre in via Guttuso, “esterno giorno”, col piccolo Pietro che corre a perdifiato, con la “sputazza” asciutta e con un altro bambino che raccoglie sul palmo della mano la sua vertiginosa strùmmula verde, lanciandola con forza su quella di Pietro. Poi Pietro si china a guardare da vicino e ride anche lui. Dal buco in cui si incastra il pizzo esce una mosca viva. Basta leggere “Baarìa”, la sceneggiatura del film edita dalla Sellerio, per rendersene conto.  E per fortuna non è la pirandelliana mosca affetta da carbonchio, altrimenti sarebbero guai per i bambini di questo “Intreccio delle vicende”. Forse il gioco delle strùmmule è da avvicinare al gioco degli aquiloni del romanzo  “Il Cacciatore di aquiloni”di Khaled Hosseini da cui Marc Forster ha tratto il suo bel film che tanto fastidio ha dato e dà  agli ipocriti fondamentalisti talebani? Siamo su un’altra area geografica. “Baarìa” con le sue ben definite scene delle strùmmule ha forse dalle nostre parti e per il nostro regime partitocratico lo stesso effetto del film di Marc Forster? Io ho attivato il mio “telefono bianco” per cercare di capire le emozioni vissute dagli amici che hanno visto Baarìa. Quasi a tutti è piaciuto, si sono commossi, ma quale preoccupazione desta questo film ai “talebani partitocrati” del Family Day di Destra e di Sinistra di Casa Nostra?

(La carità si disconnette, ci spinge a riflettere, a riferire delle nostre emozioni. Assolvenza.)

 

Terzo Movimento: “Baarìa” amato dalla base e dalla partitocrazia.  Nobili emozioni.

Ma diciamolo francamente: la storia, la trama, quindi il plot, a nostro avviso, in “Baarìa c’è. Sotto forma di nobile intreccio. Basta leggere la bella introduzione che Paolo Mieli fa  a “Baarìa” di Giuseppe Tornatore, nell’edizione Sellerio. L’ “Intreccio della storia”, o il cuore del racconto, è tutto condensato dalla  scena 58 (Corso Umberto) alla scena 73 (Chiesa Aspra), cioè da pagina101 a pagina123 del libro. Qui si snoda la coinvolgente storia d’amore fra il comunista Peppino e la casalinga Mannina; ma è ostacolata, sicché la coraggiosa “fuitina” dei due amanti coinvolge ed emoziona; fa di Mannina una femminista ante litteram. Plot assente? Come mai ciò non mi è stato detto da nessuno al mio aristocratico telefono bianco? Non sarebbe questa bella storia da contrapporre ai potenti in cerca di “escort”, anche se utilizzatori finali? A Berlusconi questo film è piaciuto perché finanziato dalla Medusa o perché tende a realizzare  -non è mai troppo tardi!- il suo sogno d’amore coerente coi valori clerico-fascisti portati a quella manifestazione, discriminatoria nei confronti dei gay, chiamata Family Day? E come mai in Italia viene permesso di mutilare l’arte senza che il nostro Premier apra bocca? Ci riferiamo a “I Segreti di Brokeback Mountain”, film di Ang Lee, trasmesso dalla televisione italiana senza la scena dei baci fra i due cow boy gay:  il nostro Premier come mai non ha avuto niente da dire? Avrebbe forse taciuto se qualcuno avesse mutilato una statua di santo in qualche edificio cattolico? E come spiegare il rifiuto della Mondadori di pubblicare un libro del grande José Saramago solo perché lo scrittore portoghese criticava il nostro Premier? Che c’entra tutto ciò con Baarìa di Tornatore? Al di là delle intenzioni di Peppuccio, lo sfondo partitocratrico della nostra Italietta berlusconiana c’entra: Baarìa non infastidisce il nostro Cavaliere, ché anzi egli usa tutti i mezzi di propaganda a sua disposizione  -a cominciare dalle sue parole di elogio nei confronti del film- perché tutti corrano a vederlo (probabilmente, sul piano delle immagini, percepito film assai poetico, dai nobili accenti e richiami nostalgici, ironici, con bravissimi attori, animato da centinaia di comparse, con l’uso di un dialetto ormai mutato dal tempo…). Si aprono anche le tende di “Porta a Porta” e di tutti i mass media di regime. Non solo di Destra. Riportiamo qui un breve passo di un articolo di Francesco Merlo apparso  su “La Repubblica” di venerdì 25 settembre 2009, cioè il giorno dopo la prima bagherese del film. Scrive Merlo: “…ma anche Baarìa aveva la sua mafia e quei comunisti speciali  -è il punto di maggiore verità-  che sono stati i comunisti della Sicilia, riformisti, liberali e ambientalisti prima degli altri. In Sicilia non si sceglieva il Pci per il regime di Stalin, ma contro la mafia e contro le processioni e gli incappucciati, contro gli agrari più avidi e più miopi del mondo. Come diceva Sciascia, una persona per bene non poteva non stare con il Pci.”

Che citazione! Occorre ricordare che per Sciascia il PCI doveva rappresentare il cambiamento per i più deboli, per i non garantiti, per le persone oneste, per i figli di uomini e donne che avevano sacrificato le loro esistenze nelle lotte contadine, nella speranza: Portella della Ginestra è solo un esempio. Ma quando nel 1976-77 il Partito comunista scelse la strada del compromesso storico, Sciascia ne divenne il più scomodo ed agguerrito censore ed oppositore. Denunciò come al comune di Palermo nessuno osava alzare i sassi per vedere i vermi che ci stavano sotto; nel 1979 si candidò nelle liste del Partito Radicale e fece parte della Commissione d’indagine parlamentare sul rapimento e sull’assassinio di Aldo Moro: come non ricordare le denunce penali di Berlinguer, la rottura dell’amicizia con Guttuso? E le sue posizioni sull’antimafia? Quindi dalla seconda metà degli anni Settanta, caro Merlo, per Sciascia, le persone per bene non dovevano più votare per il PCI. Ma questo non si dice. E anche Peppuccio Tornatore, in tutte le sue citazioni di Sciascia, di ciò tace. Non se ne ricorda? Come potrebbe? Lo stesso regista in un’intervista apparsa su “La Repubblica” di mercoledì 23 settembre 2009 dichiara: “Se non si accetta l’idea del convivere con chi è diverso non si va avanti. Questo è il bipolarismo. Ecco, forse ho fatto un film sul bipolarismo.” La rivelazione: Tornatore con Baarìa dice d’aver fatto un film sul bipolarismo. E da quali personaggi politici sono animati i partiti di questo bipolarismo se non dai partitocrati che hanno portato al punto in cui siamo l’Italietta (e Bagheria) di oggi?

Eppure nei suoi interventi Tornatore cita spesso Sciascia a proposito di Cinema.

Nel libro-dialogo con Ferdinando Scianna “Baarìa Bagheria”, pubblicato dalla casa editrice “Contrasto” nel mese di luglio 2009, a pagina 65, Peppuccio Tornatore  ecco cosa dice: “Nello ‘Schermo a tre punte’ io avevo fatto un capitoletto dedicato a Sciascia, e lì ricordo questa sua frase: ‘Il cinema si è sempre occupato e continuerà a occuparsi della Sicilia perché la Sicilia è cinema’”.  Se la Sicilia non finirà mai di offrire elementi narrativi cinematografici, ci auguriamo che Peppuccio Tornatore venga ispirato dalle idee politiche di Sciascia post 1976: chissà come ne uscirebbe il bagherese Guttuso? E Berlinguer? Ognuno fa i film che si sente di fare, ma noi diciamo quello che viene omesso e che ci sentiamo di ricordare. Per onorare la verità storica. Suggeriamo, inoltre, a chi vuole capire bene quanto Sciascia amasse il cinema, di leggere il suo bel saggio “La Sicilia nel Cinema” nella raccolta di saggi “La corda Pazza”. Lo scrittore scrive: “Vittorini, Brancati e Quasimodo offrirono, più o meno direttamente, i tre diversi temi siciliani al cinema. La Sicilia come “mondo offeso”; la Sicilia come teatro della commedia erotica; la Sicilia come luogo di Bellezza e di verità.” Quale Sicilia ci offre Baarìa di Tornatore? Come abbiamo visto, l’ “intreccio” della sceneggiatura è prevalentemente autobiografico e viene riesumata una Bagheria e un dialetto bagherese andati perduti. Sceneggiatura dignitosa che non svetta, anche se non mancano pagine coinvolgenti. Alcune le abbiamo pure citate. In Tornatore c’è, eccome!, il tema della nostalgia legato agli eventi, alla storia che si evolve, alle cose che cambiano.

(Perenne Assolvenza. La pasoliniana carità ci spinge ora a rivisitare Pirandello e la sua “corda pazza”.)

 

 

Quarto movimento: squilla il mio telefono bianco. E’ Donna Mimma. Vive da oltre un ventennio in una città del Nord.  E’ bagherese. Le piace il film di Peppuccio. Piange. Rimpiange la Bagheria e la lingua dialettale perdute.

La nostalgia è un sentimento in stretto rapporto con l’amore. Ma le emozioni che non si evolvono ci condannano a perenne sofferenza; le persone o le cose di cui abbiamo nostalgia finiscono per roderci l’animo. Bagheria, rispetto agli ultimi decenni, si è certo “evoluta” come moltissime altre città. In meglio? In peggio? Punti di vista. La nostalgia può bloccare le nostre menti? Lingua e dialetto si evolvono! E  con i mass-media, poi, che tendono ad omologarci nel linguaggio! La Bagheria di “Baarìa” non c’è  più. Alle pagine 32-33 del citato libro “Baarìa  Bagheria” (Scianna-Tornatore),  Peppuccio così si esprime: “…Sono 25 anni che non abito più a Bagheria e in questi 25 anni il mio rapporto con Bagheria è cambiato molte volte. C’è stata una lunga fase in cui il mio desiderio di conservare Bagheria nella memoria come l’avevo vista da ragazzo era talmente forte che mi rifiutavo di tornarci. (…) Quelle rarissime volte che passavo in paese mi dava un senso di morte perché percepivo innanzitutto che le cose erano cambiate e cambieranno continuamente, in modo che mi turbava. Per esempio scoprivo che le cose non erano così grandi come le ricordavo. (…) Spesso poi, quando mi capitava di inciampare in circostanze, in obblighi di relazioni, avevo la sensazione che tutto stesse peggiorando e che il bello della Bagheria che mi portavo nella mia testa non fosse appunto altro che un’invenzione. (…) Mi dicevo: in fondo la Bagheria che piace a me esiste solo nella mia testa.

Queste riflessioni di Tornatore ci fanno venire in mente Miss Ethel Holloway, protagonista de “Il capretto nero”, geniale novella di Luigi Pirandello. In visita a Girgenti, s’era innamorata di un capretto nero appena nato che saltava nella Valle dei Templi. Lo comprò. E incaricò il signor Trockley, da 22 anni console d’Inghilterra a Girgenti, di spedirglielo a Londra alla fine delle sue vacanze. Cosa che il signor Trockley fece dopo circa undici mesi. Ma che animale arrivò a Londra? Un orribile bestione cornuto, fetido, dal vello stinto rossigno strappato e tutto incrostato di sterco e di mota; emetteva rochi, profondi e tremuli belati. Era divenuto un immondo bestione. Miss Holloway, nel rivederlo, inorridì e suo padre scrisse una lettera indignata al signor Trockley. Ma che si aspettava dopo undici mesi la stupidissima Miss Ethel Holloway, creatura capricciosissima e irragionevole? Ce lo dice Pirandello: “…ella, andata via lo scorso aprile con negli occhi e nell’anima l’immagine graziosa di quel capretto nero, non poteva, siamo giusti, far buon viso (così irragionevole com’è evidente) alla ragione che voi, signor Trockley, le avete posta davanti all’improvviso con quel caprone mostruoso che le avete mandato. (…) Non vorrei sembrarvi anch’io irragionevole come la piccola Miss, ma al vostro posto, signor Trockley, sapete cosa avrei fatto io? O avrei risposto a Miss Ethel Holloway che il grazioso capretto nero era morto  per il desiderio dei suoi baci e delle sue carezze; o avrei comperato un altro capretto nero, piccolo, piccolo e lucido, simile in tutto a quello da lei comperato lo scorso aprile e glielo avrei mandato, sicurissimo che Miss Ethel Holloway non avrebbe affatto pensato che il suo capretto non poteva per undici mesi essersi conservato tal quale. Sèguito con ciò, come vedete, a riconoscere che Miss Ethel Holloway è del tutto irragionevole e che la ragione sta intera e tutta dalla vostra parte, come sempre, caro signor Trockley, amico mio.”

“Baarìa”, per il film di Peppuccio Tornatore, è stata ricostruita a Tunisi. Come un nuovo capretto nero da spedire a Miss Holloway.  Chi avrebbe detto a Tornatore che quella “sua” Baarìa ormai è morta? E saremmo stati, con Pirandello, all’interno della ragionevolezza (sì come ha fatto il regista nel ricostruirsela per il suo set!) e contro gl’irragionevoli scherzi che contribuisce a determinare la nostalgia e, in definitiva, anche il mio telefono bianco che le voci intreccia e mi porta di quest’ormai ingenuo, dilagante  -e chissà quanto nobile?!- conformismo italiano.

Si dissolve la carità. Il resto? Assolvenza!

 

Bagheria, 04/10/2009

Giuseppe Di Salvo

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