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GIUSEPPE DI SALVO: COLLINE O DELL’EROTICA IRONIA NELLA BOHÈME DI PUCCINI

28 Febbraio 2010 3 commenti
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DEL COME RILEGGERE OGGI L’OPERA PUCCINIANA
 
Dei quattro amici bohèmien protagonisti della Bohème di Puccini, Giacosa e Illica, i due librettisti, non dicono quasi nulla della vita di Colline, il filosofo dalla Vecchia Zimarra. Ma vediamo di decodificare  il suo carattere in base alle parole del libretto. Colline entra in scena nel primo quadro. E’ la soffitta gelida: apre con veemenza la porta, è intirizzito, batte i piedi, getta i suoi libri sulla tavola; il poeta Rodolfo sta per bruciare il suo dramma, vuole scaldarsi insieme al pittore Marcello, evitando di bruciare la tela dipinta che puzza. Poi arriva Schaunard, il quarto amico musicista. Infine, il vecchio Benoit che chiede i soldi dell’affitto. La prima parte è tutta al maschile, si fa riferimento alle donne per prendere in giro il vecchio e cacciarlo.
Ma è nel Quadro Secondo che si delinea il carattere di Colline. Siamo al Quartiere Latino, al Caffè Momus. C’è folla: borghesi, militari, fantesche, ragazzi, bambine… Da una parte ci sono Rodolfo e Mimì in piena intimità; Schaunard in una bottega di ferravecchi compra una pipa e un corno; Marcello viene spintonato qua e là dalla gente. E’ sera, la vigilia di Natale, c’è freddo. Dov’è Colline?  E’ presso la bottega di una rappezzatrice. Gli ha cucito la falda dello zimarrone. Nota: “E’ un poco usato… ma è serio e a buon mercato…”. Poi paga, distribuisce i libri nelle molte tasche dello zimarrone e agita una copia rara della grammatica runica. Quando si siede con gli amici ha idee chiare, ordina subito del salame.  Ma ritorniamo allo zimarrone: è l’ “amico” di cui si libererà alla fine per poter soccorrere Mimì in fin di vita. Musetta sacrificherà i suoi gioielli, Colline impegnerà la sua zimarra al monte di Pietà.

    Con la sua calda voce di basso, dialoga con la sua “Vecchia Zimarra” e dice: “Senti, io resto al pian, tu ascendere il sacro monte devi”. (E’ il monte di Pietà).  Al soprabito ricorda di non aver “mai curvato il logoro dorso ai ricchi ed ai potenti”. E come da quelle tasche, come in antri tranquilli, siano passati numerosi testi di filosofi e poeti, fra cui Orazio (al Caffè Momus dirà: “Odio il profano volgo al par d’Orazio”).  Nel dire “Addio” al suo zimarrone Colline mette in atto il suo sentimento di pietà. Suggerisce a Schaunard, nell’ultimo quadro, di andare “per diversa via” in modo da lasciare soli Rodolfo e Mimì, perché la morente fioraia possa godere della compagnia del suo amato negli ultimi attimi prima di morire. Per Colline, la pietà è un sentimento di dolorosa simpatia per il dolore altrui. E’ un sentimento d’amore che il filosofo sembra aver ereditato dai latini, la “pietas” divinizzata, vissuta come carità, gesto d’intesa per chi soffre. Colline la incarna, è l’unico dei quattro amici che non fa richiamo al bisogno di donne. Ama gli amici, i libri; rende animate le cose. Rimpiangendo i giorni lieti, è allo zimarrone, prima di disfarsene, che dice: “Addio, fedele amico mio, addio.”  Ma è al Caffè Momus  (al culmine del Valzer di Musetta, quend’ella canta: “Ah! Marcello smania…”  e l’ipocrisia di Alcindoro la censura: “Parla Pian! Zitta, zitta!” ) che Colline scandisce le parole che svelano il suo carattere: “Essa è bella, io non son cieco, ma piaccionmi assai più una pipa e un testo greco!”

   Queste parole sono messe fra parentesi, è come se le ripetesse solo per se stesso. Se io fossi un regista, alla fine di queste parole,  piazzerei Colline sul proscenio e gli farei abbracciare e baciare un uomo. Egli ammira le sregolatezze di Musetta, la quale rompe i freni inibitori dell’ipocrita morale borghese e ad Alcindoro grida: “Io voglio fare il mio piacere! Voglio far quel che mi par, non seccar!”  Ma siamo nel 1830. Musetta col suo Valzer libera sentimenti repressi ed è, per i quattro amici,  “gloria ed onor del Quartier Latin!”

 SULLA VECCHIA ZIMARRA

Colline decide di impegnare la sua “vecchia zimarra” al Monte di pietà” per cercare di ottenere qualche soldo e procurare così un minimo di conforto a Mimì che sta per morire.

La zimarra è per Colline una specie di compagna di vita; in quelle larghe tasche hanno trovato posto i libri di filosofi e poeti da Colline letti. Il filosofo innalza a religioso luogo metaforico il Monte di pietà, definendolo “sacro”; e usa con maestria, riferendosi alla zimarra,  il verbo “ascendere” per innalzarla all’evento nobile per il quale la sta per cedere, come a dire: io resto al “piano” dei comuni mortali.  Ma nella dignità della zimarra, Colline, in realtà, proietta la propria essenza di nobile “bohèmien”, nonché quella dell’intellettuale libero nella sua povertà: non si è mai piegato né “ai ricchi, né ai potenti”. Con l’addio al suo vecchio pastrano, Colline annuncia che   -con l’imminente  fine di Mimì-  anche la stagione della sua gioventù spensierata giunge alla fine.

Da sottolineare come Puccini e i suoi  librettisti affidarono queste considerazioni ad un  personaggio apparentemente estraneo alle vicende drammatiche dell’opera, spesso ne appare addirittura  disincantato! Gli è, invece, come abbiamo cercato di dimostrare,  che il filosofo è capace di ironizzare di fronte alle altrui avventure e disavventure amorose, tanto da apparire del tutto indifferente al fascino dei conflittuali legami affettivi legati alla normalità del sesso.

 Caratteristiche musicali di “Vecchia zimarra”

La romanza oscilla lentamente, come una ninnananna, in tempo binario, è una specie di “allegretto moderato e triste” nella tonalità di Do diesis minore.

La partitura indica come interpretare il brano: “con commozione crescente”. L’accompagnamento è affidato al pizzicato degli archi e dell’arpa e allo staccato di fagotti e clarinetto, mentre al flauto nel registro grave viene affidato il compito di raddoppiare parte della melodia intonata dal basso.

Questa bella pagina musicalmente sembra, secondo Antonino Titone, “di marca falstaffiana  (‘Quand’ero paggio’ al rallentatore)” .

Eccovi ora il testo (metteremo in corsivo i versi che Puccini non musicò e tra parentesi le varianti dello spartito):

Vecchia zimarra, senti,
io resto al pian, tu ascendere
il sacro monte or devi.
Le mie grazie ricevi.
Mai non curvasti il logoro
dorso a ricchi, ai potenti, (dorso ai ricchi ed ai potenti)
né cercasti le frasche
dei dorati gingilli.
Passâr nelle tue tasche
come in antri tranquilli
filosofi e poeti.
Ora che i giorni lieti
fuggir, ti dico: addio
fedele amico mio.

Chi oggi interpreta magistralmente “Vecchia zimarra”? Ci sono tanti bassi che la cantano davvero bene, noi ci limitiamo a segnalare quello che oggi ci piace di più: Orlin Anastassov. E’ bravo, possente, credibile  e anche…molto bello!

Storica curiosità

Siamo a Philadelphia nel corso di una recita della “Bohème”, agli inizi del secolo XX, organizzata dal Metropolitan. Il famoso basso spagnolo  Andrés de Segurola  (1874-1953), che sosteneva la parte di Colline, si accorse di essere rimasto improvvisamente afono. Terrorizzato, si rivolse al collega tenore che interpretava Rodolfo. Che fare? Niente paura, ci avrebbe pensato Rodolfo stesso. Colline si doveva solo limitare ad aprire la bocca fingendo di cantare, mentre il tenore, date le spalle al pubblico, avrebbe cantato Vecchia Zimarra. E così accadde. Sapete chi era questo mitico e generoso tenore? Enrico Caruso: in seguito inciderà pure il brano cantato da Colline.

Bagheria  28/02/2010                                                           

Giuseppe Di Salvo

*Nel dipinto di Luigi Morgari, Colline è a destra.

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GIUSEPPE DI SALVO: LA BOHÈME AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO? OCCORREREBBE UNA ENERGICA PAÑOLADA!

25 Febbraio 2010 2 commenti
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panolada

Diciamolo senza mezzi termini: “La Bohème” di Giacomo Puccini in scena  -da mercoledì 24 febbraio 2010-  al Teatro Massimo di Palermo non ci è piaciuta. Aggiungiamo: occorrerebbe sventolare ricamati fazzoletti  bianchi all’interno del Teatro per mostrare il nostro disappunto quando le prestazioni dei cantanti non ci piacciono; ormai una cosa è chiara: i dirigenti del Teatro ci offrono cast che raramente, nell’insieme, svettano. A noi non interessa sapere in quali teatri del mondo cantano molti dei cantanti che si ascoltano al Teatro Massimo di Palermo (tanto  -state tranquilli!-  non ci muoveremmo mai da qui per andarli a riascoltare altrove!). Noi amiamo le voci  in piena forma e adeguate ai personaggi delle opere rappresentate. Ribadito il rispetto umano nei confronti di tutti gli artisti (compresi quelli della “Bohème” in cartellone), non possiamo non esternare ciò che abbiamo provato l’altra  sera: c’era un direttore d’orchestra  con ottimi professionisti (gli orchestrali); ma sul palcoscenico, con qualche rara e momentanea vocalica  eccezione, si dirigeva una non geniale regia,  la noia e l’oscillazione isterica di colorati palloncini (per non parlare di quella dei cantanti-attori nel Quadro Primo)  rimasti sul proscenio dopo la corale scena al Caffè Momus! Come si fa negli stadi, giunta è l’ora di una civile protesta, magari immaginando una coreografica pañolada: è ora di alzare la testa e i “paños” bianchi (o le candide sciarpe di seta) per esprimere il nostro disappunto; fischi e altre forme d’incivile dissenso sono lesivi dell’immagine degli artisti ospiti: sarebbe come sparare sulla Croce Rossa! I bravi cantanti costano troppo per averli a Palermo o sono davvero tutti impegnati nei grandi teatri europei ed extraeuropei? Il Teatro Massimo non può affrontare alte spese? Ma è forse gratuita la prestazione di questi cantanti che ascoltiamo? Non sarebbe ora di rendere pubblici i loro cachet? O l’aggancio con le varie agenzie fa pure parte della privacy? Altro che teatro europeo! Se lo fosse davvero, almeno per quanto riguarda l’Opera, ci sarebbe da dire: povera Europa!

 

Bagheria, 25/02/10

Giuseppe Di Salvo  

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GIUSEPPE DI SALVO: DELLA NUOVA PIATTAFORMA. ECCOCI QUA!

Da oltre quindici giorni non abbiamo potuto pubblicare nulla di nuovo perchè Tiscali ha modificato la veste dei suoi Blog. E, come potete ora vedere, c’ è pure una nuova piattaforma. Speriamo vi piaccia:  noi ( il sottoscritto insieme a Salvatore Incandela) abbiamo scelto quella che ci è sembrata essere la migliore. Purtroppo  ci si deve adueguare ai continui ”progressi” della tecnica. Durante questi giorni di trasloco non potevamo aggiornare il Blog, nè gli internauti che ci visitavano potevano introdurre nuovi commenti; potevano vedere solo la vecchia “Home Page”. E, negli ultimi tre giorni, dal 22 febbraio fino alle ore 15,00 di oggi 25 febbraio, neanche quella. Per motivi tecnici. Noi stessi non abbiamo pubblicato nulla di nuovo visto che la Nuova Piattaforma potevamo vederla solo noi. Non ci restava che aspettare l’avvenuto cambiamento, previsto per lunedì 22 febbraio, ma realizzato solo oggi 25 febbraio alle ore 15,00 circa, per immettere in rete i nostri Nuovi Post. Anticiparli sarebbe stato del tutto inutile:  a che serve  la lettura dei nostri post a noi stessi?

Ci scusiamo per questa lunga attesa,

Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: RELIGIOSITA’ DI “A SINGLE MAN” DI ISHERWOOD NON EVIDENZIATA NEL FILM DI TOM FORD

11 Febbraio 2010 10 commenti

giove bacia Ganimede*

LA RELIGIOSITA’ DI “A SINGLE MAN” DI CHRISTOPHER ISHERWOOD E LA DIROMPENTE  “ASOCIALITA’ ” DELLE MINORANZE E DEGLI DEI: ASPETTI NON  EVIDENZIATI NEL FILM DEL REGISTA TOM FORD

Per comprendere l’essenza del romanzo “A Single man” di Christopher Isherwood non si può fare a meno di penetrare nel messaggio centrale del libro: la sua Nuova Religiosità. Essa prende le mosse dal richiamo dei miti greci del poeta e romanziere britannico Robert Graves (24 luglio 1895-7 dicembre1985). E il mito ricordato nel libro di Isherwood è quello di Titone. Il romanzo tende a dimostrare come la stessa minoranza degli Dei sia caratterizzata dalla mancanza di cuore di alcuni di essi proprio come il pregiudizio omofobico di molti attuali ministri di Dio senza cuore tende a creare discriminazioni nei confronti dei gay e a diffondere il pregiudizio: si vedano le persone che abitano vicino al professore George. L’insegnamento che se ne ricava è il seguente: la vera religiosità, per una persona priva di appartenenza sociale (e gli omosessuali -prima degli anni Sessanta- non avevano aggregazioni umane cui potersi rivolgere per associarsi!), viene costruita grazie all’esperienza umana , affettiva e culturale che, col tempo, si costruisce “l’Uomo da Solo”.

Il professor George  queste cose le sa e le vuole trasmettere ai suoi allievi. Citiamo la sua bella lezione per meglio comprendere quanto sopra detto: “Bene, per cominciare dall’inizio, una volta Afrodite sorprese il suo amante Ares a letto con Eos, la dea dell’aurora (fareste meglio a rivederli tutti, intanto che ci siete). Afrodite s’infuriò, ovviamente, così maledisse Eos instillandole un debole per i bei ragazzi mortali-  per insegnarle a lasciare in pace gli dèi degli altri. (…) Eos era terribilmente imbarazzata, ma scoprì che proprio non poteva controllarsi, e allora cominciò a rapire e a sedurre i ragazzi della terra. Titone era uno di loro. In realtà si prese anche Ganimede, suo fratello- per compagnia. (…) Sfortunatamente, Zeus vide Ganimede e se ne innamorò follemente. (…) Così, sapendo di dover rinunciare a Ganimede, Eos chiede a Zeus se non voglia, in cambio, rendere Titone immortale. Così Zeus rispose ma certo, perché no? E procede. Ma Eos era talmente stupida che dimenticò di chiedergli di concedere a Titone anche l’eterna giovinezza, il che, tra parentesi, si poteva fare tranquillamente; Selene, la dea della luna, l’aveva ottenuta per il suo amante Endimione. L’unico guaio lì era che Selene non pensava altro che ai baci, mentre Endimione aveva altre idee; così lo costrinse ad un sonno eterno per tenerlo tranquillo. E non è che sia molto divertente restare belli nei secoli dei secoli se non ci si può neppure svegliar e guardarsi in uno specchio. (…) Allora il povero Titone divenne col tempo un vecchio repellentemente immortale. (…) Ed Eos, con la caratteristica mancanza di cuore di una dea, si stancò di lui e lo rinchiuse. Ed egli diventò sempre più rimbambito, la voce si fece sempre più stridula, finché all’improvviso un giorno si trasformò in cicala.” (Da “Un Uomo Solo” di Christopher Isherwood, ed. Guanda,  pp. 44-45.)

Come si vede la “minoranza” degli Dei rispecchia i comportamenti della “maggioranza” delle persone umane. Sicché il mito di Titone e il titolo del libro di Huxley, “Dopo molte estati muore il cigno”, citato da Isherwood,  a sua volta citazione presa dal “Titone” di Alfred Tennyson (1809-1892: “E’ meglio aver amato, e perso/Che non aver mai amato),  tende a nutrire il nostro spirito e ci insegna che noi  “non siamo fatti per  scrutare nei misteri della vita. Non dobbiamo mettere becco nell’eternità” (Isherwood).

   E se gli stessi Dèi (o gli attuali ministri di Dio) hanno come caratteristica la “mancanza di cuore”, come possiamo pretendere dalle persone umane di avvicinarsi all’ “eternità” o all’amore “eterno”, cioè “per sempre”? Ed ora è proprio il caso di riflettere sulla riportata frase della Bibbia: “essi mi hanno odiato senza ragione”.  Qualcuno chiede al professore George: “Vuol dire con questo che i nazisti avevano ragione di odiare gli Ebrei? Huxley  è antisemita?” E il professor George risponde: “Il signor Huxley non è antisemita. I nazisti non avevano ragione di odiare gli Ebrei… Ma il loro odio contro gli Ebrei non era senza ragione. Nessuno mai odia senza ragione…” (op. cit. p. 49).

   E prendendo spunto, come si è visto, prima dalla mitologia greca e poi dagli Ebrei, il professore George passa a riflettere coi suoi allievi sul concetto di “minoranza”.

Dice il professore George: “Ora, ad esempio, le persone con le lentiggini non sono considerate una minoranza da quelle senza lentiggini. Non sono una minoranza nel senso in cui la intendiamo. E perché non lo sono? Perché una minoranza è considerata tale soltanto quando costituisce una qualche minaccia, vera o immaginaria, per la maggioranza. E nessuna minaccia è mai del tutto immaginaria. (…) Cosa farebbe questa particolare minoranza se all’improvviso, dall’oggi al domani,  diventasse maggioranza? Capite cosa intendo? Bene! Se non lo capite, pensateci su! (…)

Le minoranze sono persone, come noi! Certo, sono persone; persone, non angeli. (…) Dunque, prendiamone coscienza, le minoranze sono persone che probabilmente guardano, agiscono e pensano diversamente da noi e hanno difetti che noi non abbiamo. Può dispiacerci come guardano e agiscono, e possiamo odiare i loro difetti. Ed è meglio ammettere che non ci piacciono e che li odiamo invece di cercare di impiastricciare i nostri sentimenti con un sentimentalismo pseudoliberale. Se siamo sinceri coi nostri sentimenti, abbiamo una valvola di sicurezza, e se abbiamo una valvola di sicurezza, in realtà rischiamo meno di promuovere le persecuzioni… So che questa teoria oggi non è di moda. Continuiamo a credere che se ignoriamo una cosa abbastanza a lungo, questa sparirà del tutto. (…) Ora supponiamo che questa minoranza venga perseguitata  -non importa perché -  ragioni politiche, economiche, psicologiche- una ragione c’è sempre, per sbagliata che sia- almeno così credo io. E, naturalmente, la persecuzione stessa è un errore, sempre; sono certo che su questo siamo tutti d’accordo… ma, ed è il peggio, ora incorriamo in un’altra eresia liberale. Poiché la maggioranza persecutrice è abietta, dice il liberale, è evidente che la maggioranza perseguitata deve essere d’una purezza immacolata. Vi rendete conto di quanto ciò sia insensato? Che giova se i cattivi sono protetti dalle persecuzioni dei peggiori? Tutte le vittime cristiane nell’arena   dovevano essere santi? E vi dirò dell’altro. Una minoranza ha il suo tipo di aggressione. Provoca assolutamente la maggioranza ad attaccarla. Odia la maggioranza  -non senza causa, d’accordo. Odia anche le altre minoranze  -perché tutte le minoranze sono competitive; ciascuna afferma che le sue sofferenze sono le peggiori, e i torti che subisce i più neri. E più odiano, più vengono perseguitate, più malvagie diventano! Pensate che l’essere amati incattivisca la gente? Sapete che non è così. Quindi perché dovrebbe renderli buoni l’essere detestati? Quando siete perseguitati, odiate ciò che vi sta capitando, odiate la gente che lo fa accadere; vivete in un mondo di odio. Andiamo, non riconoscereste l’amore in persona, se lo incontraste! Pensereste che c’è sotto qualcosa  -qualche motivo-  qualche trucco…” (Op. cit. pp. 49-50- 51).

Ma di che cosa sta parlando il professore George?  Ha detto cose sensate o no?  Qualche suo alunno, Wally, sembra imbarazzato. George ha superato il tempo della lezione. S’interrompe. Non gli piace l’indifferenza dei suoi studenti. Parte di questa lezione sul concetto di “minoranza” viene riportata nel film di Tom Ford. E va detto che queste  riflessioni sul concetto di minoranza risalgono al 1962-1964, anno di pubblicazione, in Inghilterra,  di “A Single Man” di Isherwood. E per essere davvero liberali occorre dire una cosa per smontare anche oggi qualsiasi luogo comune: non è vero che tutte le persone componenti una minoranza   -anche quella omosessuale-  siano tutte persone “sensibili” o “perfette”, ché anzi! Le persone che fanno parte di una minoranza hanno pregi e difetti delle stesse persone che costituiscono una maggioranza. Con una sola differenza: i componenti di una minoranza hanno l’intelligenza più allenata perché devono ricorrere a qualsiasi mezzo psicologico o pratico per cercare di sopravvivere alla violenza di quanti li perseguitano. Ne deriva che l’ “Uomo da Solo” è in perenne ricerca di una sua propria religiosità, di “legami” umani che lo aiutino a vivere; e se cerca aggregazioni sociali è perché l’unione di più perseguitati costituisce una forza politica e sociale: ed è per questo che alla fine degli anni Sessanta sono nati negli USA e altrove i primi  movimenti organizzati di liberazione sessuale ed omosessuale. Sicché  l’ “Uomo da Solo” cerca la sua forza e la sua “religiosità” nella cultura, l’ “Uomo Collettivo”  -come gli antichi Dèi- costruisce simboli e valori all’interno della minoranza di cui fa parte. Come non avere paura delle minoranze allora? Semplice: occorre chiedere loro cosa vogliono fare e che obiettivi politici hanno da realizzare se vogliono diventare maggioranza. Se si conosce ciò che la minoranza vuole, la maggioranza non può averne paura: è il gioco democratico. Se una minoranza non esprime i propri obiettivi politici, essa va attenzionata, vigilata, proprio perché non si sa ciò che vuole, e quindi, divenendo maggioranza, può essere davvero pericolosa: il timore che si deve avere nei confronti di una minoranza non consiste nel concetto di “minoranza” in sé, ma in ciò che di essa non si sa: e non la si appoggia perché non valutabile, e quindi non c’è bisogno che la si perseguiti. 

Questo è il messaggio che dobbiamo cogliere nel libro di Isherwood e, in parte, nel film di Tom Ford; la “minoranza umana” è simile alla “minoranza degli antichi dei” (o agli attuali Ministri di Dio): in fatto di amore erotico ha gli stessi pregi e difetti degli Dèi dalla stessa “minoranza” umana creati: proprio a sua immagine e somiglianza!

 

 

Nota: nella Seconda Parte del mio articolo si rifletterà su “UN UOMO DA SOLO”, perché il titolo italiano del romanzo di Isherwood, “Un Uomo Solo”, ci fa pensare ad un uomo “isolato”: ma non è così, come s’è già capito da questa prima parte delle mie riflessioni sul libro di Isherwood e sul film di Tom Ford.

 

Bagheria, 11/02/10

Giuseppe Di Salvo

 

*Zeus bacia Ganimede (Giove bacia Ganimede di Raffaello da Montelupo-1550).  Gli antichi Dei operavano meglio del nostro vigente re papa.

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GIUSEPPE DI SALVO: EGMONT, LA NATURA, LA LIBERTA’ TRIONFANO AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO!

7 Febbraio 2010 7 commenti

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EGMONT, LA NATURA, LA LIBERTA’, BEETHOVEN E IL PIANISTA BUCHBINDER TRIONFANO AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO!

Il trionfo del pianista Rudolf Buchbinder, venerdì sera (05/02/2010) al Teatro Massimo di Palermo, ce lo aspettavamo: conosciamo il grande pianista, la sua storia, le sue incisioni discografiche, la sua competente ricerca filologica fatta sulle musiche dei compositori dei quali si appassiona. Le musiche per le quali trova trasporto emotivo le memorizza e ce le pone sulla tastiera senza bisogno di leggerle sullo spartito, senza voltapagine. La notazione delle partiture dei compositori da Buchbinder amati è tutta incisa nelle sue catene dendritiche. Fra questi c’è certamente Ludwig van Beethoven. E ci sono i cinque Concerti per pianoforte e orchestra dell’autore di Fidelio. Si tratta di una memoria ben allenata, essendo Buchbinder nato a Leitmeritz (Cecoslovacchia) il 1° dicembre del lontano1946, e quindi 64 anni fa.

L’entrata in scena di Buchbinder è preceduta da quella del bel giovane direttore d’orchestra viennese Sascha Goetzel. Questi lo conosciamo un po’ meno, ma sappiamo che è stato fra i primi violini dei Wiener Philharmoniker e che si è perfezionato, nella direzione d’orchestra, con Zubin Mehta, Riccardo Muti, Seiji  Ozawa: garanzia e sicurezza per la nostra attesa e curiosità. Le nostre aspettative saranno deluse? No. Il maestro Goetzel apre la serata concertistica con la celeberrima “Ouverture” di Beethoven compresa nelle musiche di scena scritte per  “Egmont”, l’omonima tragedia di Goethe. E ci chiediamo: come mai i Dirigenti del Teatro Massimo non hanno pensato di aprire la Stagione Concertistica 2010 con l’integrale delle musiche di scena scritte da Beethoven per l’Egmont di Goethe, cioè con l’insieme dei brani musicali e con i testi da recitare compresi nell’op. 84? Bastava un soprano, una voce recitante e avremmo avuto un’apertura di Stagione di grande richiamo culturale planetario! E l’ Ouverture ripresa dal maestro Goetzel, per questo Secondo Concerto, avrebbe assunto l’aspetto di un felice e sensato richiamo tematico. Ma eccola lì. E diciamo subito che Goetzel, fin dalle prime battute, ci trasmette la sua sicurezza interpretativa del brano musicale, anche se qualche imperfezione si è colta in taluni attacchi dell’orchestra e, alla fine, nella brevissima “Siegessymphonie” (Sinfonia della Vittoria), non abbiamo colto in bella evidenza le sferzate acutissime dell’ottavino che, con le sue girandole sonore, ci rende visiva l’immagine della Vittoria e della Libertà destinata sempre a trionfare.

  Egmont, chi è mai costui? E’ un sostenitore della tolleranza reale per ogni idea religiosa, in lotta per l’indipendenza delle Fiandre natie; il conte Egmont aveva guidato nel XVI secolo la rivolta dei Paesi Bassi contro la Spagna. Per questo era stato catturato e condannato a morte: indipendenza e libertà, idee per le quali verrà giustiziato da quel duca d’Alba inviato nelle Fiandre da Filippo II  per soffocare ogni popolare desiderio di libertà.

Ma l’Egmont di Goethe è un eroe “Sturm und Drang”, cioè un eroe romantico. E nell’Egmont beethoveniano tolleranza reale e libertà emergono come valori universali, ideali di giustizia politica e di libertà religiosa che radiano amore per tutta l’umanità. Contro ogni tipo di terroristico fondamentalismo. E le sonorità oscure  introduttive dell’ “Ouverture” evocano la prigione del protagonista con note di funebre tristezza, mentre la conclusione trionfale vuole ricordare le ultime parole di Egmont prima di essere giustiziato: “Amici, per la Libertà, cadete con gioia, seguendo il mio esempio!” Egmont muore, ma la sua stessa morte è un messaggio di libertà rivolto al suo popolo: il maestro Sascha queste cose le sa e solo a tratti è riuscito a comunicarcele con la giusta veemenza nel “Sostenuto ma non troppo”,  prima parte dell’ “Ouverture”. Ne abbiamo apprezzato la direzione un po’ dilatata dei tempi. Nella breve “Sinfonia della Vittoria”, l’allegro finale con brio compreso nell’  “Ouverture”  -abbiamo già detto-  sono venute meno le dirompenti sferzate dell’ottavino che hanno finito per attenuare gli accenti di giubilo finale, il giubilo della Vittoria!

Ah, se avessimo potuto ascoltare integralmente queste musiche di scena di Beethoven! Avremmo apprezzato Klärchen, l’amata di Egmont (soprano), travestita da soldato in marcia verso il suo amato, cantare queste parole: “Che gioia sarebbe mutarsi in uomo!” Sentimenti di identificazione femminile in ruoli maschili come nobili azioni da parte di chi vuole rimanere accanto alla persona che ama. Nella vita. Nella morte.

E ora passiamo ai due concerti per pianoforte e orchestra e al trionfo di Buchbinder.

Ci lanciamo subito: sia Sascha Goetzel sia Rudolf Buchbinder ci hanno regalato il tocco magico della perfezione. Il geniale pianista Buchbinder è da anni penetrato nello spirito delle musiche di Beethoven e ce lo dimostra sin dal primo momento: incede con disinvoltura e arriva alla tastiera con una sicurezza impressionante e suona… Infatti, l’inizio del Concerto per pianoforte e orchestra N° 4, op. 58 in  Sol maggiore, ha la seguente caratteristica: le note di apertura sono affidate al pianoforte solo. Buchbinder, in assoluta libertà (come ci ricorda il geniale Friedrich Gulda!), adegua la partitura alle sue grandi doti interpretative ed espressive (ricordiamo che Buchbinder è anche pittore) e ci comunica i pregi di una composizione che si svincola dagli schemi accademici precostituiti. La libertà individuale viene posta con grazia sia dal pianista sia dall’orchestra del Teatro Massimo diretta da Goetzel. Non poteva essere altrimenti. Un uomo geniale come Buchbinder non lo avrebbe permesso. Nell’ “andante con moto” siamo stati ammaliati e rapiti dalla magia e dalla grazia: vibravamo estasiati!  Gli altri due movimenti erano la sintesi della bellezza della tecnica con quella mano sinistra che incrociava abilmente la destra in cerca di note acute: trilli e glissandi ci portavano all’interno di atmosfere intime e meditative. La nascente temperie romantica di Beethoven emergeva da quelle note con tutta la sua forza. E, alla fine, la giusta ovazione di un pubblico nutrito che apprezza e applaude e grida “Bravo”, “Bravi”!

   La Seconda Parte della serata concertistica? E’ tutta presa dal  Concerto per pianoforte e orchestra N° 5 in Mi bemolle maggiore op. 73 (“Imperatore”).

Il grande, eccentrico pianista canadese Gleen Gould definiva il Concerto N° 5 di Beethoven “una sinfonia con pianoforte obbligato”. L’ “Imperatore”, come tutti gli altri concerti per pianoforte e orchestra di Beethoven, rispetta la forma tradizionale in tre movimenti. Ma in esso il Primo Movimento,  l’ “Allegro“,  non termina con una “cadenza” del solista come voleva la consuetudine; al contrario, la “cadenza” precede il movimento: essa rappresenta una sorta di introduzione e ha il carattere brillante di una improvvisazione. Questo Allegro è un gigantesco dialogo fra il pianoforte e l’orchestra. Qui Buchbinder è stato davvero incisivo: le sue agili dita sul pianoforte sembravano tocchi di grazia sul corpo della persona amata: ci ha regalato cascate di carezze in forma di arpeggi, scale e trilli, tutte espresse con una sapienza davvero emozionante. L’orchestra evidenziava in “pianissimo” una marcia misteriosa ripresa poi in tutta la sua eroica possanza dai corni. Il pianista alternava momenti lirici con altri più intensi e drammatici fino a contrapporsi con vigore a tutta l’orchestra in un discorso musicale alla fine “per tutti” trionfante.

   Il Secondo Movimento  -”Adagio un poco mosso”,  in forma di Lied-  è una splendida melodia serena, dagli accenti intimistici: qui Buchbinder metteva in risalto gli aspetti poetici della partitura beethoveniana, veri e propri tocchi sublimi presenti nella composizione.

   E poi il “Rondò” finale! Quest’ultimo caratterizzato da vigorose strutture tecniche. Uno dei “Rondò” più maestosi composti da Beethoven “con un tema rimbalzante ed elastico che trascina pianoforte e orchestra in un vortice di ritmi ed arditezze tecniche” (Giacomo Manzoni). E il genio esecutivo di Buchbinder dominava incontrastato grazie al suo virtuosismo toccante, coinvolgente, instancabile. Esecuzione perfetta. Standing  Ovation  sia per il giovane direttore Sascha Goetzel sia per il più maturo pianista Rudolf Buchbinder con pubblico visibilmente in delirio. Applausi scroscianti per tutti. Gli stessi maestri, componenti la lodevole orchestra del Teatro Massimo, battevano i piedi in segno di affetto verso il pianista e verso il direttore. E poi -dopo ripetute chiamate alla ribalta- il bis concesso da Buchbinder: le trascrizioni per pianoforte di Johann Strauss. Altri minuti di esecuzione perfetta e di musica coinvolgente. Poi tutti all’impiedi ad applaudire senza stancarci, e stavolta applaudivano anche i professori dell’orchestra palermitana e il giovane direttore viennese Goetzel dal sorriso ammaliante e ammaliato, come a dire: la vera Arte non è mai europea o provinciale, essa parte da un luogo  -questo sì-  ma è per l’intero Cosmo!

   Al nostro cospetto il pianista Rudolf Buchbinder ringraziava col volto grato dell’umiltà. Era un momento di catarsi collettiva: trionfava la beethoveniana Libertà!

   A me ritornavano in mente alcune idee profonde di Beethoven: “Si può chiamare natura una scuola del cuore. Attraverso di essa conoscerò Dio, nella sua conoscenza pregusterò le gioie del cielo”.

   All’uscita del Teatro, l’amico Pippo Rinella mi comunicava che taluni aridi e irreligiosi  prelati della chiesa cattolica (in realtà consumati politici e per niente ministri di Dio!) affermavano che non bisogna dare la comunione ai gay dichiarati. Che tristezza diabolica emanano costoro! Hanno proprio bisogno di ascoltare Beethoven per cercare di comprendere tutto l’amore che il compositore provava per l’erotica “tastiera” intima del nipote Karl: la vera Comunione offerta all’Uomo dal Generoso Volto di Dio!

 

Bagheria, 07/02/10

Giuseppe Di Salvo

 

*Il giovane direttore viennese Sascha Goetzel: si è distinto venerdì sera (05/02/2010) al Teatro Massimo di Palermo.

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GIUSEPPE DI SALVO: RUDOLF BUCHBINDER, PIANISTA GENIALE, TRIONFA AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO!

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Ammesso a soli 5 anni  -più giovane allievo di tutti i tempi- alla Musikhochschule di Vienna, Rudolf Buchbinder, nato a Leitmeritz -1/dicembre/1946- (Cecoslovacchia) ieri sera ci ha offerto la sua grazia espressiva interpretando in modo magistrale i Concerti  per pianoforte e orchestra, N° 4 e N° 5, di Beethoven al Teatro Massimo di Palermo.

Il pubblico gli ha tributato giuste ovazioni e il maestro 64enne ci ha pure concesso un magico bis, regalandoci le agilità tecniche di alcune trascrizioni di Johann Strauss. Ottima la direzione d’orchestra del giovane maestro  viennese Sascha Goetzel; ma qualche imperfezione da noi è stata colta nell’Ouverture “Egmont”. Diciamo subito che al Teatro Massimo, come avevamo previsto, con questo Concerto, (dopo le infelici aperture provinciali con Nabucco e Renga-Dessì ) ritorna l’Europa che proietta la sua Grande Cultura nel Mondo. Forti emozioni, applausi, pubblco davvero incantato. A presto ne riparleremo.

Giuseppe Di Salvo

 

CENNI BIOGRAFICI SU RUDOLF BUCHBINDER

Buchbinder si è dedicato soprattutto alla musica da camera, mentre oggi suona come solista in tutto il mondo con le maggiori orchestre ed i più celebri direttori, ospite abituale del Festival di Salisburgo e di altri importanti Festivals. Il suo repertorio è molto vasto e include numerose opere del Ventesimo Secolo. Non si dedica unicamente alla letteratura pianistica classico-romantica, ma esplora anche brani poco eseguiti, come le Variazioni Diabelli scritte da 50 diversi compositori austriaci ed anche incise in disco. Vasta anche la discografia – più di 100 dischi – che documenta la versatilità ed ampiezza del suo repertorio. Fondamentale l’incisione di tutte le opere pianistiche di Haydn, premiata con il Grand Prix du Disque. Oggi Buchbinder predilige le incisioni dal vivo. Il ciclo dei Concerti di Mozart con i Wiener Symphoniker, registrato dal vivo al Konzerthaus di Vienna, è stato segnalato come migliore CD del 1998. Nel 1999, per l’anniversario di Johann Strauss, Buchbinder ha registrato un eccezionale disco di trascrizioni per pianoforte intitolato “Waltzing Strauss”. Recentemente ha inciso dal vivo i due Concerti per pianoforte di Brahms con Nikolaus Harnoncourt e la Royal Concertgebouw Orchestra e i cinque Concerti per pianoforte di Beethoven con i Wiener Symphoniker, nella duplice veste di solista e direttore, in occasione delle Wiener Festwochen 2003. Di fondamentale importanza è per Rudolf Buchbinder l’interpretazione del “Nuovo Testamento ” del repertorio pianistico: il ciclo delle 32 Sonate per pianoforte di Beethoven, eseguite fino ad oggi in numerose città; tra queste Monaco, Vienna, Amburgo, Zurigo e Buenos Aires. Nel tempo libero si dedica alla pittura.

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GIUSEPPE DI SALVO: CANDELORA (SIMBOLICHE VARIAZIONI)

2 Febbraio 2010 4 commenti

candelora*

Vien la Grossa Candelora:

dal mio Inverno non è fôra.

Ma se piove e tira il Vento

sfonda… e tutt’ ora et labora

nel Sacro mio Convento!

Aaahhh!!!

Bagheria, 02/02/2010

Giuseppe Di Salvo

 

*Menhir Candelora in agro di Melpignano (Antiche Pietre del Salento, a cura di Oreste Caroppo).

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