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Archivio Luglio 2010

GIUSEPPE DI SALVO: ANIME SEMPLICI (A TOTUCCIO BAIAMONTE) [DAL MIO LIBRO DI POESIE "DA BAGHERIA SOFFI UNIVERSALI" (2004)]

DA DESTRA: MIA MADRE (CATERINA DI SALVO), TOTUCCIO BAIAMONTE, ALBERTO INCANDELA...

DA DESTRA: MIA MADRE (CATERINA DI SALVO), TOTUCCIO BAIAMONTE, ALBERTO INCANDELA...

Da sempre

rincorri parole

come chi ascolta musica

che genera emozioni.

Poi sosti:

trovi il senso

ai fonemi

che tracciano sequenze.

Nelle voci del mondo

riconosci –rare-

le anime semplici.

Contempli l’estasi

e la via sai

di chi

da sé è lontano

e dal suo corpo.

 

Bagheria, 19/09/03

Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: VERDE MELA DI GELO [DAL MIO LIBRO DI POESIE "DA BAGHERIA SOFFI UNIVERSALI" (2004)]

26 Luglio 2010 1 commento
IL MIO SECONDO LIBRO DI POESIE (2004)

IL MIO SECONDO LIBRO DI POESIE (2004)

La luna

sul tuo volto

s’arroventa

e si colora di sangue.

I tuoi pensieri

non sono

sentieri irraggiungibili.

Hai rubato

dalle torri

le campane:

scandivano il pulsare

nelle fredde case

di Gesucristo.

 

Altri suoni

non vuole

ch’io ascolti

il geloso cuore

per tenermi confuso

nei suoi ritmi segreti.

Mi posavi sulla bocca

una verde mela

di gelo.

 

Poi la luna volava,

luce singhiozzante

sostava al centro

della nera volta:

qui   -e a te-  lasciava

il suo pallore;

ma io in alto miravo-

come sempre!

Bagheria,  26/12/03

Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: CUSCINI DI GRAZIA [TRATTA DAL MIO LIBRO "DA BAGHERIA SOFFI UNIVERSALI" (2004)]

SETTE PETALI TURCHESI PER L'INFINITO: RICAMO SU FEDERA DI CATERINA DI SALVO (MIA MADRE)

SETTE PETALI TURCHESI PER L'INFINITO: RICAMO SU FEDERA DI CATERINA DI SALVO (MIA MADRE)

Che fare?

La corsa e il salto

alle ginocchia generano

dolore

e ogni nervo dentro

si veste di gelo.

Scricchiolano le rotule

se le gambe stendo

sul mio letto

o in uno spazio

che l’eros espande.

 

Ha il mio corpo

le gioie in cammino

e su di me

posano ancora

i molti occhi

di chi viver vuole

sogni e desideri.

 

Io poso qui,

su affollate strade,

offro  -al Sole-

ma al Tramonto anche-

gesti e movenze

e giacigli di nozze;

mi bagno su spume bianche

mosse dal vento

e  solo  volo

su cuscini di grazia.

Bagheria,  02/12/03

Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: IN ARGENTINA PASSA AL SENATO IL MATRIMONIO GAY. E SIAMO A DIECI STATI! CHE DIRE DI MOLTI ESPONENTI FASCISTOIDI DEL NOSTRO CENTRO-SINISTRA CHE LA PENSANO COME I MILITANTI DI FORZA NUOVA? VERGOGNA: ANDAVETENE A CASA!

Dall’Agenzia ANSA apprendiamo quanto segue: stamattina  in Argentina anche il Senato ha approvato le nozze fra gay con posssibilità di adottare figli. GRANDE ARGENTINA! E ora la dettagliata notizia.

BUENOS AIRES – In Argentina diventano legali i matrimoni gay: il Senato ha approvato la legge che autorizza le unioni omosessuali, dopo che la Camera lo aveva già approvato lo scorso maggio. L’Argentina è il primo Paese dell’America latina ad autorizzare i matrimoni gay.

Il disegno di legge, sostenuto dal governo di centro-sinistra della presidente Cristina Fernandez de Kirchner, è stato approvato con 33 voti a favore e 27 contrari dopo più di 15 ore di dibattito in aula. “E’ un giorno storico”, ha detto il capogruppo del partito al potere, Miguel Pichetto, ricordando che il dibattito è stato messo in calendario per il 14 luglio, giorno di commemorazione della Rivoluzione francese. “E’ la prima volta che si vota per una legge a favore delle minoranze”, ha aggiunto. “La società argentina è cambiata: ci sono dei nuovi modelli famigliari, ha detto il capogruppo al Senato dei radicali all’opposizione, Gerardo Morales, spiegando come questa legge sia pensata per tutelare i diritti delle minoranze. Il nuovo provvedimento modifica il codice civile: la formula “marito e moglie” sarà sostituita dal termine “i contraenti”. Le coppie gay sposate potranno inoltre adottare bambini ed avere accesso a sicurezza sociale e congedo famigliare. L’Argentina è quindi diventata il primo Paese dell’America latina ad autorizzare le nozze gay: è il decimo al mondo dopo Olanda, Belgio, Spagna, Canada, Africa del Sud, Norvegia, Svezia, Portogallo e Islanda.

Che diranno mai in Italia i Fassino con bigotta moglie, i D’alema, le Bindi laico-integraliste spose di Dio e  tutti coloro che nel nostro fascistoide centro-sinistra la pensano come i militanti di Forza Nuova e non solo? Che arretratezza culturale e che penosi razzisti nutriamo contro la nostra Costituzione democratica! Andatevane a casa: siete politicamente irrilevanti e assatanati solo di potere!

 Giuseppe Di Salvo

Categorie:Argomenti vari, Società Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: I REALI DI SPAGNA E ZAPATERO CINGANO DI ALLORO LA TESTA DI ANDRES INIESTA E BACINO IL CUORE DI UN GRANDE ANIMO NOBILE DI SPAGNA!

IL NOBILE GESTO DI INIESTA

IL NOBILE GESTO DI INIESTA

Domenica 11 luglio in campo, in Sud Africa, per la finale del Mondiale di Calcio 2010, c’erano due belle squadre: la Spagna e l’Olanda. Io tendevo verso l’Olanda fin dall’inizio di questi mondiali perchè amo i passi di Wesley Benjamin Sneijder: un euclideo del centro campo, un trequartista, un numero dieci, alto un po’ più di  m 1,69, che gioca per vincere. E anche domenica 11 ha servito l’assist per far segnare Robben che, purtroppo, non ha saputo realizzare il gol del possibile vantaggio olandese. Detto questo, riferisco anche che non ho provato grandi emozioni nel vedere questa finale. E tante volte, riconosco, ognuno di noi costruisce il suo tifo in base ad un proprio modello ideale di calcio.  Non ho grandi rivelazioni da fare per sottolineare il mio naturale trasporto verso qualche calciatore particolare: forse si è distinto qualcuno al di là delle palle d’oro decretate dai critici? Intanto rendiamo onore alla Spagna: ha vinto la Coppa sul Campo! Complimenti (nel mio cuore si annidava per loro il 40% del mio tifo). Ma una simbolica corona d’oro la voglio mettere sulla testa del simpatico Andrés Iniesta (guarda caso un altro centrocampista! e pari in altezza al mio amato falco di Utrecht): quando ha realizzato il gol per la vittoria della Spagna ha onorato, togliendosi la maglia, la memoria di un suo amico calciatore scomparso l’anno scorso proprio in Italia, Dani Jarque, e per questo è stato pure ammonito dall’arbitro. Ma Iniesta ha mostrato al mondo i nobili sentimenti di amicizia che lo legavano all’amico scomparso. E’ commevente quel messaggio attaccato sulla canottiera bianca di Iniesta: ”Dani Jarque sei sempre con noi”. Sembra marmo inciso, e in corsa,  ciò che ha mostrato per ricordare l’amico scomparso. Era una canottiera premeditata. E il calcio sa fare pure i suoi richiami ai capricci del destino: Iniesta realizza il gol della vittoria, la Spagna vince il suo Primo Mondiale di Calcio, la memoria di un amico calciatore dimenticato balza sulla faccia del mondo! Iniesta va onorato con una bella corona di alloro e i Reali di Spagna e Zapatero bacino sul cuore il loro connazionale, animo nobile che ben rappresenta la Spagna migliore!

Giuseppe Di Salvo

Categorie:Calcio, Società, Sport Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: LE ARMONIE CORPOREE E GL’INTIMISTI GLUTEI DEL BALLERINO JOSE’ PEREZ ORMAI RAPPRESENTANO IL “SALVA AIDE” DEL TEATRO MASSIMO DI PALERMO E DEL TEATRO DI VERDURA

10 Luglio 2010 2 commenti
UN GRANDE JOSE' PEREZ SORRETTO DAL CORPO DI BALLO DEL TEATRO MASSIMO DI PALERMO

UN GRANDE JOSE' PEREZ SORRETTO DAL CORPO DI BALLO DEL TEATRO MASSIMO DI PALERMO

Diciamolo subito: proviamo una spontanea simpatia per Srboljub Dinic, bel 41enne direttore d’orchestra serbo di Niš (nel nostro italiano desueto Naisso), recentemente da noi pure apprezzato quando ha detto, in un’intervista rilasciata a Sara Patera sul “Giornale di Sicilia dell’8 luglio 2010, a proposito di Aida, quanto segue: “Tolto il trionfo, [l’opera] è intimista. E per me è importante che l’amplificazione ci aiuti a suonare alla Verdura come in Teatro”. Belle parole che ci spingono verso un ideale abbraccio nei confronti del giovane direttore: proprio come la papessa Giovanna si poteva abbandonare ai suoi religiosi abbracci nell’amplesso amoroso che la univa, dopo l’inondazione di Roma, al suo amato Gerardo nella magistrale descrizione fatta dalla scrittrice Donna Woolfolk Cross nel suo romanzo alla “Papessa” dedicato. Belle parole, dicevamo, ma…

   La mia riflessione sull’Aida da Dinic diretta al Teatro di Verdura, questa volta, vuole essere volutamente incompiuta: infatti, me ne sono uscito alla fine del Secondo Atto, proprio dopo il trionfo con la sua spettacolare “Gloria all’Egitto”. Diciamo ancora che contiamo di apprezzare le doti musicali del giovane direttore d’orchestra in autunno, quando a fine ottobre, al Teatro Massimo di Palermo, lasciata l’infelice postazione estiva del Teatro di Verdura (se teatro ancora lo si vuole chiamare), inondata da abbandono ambientale, verrà a dirigere i “Carmina Burana”, capolavoro ritmico di Carl Orff.

   Ma venerdì sera [9 luglio 2010], rivisitando le sue parole, abbiamo colto in esse solo il senso di una non felice propaganda: era infatti proprio dall’amplificazione, con tutti i suoi mezzi non adeguati,  che uscivano  -davvero amplificate!-  molte sonorità insopportabili! Ed io, al posto di Dinic, avrei abbandonato la bacchetta: dirigeva un’Aida non aderente alle sue encomiabili parole!

   L’aspetto più gradevole dell’intera vicenda (vicenda e non opera verdiana!) veniva percepito dal nostro occhio (occhio e non orecchio!) con l’entrata in scena del grande ballerino cubano José Perez, nel ruolo dello schiavo. Le sue mirabili agilità corporee  -(giustamente sottolineate dagli applausi e dai “bravo” del pubblico) ben coordinate dalla dignitosa coreografia di Luciano Cannito con l’apprezzabile Corpo di Ballo con Giovani Danzatori del Teatro Massimo- sono state le vere ed uniche espressioni artistiche intimiste della serata e, forse, di tutta l’opera: quei glutei bronzei, quegli agili movimenti del ballerino erano vera musica, vero “intimismo gestuale” che, in quel poco felice contesto, rendevano al pubblico l’essenza dell’opera, cioè il grido di volere e potere sempre amare in piena libertà. Da quei silenti glutei veniva fuori l’armonia che non si è potuta apprezzare sia nelle voci dei cantanti sia nei delicati momenti corali sia in quelli più squisitamente orchestrali per le continue flatulenze emesse dagli oscillanti microfoni sui corpi dei cantanti e dalle fibre degli schienali di quelle non comode ed ondulanti poltrone. Da anni ormai ripeto una cosa semplice: il Teatro di Verdura è da chiudere per essere ristrutturato. E se proprio le opere vi si dovranno rappresentare, le voci dei cantanti e i suoni dell’orchestra è meglio lasciarli nudi, proprio come i glutei di José Perez che ormai può esser chiamato il “salva Aide” delle ultime due edizioni messe in scena dai dirigenti del Teatro Massimo.

 Bagheria, 10/07/10

Giuseppe Di Salvo

Categorie:Classica, Musica Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: POLITICA GAY DAL 1976 AL 1980: FUORI!, SCISSIONISTI, “ARCISCISSIONISTI”, OMOSESSUALI POLITICAMENTE FRUSTRATI E LANCIATORI DI MARMO (CONTRO IL SOTTOSCRITTO)! PROSPETTIVE POLITICHE PER I GAY DEL XXI SCOLO

IL NUMERO 2 DI "LAMBDA", DICEMBRE 1976: BIAGIO CAMPANELLA E' REDATTORE

IL NUMERO 2 DI "LAMBDA", DICEMBRE 1976: BIAGIO CAMPANELLA E' REDATTORE

POLITICA GAY DAL 1976 AL 1980: FUORI!, SCISSIONISTI, “ARCISCISSIONISTI”, OMOSESSUALI POLITICAMENTE FRUSTRATI E LANCIATORI DI MARMO (CONTRO IL SOTTOSCRITTO)! PROSPETTIVE POLITICHE DI LIBERAZIONE GAY PER IL XXI SECOLO

Domenica 10 ottobre 1976 si era tenuto il primo convegno degli omosessuali militanti nel PDUP. Angelo Pezzana, felice, così commentò l’evento, n° 1 di “Lambda” del 1° novembre 1976: “ Dopo anni di militanza nel FUORI! radicale questi compagni hanno deciso di prendere quanto era loro diritto avere. La militanza nella loro organizzazione anche in quanto omosessuali, senza più fingere eterosessualità inesistenti o virilità fasulle. (…) E’ quanto noi ci eravamo augurati nel nostro congresso del 25 aprile a Roma, quando avevamo invitato tutti gli omosessuali non radicali ad uscire dal FUORI! per portare la lotta di liberazione (omo)sessuale in tutta la sinistra, storica e non. (…) Non è stata una separazione, ma si è posta la premessa per la crescita reale del movimento. Tanti e divisi, come era il nostro slogan.

   Poi Angelo Pezzana interviene sulla prassi del COM (Collettivo Omosessuale Milanese): “La loro è una presenza importante e qualificante nel movimento di liberazione gay (…)”. Quanto agli attacchi personali rivoltigli: “Che tristezza quando smetteranno. (…) A me però non importa nulla della polemica personale, sono le idee di liberazione che un gruppo porta avanti che mi interesano e quelle del COM sono sicuramente interessanti”. (…) La scelta del COM di provocare  (…) ha indubbiamente un fascino enorme (…), ma la provocazione, il rifiuto di qualsiasi dialogo, il non rendersi conto che la realtà è formata anche da strutture con le quali prima o poi ci si dovrà confrontare è, a mio avviso, una posizione che non ha prospettive.”

   Angelo Pezzana si chiedeva: quanti sono gli omosessuali che non sono ancora venuti fuori? Su cento saranno 95 oppure 93? Quindi i gay venuti fuori, secondo Pezzana, nell’autunno 1976, sarebbero fra 5 e 7 su 100.  E quanti sono quelli che sublimano la loro omosessualità nella militanza di partito accumulando frustrazioni? Certamente un bel po’, magari col baffo alla Lenin o alla Stalin.  Sempre Angelo Pezzana sul n° 16 del FUORI! (autunno 1976) così si esprimeva: “Se noi riteniamo che una strategia di liberazione possa passare anche attraverso strutture istituzionali, quali possono essere i partiti o il parlamento, allora il giudizio che chiediamo ai compagni non è più solo in merito alla nostra scelta, ma sui contenuti delle nostre azioni. (…) Così abbiamo condotto la campagna elettorale [quella per il voto politico del 3 giugno 1976] col partito radicale ed è stata la prima volta che in Europa un partito politico ha presentato nelle sue liste esponenti di un movimento di liberazione omosessuale, froci dichiarati, froci in quanto tali. La prima cosa da dire è che l’attenzione, l’interesse verso un discorso politico sulla sessualità sono stati grandissimi. Tutte le volte che in un comizio si cominciava a parlare di omosessualità le domande, le richieste di dibattito con i candidati erano interminabili. (…) Nessuno di noi è andato in giro per spiegare cos’è l’omosessualità, è vero semmai il contrario. Abbiamo girato mezza Italia per metter in crisi il concetto di norma, per minare alla base la sicurezza dell’ eterosessualità-normalità, per far capire, questo sì, che i ruoli sessuali sono uno dei pilastri più robusti sui quali si poggia e si mantiene il potere. (…)  Una volta di più ci siamo resi conto che la gente non sa nulla non solo dell’omosessualità ma della sessualità in genere. Della propria, soprattutto. Il PR ha avuto 400.000 voti e 4 deputati. E’ un risultato molto importante, anche se non è la Rivoluzione, quella con la R maiuscola, quella che si impadronisce della RAI, quella che  -ci viene un dubbio-  sostituisce ad un potere maschile un altro, ugualmente fallocratico ed autoritario del precedente. Questa rivoluzione monca ci interessa molto poco e la lasciamo volentieri a chi aspira semplicemente a sostituirsi alle leve di comando. La rivoluzione  -che noi chiamiamo liberazione-  dovrà essere economica, questo è chiaro e l’abbiamo scritto e ripetuto fin dal primo numero di questo giornale, ma dovrà essere anche sovrastrutturale, altrimenti non rivoluzionerà proprio nessuno. Il PR rappresenta oggi una potenzialità in questa direzione. Ma noi non ci facciamo illusioni”. 

   Dopo gli omosessuali del PDUP (cercatemi un nome gay del PDUP!), è la volta del Collettivo di liberazione sessuale di AO (Avanguardia Operaia). Il “Quotidiano dei lavoratori” del 3 novembre 1976, a pagina 3, apre col seguente titolo: “Omosessualità: non basta tollerarla perché tutta la sessualità è da liberare”.  All’interno della pagina troviamo un riquadro col titolo: “Dall’autocoscienza nasce l’organizzazione”. Vi si legge: “Questo tipo di lavoro ci distingue da due altri gruppi esistenti quali il Fuori legato al Partito Radicale e quindi all’area riformista, che a livello personale dei suoi aderenti non propone un lavoro in profondità, e i Com, con un discorso esasperatamente individualistico che rischia di disperdere i contenuti della liberazione.” A queste posizioni degli “amici” di AO (cercatemi un altro nome che appartenga ad un gay dichiarato di AO!!) il sottoscritto risponde con una Lettera Aperta pubblicata su “Lambda” n° 2 del dicembre 1976. Riportiamo buona parte della mia lettera:

Carissimi compagni omosessuali di AO,

dopo aver letto il vostro articolo sul “Quotidiano dei lavoratori” di mercoledì 3 novembre 1976, ho avuto un miraggio e un terrore. Il miraggio l’ho avuto quando ho letto l’articolo firmato dal “collettivo di liberazione sessuale” di AO. L’articolo (anche se a me non dice nulla di nuovo) è molto bello, lo condivido nel contenuto, ma non certo  nella firma. Il contenuto, infatti, sa di liberazione. La firma, invece, sa di repressione. Se siete froci, firmatevi froci; se siete zoofili firmatevi zoofili. Il generico, cioè “collettivo di liberazione sessuale”, a mio avviso, non è per niente stimolante. In un movimento di liberazione sessuale (in senso lato) è facile che tutti vi trovino posto. Nel “generico” tutti restiamo ancora, purtroppo, velati. Ma in un movimento di liberazione omosessuale trova posto solo colui che ha avuto il coraggio di rompere tutti gli schemi borghesi-repressivi.

   Con ciò non voglio dire che noi froci non dobbiamo coinvolgere nella nostra lotta anche i cosiddetti “etero”, che anzi:  è giusto che si coinvolgano! Però io penso che ci vuole un momento di lotta “fine a se stessa”, cioè un coraggioso momento di riconoscimento fra “omosessuali”.

   Se fra froci non ci si è conosciuti e liberati, penso che non avremo mai la necessaria forza (tanto meno il coraggio) di coinvolgere nessuno.

   Il terrore l’ho avuto quando ho letto l’articolo “Dall’autocoscienza nasce l’organizzazione” e in ispecie in questo periodo: “Questo tipo di lavoro ci distingue da due altri gruppi esistenti quali il FUORI! legato al Partito Radicale e quindi all’area riformista, che a livello personale dei suoi aderenti non propone un lavoro in profondità…”.

   Ho letto quasi tutti i numeri del FUORI!, e ciò che vi è scritto non è affatto riformista ma, al contrario, rivoluzionario.

Seguo con interesse il P.R. (l’unico nella storia italiana ad affrontare per primo questa problematica) e vi posso assicurare che non è affatto riformista. I vostri sono soltanto pregiudizi, frutto di una giustificabile repressione. Forse del P. R. voi non condividete il metodo. Ebbene? Suggeritemene uno che dia effetti migliori ed io sarò disposto a seguirvi. Valutando i fatti, però, non resta che scegliere il P. R., visto che Marco Pannella è stato il primo a dire che in breve tempo un frocio come Pezzana (a cui esprimo la mia stima e la mia fiducia) entrerà in parlamento per sollevare a livello governativo i nostri problemi. E non certo perché Pezzana vuole essere tollerato, nessuno di noi desidera questo. Ma perché si denunci apertamente la violenza di cui noi spesso siamo vittime. Se i deputati di D.P. cederanno il posto a due “checche” di AO non mi resterà che dire: “Ho sbagliato tutto (…).”

                                                             **************

Perché abbiamo riportato il dibattito che nell’autunno 1976 animava la politica gay?

Semplice: spesso dietro le posizioni ideologiche si nasconde una voglia matta di realizzare il proprio personale protagonismo; ci si chiede: a chi non piace fare la primadonna?

   Ma dove sono finiti oggi quegli omosessuali del PDUP di Avanguardia Operaia? Forse sono diventati etero e hanno perduto la loro carica rivoluzionaria? Del resto, quale rivoluzione abbiamo visto in Italia? E i COM? Mario Mieli si è suicidato, ma almeno ci ha lasciato qualche libro su cui riflettere. E noi del FUORI!? Il movimento è stato regolarmente chiuso con un convegno a Vico Equense nel 1982. Ma  restiamo ben riconoscibili ovunque siamo. Oggi Angelo Pezzana si occupa delle politiche dello stato di Israele. Altri animano l’associazione radicale “Certi Diritti”. Il sottoscritto è qui, riflette sul movimento gay italiano.

   A proposito… Sapete dove militava Biagio Campanella? Sì, lo sposo in lotta per la legale convivenza col suo consorte Massimo, oggi nobile vanto dell’Arcigay di Palermo? Militava nel FUORI! di Torino. E nel dicembre del 1976 era fra i redattori di “Lambda”. Non solo: nel n° 2 del dicembre 1976 su “Lambda” possiamo leggere: “L’autotassazione per “Lambda” è da inviare ogni mese a BIAGIO CAMPANELLA- Casella Postale 17 Torino Centro”. Come vedete Biagio Campanella aveva un posto di rilievo nel FUORI! torinese. Come mai ha lasciato Torino per Roma? E’ probabile che non si amino i bilanci. Personalmente lo capisco: non sono attratto dalla computisteria. O nel FUORI! di Roma cercava di perfezionare i suoi disegni strategici? Certo li seppe ben mettere in pratica quando arrivò in Sicilia per animare, alba anni Ottanta, insieme ad altri, l’ “Arci-gay” nascente di Palermo. Ma i fatti di Giarre ancora non erano accaduti: si disegnava, invece, la fine di qualcos’altro. Forse la politica del FUORI!, anche per lui, era poco rivoluzionaria?

    E che dire di Salvatore Scardina del FUORI!? Lo abbiamo messo con onore e in bella evidenza con tanto di foto e cartellone quando coi radicali manifestava davanti all’Ucciardone. Salvatore Scardina si formò politicamente nel FUORI! di Palermo: apparteneva, quindi, ad una gloriosa organizzazione gay! Come mai anche lui sentiva l’esigenza di animare la nascente “Arci-gay” nei mesi estivi del 1980? E ci sarebbe da citare anche Franco Lo Vecchio: dal novembre 1976 frequentava con onore  il FUORI! di Palermo. Dell’attrazione che esercitò su di lui la nascente “Arci-gay”, sempre primi mesi del 1980, ne ha già parlato più volte Lo Vecchio stesso anche nel Blog a me intestato. Perché mai dunque io ero “tanto ingombrante” se ho sempre valorizzato le reali capacità di costoro? A distanza di anni, forse alcuni dei nomi citati non riconoscono che sono stato il loro maestro? Cosa vogliamo dire? Alcune cose dalla logica semplice. Queste persone adorabili (Campanella, Scardina, Lo Vecchio…) se già facevano parte di un movimento (il FUORI!) che bisogno avevano di “reagire” ai fatti di Giarre andando a fondare un altro movimento, cioè l’  “Arci-gay”?  Ma occorre ricordare che gli unici politici che andammo a manifestare a Giarre eravamo noi del FUORI!: Enzo Francone (da Torino), Bruno Di Donato (da Roma), Giuseppe Di Salvo, Piero Montana e numerosi altri (da Palermo). E lo abbiamo più volte dimostrato citando fonti storiche! E allora? Chi segue bene i fatti storici, quindi chi è bene informato, prima o poi  penserà una cosa semplice: ma questi fondatori dell’ “Arci-gay”, con la loro motivazione, cioè quella che vuole fare nascere l’ Arci-gay palermitana come “reazione ai fatti di Giarre, forse pensano che gli altri siano cretini? E che credibilità vogliono avere se fanno originare la loro politica da una impostura?

   La verità è un’altra: consapevolmente o no (il che è ancora peggio!) furono usati dal PCI per creare una scissione all’interno del FUORI! radicale. Il partito di Berlinguer doveva recuperare il 4 per cento perduto alle elezioni politiche del 3 giugno 1979, quando i gay in massa votarono per il Partito Radicale (contribuendo a farlo passare da 4 a 18 deputati) che aveva nelle sue liste anche Leonardo Sciascia, il quale aveva rotto col PCI di Berlinguer e di Guttuso: Sciascia precedentemente  aveva fatto alcune rivelazioni sul caso Moro confidategli da Guttuso, e questi le dovette negare per “ragion di partito” e così si ruppe anche  l’amicizia decennale col pittore di Bagheria. Ribadiamolo: chi dava vita all’ “Arci-gay” era “arciscissionista”! Niente di male: ognuno doveva stare bene dove si realizzava meglio. Ma erano le motivazioni politiche successivamente date a questo processo scissionistico le cose ignobili: era nobiltà politica o era forse mero, premeditato e spregiudicato sciacallaggio?

 

LANCIATORI DI MARMO

REPERTO: IL MARMO A ME DA F. TIRATO

REPERTO: IL MARMO A ME DA F. TIRATO

E ora riveliamo pubblicamente un triste episodio che ho taciuto per circa 30 anni. Poche volte andai a curiosare cosa facevano questi “amici gay” all’interno dell’ Arci. Mi accorsi che, nonostante i molti mezzi offerti dalla struttura, l’Arci-gay tardava a decollare. Ci voleva l’arrivo di un ex prete per codificarne l’esistenza burocratica, cioè Marco Bisceglia, già candidato nel Partito Radicale alle elezione del 3 giugno 1979, ma con simpatie non nascoste verso il PCI. Una sera, lasciata la sede dell’Arci e chiuso dabbasso il portone che mi immetteva sul marciapiede  (ero con Antonio Belvedere), mi venne lanciato dalla finestra della sede dell’Arci un pezzo di marmo che, per fortuna, non mi colpì. Conservo ancora quel marmo che, se mi avesse preso in testa, forse mi avrebbe mandato all’ospedale o altrove. Lo portai a mia madre alla quale raccontai l’accaduto e conservò quel mezzo lingotto di marmo che mi aveva lasciato illeso (lo usò come portafortuna e per sottometterci alcuni fogli). Ciò avvenne prima dei fatti di Giarre. Vidi chi me lo tirò. Si chiamava F. e da anni non è più in vita. Successivamente F. mi manifestava sentimenti di amicizia e di quel suo gesto si era pure pentito. Si confidò con Pippo Rinella per cercare di togliersi quel senso di colpa, dicendogli che allora era immaturo e che prima o poi si sarebbe scusato con me. Queste scuse non me le espresse mai. Questo episodio rivela quanto odio nutrivano nei miei confronti alcuni gay che andavano a creare l’ “Arci-gay”. Come mai? Io non ho argomenti di dissenso politico da citare: è probabile che loro volevano dimostrare di essere “più capaci di me”. Ma è più convincente pensare che chi voleva recuperare il voto perduto doveva liberarsi di me, non potendomi avere come suo punto di riferimento: e magari, chissà?, avrei potuto fare una diversa carriera!

   Gli è che io per loro non dovevo esistere: e per 30 anni hanno attuato su di me la “damnatio memoriae”  ben individuata recentemente dal giovane  bagherese Gianfranco Scavuzzo, il cui intelligente intervento ho pubblicato nel Blog  a me intestato.

Riportiamo alcuni stralci dell’onesto intervento di Gianfranco Scavuzzo, siamo nel giugno 2010, ma sono parole che certamente avranno un futuro:

Di quella bella stagione di lotte vere, di rivendicazioni sofferte, di scontri  -anche fisici!-  con uno stato sessuofobo e una società mediocremente borghese e “normale”, che ha segnato una breve, ma densissima stagione per Palermo e per la Sicilia, oggi non resta traccia negli almanacchi di una storia del Movimento Gay in Sicilia (come in Italia).
   Anzi, per motivi imperscrutabili (o forse no!) qualcuno ha operato e continua ad operare una terrificante “damnatio memoriae”, cancellando ogni traccia di quella bella storia.
Da più parti si legge che quest’anno ricorrono i 30 anni dalla nascita del primo circolo Arcigay d’Italia, creato proprio qui a Palermo, in seguito alla tragica vicenda di due ragazzi omosessuali di Giarre che proprio nel 1980 persero la vita in circostanze ancora non del tutto chiare.
Qualcuno ha scritto che quello di sabato 19 sarà il primo Pride che Palermo abbia mai conosciuto… in mezzo a tutto questo roboante trionfalismo da parte dell’Arcigay, nessuno però ha speso mezza parola su quello che succedeva sempre a Palermo già nel 1976, i primi veri “pride” a Villa Giulia, con la polizia alle calcagne dei (pochissimi) manifestanti del FUORI!: per questo, in aperta e comprensibile polemica con questa fin troppo evidente manipolazione storica, Giuseppe Di Salvo, che quella stagione ha vissuto in prima persona, ha deciso, sfruttando il suo
 Blog di raccontarla questa storia sconosciuta dai più giovani e inspiegabilmente (o forse no!) ignorata da quelli che in quel 1976 hanno assistito, soltanto da spettatori passivi, attenzione!, alle eroiche imprese di quel manipolo di folli idealisti che sognavano un Paese libero dalla sessuofobia, dove i diritti degli omosessuali rappresentassero la breccia per i diritti di tutti i cittadini a partire dalle donne e che ci mettevano la faccia, quando gli omosessuali (come ci ricorda il tagliente manifesto anni ’70 del Fuori!) agli occhi del Paese, non avevano diritto ad avercela una faccia, non avevano diritto di essere, di esistere.
  
E allora in questo 2010 in cui ancora la “questione dei diritti civili” è ancora aperta e il monolite democristiano (molto poco “demo” e a ben vedere ancora meno “cristiano”) non cessa di alimentare le braci dell’ignoranza, dell’ipocrisia, dell’indifferenza, se davvero poco o nient’altro possiamo fare, almeno sforziamoci di ringraziarli e di rendere loro il giusto merito e l’onore della Memoria a queste grandi donne e a questi grandi uomini per quello che hanno fatto per questa città e per questo Paese.

[Capitolo Diciottesimo del mio libro inedito “Dal Profondo Sud Un Urlo Gay”  (La nascita del FUORI! di Palermo, primo movimento d’assalto di liberazione omosessuale nel Regno delle due   Sicilie)]. Con questo Diciottesimo Capitolo si chiude il Primo Volume del mio libro. Seguirà, nel Secondo Volume, la mia storia legata alla violenza da me subita alla stazione ferroviaria di Palermo nel gennaio 1977 ad opera di un poliziotto, le conseguenti vicende giudiziarie con il sessuofobo pretore Salmeri… e molte altre azioni di lotta politica sempre vincenti: buon esempio per le generazioni future.

Bagheria, 06/07/10

Giuseppe Di Salvo

 

GIUSEPPE DI SALVO: FRANCO LO VECCHIO (GIA’ MILITANTE DEL FUORI! DI PALERMO) INTERVIENE SULLE ORIGINI DELL’ “ARCI-GAY” E DICE: “BISOGNA SMETTERLA CON LA TRAGICA STORIA DEI DUE RAGAZZI DI GIARRE. CI FU SOLO UNA COINCIDENZA!”

DA SINISTRA: MARCO BISCEGLIA E FRANCO LO VECCHIO, PALERMO 12 GIUGNO 1981

DA SINISTRA: MARCO BISCEGLIA E FRANCO LO VECCHIO, PALERMO 12 GIUGNO 1981

HO RICEVUTO QUESTE INTERESSANTI MEMORIE DI FRANCO LO VECCHIO, MILITANTE DEL FUORI! DI PALERMO DALL’AUTUNNO 1976 E POI, NELL’ESTATE DEL 1980, FRA GLI ANIMATORI DELLA NASCENTE “ARCI-GAY” DI PALEMO.  Essendo memorie, molte sue affermazioni saranno in futuro da me integrate da documentazione storica. Ma esse rappresentano una testimonianza da mettere in primo piano sul Blog a me intestato. Alcuni periodi verranno riportati in grassetto: saranno quelli su cui io stesso non ho alcun dubbio. Franco non è convinto ancora dell’  “Arciscissione” a danno dei Radicali e del FUORI! attuata allora dal PCI che doveva recuperare il voto gay  perduto alle elezione del 3 giugno 1979. Ma basta leggere attentamente ciò che lui stesso scrive per capire che di “scissione” si tratta! E va ricordato che già dall’estate del 1980 (e anche prima) i gay  transitavano nella sede dell’ Arci di Palermo (cosa che ricorda bene, invece, Marco Bisceglia). Detto ciò onoriamo Franco Lo Vecchio, riassumendo tutto il suo intervento con questo titolo: BISOGNA SMETTERLA CON LA TRAGICA STORIA DEI DUE RAGAZZI DI GIARRE. CI FU SOLO UNA COINCIDENZA!

Giuseppe Di Salvo

4 LUGLIO 2010: INTERVENTO DI FRANCO LO VECCHIO

Leggo solo ora l’intervento di Giuseppe Di Salvo circa la “verità storica” sulla nascita dell’Arci-Gay di Palermo. Ci sono tesi contrastanti. Giorni fa, scrissi su Facebook, in una pagina del Pride di Palermo (il buon Lorenzo Canale sembra che abbia archiviato i miei interventi) che bisognava smetterla con la tragica storia dei due ragazzi di Giarre. Ci fu solo una coincidenza. Subito dopo i fatti Giarre, Don Marco Bisceglia, già candidato nel 1979 nelle liste radicali, venne giù a Palermo e contattò gli esponenti del FUORI! per una riunione. Il proposito era quello di avvicinare le tematiche omosessuali alla sinistra storica. Permettere una sorta di contaminazione. Ricordo bene che, in quella prima riunione, Giuseppe si espresse col sospetto che il crollo elettorale del PCI (in effetti aveva perso il 4% dei consensi rispetto al 1976) ricercasse, in altre aree, dei consensi. Tesi che non fu respinta. Era probabile. Giuseppe invitò gli aderenti al FUORI! ad essere un tantino prudenti alle proposte di Don Bisceglia. Di aspettare ancora un po’.
Proprio in quel periodo, le mitiche riunioni dei giovedì del FUORI! erano frequentate da persone non appartenenti all’area radicale. Volete per il gusto di aprire una breccia sul fronte della sinistra storica volete perché la figura ingombrante di Giuseppe Di Salvo non era gradita a tutti, si diede una prima adesione alla proposta di Don Bisceglia. Si stilò un documento (appena una paginetta dattiloscritta) in data 09 dicembre 1980 per dar vita al Collettivo Omosessuale dell’Arci. Nonostante la perplessità di Giuseppe, ma anche di Piero Montana, non fu consumata alcuna scissione. Del resto alcuni di noi erano e restarono radicali. Personalmente (in questo preciso momento sto ascoltando l’appuntamento domenicale di Marco Pannella) non capeggiai nessuna scissione, ma incoraggiai senza dubbio l’iniziativa proposta da Don Bisceglia.
Nel gennaio del 1981, vi fu un dibattito, presso una libreria palermitana, con Angelo Pezzana. Vi partecipammo tutti. Alla fine, ci si riunì nella sede del PR in Vicolo Castelnuovo 17. Angelo ascoltò con attenzione le due posizioni contrapposte e alla fine concluse con queste testuali parole: “Se dovete stare qui a farvi la bile, è meglio che seguiate strade diverse” (più o meno il succo del suo discorso era questo). Da quel momento in poi, iniziarono le riunioni presso l’Arci provinciale di Palermo di alcuni esponenti del Fuori! (Campanella, Trentacosti, Scardina. Milani, De Gregorio e il sottoscritto) ed altri che non erano mai stati radicali, ma erano in un gran numero maggiore rispetto a noi. Basti ricordare il peso del gruppo di Teatro Madre di Nino Gennaro. Vale la pena precisare che i radicali restammo sempre critici. Vale la pena precisare che Salvatore Scardina non smise un solo momento di definirsi un iscritto del FUORI!.
E’ grazie a Salvatore Scardina che si cercava di ricucire col FUORI! e di non creare sterili contrapposizioni. Le cose, però, andavano per altri versi. Non a caso in un primo dibattito pubblico del Collettivo Omosessuale dell’Arci, nel febbraio del 1981, vennero fuori vecchi dissapori. Giuseppe Di Salvo intervenne alla sua maniera. Scioccando come nel suo stile. Concluse (io non lo dimenticherò mai) con una “calcagnata” affinché si avesse un effetto contrario. E così fu! Se Giuseppe Di Salvo, che non ha mai amato le mediazioni, fosse stato più diplomatico, forse dopo quel dibattito, il Collettivo si sarebbe spento solo dopo poche settimane.
Ci fu , invece, l’effetto contrario e spiccò il volo.
Di Giarre, non se ne parlava più. E non se ne parlerà fino all’autunno dello stesso anno.
Successivamente, i rapporti con il FUORI! non si chiusero anche per la militanza di alcuni di noi nel P.R. Si ricorderanno le elezioni universitarie del 1981. Giuseppe Di Salvo ci creò persino una nuova etichetta CULO (Collettivo Universitario di Liberazione Omosessuale) e scrisse di suo pugno il testo del volantino che pubblicizzava la candidatura a capolista nelle Facoltà di Lettere e Filosofia di Andrea L. F. e di Magistero del sottoscritto. I rapporti, quindi, si erano ricuciti. Tant’è che alcune iniziative si facevano insieme.
Io mi sto limitando a trattare il rapporto FUORI! – Arci-Gay.
Solo nel maggio del 1981, si costituì dal notaio l’Associazione ARCI-GAY. A giugno ci sarà un dibattito tra “Gay e forze Progressiste”. Il FUORI! fu invitato e prese parola Piero Montana. A fine giugno del 1981, si organizzò insieme la prima Festa dell’Orgoglio Omosessuale a Palermo. Un vero successo. In autunno ci sarà, un intervento pubblico a Giarre (CT) e il FUORI! è ancora presente. E si continuerà ancora insieme fino alla seconda Festa dell’Orgoglio Omosessuale del 28 giugno 1982 presso la Sirenetta di Mondello (Palermo).
Volete articoli di giornali, volete foto o altri documenti, testimoniano che, dopo i primi dissapori, i rapporti si erano ricuciti.
Non è con questo intervento che io voglia trattare la storia del movimento omosessuale a Palermo dal 1976 al 1982. Ci sono molti altri momenti significativi e, per certi versi, all’avanguardia rispetto a ciò che accadeva a livello nazionale.
La figura di Giuseppe Di Salvo fu all’epoca centrale. La più prestigiosa.
Io conclusi la mia stagione palermitana nel dicembre del 1982. Nel gennaio del 1983, mi trasferii a Brescia dove risiedo. A Brescia diedi vita, insieme ad altri, al NO (Nuclei Omosex) e contemporaneamente all’ARCI-GAY. I miei rapporti con Don Bisceglia erano sempre più precari, poi divenuti di incomunicabilità. Tant’è che io non fui invitato alla costituente dell’Arcigay nazionale. Ero il solo, in rappresentanza di Palermo, che poteva partecipare essendo il più vicino geograficamente a Bologna. Pagavo lo scotto di essere Radicale, ma ancor più d’aver appreso qualcosa dal mio Maestro Giuseppe Di Salvo. Divenni anch’io polemico.
Nel 1985, mi dissociai definitivamente da qualsiasi gruppo omosessuale. Cambiai le mie azioni politiche. Non scelsi di fare il frocio politico di professione, ma il docente: professione alla quale do tutto me stesso. Trovo, infatti, patetici coloro che attualmente fanno i froci politici per professione. Escludendo Nicky Vendola (risaputo che non mi sono mai stracciato le vesti per lui) che fa politica , come dicono i gay storici – “generica”.
Il mio impegno c’è anche oggi, ma su ben altri fronti. Ma se dovessi aderire ad un appello, aderirei solo alla riunificazione del movimento gay all’interno del Partito Radicale, nostro unico garante da 40 anni! Il resto… sarà pure utile ed importante, ma io non sono interessato.
Franco Lo Vecchio

GIUSEPPE DI SALVO: “L’ORA”, SABATO 11 DICEMBRE 1976: CLAUDIA MIRTO SCRIVE SUL FUORI! DI PALERMO E SUL PREMIO PASOLINI A PIERO MONTANA

L'ARTICOLO DI CLAUDIA MIRTO, "L'ORA", 11 DICEMBRE 1976

L'ARTICOLO DI CLAUDIA MIRTO, "L'ORA", 11 DICEMBRE 1976

Col mese di dicembre 1976 il FUORI! di Palermo riceve, dal punto di vista giornalistico, l’attenzione di Claudia Mirto. La notizia è la seguente: Piero Montana, del FUORI! di Palermo, vince il premio Pasolini. La giornalista parla certamente del premio, ma fa anche un primo bilancio delle lotte del  FUORI!. Scrive Claudia Mirto:

Un giovane siciliano  -Piero Montana, 25 anni, di Bagheria- ha vinto il primo premio al concorso letterario “Triangolo Rosa”, dedicato a Pier Paolo Pasolini e svoltosi nei giorni scorsi a Roma con l’adesione di molti intellettuali, poeti e scrittori.

   Montana si è classificato primo con una raccolta di liriche (“Da breve rosario di Sodoma”) che ha composto quando era ancora sui banchi del liceo, prima di laurearsi in storia e filosofia all’università di Palermo e restare disoccupato, prima di aderire al Fuori e lottare per il riconoscimento della sua diversità.

    Montana è uno dei quattro ragazzi che in un giorno caldo di settembre, discorrendo con gli amici Giuseppe Di Salvo, Mario e Salvatore sui prati di Villa Sperlinga, decisero di creare una sezione palermitana del Fuori che desse immediatamente battaglia alle ingiustizie destinate loro quotidianamente da una città dove di violenza si vive e sovente si muore.

   Il Fuori, che ora conta una trentina di adepti e poggia sulle prime adesioni pubbliche, si è già fatto sentire con una serie di interventi vivaci e provocatori nei templi della cultura d’appuntamento, allo psichiatrico, al carcere e, nei prossimi giorni, anche all’università.

   “Abbiamo fatto un’inchiesta a Lettere  -racconta Montana-  per saggiare l’atteggiamento dei professori sul nostro essere omosessuale. I giovani hanno dialogato efficacemente con noi, altri, i baroni, non si sono vergognati ad autodefinirsi razzisti e non disposti ad aprire le cosiddette sbarre fra ‘omo’ ed ‘etero’.  Finché la cultura perpetuerà dei falsi valori sui ruoli sessuali per noi non ci sarà via d’uscita, e per questo forse in questi giorni ce ne andremo a fare una manifestazione a Lettere”.

   Le poesie di Montana sono state pubblicate nell’ultimo numero di Ompo, il mensile di politica e cultura diretto da Luciano Massimo Consoli e a cui fanno riferimento i collettivi per la liberazione dei ruoli sessuali. Tra le firme della rivista vi sono quelle di Dario Bellezza, Laura Di Nola (autrice del libro “Da donna a donna”), Elio Pecora, Adele Cambria. Pieno di lettere aperte, di saggi, interventi critici ed autocritici, il giornale è anche un valido diffusore di tutte le iniziative che, in questi mesi, hanno portato allo scoperto le istanze primarie degli omosessuali italiani, non escluse le feste per soli “gay”, all’omonimo club romano di via Monte Testaccio.

   Montana è uno che si muove, che va ai convegni e vi “prende la parola”.

   Al dibattito su Pasolini svoltosi ad Ostia nel primo anniversario della sua morte, ha sostenuto la tesi, inedita e raccolta negli ambienti vicini al regista, secondo cui l’establishment italiano facesse di tutto per far passare il poeta per pazzo, arrivando a proporgli anche con forza dei periodi di riposo in cliniche di cure mentali.

   Ha ricordato pure come fu riesumata dopo la morte l’accusa di rapina che alcuni anni prima gli era caduta addosso. “Tutti tentativi, concordati dalle forze del potere  -ha detto Montana-  per emarginarlo fisicamente e culturalmente. Poi, certo l’operazione è riuscita, l’hanno fatto morire nello squallore di un ambiente come quello dei marchettari romani, l’hanno chiamato ‘mostro’ e accusato di tutte le viltà”.

    “Morto Pasolini, noi giovani ci sentiamo spinti a continuare sulla sua strada, una strada che lui ci ha aperto ma che ha dovuto lasciar piena di pericoli e di assalti esterni  -continua Montana-  Personalmente ho ricevuto da lui l’eredità della poesia gridata, della bestemmia, del non conformismo (…)”.

“Io sono una regina

una ferita

una corona di rosa

e forse la ferita

è solo una parola bruciante

un più profondo silenzio

che bisbiglia al mio orecchio

come la notte”.   

 Dice una delle poesie premiate.

                                                          *************************

Piero in un breve intervento pubblicato da “Controinformazione Radicale”, quindicinale ciclostilato del 16 dicembre 1976, cerca di spiegare la sua “poetica”. Nella brevissima esposizione non mancano reminescenze culturali e richiami a Nietzsche e a Gilles Deleuze e a Felix Guattari (il loro “Anti-Edipo” a Palermo non lo dobbiamo forse ad Armando Plebe?). Riportiamo questa nota esplicativa del “poeta nascente”:

“In questi versi, forse al confine della poesia, quel che più esplode, credo, è ‘il dato problematico’, rivoluzionario del desiderio omosessuale: la ricerca dell’impossibile e la carica dinamitarda che attenta a tutte le categorie, i ruoli di quella dualità sessuale, maschile-femminile, attivo-passivo, attraverso cui, la macchina sociale costringe a far passare il desiderio, per meglio, quest’ultimo, essere controllato, dominato, da una logica di potere, che lo reprime soprattutto quando tenta di venire alla luce, a volte, intollerabile della rivolta: nella follia, nell’erotismo, nelle vertigini della letteratura e dell’arte”.

 Il FUORI! di Palermo, a soli tre mesi dalla sua nascita, nel dicembre 1976, poteva vantare un mirabile bagaglio di azioni di lotta e di interventi culturali. Avevamo su di noi l’attenzione della stampa ed eravamo riusciti a scombussolare molte adagiate coscienze: le esplosive idee partivano da Bagheria per avere alta risonanza a Palermo ed erano destinate ad arrivare altrove. E lo diciamo per rispetto della Storia del primo movimento gay siciliano, mai onorato dagli storici  e da molti testimoni, gay e non, che in questi lunghi anni hanno silenziato le gesta, sempre al confine fra temerarietà e coscienza, degli aderenti al FUORI! di Palermo.

Ma noi siamo qua: oltre il confine del silenzio!

[Capitolo Diciassettesimo del mio libro inedito: "Dal Profondo Sud Un Urlo Gay" (La nascita del FUORI! di Palermo, primo movimento d'assalto di liberazione omosessuale nel Regno delle due Sicilie)].

Bagheria, 01/07/10

Giuseppe Di Salvo

 

GIUSEPPE DI SALVO: 13 DICEMBRE 1976, IL FUORI! DI PALERMO MANIFESTA DAVANTI ALL’UCCIARDONE

SALVATORE SCARDINA (DICEMBRE 1976), CARTELLONE IN MANO, MANIFESTA DAVANTI ALL'UCCIARDONE

SALVATORE SCARDINA (DICEMBRE 1976), CARTELLONE IN MANO, MANIFESTA DAVANTI ALL'UCCIARDONE

DEL COME IL SISTEMA CARCERARIO DISCRIMINA I GAY: 13 DICEMBRE 1976, IL FUORI! DI PALERMO MANIFESTA DAVANTI ALL’UCCIARDONE Venerdì 10 dicembre 1976: il carcere Ucciardone di Palermo è in rivolta. Per quali motivi? Riportiamo cosa scrisse Anna Maria Schmidt su “Controinformazione Radicale” di giovedì 16 dicembre 1976 (quindicinale ciclostilato):

 

    Anche il più fosco carcere d’Italia, quello in cui i detenuti di altre regioni vengono trasferiti per punizione, è stato investito dall’aria di battaglia per i diritti civili. E’ già la seconda volta in poco più di un mese che si tentano dimostrazioni pacifiche in favore dell’attuazione della riforma carceraria. La prima volta la protesta è rientrata in modo indolore ma nessuno ha potuto ignorare, date le dimensioni del lenzuolo steso fuori da un finestrone su cui spiccava a grandi lettere “W Pannella”, in che senso essa muovesse. Il secondo tentativo, una protesta  ancora una volta non violenta attuata attraverso il rifiuto del cibo e del rientro in cella, è stata fatta concludere drammaticamente per il fatto che, come anche i parenti dei detenuti, assiepati al di fuori delle mura della fortezza borbonica, hanno ben compreso, non è stata validamente presa in considerazione la possibilità di sanare con eguale arma “l’insubordinazione”. A convalida di ciò sta il tempestivo arrivo all’interno del carcere di una autobotte e di un camion con scala aerea dei vigili del fuoco, di alcune autoambulanze, di tiratori scelti e di cani d’assalto. Mentre ancora Palermo dormiva nel suo carcere si stava svolgendo un violento corpo a corpo in cui venivano impiegati tutti i mezzi, compresi i tiratori scelti pronti ad intervenire e i cani per produrre un effetto psicologico, come ha dichiarato un funzionario. La difesa dei rivoltosi è stata una escalation verso mezzi sempre più violenti in risposta a quanto veniva impiegato sull’altro fronte per cui dall’acqua saponata fatta scorrere lungo i corridoi si è giunti alla messa in opera di un rudimentale sbarramento a tensione elettrica ricavato con brandine attraversate da corrente. Intorno alle ore 16,00 del giorno dopo tutto era concluso e partivano i primi pullman carichi di carabinieri e detenuti per “ignota destinazione” anche se veniva assicurato che non avrebbero lasciato l’isola. Tra le motivazioni c’era la richiesta di attuazione della riforma carceraria ma anche una contestazione dei metodi adottati all’interno del carcere. Di Cesare, il direttore del carcere, veniva gratificato con epiteti di “boia” e di “fascista” urlati dall’esterno (…).

Il Partito Radicale e il FUORI! di Palermo avevano manifestato insieme ai parenti dei detenuti: Rosabianca Colonna, Giuseppe Di Salvo, Lina Noto, Salvatore Scardina ed altri vengono fotografati coi cartelloni davanti all’Ucciardone. Vedere “L’Ora” di lunedì 13 dicembre e di martedì 14 dicembre 1976.

   Salvatore Scardina mi raccontava che per un gay avere un amico-amante in carcere era un dramma: non sei nessuno, per la legge il gay che ha l’amico in carcere è come un essere senza volto, non può andare a visitare il suo amore convivente se questi è detenuto.

   Di detenuti amanti dei gay non se ne parlava nemmeno nella convegnistica sul regime carcerario vigente che doveva essere modificato.

   Mario Solina, “Giornale di Sicilia” del 14 dicembre 1976, scriveva un interessante articolo sull’XI Convegno di Studi “Enrico De Nicola” organizzato dal Centro Nazionale di Prevenzione e Difesa sociale di Milano in collaborazione con il Centro Studi Giuridici “M. De Pietro” di Lecce.

In quel contesto si dibatteva del regime carcerario e veniva riportato il seguente luogo comune: “L’attuale sistema carcerario altro non rappresenta che ‘un apprendistato del crimine’.”

   Ma poi Mario Solina parla “di un sistema di intervento penale che sia fondato sulla conoscenza del soggetto, non sulla completa ignoranza del soggetto, come accadeva finora”. E riferisce che la chiave di svolta per un moderno sistema carcerario si deve fondare sul seguente principio: conoscenza del reo e non ignoranza del reo, anche se la “conoscenza del reo” deve attenersi all’ “insopprimibilità del concetto di pena”. Ci mancherebbe altro!

   Ma anche la convegnistica più avanzata, col suo illuminante principio della “conoscenza del reo”, volutamente ignorava che gli omosessuali non possono accedere alle visite carcerarie dei loro cari conviventi perché non c’è nessuna legge che ne codifichi il legame.

   Contro questa aberrante ed incostituzionale discriminazione i gay del FUORI! di Palermo erano là a contestare con i parenti “etero” dei carcerati che si ribellavano contro un sistema carcerario violento e pieno di soprusi. Ma questa volta nessun giornalista ha afferrato il senso politico della presenza del FUORI! Anche se un mio slogan da “L’Ora” 13 dicembre 1976 viene riportato al di fuori di ogni contesto: “IL REATO E’ CARCERARE QUANTI HANNO BISOGNO DI AMARE!”.

Va ricordato, in aggiunta, che la mattina del 13 dicembre 1976 avevamo manifestato anche nei locali della sede regionale della RAI di via Cerda: chiedevamo un dibattito aperto alla TV sul testo unificato della legge sull’aborto che sarebbe stato discusso il giorno dopo a Montecitorio. Fummo ricevuti dal caposervizio Elmer Jacovino che si è impegnato a leggere in serata l’appello  perché si potesse realizzare il dibattito.

DA SINISTRA: GIUSEPPE DI SALVO, LINA NOTO, ROSABIANCA COLONNA DAVANTI ALL'UCCIARDONE

DA SINISTRA: GIUSEPPE DI SALVO, LINA NOTO, ROSABIANCA COLONNA DAVANTI ALL'UCCIARDONE

[Capitolo Sedicesimo del mio libro inedito: "Dal Profondo Sud Un Urlo Gay" (La nascita del FUORI! di Palemo, primo movimento d'assalto di liberazione omosessuale nel Regno delle due Sicilie)].

LA STORIA DEL FUORI! DI PALERMO E’ IN CERCA DI EDITORE!

Bagheria, 02/07/10

Giuseppe Di Salvo