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GIUSEPPE DI SALVO: ENZO FRANCONE SE N’E’ ANDATO. FAREMO TESORO DEI RICORDI!

30 Novembre 2009 2 commenti

Roma, 29 novembre 2009
Dichiarazione di Sergio Rovasio, segretario di Certi Diritti: 
E’ morto questa sera a Torino Enzo Francone, esponente storico del movimento gay italiano, tra i fondatori del Fuori!, il primo movimento gay italiano, esponente storico del movimento lgbt, tesoriere dell’Associazione Radicale Certi Diritti.

Enzo Francone, da sempre radicale, era impegnato sin dai primi anni ’70 nelle iniziative locali e nazionali del movimento gay italiano al fianco di Angelo Pezzana ed Enzo Cucco. La sua scomparsa, causata da una grave forma di cancro, è una perdita umana e politica di grande rilievo. Le sue lotte, le sue battaglie sono entrate nella storia del movimento gay italiano.
Fu arrestato diversi anni fa a Mosca e poi aTeheran nell’ambito delle lotte nonviolente del Fuori! e dei radicali contro i soprusi di quei regimi verso le persone omosessuali. Il suo storico impegno nella città di Torino lo ha reso un riferimento di grande importanza nel coordinamento Torino Pride, grande esempio di coesione e vicinanza tra le associazioni lgbt che si battono per l’eguaglianza dei diritti.
Certi Diritti piange la perdita di una persona straordinaria che con il suo impegno ha contribuito alla crescita e al prestigio dell’Associazione.
Enzo francone ha sempre caratterizzato il suo impegno per il riconoscimento dei diritti delle persone lesbiche, gay e transessuali con una grande forza umana e sempre con il sorriso. Questo è il motivo per cui tutti gli volevano tanto bene.
Il sito dell’associazione radicale Certi Diritti rimarrà con i colori scuri in segno di lutto.
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NOSTRO COMMENTO
Ho frammenti di ricordi.
Negli anni Settanta ci incontravamo a Torino ai Congressi del Fuori! Una volta mi ospitò nella sua umile e modesta mansarda. Umile, umano e modesto era lui stesso, ma sempre in lotta: e ciò lo rendeva dotto e bello.
Venne più volte in Sicilia: fine anni Settanta, d’estate, sostò con me e con i miei familiari al Lido di “Fondachello” (Casteldaccia, Pa); era pieno di efelidi e aveva paura del sole, ma si bagnò i piedi nelle acque del nostro mare e poi mangiò un po’ di pasta al forno; un’altra volta venne a Giarre, ma lì andammo per fatti molto più tristi: due ragazzi furono trovati morti; e lì Enzo prese pure la parola. Non lo vedevo da più di un decennio. Quando ho saputo che faceva parte dell’Associazione Radicale Certi Diritti, e che addirittura ne era il tesoriere!, mi sono rallegrato e contavo prima o poi di incontrarlo. Ma gli eventi annientano i non espressi progetti. E ora la notizia… che ci lascia attoniti.
Se ne prende atto con l’immobilità di chi sa che si deve andare avanti, facendo tesoro dei passati incontri e dei ricordi.

Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: A MIA NONNA* (TRATTA DAL MIO LIBRO DI POESIE “DA BAGHERIA SOFFI UNIVERSALI”)

28 Novembre 2009 4 commenti

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Con eleganza,

composta,

nel mimare l’inerzia

del corpo più che novantenne,

non sei più.

Fugge il calore del gesto.

Ed io bacio il gelo…

 

           -Mi sovviene

           ciò che sognavo da piccolo:

           pieno di efelidi,

           inzuppato di spine,

           mangiavo pane molle

           e freddo.-

 

…un corpo senza vita.

E quelle braccia muovi,

ultimo tuo dialogo con l’aria.

Amerei persino le pietre

se potessero danzare.

Ma la morte sente

ciò che s’agita nel silenzio

del pensiero?

 

            E’…un ultimo suono,

            una rincorsa di pause.

            Al cimitero   -un meriggio-

            cielo striato di nubi-

            tumulavano una corazza

            e mi si svelava il mistero

            del sogno:

            quel pane custodiva l’azione.

            Ora è libertà, gioco d’anime;

            serene scorribande sui prati,

            corteo di colori e di fiori.

 

La mia eredità.

 

*Primo Premio Assoluto di Poesia su tutte le sezioni, Concorso internazionale ALAPAF, Bagheria 26/10/2003.

 

**Mia nonna, signora Caterina Scardina, è nata a Bagheria il 25/04/1895 e se n’è andata il 26/11/1988

 

Bagheria,  dicembre 1988

Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO METTE A NUDO I PROTAGONISTI DEL RIGOLETTO ANDATO IN SCENA A PALERMO IL 22/11/2009

23 Novembre 2009 10 commenti

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TRIONFA RIGOLETTO AL TEATRO MASSMO DI PALERMO NEL NOME DELLA TRADIZIONE: LA REGIA DEL COMPIANTO PIER LUIGI SAMARITANI E IL CANTO DI LEO NUCCI.

Nel parlare di “Rigoletto” di Giuseppe Verdi, andato in scena domenica 22 novembre al Teatro Massimo di Palermo, non ci si può non occupare del grande ruolo della “regia” nel teatro d’opera, fenomeno relativamente recente, dopo tre secoli di fortune melodrammatiche affidate a figure diverse: scenografi, poeti, direttori di scena, compositori…; solo dopo la seconda guerra mondiale il teatro d’opera, infatti, come ci ricorda Piero Mioli nel suo “Manuale del melodramma”, si avvale della figura professionale del regista che si assume la responsabilità interpretativa dell’intero spettacolo. Come non ricordare, alla Scala,  Luchino Visconti in collaborazione con la Callas in opere come “La Sonnambula” e “La Traviata” negli anni Cinquanta? E Zeffirelli, Pier Luigi Pizzi, Jean-Pierre Ponnelle (insuperabile nel comico rossiniano!) e numerosi altri. Riferiamo ciò perché la ripresa palermitana della storica regia di Rigoletto di Pier Luigi Samaritani (scomparso nel 1994 all’età di 51 anni), realizzata nella stagione 1986/87 per il Teatro Regio di Parma, è il primo segreto da rivelare per comprendere lo strepitoso successo palermitano dell’opera di Verdi. Con intelligenza, allora,  Pier Luigi Samaritani osservava: “La vitale ispirazione verdiana vieta di considerare la tradizione in termini di perfida routine, al contrario la tradizione è intesa nel senso più nobile di fedeltà allo spirito del compositore.” Condividiamo, senza volere apparire insensibili alle non sempre riuscite regie innovative. Non solo. Occorre dire che Samaritani fu in primo luogo scenografo e creatore di costumi, amico e allievo della grande Lila De Nobili; e con questa regia, che bene esplica e narra il dramma di Verdi (ora riproposta abilmente da Stefano Vizioli, con scenografia e costumi ripresi da Alessandro Ciammarughi  -col riuscito gioco di luci di Claudio Schmid, in ispecie nella “Scena della tempesta”-),  il Teatro Massimo non poteva non onorare meglio la memoria del regista scomparso: occorre ricordare, inoltre, che proprio Samaritani curò nel 1969 la scenografia per la storica “Vestale” palermitana interpretata dalla grande Leyla Gencer! Chapeau!

Se a tutto ciò si aggiunge un magnetico cantante come il 67enne Leo Nucci, Bene Culturale vivente del canto italiano, che ci ricorda la migliore tradizione baritonale (e il pensiero va ad Aldo Protti  -già più volte “Rigoletto” a Palermo negli anni Sessanta-,  all’incompreso Ettore Bastianini  -anche lui “Rigoletto” a Palermo nel 1962-, e non solo!) non possiamo non affermare che, con questa messa in scena di Rigoletto, il Teatro Massimo (onore ai suoi Dirigenti!) ci ha offerto una delle sue ultime produzioni migliori, commuovendoci e facendoci risvegliare indicibili emozioni assopite da tempo.

A Leo Nucci è stato riservato, meritatamente, l’applauso più scrosciante dell’intera serata; la gente all’impiedi urlava: “Bravo! Bis! Altri settant’anni di carriera!”. Si esagerava? No! Il baritono di Castiglion de’ Pepoli (Bologna) non ha mai avuto una voce strabiliante, ma certo rotonda, corposa e molto estesa: l’ha emessa sempre con intelligenza, sì da conservarla, nonostante l’età, in buone condizioni. Abbiamo provato forti emozioni quando ha intonato l’aria “Cortigiani, vil razza dannata” e, nonostante qualche imperfezione, nel duetto con Norah Amsellem  -cabaletta “Sì, vendetta, tremenda vendetta”-,  ha mandato il pubblico letteralmente in visibilio e ha concesso il bis, chiudendo così il secondo atto. Nucci si rivela cantante imbattibile nelle cabalette e nelle “strette” verdiane che sfogano in zona acuta: è qui, come ha scritto Enrico Stinchelli,  “un mattatore assoluto”. La simpatia del cantante bolognese è determinata anche dalle sue abilità istrionesche non comuni: in Rigoletto sintetizza magistralmente sia la sua comica gestualità e mimica facciale (di derivazione rossiniana!) sia la sua vis drammatica acquisita con l’interpretare Verdi: in ciò aiutato anche dalla sua esperienza di cantante corista alla Scala e altrove; ciò gli consente di rimediare con abilità teatrale a qualche emissione non particolarmente felice o di emergenza.  Chapeau!

   La Gilda del giovane soprano francese Norah Amsellem è stata dignitosa: emissione curata, agilità riuscite, mezzevoci notevoli; ma nelle parti drammatiche dell’opera (scene d’insieme, “Scena della tempesta”) la sua voce si rivela priva di forza drammatica e viene letteralmente coperta dall’orchestra verdiana. Ma in “Caro nome”  (e in buona parte di “Tutte le feste al tempio”) ci ha regalato momenti interpretativi degni di rilievo. Deboli anche i suoi sovracuti.

Che dire del “Duca di Mantova” del 29enne Francesco Meli? Bella presenza scenica, Duca piuttosto dinoccolato, è ora di metterlo a nudo: la zona centrale del tenore genovese è ricca di armonici e ha tutte le caratteristiche del tenore di grazia, i suoni cominciano a tubare nella zona bassa quando azzarda qualche mezzavoce e lo strumento… vocale gli si rimpicciolisce verso l’acuto; infatti, nella canzone “La donna è mobile”, eseguita con dignità”, l’acuto finale fuoriesce deboluccio, assottigliato e non a lungo tenuto. Ma ha dato credibile corpo interpretativo a tutte la scene dei “ballabili” del primo atto, rivelando la sua carica erotica ed evidenziando  i vari modi di giacere con le cortigiane, forse dal regista  ricavate dal “Kamasutra”: posizione “ampiamente aperta”, “posizione sbadigliante” (la cortigiana solleva le cosce, le tiene ben aperte e si abbandona al rapporto col Duca),  “posizione della moglie di Indra” (cortigiana con cosce piegate sulle proprie gambe); degne di rilievo le abilità  “fetish” con carezze e baci sui piedi di Maddalena nella parte finale. E applausi anche per lui, simpaticone, abilissimo nel sedurre e nel simulare amore! E qui si coglie una splendida, coraggiosa carica innovativa della regia all’interno di scene e ambienti tradizionali! Chapeau!

Di non particolare spessore la Maddalena del mezzosoprano Renata Lavanda e molto gutturale lo Sparafucile del basso Arutjun Kotchinian: anche le loro voci soffocate nella “Scena della tempesta”! Piene di asperità fastidiose le emissioni del baritono Riccardo Ferrari nel ruolo di Monterone, anche se bravo attore. Dignitosi tutti i comprimari, in ispecie il baritono Giovanni Guagliardo nel ruolo di Marullo. Si è distinta come attrice il mezzosoprano bagherese Veronica Lima nel ruolo della Contessa di Ceprano, la quale sembrava mandare al Duca il seguente messaggio: “So chi sei, farfallone in cerca di scopate; anch’io amo fotterti e, al suono del minuetto, simulo amore per te!” E il seguente ritmo del perigordino anticipava un alone derisorio alle invettive di Monterone, al cospetto del quale veniva trascinato un familiare corpo nudo di donna dal Duca sedotta. Ottimo il coro diretto dal maestro Andrea Faidutti: come si sono distinti i tenori, simulando il vento, nella “Scena della tempesta”! E’ da segnalare, inoltre, il “Zitti, zitti” del primo atto: è stato eseguito con una  levatura espressiva assai encomiabile: coro sommesso, antipatico, malefico, formato da veri e propri cortigiani “vil razza dannata”, almeno secondo Rigoletto. A nostro avviso ottimi “scopatori”, come del resto tutti gli altri personaggi dell’opera (si possono forse  escludere le derisioni di Rigoletto a danno degli altri?), eccetto l’infelice Monterone.

   E, infine, la direzione d’orchestra affidata alla 42enne canadese, signora Keri-Lynn Wilson: simpatica, umile, impeccabile, ha messo bene in evidenza le vere nudità drammatiche della partitura verdiana e ce le ha comunicante musicalmente con  sapienza profonda, degna di lode. Da brava flautista, ha dato rilievo ai fiati (vedi flauti in “Caro nome”, oboi in “Cortigiani vil razza dannata” e “Tutte le feste al tempio”, ottavino nella “Scena della tempesta…”). E, tolta qualche irrilevante imperfezione, c’è da dire che la bella signora direttrice è stato il terzo elemento fondamentale che ha decretato il trionfo di questo “Rigoletto” allestito al Teatro Massimo di Palermo. Ancora una volta, chapeau! E ce ne ricorderemo!

Bagheria, 23/11/09

Giuseppe Di Salvo

 

*Leo Nucci in Rigoletto.

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TRIONFA, COME PREVISTO DA GIUSEPPE DI SALVO, RIGOLETTO AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO

23 Novembre 2009 1 commento

Fra poche ore non perdetevi la recensione di Giuseppe Di Salvo. Vi spiegherà il perchè di questo preannunciato trionfo: la tradizionale regia di Samaritani, la direzione d’orchestra della canadese Keri-Lynn Wilson, il “grande” baritono Leo Nucci che ha bissato, nel duetto insieme a Norah Amsellem, la “stretta” o cabaletta: “Sì, vendetta, tremenda vendetta…”. Fra poche ore scalpore assicurato! Giuseppe spoglierà anche il Duca di Mantova di Francesco Meli, ché nuda non era solo una delle sue cortigiane…

La redazione del Blog

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GIUSEPPE DI SALVO: NELLA FOTO? LEO NUCCI, E’ UN BENE CULTURALE ITALIANO! E’ “RIGOLETTO” A PALERMO!

20 Novembre 2009 3 commenti

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DOMENICA 22 NOVEMBRE, ORE 20,30, A PALERMO CI SARA’ UN GRANDE EVENTO: LA PRIMA DI “RIGOLETTO”, OPERA DI GIUSEPPE VERDI. NEL RUOLO PRINCIPALE? LEO NUCCI, BARITONO 67ENNE, BENE CULTURALE DELLA MIGLIORE NOSTRA TRADIZIONE CANORA. Ha interpretato il ruolo del buffone di corte per più di 400 volte. Chi vuole sapere come si canta “Rigoletto” non deve perdersi questa edizione e questo allestimento curato dal regista Stefano Vizioli. Ascoltare Leo Nucci, nonostante l’età, è sempre una grande emozione. Tutti al Teatro Massimo, quindi, per onorare la lirica e le migliori edizioni storiche del “Rigoletto”. Sono sicuro che ci riscalderemo, chiederemo qualche bis, Leo Nucci è generoso e ce lo concederà! E altri 70 anni di vita artistica auguriamo al baritono di Castiglione dei Pepoli (Bo). Dopo anni, è fra i pochi cantanti che ci porta con la memoria all’alba degli anni Settanta, quando ascoltavamo Renata Scotto, Alfredo Kraus, Licinio Montefusco, Ivo Vinco, Anna Di Stasio…  Una piccola curiosità: la contessa di Ceprano e il paggio sono interpretati dal mezzosoprano bagherese Veronica Lima. No, non possiamo permetterci distrazioni o vuoti di memoria. Naturalmente, seguirà mia non accademica recensione che farà sempre scalpore!

Giuseppe Di Salvo

 

*Leo Nucci, grande baritono italiano che, nonostante i suoi 67 anni, onora la nostra migliore tradizione.

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GIUSEPPE DI SALVO: RIFLESSIONI POLITICHE E CULTURALI SUL “QUADERNO” DI JOSE’ SARAMAGO: PARTE PRIMA

16 Novembre 2009 3 commenti

 

IL QUADERNO DI JOSE’ SARAMAGO, LA STUPIDA CENSURA DEL GRUPPO  MONDADORI, LE RIDICOLE CRITICHE DELLO SCRITTORE PORTOGHESE  AL DEMOCRATICO STATO DI ISRAELE.

Capitolo Primo: 

CENSURARE SARAMAGO SIGNIFICA RICONOSCERE LE SUE “VERITA’”!

“Il Quaderno”, libro di José Saramago (edito dalla casa editrice Bollati Boringhieri nel settembre 2009), doveva essere pubblicato dalla casa editrice Mondadori di Silvio Berlusconi. Saramago ha pubblicato molti libri con l’ Einaudi. Ma avviene che la storica casa editrice torinese, nel 1994, viene assorbita da Mondadori, la quale si rifiuta di pubblicare le critiche caustiche presenti nel libro di Saramago nei confronti di Berlusconi. Viene chiesto al Nobel Saramago di apportare “mirate” modifiche in alcune parti del libro. Lo scrittore portoghese si rifiuta. E così “O Caderno” (questo il titolo portoghese del libro) viene pubblicato in Italia, come già detto, dalla casa editrice Bollati Boringhieri: contiene diversi articoli riportati nel blog a Saramago intestato e vanno  dal settembre 2008 al marzo 2009. Il libro viene dedicato a Sérgio Latria e a Javier Muñoz, collaboratori della Fondazione Saramago che curano anche a Lisbona e a Lanzarote (Isole Canarie) il blog intestato allo scrittore. Scrive, infatti, Saramago: “Le cause motrici sono Pilar, Sérgio e Javier, che si occupano del blog.” Ma cosa dice Saramago di Berlusconi in questo suo libro dalla Mondadori censurato? Il cavaliere è citato alle pp. 25-26 in un articolo intitolato “Berlusconi & C.” che riportiamo:

“Secondo la rivista nordamericana ‘Forbes’, il gotha della ricchezza mondiale, la fortuna di Berlusconi ascenderebbe a quasi diecimila milioni di dollari. Onoratamente guadagnati, è chiaro, sebbene con non pochi aiuti esterni, come ad esempio il mio. Essendo io pubblicato in Italia dall’editrice Einaudi, proprietà del detto Berlusconi, qualche soldo glielo avrò fatto guadagnare. Un’infima goccia d’acqua nell’oceano, ovviamente, ma che gli sarà servita almeno per pagarsi i sigari, ammettendo che la corruzione non sia il suo unico vizio. Salvo quel che è di comune dominio, so pochissimo di vita e miracoli di Silvio Berlusconi, il cavaliere. Molto più di me ne saprà sicuramente il popolo italiano, che una, due, tre volte lo hanno insediato sulla poltrona di primo ministro. Ebbene, come di solito si sente dire, i popoli sono sovrani, ma anche saggi e prudenti, soprattutto da quando il continuo esercizio delle democrazia ha fornito ai cittadini alcune nozioni utili a capire come funziona la politica e quali sono i diversi modi per ottenere il potere. Ciò significa che il popolo sa molto bene quel che vuole quando è chiamato a votare. Nel caso concreto del popolo italiano  -perché è di esso che stiamo parlando, e non di un altro (ci arriveremo)- è dimostrato come l’inclinazione sentimentale che prova per Berlusconi, tre volte manifestata, sia indifferente a qualsiasi considerazione di ordine morale. In effetti, nel paese della mafia e della camorra, che importanza potrà mai avere il fatto provato che il primo ministro sia un delinquente?  In un paese in cui la giustizia non ha mai goduto di buona reputazione, che cosa cambia se il primo ministro fa approvare leggi a misura dei suoi interessi, tutelandosi contro qualsiasi tentativo di punizione dei suoi eccessi e abusi di autorità?

   Eça de Queiroz diceva che, se facessimo circolare una bella risata intorno a una istituzione, essa crollerebbe, ridotta in pezzi. Questo, un tempo. Che diremo del recente divieto, emesso da Berlusconi, alla proiezione del film W. di Oliver Stone? Fin lì sono arrivati i poteri del cavaliere? Come è possibile che si sia commesso un tale arbitrio, sapendo per di più che, per quante risate ci potessimo fare intorno ai Quirinali, questi non cadrebbero? Giusta è la nostra indignazione, pur dovendo compiere uno sforzo per capire la complessità del cuore umano. W.  è un film che attacca Bush, e Berlusconi, uomo di cuore come può esserlo un capo mafia, è amico, collega, fautore dell’ancora presidente degli Stati Uniti. Sono fatti l’uno per l’altro. Quel che non sarà ben fatto è che il popolo italiano accosti una quarta volta alle natiche di Berlusconi la sedia del potere. Non ci sarà, allora, risata che ci salvi.”

    Saramago ritorna a parlare di Berlusconi con un altro articolo intitolato “Che fare degli Italiani?”. Lo troviamo alle pp. 153-154.  Riportiamolo:

“Riconosco che la domanda potrà sembrare alquanto offensiva a un orecchio delicato. Ma che succede? Un semplice privato che interpella un intero popolo, che gli chiede il conto per l’uso di un voto che, con sommo gaudio di una maggioranza di destra sempre più insolente, ha finito di far di Berlusconi il padrone e il signore assoluto dell’Italia e della coscienza di milioni di italiani? Anche se in verità,  voglio dirlo subito, il più offeso sono io. Sì, proprio io. Offeso per il mio amore per l’Italia, per la cultura italiana, per la storia italiana, offeso, anche, nella mia pertinace speranza che l’incubo abbia fine e che l’Italia possa recuperare l’esaltante spirito verdiano che è stato, un tempo, la sua migliore definizione. E che non mi si accusi di star mescolando gratuitamente musica e politica, qualunque italiano colto e onorato sa che ho ragione e perché.

   E’ appena giunta notizia delle dimissioni  di Walter Veltroni.  Ben vengano, il suo Partito Democratico è cominciato come una caricatura di partito ed è finito, senza parole né progetti, come un convitato di pietra sulla scena politica. Le speranze che vi avevamo riposto sono state defraudate dalla sua indefinitezza ideologica e dalla fragilità del suo carattere personale. Veltroni è responsabile, certo non l’unico,  ma nell’attuale congiuntura, il maggiore, dell’indebolimento di una sinistra di cui era arrivato a proporsi come salvatore. Pace all’anima sua.

  Non è tutto perduto, però. E’ quanto ci dicono lo scrittore Andrea Camilleri e il filosofo Paolo Flores d’Arcais in un articolo pubblicato recentemente su  ‘El País’. C’è un lavoro da fare insieme con  i milioni di italiani che hanno ormai perso la pazienza vedendo il loro paese trascinato ogni giorno al pubblico dileggio. Il piccolo partito di Antonio Di Pietro, l’ex magistrato di Mani Pulite, può diventare il revulsivo di cui l’Italia ha bisogno per arrivare a una catarsi collettiva che risvegli all’azione civica il meglio della società italiana. E’ l’ora. Speriamo che lo sia.”

   Il 6 giugno José Saramago torna a parlare del nostro premier con un articolo pubblicato su “El País” e intitolato “La cosa Berlusconi”. E spiega: “L’ho chiamata ‘delinquente’ questa cosa e non me ne pento. Per ragioni semantiche, che altri sapranno spiegare meglio di me, il termine delinquente ha in Italia una carica negativa più forte che in altri idiomi europei. Per tradurre in forma chiara e incisiva ciò che penso della cosa di Berlusconi uso il termine nell’ accezione che la lingua di Dante gli attribuisce abitualmente, nonostante sia dubbioso sul fatto che Dante lo abbia mai utilizzato. Delinquenza, nel mio portoghese, significa, in accordo con i dizionari e la pratica corrente della comunicazione, ‘azione delittuosa, in spregio alla legge o ai dettami morali’.”

Nella censura della Mondadori contro “Il Quaderno” di Saramago, a nostro avviso,  ci sono tutti i limiti storici di Berlusconi che non accetta  regole democratiche uguali per tutti i cittadini. Ma nelle riflessioni dello scrittore portoghese si evidenziano anche i suoi limiti politici: come può pensare che il piccolo partito di Antonio Di Pietro possa “salvare” (o possa avere il revulsivo per…) le sorti dell’Italia se  (è notizia anche di oggi, 15/11 / 2009, vedi “Corriere della Sera” e non solo!) l’Idv è un partito gestito in modo davvero poco democratico? Con lo stesso De Magistris che non risparmia accuse al suo collega di Mani Pulite che l’ha messo in lista per il Parlamento europeo? E che dire delle critiche che Flores d’Arcais rivolge da “Micromegra” a Di Pietro? “Deve fare un’operazione di rifondazione del partito”, dice il filosofo ed evidenzia una serie di “tare” dell’Italia dei valori a livello locale: commissariamenti a valanga, presenza di trasformisti (ex DC, ex Udeur, persino ex FI), casi di illegalità… Ma  Di Pietro chiama ciò “vita democratica all’interno del suo partito”. Non solo: non c’è nel giustizialismo del magistrato abruzzese concentrata tutta quella carica di rivolta contro la Sinistra di casa nostra da parte di milioni di cittadini italiani che votano per Berlusconi?  E come mai nessuno riesce a riformare la Giustizia italiana in senso davvero democratico come vogliono, per fare un esempio, i Radicali di Pannella che Saramago dovrebbe conoscere visto che dal 2002 è presidente onorario dell’Associazione Luca Coscioni? Non si chiede, il Nostro, come mai le proposte politiche dei Radicali sono silenziate dai mass media italiani? Non c’è nella censura dei Radicali di Pannella la soluzione veritiera della situazione politica italiana proprio come nella censura della Mondadori a Saramago c’è la graffiante verità sbattuta in faccia al nostro Berlusconi? Ecco il vero “revulsivo” o “antidoto” politico di cui l’Italia ha bisogno per purificarsi dalla “Cosa Berlusconi”! Ma Saramago non se ne accorge: forse perché nei confronti dei Radicali agisce il suo insano pregiudizio ideale contro lo Stato di Israele di cui i Radicali sono amici? Bene, queste “idee fisse” e sbagliate contro lo stato di Israele, da parte di Saramago e non solo, diciamolo subito!, noi non condividiamo e, anzi,  siamo sinceri oppositori. Ma è un argomento di cui parleremo successivamente, nel Capito Secondo di questa mia recensione appassionata del “Quaderno” di Saramago.

Da Italiani ringraziamo Saramago per le sue dichiarazioni di stima nei confronti di Rita Levi Montalcini, della quale dice: “Rita è il cammino”; e delle belle parole nei confronti di Roberto Saviano definito: “Maestro di vita”.

Riportiamo altri pensieri dello scrittore portoghese degni di nota. Su George Bush: ” Mi chiedo come e perché gli Stati Uniti, un paese così grande in tutto, abbia avuto tante volte presidenti tanto piccoli. Di essi, George Bush è forse il più piccolo. Intelligenza mediocre, ignoranza abissale, espressione verbale confusa…” (op. cit. pag. 23). E, ancora, a pag. 110: “…il mondo, malgrado il desolante spettacolo che quotidianamente ci offre, non meritava Bush. Lo abbiamo avuto, lo abbiamo subito, a tal punto che la vittoria di Barack Obama sarà stata da molti ritenuta una sorta di giustizia divina.”

E che dire delle sue lucide affermazioni su Ratzinger? Citiamolo: “Che penserà Dio di Ratzinger? Che penserà Dio della Chiesa cattolica apostolica romana di cui questo Ratzinger è papa sovrano?

(…). Fino a oggi nessuno ha osato formulare tali eretiche domande, forse perché si sa previamente che non c’è né ci sarà risposta (…). Dio è il silenzio dell’universo e l’uomo il grido che dà senso a questo silenzio (…).  E’ chiaro che perché Dio pensi qualcosa di Ratzinger o della Chiesa che il papa sta cercando di salvare da una morte più che prevedibile (…) sarà necessario dimostrare l’esistenza del detto Dio, compito tra tutti impossibile (…). Dio, nel caso esista, deve essere grato a Ratzinger per la preoccupazione che ha manifestato negli ultimi tempi per il delicato stato di salute della fede cattolica. La gente non va a messa, non crede più nei dogmi e ha smesso di osservare i precetti che per i suoi antenati, nella maggior parte dei casi, costituivano la base della stessa vita spirituale, se non anche della vita materiale, come accadeva per esempio per molti banchieri dei primordi del capitalismo, severi calvinisti e, per quanto è possibile supporre, di una onestà personale e  professionale a prova di qualsiasi tentazione demoniaca in forma di  subprime (…).

Torniamo a Ratzinger. A quest’uomo, certamente intelligente e informato (…), la cui fede dobbiamo rispettare, ma non l’espressione del suo pensiero medievale (…). Tutto è possibile se Dio lo vuole. A patto, imprescindibile, che esista, chiaro. (…) Dio è eterno, dicono, e ha tempo per tutto. Eterno sarà, ammettiamolo per non contrariare il papa, ma la sua eternità è solo quella di un eterno non-essere.” (Op. cit. pp. 48, 49, 50).

   Ma Saramago parla di  “vaticanate” o “vaticanisterie” anche alle pp. 146-147. Citiamolo: “Non sopporto di vedere i signori cardinali e i signori vescovi abbigliati con un lusso che scandalizzerebbe il povero Gesù di Nazareth (…). Questi signori si ritengono investiti di un potere che solo la nostra pazienza ha fatto durare. Si dicono rappresentanti di Dio in terra (non lo hanno mai visto e non hanno la minima prova della sua esistenza) e si spostano per il mondo trasudando ipocrisia da tutti i pori. Forse non sempre mentono, ma ogni parola che dicono o scrivono  ne ha dietro un’altra che la nega o limita, che la dissimula o perverte. (…) I signori cardinali e i signori vescovi, incluso ovviamente il papa che li governa, non sono per niente tranquilli. Nonostante vivano come parassiti della società civile, i conti non gli quadrano. Davanti al lento ma implacabile affondamento di questo Titanic che è stata la Chiesa cattolica, il papa e i suoi accoliti, nostalgici del tempo in cui imperavano, in criminale complicità, il trono e l’altare, ricorrono ora a ogni mezzo, compreso quello del ricatto morale, per immischiarsi nell’attività governativa dei paesi (…). E dirò di più: come persona, come intellettuale, come cittadino, mi offende la sufficienza con cui il papa e la sua gente trattano il governo di Rodriguez Zapatero, colui che il popolo spagnolo ha eletto in piena coscienza. A quanto pare, qualcuno dovrà tirare una scarpa contro uno di questi cardinali.”

   Come si vede, siamo alle “sacre pedate” di Ernesto Rossi. E alle “sante” parole di un intellettuale davvero democratico. Chi del resto in Italia, tramite il messaggero Letta, detta l’agenda politica a Berlusconi (utilizzatore finale di “escort”, ma con faccia da cardinale prestata al Family Day) sulle questioni cosiddette etiche? E chi è il politico davvero laico che nella nostra Italietta non si genuflette al papa? Forse D’Alema o Fassino o Mastella o Rutelli o Casini o Fioroni o Bersani? Ecco un altro limite di Saramago: non vede che, in Italia, gli unici a difendere i valori “inclusivi” della laicità  presente nella nostra Costituzione sono i Radicali e i suoi amici dell’Associazione Luca Coscioni. Ma sono censurati da tutti i mezzi d’informazione in mano al potere partitocratico proprio come il gruppo Mondadori voleva censurare le sue idee scomode su Berlusconi. E diciamo ciò per evitare la “cecità” a chi è in grado di vedere, riferendo informazioni politiche per riflettere meglio sulla “peste” italiana. E proprio vero, come diceva Albert Camus citato da Saramago, “Se qualcuno volesse essere riconosciuto gli basterebbe dire chi è.”  Saramago scrive ciò che pensa, e noi sappiamo bene chi è! Per ribaltargli, nel Secondo Capitolo di questa mia lunga recensione, le  numerose prese di posizioni confutabili su Israele,  preoccupante sua ossessione che quasi lo acceca!

Bagheria, 16/11/09

Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: NITRITI

14 Novembre 2009 4 commenti

*

… nel ventre

la pelosa criniera

del cavallo…

la coda sul corpo-

imperiale scettro fra le mani

Nessun pensiero

uccide la lingua

al galoppo…

Al timpano arrivano

e sfiatano nitriti

Di miele si colora

la filante bava

 

Giuseppe Di Salvo

 

*”Nitrito” dello scultore Benedetto Robazza

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GIUSEPPE DI SALVO: ALDA MERINI, LA “RAGAZZETTA MILANESE” E IL GENIALE INTUITO DI PIER PAOLO PASOLINI

9 Novembre 2009 9 commenti

Fra i primissimi critici letterari di grande valore a parlare della giovanissima poetessa Alda Merini, nel dicembre del 1954, c’è Pier Paolo Pasolini con un articolo pubblicato sulla rivista “Paragone” fondata da Roberto Longhi (1890-1970), professore all’Università di Bologna col quale studiava lo stesso Pasolini.

   Come non poteva! In quegli anni Pasolini non si stancava di leggere, conoscere, recensire qualsiasi opera letteraria che si affacciava sulla scena italiana ed estera. Alda Merini aveva pubblicato da poco (1953) il suo primo volume intitolato “La presenza di Orfeo”. E il saggio in cui Pasolini parla di Alda Merini (incluso nei suoi “Saggi giovanili”) s’intitola “Una linea orfica”. In questo contesto, l’autore di “Poesie a Casarsa” cita riflessioni del poeta antifascista Sergio Solmi (1899-1981) su Girolamo Comi (1890-1988),  poeta che elaborò una concezione aristocratica del cattolicesimo fascista; e non mancano riferimenti allo scrittore futurista, collaboratore della rivista “La Voce”, Ardengo Soffici (1879-1965) e ad altri intellettuali “vociani”, nonché al poeta metafisico Arturo Onofri (1885-1928), al medico poeta Michele Pierri (1899-1988), al critico letterario Oreste Macrì (1913-1998),  a Giacinto Spagnoletti (1920-2003), quest’ultimo critico letterario di Taranto “il cui nome è da farsi in questa nota quale scopritore della Merini.” (Pier Paolo Pasolini, “Saggi sulla letteratura”, pag. 557, Tomo I , I Meridiani Mondadori).

Dicevamo: la Merini aveva già pubblicato nel 1953 la sua prima raccolta di liriche “La presenza di Orfeo” con prefazione dello stesso Spagnoletti.  Si capisce così perché il saggio di Pasolini è intitolato “Una linea Orfica”. Cosa scrive dunque Pasolini sulla “ragazzetta milanese”?

Citiamolo, per comprendere la grande intuizione di Pier Paolo sulla poetica nascente di Alda Merini: “…E’ una ragazzetta milanese, dopo l’anziano possidente di Lecce (si riferisce a Girolamo Comi, NDR) e il medico tarantino (si riferisce a Michele Pierri dalla Merini sposato nel 1983, NDR), a esaurire il nostro segmento orfico: ma bisognerà subito precisare che, oltre a un salto di sesso e di età, tra la fanciulla e i due anziani va registrato un salto di cultura: una differenza, chiamiamola così, di ‘éthnos’ regionale. Sia Comi che Pierri, in due diversi periodi,  si sono formati al centro della cultura italiana borghese del secolo: eppure l’apporto remoto della loro cultura tradizionale del meridione (che fino a che punto può essere distinto dalla loro psicologia di meridionali?) ha un peso determinante. Si dovrà dire insomma , per essere esatti, oltre che ‘da Onofri in poi’, ‘da Onofri in giù’. E quanto la nostra orripilante istanza positivistica non sia inopportuna, lo sta a dimostrare l’età addirittura prepuberale in cui la Merini ha cominciato a scrivere i suoi versi orfici, così settentrionali (nei caratteri stilistici, anche se non si può dire ‘da Rebora in poi’ o ‘in su’) nei confronti degli altri versi orfici testé esaminati. Rebora no: ma certo il romagnolo Campana, per non parlare dei tedeschi, Rilke o George o Trakl, si può nominare: per ragione di parentela razziale, s’intende, di analogia di langue, di substrato psicologico e di fenomeni patologici. Ché di fonti per la bambina Merini non si può certo parlare: di fronte alla spiegazione di questa precocità, di questa mostruosa intuizione di una influenza letteraria perfettamente congeniale, ci dichiariamo disarmati: se il suo elaborato (metricamente informe, negli endecasillabi alquanto anonimi) è da analizzarsi salvando i suoi rapporti con la biografia, risospinge però continuamente a dei sondaggi psicologici: del più torbido interesse. Uno stato di informità quasi di deformità irriflessa  -passiva nel senso più attinente al suo sesso-  ristagnate, arcaico, è quello in cui vive la Merini: e da cui, destata dall’inquietudine nervosa, dei sensi infelici, si genera una mostruosa voce maschile a definirlo.  A definirlo, per essere esatti ‘oscurità’ e ‘attesa’. E da questo atto, inconsulto e irrazionale, di riflessione, nasce un ambito raziocinante: per cui dai versi della Merini è espunto ogni movimento di canto, riducendovisi la musicalità alla meccanica metrica: applicato, poi, su un discorso intellettualistico e spesso ironico, della specie decadente, alquanto goffo d’altronde, e pesantemente  colorato da uno spirito immaginifico che potrebb’essere (se la Merini fosse una letterata) di terz’ordine. La Merini non è religiosa né cattolica: il cattolicesimo rientra attraverso una agiografia da santino sacrilego. E soltanto la mancanza del senso dell’identità, per cui essa si espande nel mondo intorno, che configura nella Merini un dato mistico: ma l’intervento che essa attende, per unificarsi, essere persona, non è precisamente quello divino…

A voler concludere: quale sia, e se vi sia, una necessità e un’utilità in esperienze di questa specie, non sapremmo dire: provenienti come siamo  -quali esitanti critici-  da un gusto filologico che non distingue meglio o peggio, se tutto è storia stilistica e psicologica, e nulla è privo del più bruciante interesse- e, d’altra parte, mossi da un moralismo che ha trovato il suo contenente, sia pur contingente, nel cosiddetto impegno post-bellico: che tende invece alla distinzione e alla sintesi. Comunque questi degli orfici, anche se restano dei casi isolati, costituiscono una linea di monadi, sono pur sempre casi di coevi a noi: e ci sembra ingiusto ignorarne, per dei fatti più attuali, l’esistenza.”  (Pier Paolo Pasolini,  op. cit.  pp. 579, 580, 581).

Che lungimiranza nella geniale critica pasoliniana!

Da allora Alda Merini ha pubblicato numerosi  volumi contenenti altre interessanti poesie. La sua poetica, nel 1991, viene ben sintetizzata dalla filologa e critica letteraria Maria Corti (1915-2002) nel saggio introduttivo (o Introduzione) al libro di poesie “Vuoto d’Amore”, Einaudi editore. A pag. VII  Maria Corti,  a proposito della raccolta “Tu sei Pietro”, poesie dedicate al medico curante della  prima bambina della Merini (Emanuela),  (cui seguì un silenzio durato 20 anni!), scrive: “…due aspetti  sono particolarmente importanti in ‘Tu sei Pietro’ per intendere la poesia di dopo il lungo silenzio: il primo consiste nell’essere la scrittrice  già visitata con assillante insistenza dalla fusione, per così dire, ossimorica di impulsi religiosi ed erotici, cristiani e pagani. Eccola scrivere in Rinnovate ho per te: ‘Ché cristiana son io ma non ricordo/dove e quando finì dentro il  mio cuore/ tutto quel paganesimo che vivo.’ L’altro aspetto che a prima vista può confondere il lettore  è l’uso senza limiti di un linguaggio amoroso e particolarmente del sintagma ‘amore mio’, non solo per l’oggetto del desiderio erotico o dell’amore platonico o di quello mistico, secondo antiche valide tradizioni, ma anche per l’oggetto di un suggestivo rapporto amichevole, maschile o femminile che sia,  capace di creare nella Merini un’eccitazione fabulosa della mente, una sorta di astratto miracolo, una ‘splendida frase musicale piovuta dalle mani di Dio’ , per definire la situazione con una sua immagine.”

   Con il 1965 ha inizio l’oscuro periodo di internamento al manicomio Paolo Pini che prosegue fino al 1972 con parziali ritorni in famiglia. Nel 1979 dà l’avvio ai suoi testi poetici più intensi, le sue meditazioni liriche sulla sconvolgente esperienza manicomiale: nasce così la raccolta “La  Terra Santa”. Sono poesie che lacerano. Ma chi le  legge penetra in una commovente sensibilità che rende immortale la donna, la poetessa, l’artista. E per poetica affinità la nostra mente va anche a Dino Campana (1885-1932), altro poeta dichiarato “pazzo”; e per simili caratteristiche psicologiche (ma in questo caso Orfeo non c’entra e la poetica di Artaud è completamente diversa) anche al poeta francese (quanto “surrealista”!) Antonin Artaud (1896-1948) che subì atroci torture con circa 100 elettrochoc.

    E allora salutiamola la nostra grande Merini, che se n’è andata con un cancro che le ha maciullato le ossa, riportando qui la sua bella e graffiante poesia “La Terra Santa”:

 

Ho conosciuto Gerico,

         ho avuto anch’io la mia Palestina,

le mura del manicomio

         erano le mura di Gerico

     e una pozza di acqua infettata

     ci ha battezzati tutti.

     Lì dentro eravamo ebrei

     e i Farisei erano in alto

     e c’era anche il Messia

          confuso dentro la folla:

     un pazzo che urlava al Cielo

          tutto il suo amore in Dio.

 

     Noi tutti, branco di asceti

     eravamo come gli uccelli

          e ogni tanto una rete

      oscura ci imprigionava

      ma andavamo verso la messe,

      la messe di nostro Signore

      e Cristo il Salvatore.

 

Fummo lavati e sepolti,

odoravamo di incenso.

     E dopo, quando amavamo

ci facevano gli elettrochoc

perché, dicevano, un pazzo

non può amare nessuno.

 

       Ma un giorno da dentro l’avello

       anch’io mi sono ridestata

       e anch’io come Gesù

       ho avuto la mia resurrezione,

       ma non sono salita ai cieli

       sono discesa all’inferno

       da dove riguardo stupita

           le mura di Gerico antica.

 

Talvolta nei versi di Alda Merini troviamo la disarmante innocenza espressiva tipica del grande Sandro Penna: “Ho acceso un falò/nelle mie notti di luna/ per richiamare gli ospiti/come fanno le prostitute/ai bordi di certe strade,/ma nessuno si è fermato a guardare/e il mio falò si è spento.” (Poesia tratta sempre dalla raccolta “La Terra Santa”).

    Il linguaggio poetico della Merini, come abbiamo visto, sembra irrompere in un limbo di “religiosità atea”; ci appare irriverente, ma in realtà c’è la luce mistica di una sofferenza legata ad un crudo realismo che i versi della poetessa innalzano a dignità espressiva, a denuncia accorata; infatti subito sembra tuffarsi nelle forme assai riverenti del pensiero nobile che onora il suo canto di dolore: e diviene verso libero,  con qualche inarcatura soave da cui sgorga la sua sofferenza che in noi accede coi brividi e con riflessioni toccanti e spesso anche intimamente piacevoli. Sì, siamo innanzi ad una grande poetessa che ha cavalcato due secoli. E quando queste donne ci lasciano, noi tutti, poeti e non, ci sentiamo più disarmati e soli. Ma con un’energia interiore che ci spinge, dopo il senso di lutto, a continuare a creare e a risorgere. 

Bagheria, 09/11/2009

Giuseppe Di Salvo

 

*Milva nel 2004 ha inciso un CD intitolato “Milva canta Merini”: è un gioiello, lo considero a tutti, in ispecie ai giovani e a coloro che si vogliono accostare alla poesia di Alda Merini. Le musiche sono curate da Giovanni Nuti.

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GIUSEPPE DI SALVO: IL CROCEFISSO NELLE AULE LO VUOLE CRISTO O IL SUO VICARIO?

7 Novembre 2009 3 commenti

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Se Cristo si affacciasse sulla faccia della Terra gradirebbe il suo simbolico corpo martoriato esposto nelle aule pubbliche? Chi ne è sicuro? Forse quest’uomo (vedere foto sopra!)? Che direbbe Cristo del suo vicario? Non avrebbe pietà per il popolo a cui s’impone un simbolo di ostentazione della Simonia e del potere?

 

*Il giovane Ratzinger aderente al partito nazista di Hitler. Il suo saluto nazista. Nelle aule pubbliche la Croce di Cristo, la svastica o i valori laici della democratica Costituzione? Inutile dire che noi amiamo le Costituzioni democratiche che tutelano anche le libertà religiose indipendentemente dai relativi simboli che si vogliono imporre al cospetto di tutti. Ma come non capire che per la percezione umana un simbolo esposto non è visto più da nessuno?

Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: PER PIER PAOLO PASOLINI IL CROCIFISSO ESPONE OGNI UMANA, NUDA PASSIONE

6 Novembre 2009 1 commento

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Chi è ancora convinto che il Crocifisso deve arredare le aule pubbliche? I significati dati al simbolo cristiano sono nobili moti interiori della persona sia che creda sia che lo viva come simbolo antropologico a cui dare significati per il suo messsaggio fortemente evocativo. Pubblichiamo ora una bella poesia di Pier Paolo Pasolini tratta dal suo libro “L’usignolo della chiesa cattolica”, Longanesi 1958. S’intitola:

LA   CROCIFISSIONE 

Tutte le piaghe sono al sole                                                     

ed  Egli muore sotto gli occhi                                                   

di tutti: perfino la madre                                                             

sotto il petto, il ventre, i ginocchi,

guarda il Suo corpo patire.

L’alba e il vespro gli fanno luce

sulle braccia aperte e l’Aprile

intenerisce il Suo esibire

la morte a sguardi che Lo bruciano.

 

Perché Cristo fu ESPOSTO  in Croce?

Oh scossa del cuore al nudo

corpo del giovinetto… atroce

offesa al suo pudore crudo…

Il sole e gli sguardi! La voce

estrema chiese a Dio perdono

con un singhiozzo di vergogna

rossa nel cielo senza suono,

tra pupille fresche e annoiate

di Lui: morte, sesso e gogna.

 

Bisogna esporsi (questo insegna

il povero Cristo inchiodato?),

la chiarezza del cuore è degna

di ogni scherno, di ogni peccato

di ogni più nuda passione…

(questo vuol dire il Crocifisso?

sacrificare ogni giorno il dono

rinunciare ogni giorno al perdono

sporgersi ingenui sull’abisso).

 

Noi staremo offerti sulla croce,

alla gogna, tra le pupille

limpide di gioia feroce,

scoprendo all’ironia le stille

del sangue dal petto ai ginocchi,

miti, ridicoli, tremando

d’intelletto e passione nel gioco

del cuore arso dal suo fuoco,

per testimoniare lo scandalo.

 

Pier Paolo Pasolini, 1958

 

*Foto del ritrovamento del corpo maciullato di Pier Paolo Pasolini all’idroscalo di Ostia nei primi giorni del mese di novembre 1975. Ammazzato dall’uso spietato che gli “assassini” hanno fatto di uno strumento linguistico non molto in uso allora, cioè l’omofobia. Questa è vera Crocifissione che ancora oggi testimonia “lo scandalo”. Ma di quali crocifissi di legno o di oggettistica commerciale varia i bigotti dell’Italietta di oggi vanno parlando?! Perchè non cercare negli “ultimi” (oh che richiamo evangelico!) il senso della Croce? E non sprecare il fiato per averla nelle aule che per abitudine nessuno più guarda?

Quanta ipocrisia produce chi vive il cristianesimo come vuoto interiore, come ostentazione davvero ”atea” da parte dei detentori del potere! nevvero inanellata e non crocifissa Sua Santità Ratzinger?

Giuseppe Di Salvo