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Archivio Agosto 2010

GIUSEPPE DI SALVO: CACCAMO, GIORGIO CASTELLI E DEL COME UN ARISTOCRATICO METODO DI STUDIO TENDE A CREARE IL “BENE NON COMUNE”

28 Agosto 2010 1 commento
Da destra: Giorgio Castelli e la moglie Maria.

Da destra: Giorgio Castelli e la moglie Maria.

Chi studia la storia della sua città (e ne scrive per rivelare alle future generazioni sia l’importanza dei cosiddetti “beni culturali” presenti nel suo ambiente vissuto sia il nobile comportamento artistico e sociale di molti suoi concittadini da mostrare ai posteri come modello e punto di riferimento cui rivolgersi), di fatto, si pone lui stesso come esemplare “forma mentis” verso la quale esprimere riconoscenza e gratitudine; e ciò perché  -diciamolo!-  il primo vero “Bene Culturale” è la persona umana che opera, studia, usa la memoria come cuore e motore di ricerca [“Ricordare deriva dal latino recordari, verbo che ha origine da cor, cordis, il cuore. Infatti quest’ organo nell’antichità era considerato la sede della memoria. Il prefisso re vuol sottolineare un movimento all’indietro, l’attenzione rivolta al passato. Ricordare significa, quindi, un ‘rimettere nel cuore, nella memoria’, un riaffiorare di emozioni che comporta una partecipazione sentimentale, affettiva, emozionale. Il ricordo provoca emozione nel senso che muove e fa vibrare le corde più riposte dell’anima. Nella mitologia greca Mnemosyne, la Memoria, (che splendide nove notti di unione con Zeus! Al dio rapace poteva mai bastare il solo bellimbusto Catamitus?  -NDR-)  era sorella di Kronos, il Tempo, e madre delle Muse. Nell’antico mondo greco si credeva che solo chi fosse entrato nel ricordo avrebbe sconfitto l’oblio e acquistato l’immortalità.” (Nino Parlagreco in “Caccamo nel Novecento- Uomini e Storia”, pag 35;  Aiello & Provenzano, 2006)], cioè quell’intellettuale che mira a comprendere gli aspetti razionali ed emotivi (e quindi umani) che lo legano alla sua terra, ai luoghi frequentati e vissuti nel corso del suo tempo (mentale e cronologico), alle passioni che alimentano il suo spirito, sì da farne una persona con “doglie perenni” e, socraticamente, cerca aiuto per dare vita alle gioie che mira a partorire [“Quando mi è stato chiesto dal caro amico Giorgio Castelli di ritrarre le personalità che più avevano lasciato un segno nei miei venti anni vissuti a Caccamo (1934-1954) mi sono sentito ringiovanire e trasportato quasi d’incanto nella medievale cittadina.” (op. cit.,  pag. 35)];  egli (l’intellettuale ricercatore) scrive da solo  -o a più mani-  prefazioni a libri su Caccamo che alimentano e ravvivano in noi curiosità ed interesse [“Vincenzo Cimò ha rappresentato la coscienza critica della sua città. Egli sapeva che la dignità dell’uomo si deve misurare soprattutto dai suoi comportamenti, dall’impegno che sa mettere nell’espletare al meglio il suo lavoro, dal rispetto delle leggi e dal coraggio intellettuale di sapere appoggiare iniziative valide e non effimere. Ma la sua presenza in seno alla comunità caccamese è stata sempre senza ingombro, senza invadenza e tuttavia vicina alle problematiche sociali, politiche e religiose. Questo stile di vita, unito a un garbo non conformato da accortezze di compiacimento, né da affettata cortesia, sostenuto da una rara sensibilità, nonché da una ironia riflessiva e da un riserbo pensoso, che a volte sfumava in un accattivante sorriso, ne hanno fatto un punto di riferimento e un esempio da imitare.” (Dalla prefazione al libro “Caccamo” di Vincenzo Cimò, Punto grafica Piccola Soc. Coop. a. r. l. Palermo, 2004)]; contribuisce a fondare Associazioni Culturali per la Difesa della Storia, delle Tradizioni Popolari, dei Beni Artistici e Monumentali della Città di Caccamo [“L’Associazione, che ho avuto l’onore di presiedere per un quadriennio, è ora orgogliosa di essere riuscita a realizzare l’inventario generale del patrimonio artistico caccamese, composto da scritti e studi di oltre quaranta autori, distribuiti in tre volumi di circa ottocento pagine con altrettante riproduzioni fotografiche e diverse schede di catalogazione. (…) L’augurio che rivolgiamo… è quello di potere maturare sempre più il senso di appartenenza alla propria terra…”. (Dall’Introduzione al Volume terzo: “Il Castello e gli edifici civili d’interesse storico ed architettonico della città di Caccamo”, Aiello & Provenzano 2010)]; e, alfin, il lettore si chiede: di chi stiamo parlando? Non si è forse capito? Di un emerito cittadino caccamese, Giorgio Castelli, che dal 1968 vive e risiede a Bagheria; nella città dei “mostri” si è distinto per aver svolto con onore il suo lavoro di Dirigente e  -da ultimo- quello di Segretario reggente del nostro Comune. Grazie a  persone come Giorgio Castelli (e alle interessanti e preziose pubblicazioni che contribuisce a  realizzare), qualsiasi cittadino può acquisire un metodo di studio capace di espandere amore e attenzione per le opere culturali (e spesso monumentali) nel territorio esistenti.

   L’amore di Giorgio Castelli per la sua Caccamo  -al di là della persona in sé e della stessa Caccamo che possono interessare o meno-  permea il suo encomiabile metodo di studio.  E’ un metodo culturale che prende le mosse dall’emotività irrazionale manzoniana, quindi creativa,  ben codificata nel celeberrimo “Addio ai monti” (ma in Manzoni l’elevata prosa diviene struggente poesia espressiva e descrittiva) per poi essere trasfigurato in un più razionale metodo scientifico che ricorre alla ricerca, ai documenti, alle foto, alle tavole, cioè al metodo proprio degli storici. Un metodo che contribuisce ad allargare gli orizzonti delle nostre conoscenze. Parlare di Caccamo o di qualsiasi altra città (e dei suoi beni) significa radiare conoscenza per tutti. Un esempio? Lo prendiamo proprio dal citato libro “Caccamo nel Novecento- Uomini e Storia”. In esso, fra gli altri, viene ricordato un musicista sconosciuto anche a molti che amano la musica: parlo del maestro Benedetto Albanese.  Chi è mai costui? Citiamo ciò che scrive Giovanni Badame, cittadino caccamese del 1942, già funzionario di polizia: “Mi piace ricordare il Maestro Benedetto Albanese, insigne musicista di fama nazionale, compositore e direttore d’orchestra. Dalla sua viva voce, avendo avuto modo di frequentarlo, appresi molti episodi delle sue esperienze romane durante il passato regime; della sua fraterna amicizia con Lorenzo Perosi, con Pietro Mascagni, con Gorni Kramer, suo allievo, e con altri personaggi. I suoi racconti descrivevano un mondo e una realtà che stuzzicavano la mia immaginazione di curioso adolescente. Egli era stato eroe della Grande Guerra, distintosi in numerose azioni belliche, mutilato e grande invalido. Come tutti i geni era sensibile e generoso; diveniva irascibile, soprattutto se contraddetto nel campo musicale da interlocutori incompetenti e poco accorti. Grande ammiratore di George Gershwin del quale esaltava la capacità di avere saputo sintetizzare in maniera mirabile nelle sue eccellenti composizioni musicali l’armonia con il ritmo.” (Op. cit. pp. 29-31).

   Ma l’articolo più documentato su Benedetto Albanese, nello stesso libro, lo scrive Giovanni La Rosa, altro caccamese del 1936. Riportiamone alcuni stralci: “Benedetto Albanese non era sposato, ma si sussurrava che avesse amato molte donne del peccaminoso mondo dello spettacolo: famose attrici, note cantanti e affascinanti ballerine. (…) Fin dalla più giovane età aveva mostrato doti non comuni per l’arte protetta da Apollo e dalla musa Euterpe. Il padre voleva destinarlo alla vita sacerdotale, ma egli si rifiutò decisamente e all’età di quindici anni si trasferì a Palermo, ospite dello zio Peppino, fratello del padre, per frequentare il Conservatorio di musica “Vincenzo Bellini”. (…) Nella capitale dell’isola Benedetto si legò da fraterna amicizia con il suo concittadino Loreto Monastero (1880-1928) che frequentava, contro la sua volontà, il Seminario Arcivescovile. (…) Non essendovi, quindi, alcuna possibilità di sfruttare a dovere il  titolo di studio, potendosi limitare solo a dirigere la Banda Municipale o insegnare pianoforte alle figlie delle famiglie borghesi, il maestro Albanese ritornò a Palermo e fece parte come solista di contrabbasso prima dell’orchestra del Teatro Biondo e poi di quella del Massimo. Anche in questa veste si distinse per le sue eccezionali qualità, tanto da ottenere un attestato di lode da parte del direttore Gino Marinuzzi. (…)  Intanto l’Italia del Duce del Fascismo si era alleata con la Germania di Hitler e nel quadro dei reciproci rapporti culturali fu deciso dal Ministero della Cultura Italiano di inviare in tournée presso alcune città tedesche la Banda della IX Legione della Milizia ferroviaria di Roma. A dirigerla fu chiamato il maestro Albanese che ottenne un lusinghiero successo personale. (…) Affermava, per esempio, che la musica era soprattutto ascolto e l’organo preposto a questa funzione era l’orecchio. Esso aveva una funzione privilegiata rispetto all’occhio, poiché quest’ultimo  -a suo dire- si limitava a circoscrivere il visibile e non permetteva di raggiungere la profondità dell’intimo: vale a dire l’intrinseca spiritualità di ciascuno e quindi dell’anima. (…) Il maestro Albanese ebbe modo di affermare che in fin dei conti la musica non era altro che l’arte dei numeri, e quindi sinonimo di razionalità e ordine. Inoltre, le pause avevano in qualsiasi partitura un valore fondamentale. (…) Affermò che fra l’architettura e la musica non c’era poi molta differenza, essendo le due espressioni artistiche frutto di consapevolezza logico-matematica e sintesi dell’intuizione fantastica dell’uomo. (…) Essa serviva per comunicare idee, stati d’animo e sentimenti senza precisarli, come avveniva invece nella poesia o nelle arti figurative, e forniva agli ascoltatori un’immensa zona di sogno e d’interpretazione. Scrisse F. Liszt che la musica è ‘il linguaggio più adatto ad esprimere ciò che sfugge all’analisi per raggiungere profondità inaccessibili, brividi d’infinito’. Il maestro Albanese in proposito ricordò che Schumann ( 1810- 1856) dopo aver ascoltato la Sinfonia in Do Maggiore di Schubert (1797-1828) scrisse che i meravigliosi tesori di quella composizione ‘ci conducono in una regione dove non possiamo ricordare di essere mai stati prima’. (…) Per quanto riguarda il complesso della sua opera gli studiosi del settore l’hanno collocata nel solco di quel sinfonismo romantico italiano, intriso spesso di accenti crepuscolari, che produsse opere di sublime bellezza tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del secolo successivo. Egli rimase sicuramente estraneo alle ricerche delle avanguardie storiche che provocarono, come del resto avvenne nelle altre espressioni artistiche, una drammatica frattura tra artista e pubblico.” (Op. cit., da pag. 39 a pag. 57).

   Perché queste citazioni? Semplice: Maria, la moglie di Giorgio Castelli, è una pianista ed ha insegnato musica; è inoltre dotata di un orecchio musicale davvero non comune. Quando ci si incontra ai Concerti, al Teatro Massimo, le nostre valutazioni  sulle performance degli esecutori e degli artisti quasi sempre coincidono. Maria mi ha sempre espresso il desiderio di voler organizzare un Coro: certo vi troverebbero posto le partiture di molti musicisti siciliani raramente rappresentati, non escluso il maestro Benedetto Albanese di Caccamo. E non per mero campanilismo: del resto le sullodate riflessioni di estetica musicale non sono utili a tutti i cittadini del mondo? Ecco l’importanza di uomini “metodici” come Giorgio Castelli: contribuiscono, come abbiamo già detto, a radiare conoscenza per meglio comprendere le nostre vitali vestigia. Ma all’interno di questo “metodo” esemplare che abbiamo elogiato c’è una locuzione linguistica su cui esprimere alcune riflessioni critiche, alludo alla locuzione di “bene comune” da Giorgio nella sua produzione scritta spesso citata.

   Cos’è mai questo “bene comune”? Nella Costituzione Pastorale “Gaudium et Spes” (1965), primo firmatario Paolo VI, uno dei principali documenti del Concilio Vaticano II, Concilio voluto da Giovanni XXIII, esso viene così definito: “L’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente”.

Come si vede, dal punto di vista linguistico, siamo su una prospettiva generica di “Gioia e Speranza”; dal punto di vista etico, invece, il concetto, cui Giorgio Castelli si ispira, è connaturato nello spirito del Papa Buono. Per comprendere meglio quanto voglio dire, rimando ad un saggio di Pier Paolo Pasolini  del 18 dicembre1964 intitolato “Marxismo e Cristianesimo”. In esso Pasolini valorizzava i “motti di spirito” di papa Roncalli. Citiamone uno. Quando papa Giovanni XXIII stava per morire diceva: “Ho le valigie prontissime.”  Era questo un fatto nuovo nella Chiesa:  humour e ironia venivano rivolti dal Papa verso se stesso.

   Ora, io conosco Giorgio Castelli e so che è un buon cattolico; è pure dotato di humour e d’ironia, perciò  mi permetto di affermare che il “Bene” non è mai comune, ché anzi è “non comune”. Tanto è vero che le persone che lo producono sono poche. Giorgio è, a mio avviso, il paradigma del “Bene non comune”: è nella sua “forma mentis”; è un uomo sociale, un borghese con capacità e idee che tendono ad essere aristocratiche (nel senso che Nietzsche dava al termine). Ma, per comunicarle, si deve estraniare da un certo linguaggio conformista e piccolo borghese. E così potremmo bearci pure dei suoi svettanti “motti di spirito” non comuni. Giorgio Castelli è artista, dei suoi “motti di spirito” è cosciente, ma nelle espressioni ufficiali li soffoca nel “conscio che non  rivela” (per carità non mi si parli di Inconscio!). Il vero “Bene” non è mai comune perché è sempre soggettivo e lo si percepisce variabile nel tempo e nello spazio. Le due parole della locuzione “bene comune” sono evanescenti, volgari (nel senso che possono essere messe in bocca a tutti come la locuzione congiuntiva  “cioè a dire”) e insignificanti. L’intellettuale libero produce idee e svela azioni che graffiano. E si tratta di “Bene non comune”! Un esempio? Negli anni Settanta, nelle ore buie, io ed altri amici facevamo scorribande omoerotiche per le strade medievali di Caccamo e in altri luoghi: “Ah, quanto bene umano con sensualità non comune!”. Verrà giorno che qualche artista dipingerà una “Sacra Ancóna” che rappresenti queste sommerse incursioni erotiche nei luoghi urbani? E’ mai possibile che in quasi nessun libro dedicato agli uomini, ai luoghi e ai monumenti la vita sessuale ed erotica ( e anche quella omoerotica!) delle persone non venga codificata?  Lo stesso compianto Rosario La Duca, dotato di un rigoroso metodo storico, cosa dice di “diverso” rispetto agli altri studiosi? Scrive sulla “Città  passeggiata” (Palermo) e perché mai nulla sulla “Città Scopata” (che povertà mentale pensare ai “rifiuti solidi urbani”!) o sulla “Città Erotizzata” o “Gayzzata”? Col continuo esplorare necropoli (tutte le pietre appaiono come morte) si omette la vitale passione erotica dei cittadini e lo studioso finisce per presentarsi come un perfetto asessuato o ipocrita. Della presunta castità dei preti e delle suore si parla: sugli sposi di Dio si scrivono trattati e si rappresentano immagini sacre e pale d’altare. Ma la maggior parte dei libri dedicati alle pietre tacciono dell’erotismo e dell’omoerotismo. Eros, per loro, è come morto. E invece l’Arte d’Amare e la Comunicazione Erotica sono beni preziosi dell’umanità al pari dell’arte culinaria, delle arti figurative, musicali… e via elencando.  Ne segue, purtroppo, che,  spesso, questi libri, pur essendo validi documenti storici, finiscono per non interessare ed annoiare i lettori fisicamente diversamente forniti (con testa e pensiero divergenti). Certo alcune immagini si possono pure guardare, ma dove sono quelle su cui costoro possono sostare? Come non rimpiangere la vita degli Dei e degli antichi Greci? E dei loro miti? E dove sono finiti gli storici come Eforo? Questi ci riferiva che nel IV secolo a. C., a Creta, l’ “erastes” si portava via l’ “eromenos” in un nascondiglio della città per un periodo di due mesi. E perché mai la Chiesa, nel corso dei secoli, ha screditato, come ci ricorda Robert Graves, l’importanza dei miti Greci? A chi serve mettere in luce la sola importanza spirituale della Bibbia? Nulla si può sottovalutare se si studiano la storia, la religione e la sociologia dell’antica Europa. E speriamo che lo stesso amico Antonino Morreale, in seguito, porterà fino in fondo il frutto delle sue riflessioni: “Nella storia della Sicilia insomma non c’è un solo protagonista nelle campagne, il grano, né un solo protagonista nella società, il barone, né un solo protagonista nella cultura, la chiesa. Ma dovunque una pluralità di soggetti, di cui bisogna dar conto… credo di aver tratto un insegnamento semplice ma di grande valore ed è questo. E cioè che basta studiare in maniera ravvicinata, sui documenti, un aspetto qualunque della storia siciliana e gli stereotipi, le immagini preconfezionate si sciolgono come neve al sole.” (Volume Terzo sul Castello, pag. 166). Come dargli torto?

   Giorgio Castelli queste cose le sa. E sa pure che anche l’indicibile (o censurata) vita sessuale delle persone che abitano le città è “conscio sociale che non si rivela”. Dico ciò con immenso affetto, perché l’uomo di cultura miri ad esplorare le taciute prospettive racchiuse nei desideri sessuali dell’umanità. E forse ci vorrebbe un Volume Quarto: a Caccamo e altrove!

Bagheria,  28 agosto 2010

Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: LA CHIESA VALDESE BENEDICE LE COPPIE GAY E I GAY BENEDICANO I VALDESI NEL NOME DI CRISTO E DI DIO

27 Agosto 2010 1 commento
Chiesa Valdese, Piazza Cavour, Roma.

Chiesa Valdese, Piazza Cavour, Roma.

Già nel 2000 la Chiesa Valdese, a Roma, nella stupida polemica sollevata in occasione del Gay Pride Mondiale  dal Vaticano e dai persecutori clerico-fascisti degli omosessuali, dava intelligenti segnali di apertura: nella Chiesa valdese di Piazza Cavour si poteva cogliere il benvenuto dato ai manifestanti da questa davvero cristiana comunità.  Mentre davanti alle chiese del Vaticano c’erano le auto della polizia: temevano forse che i gay le avrebbero assaltate? A cosa si sono ridotti! Dopo 10 anni ecco ora, a Torre Pellice, il frutto del loro amore e della loro Rivoluzione religiosa e culturale. Noi ce ne ricorderemo nelle nostre scelte future: dall’8 per mille ad ogni altro qualsiasi appoggio culturale, religioso e politico: chi produce accoglienza, genera gioia per tutti gli esseri umani, in ispecie per i gay che i Valdesi accolgono come creature ben ordinate moralmente, contrariamente a quanto pensano coloro che hanno solo disordine mentale e ambiscono all’orgasmo del Potere temporale.

E ora la breve cronaca del Sinodo valdese di Torre Pellice.

Svolta epocale nel giro di poche ore: via libera alla benedizione delle coppie omosessuali, ai registri per il testamento biologico e alla ricerca sulle cellule staminali embrionali.  

Gli storici eredi del mercante Pietro Valdo  (circa 30 mila  in Italia) celebrano il Sinodo, ritrovo delle chiese evangeliche e metodiste.  Dopo due giorni, tre sessioni e decine d’interventi,  il punto d’incontro sul tema più spinoso: la benedizione alle coppie gay.  Un ordine del giorno sulle coppie gay è stato votato a maggioranza (105 sì, 9 no, 29 astenuti): saranno riconosciute dalle chiese valdesi anche in Italia, dove nessuna legge prevede matrimoni omosessuali né disciplina le unioni civili. Spetterà a ogni comunità stabilire tempi e modi.
«Un passo in avanti chiaro e netto, ma da collocare in un percorso che andrà ancora meglio definito, soprattutto nel rapporto tra le chiese e le coppie omoaffettive», spiega il presidente del Sinodo, l’ex magistrato Marco Bouchard. Nei paesi che prevedono le nozze gay i valdesi hanno già scelto. Si trattava di stabilire cosa fare in uno Stato dove non esistono leggi sul tema. Il verdetto è un «sì» nel rispetto delle diverse sensibilità di tutti e una posizione netta: no all’omofobia e alle discriminazioni, subito norme sui diritti delle coppie di fatto.

Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: PIONIERE NOSTRO E MARTIRE (Ad Angelo Tomasello nel dì dei suoi 70 ruggiti)

Angelo Tomasello a Balestrate, domenica 3 agosto 2008. Alle sue spalle un Murale di Mario Liga.

Angelo Tomasello a Balestrate, domenica 3 agosto 2008. Alle sue spalle un Murale di Mario Liga.

Due anni fa, e precisamente il 20 agosto 2008, su questo Blog, veniva pubblicata una poesia intitolata “Pioniere nostro e martire” da Giuseppe Di Salvo dedicata ad Angelo Tomasello in occasione del suo 70° compleanno. Già Angelo da oltre un anno lottava contro la malattia ed era ben consapevole del destino accidentato verso cui andava incontro: affrontò il calvario con coraggio e con spirito stoico. Noi amici sinceri di Angelo oggi vogliamo riproporre quella poesia: è graffiante, evangelica, rende omaggio alla sua memoria e lascia una traccia divina sulla nostra terra. Sono versi che ben ci indicano come il Cielo s’incarna nell’uomo. Del resto la vera Chiesa non è Agenzia delle Entrate e neanche delle Uscite; essa raggruppa in ogni luogo persone che s’incontrano per comunicare gli alti momenti dello Spirito: e oggi ciò avviene anche attraverso i luoghi telematici. Con tali sentimenti intendiamo onorare la memoria di Angelo. Ed ecco la poesia:

                                              PIONIERE     NOSTRO     E     MARTIRE

(Ad Angelo Tomasello, nel dì dei suoi 70 ruggiti)

A cocci di cristallo

legato-

frantumato hai opache leggi,

sempre offrendo il predellino

a piedi assai famigliari.

Nipoti hai

intente a tessere l’onore aureo-

orgoglio spesso non rilucente

nelle tue illuminate stanze:

v’era lì  -non visto-

il defilè di amanti ladri

dal tempo risucchiati.

Divenivi piccolo

sotto il rosso manto grande

agli occhi del mondo mostrato.

Agili piroette e schiaffi

allontanavano lo stridore

d’immature voci

che sputavano umiliazioni.

Eppur regnavi fra le trine candide

di marmorei altari

dalle tue divine mani ristrutturati:

dov’è quel manto d’oro

a te regalato dalla Madonna

per farti regina dei cinema

e dell’eros mostrato sui marciapiedi?

Suonavano fanfare-

bande con tube stonate.

Moneta elargivi ai migliori ottoni

e oboli alibi creavi per quegli arrusi- 

ammucciati nelle cripte

della mascolinità sventrata.

Oggi notturni s’odono

in cerca d’arte e di silenzio.

Ricordi l’eleganza

agli occhi tracciata col magico verde

ricavato dal fangoso impasto

di calce e cemento trasfigurato?

E gl’infuocati foulard

tessuti da checche amiche

in cerca di veli dismessi?

Eri androgino aggraziato

scolpito d’arcana mano celeste.

I tuoi suoni? Ripetuti arrivano

da non convenzionale fonetica.

 

Bagheria, 20/08/08

Giuseppe Di Salvo

Ciao, Angelo:

Antonio Belvedere

Giuseppe Di Salvo

Graziella Di Salvo

Salvatore Di Salvo

Tommaso Di Salvo

Vincenzo Di Salvo

Salvatore Incandela

Francesca Liga

Pippo Rinella

Enza Ventimiglia

GIUSEPPE DI SALVO: SUONO CHE STRIDE (AD ANGELO TOMASELLO)

23 Agosto 2010 7 commenti
ANGELO TOMASELLO, BALESTRATE (PA), DOMENICA 3 AGOSTO 2008

ANGELO TOMASELLO, BALESTRATE (PA), DOMENICA 3 AGOSTO 2008

Alza il sole d’agosto

i ritmi del silenzio

e a notte alta

canta la ragione

La morte punge le narici

nelle case in cui Tumor

i corpi inerti divora

e l’occhio fermo

agita la pupilla

Alla Vita di viver

chiedeva

Nella mente Eros

è danza lontana

Si rievocano gesti

con ridente armonia

Dove si annida la morte-

solo là e con forza-

il suono forte stride

 

Bagheria, 12 agosto 2010

Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: FRANCESCO COSSIGA O DEL CINISMO POLITICO PARTITOCRATICO DI STAMPO IRONICO E GOLIARDICO

20 Agosto 2010 2 commenti

kossigaFrancesco Cossiga ne aveva per tutti battutine politiche striate di sarcasmo ed ironia, tranne per Benedetto XVI verso il quale si genufletteva con fare plateale, quasi scostante.  E il messaggio che si percepiva dai suoi segni gestuali era una totale genuflessione nei confronti di chi sa cosa vuole dal potere partitocratico neofascista italiano benedetto dal Vaticano, stato estero a cui la nostra Italietta (di destra e di sinistra) continua a versare fior di quattrini.  Cossiga conosceva bene i rintocchi del potere e sapeva pure come fare per arrivare alle alte campane del comando. Lui pensava di piacere a chi l’ascoltava e, come si dice, ogni santo ha (o trova) i suoi devoti. Tutti gli uomini del regime partitocratico ora piangono un grande statista. Ma io vorrei chiedere: cosa resta agli Italiani, politcamente parlando, di quest’uomo? Forse le sue picconate anticostituzionali? Ma chi considera la Costituzione il Vangelo della democrazia avrebbe voluto vedere Cossiga in galera: e così finalmente Pannella avrebbe potuto portargli le arance che ormai può solo buttare nella spazzatura perchè ammuffite. E certo si apprezza il suo interesse “postumo” nei confronti delle condizioni di tortura in cui si trovano a vivere i detenuti nelle carceri italiane. E’ pure probabile che Cossiga avesse qualità umane che sapeva mostrare agli amici e a quanti gli erano cari. Ma, diciamolo francamente, l’uomo politico non ci è mai piaciuto e avremmo voluto che, coerentemente con quanto lui stesso andava dicendo,  lasciasse lo scranno di “senatore a vita” per espiare almeno le colpe politiche per ben  noti misteri mai chiariti quando gestiva con vari titoli il potere: non era lui il Ministro dell’Interno quando venne ammazzata Giorgiana Masi da agenti infiltrati fra i manifestanti in una manifestazione radicale del tutto nonviolenta? O, machiavellicamente parlando, il cinismo del potere non deve conoscere alcuna pietà? E certo solo chi aveva una struttura mentale golpista, decenni dopo, non poteva che fare, in una ben nota intervista,  le seguenti dichiarazioni a proposito degli studenti che manifestano. Riportiamola:

 

Presidente Cossiga, pensa che minacciando l’uso della forza pubblica contro gli studenti Berlusconi abbia esagerato?

«Dipende, se ritiene d’essere il presidente del Consiglio di uno Stato forte, no, ha fatto benissimo. Ma poiché l’Italia è uno Stato debole, e all’opposizione non c’è il granitico Pci ma l’evanescente Pd, temo che alle parole non seguiranno i fatti e che quindi Berlusconi farà una figuraccia».

Quali fatti dovrebbero seguire?

«Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interno».

Ossia?

«In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito…».

Gli universitari, invece?

«Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città».

Dopo di che?

«Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri».

Nel senso che…

«Nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano».

Anche i docenti?

«Soprattutto i docenti».

Presidente, il suo è un paradosso, no?

«Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo? Ci sono insegnanti che indottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!».

E lei si rende conto di quel che direbbero in Europa dopo una cura del genere? «In Italia torna il fascismo», direbbero.

«Balle, questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l’incendio».

Quale incendio?

«Non esagero, credo davvero che il terrorismo tornerà a insanguinare le strade di questo Paese. E non vorrei che ci si dimenticasse che le Brigate rosse non sono nate nelle fabbriche ma nelle università. E che gli slogan che usavano li avevano usati prima di loro il Movimento studentesco e la sinistra sindacale».

E’ dunque possibile che la storia si ripeta?

«Non è possibile, è probabile. Per questo dico: non dimentichiamo che le Br nacquero perché il fuoco non fu spento per tempo».

Il Pd di Veltroni è dalla parte dei manifestanti.

«Mah, guardi, francamente io Veltroni che va in piazza col rischio di prendersi le botte non ce lo vedo. Lo vedo meglio in un club esclusivo di Chicago ad applaudire Obama…».

Non andrà in piazza con un bastone, certo, ma politicamente…

«Politicamente, sta facendo lo stesso errore che fece il Pci all’inizio della contestazione: fece da sponda al movimento illudendosi di controllarlo, ma quando, com’era logico, nel mirino finirono anche loro cambiarono radicalmente registro. La cosiddetta linea della fermezza applicata da Andreotti, da Zaccagnini e da me, era stato Berlinguer a volerla… Ma oggi c’è il Pd, un ectoplasma guidato da un ectoplasma. Ed è anche per questo che Berlusconi farebbe bene ad essere più prudente»

Intervista di Andrea Cangini, “Quatidiano Nazionale”, 23 ottobre 2008.

E che dire di quei gay accecati che vedono in Cossiga il Presidente sensibile ai diritti dei gay? Ma si può essere così imbecilli? Anche qui la sua vocazione alla diseguaglianza sociale era palese: no ai matrimoni gay, no alle adozioni e, per fortuna!, come Mastella, avrebbe detto no ai DiCo per far cadere il governo Prodi: lui riconosceva come famiglia solo i centri del potere. Il resto era mera ipocrisia. La prova? Riportiamo una sua lettera a papa Ratzinger pubblicata il 18 giugno 2007 da “Il Giornale” piena di frasi antigay e contro il Pride:

Il Papa ci scusi per il Gay pride senza dignità.
Santo Padre,
ho l’onore di conoscerla di persona e attraverso i suoi scritti da molti, molti anni. E so bene quali siano le Sue doti non solo d’intelligenza e di carità cristiana, ma di comprensione e di tolleranza.
Quando prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede Lei ha promosso, nella piena riaffermazione della dottrina morale della Chiesa, comune anche alle altre grandi religioni monoteiste circa l’oggettivo e intrinseco grave disordine delle relazioni omosessuali, già definite dai catechismi cattolici come «peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio», ha promosso documenti dei Vescovi e della stessa Congregazione che prescrivono il dovere di ogni cristiano di rispettare la dignità delle persone omosessuali.
Le scrivo questa lettera per chiederle scusa, oltre che a Lei come Vescovo di Roma, come a cittadino elettivo di questa città che La ospita da oltre venticinque anni. Le chiedo scusa per le offese che sono state recate alla Chiesa di Roma, ai suoi simboli e ai suoi principi, e direttamente alla Sua persona da parte dei partecipanti di una manifestazione priva di decoro e di dignità.
Io le chiedo scusa come semplice cittadino di questa città e come cattolico, cattolico liberale che crede fermamente nella libertà e nella civile tolleranza, ma «cattolico infante» che, anche se un giorno ricoprì quasi occasionalmente alcune cariche rappresentative dello Stato, nessuna influenza ha né alcun ruolo riveste ormai più nella vita politica e istituzionale del nostro Paese, ma che come cittadino di uno Stato democratico ha il diritto di rammaricarsi per l’offuscamento nella vita italiana per quelli che sono stati i valori storici fondanti della nostra comunità nazionale, il riconoscimento del cui carattere fondamentale fece scrivere a un grande filosofo laico e liberale un saggio dal titolo: Perché non possiamo non dirci cristiani.
Questa lettera aperta di scuse gliela avrebbe dovuta forse scrivere il Presidente del Consiglio dei ministri, cattolico e «cattolico adulto»: ma egli, e lo comprendo, non può perché ritiene che la politica e la religione debbano essere non solo distinte ma separate, e che ciò debba valere anche sul piano della buona educazione, perché il suo Governo ha dato il suo patronato a questa carnascialesca e volgare manifestazione e tre suoi ministri vi hanno partecipato insieme a leader di partiti della sua coalizione di governo, e infine perché coloro che vi hanno partecipato sono suoi elettori e suoi sostenitori. Credo vi abbia partecipato in nome della laicità anche un manipolo di «cattolici democratici».
Questa lettera aperta di scuse gliela avrebbe dovuta scrivere il Sindaco di Roma, non cattolico, ma molto ossequioso verso la Chiesa e soprattutto verso i vescovi, i sacerdoti, i religiosi e le religiose che sono elettori nel Comune di Roma; ma non può perché anche suoi elettori e suoi sostenitori sono i partecipanti della sfilata dell’altro giorno. Ma anche se io non rappresento altri che me stesso, ed è assai poco – anche se penso che molti romani, cattolici o no, almeno in nome della buona educazione e dello spirito di ospitalità la pensino come me -, sono certo che vorrà accettare queste scuse da un tempo suo affezionatissimo amico (il teologo anche se cardinale era una cosa, per me «cattolico infante» il Papa è un’altra cosa!) e Suo devoto fedele.

Francesco Cossiga

Non aggiungiamo altro: di questi uomini che hanno calpestato la sacralità democratica della Costituzione noi non sappiamo cosa farcene. E siamo felici per chi trova amore per costoro e lo palesa: almeno sappiamo come virare! Non ha voluto i funerali di Stato? E come avrebbe potuto, dopo i funerali che è riuscito a far fare quando gestiva il potere in questo Stato!? E quello di Giorgiana Masi è solo un esempio eclatante. Il resto? E’ solo miseria e vergogna! E quella sua ironia gli serviva cinicamente come tuta mimetica per mimetizzare le sue storiche responsabilità politiche: in questo senso al suo funerale c’era tutto il suo partitocratico  Stato! Al suo cospetto gli uomini del Ventennio erano santi!

Giuseppe Di Salvo

 

 

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GIUSEPPE DI SALVO: POCHI VERSI PER LA VITA

16 Agosto 2010 1 commento
DA SINISTRA: I POETI GIACOMO GIARDINA E GIUSEPPE DI SALVO (24 ANNI) E IL PITTORE E AMICO MARIO LIGA, INVERNO 1977 (foto Paolo)

DA SINISTRA: I POETI GIACOMO GIARDINA E GIUSEPPE DI SALVO (24 ANNI) E IL PITTORE E AMICO MARIO LIGA, INVERNO 1977 (foto Paolo)

Le notti insonni

rievocano in me

ricordi senza sogni-

miei cari agnelli

al sacrificio chiamati

con pietosi belati

privi di speranza

 

Si beve acqua pura-

rigoglioso si rende

il pensiero

Son le oasi

gioiose ambizioni

con palmeti in amore-

ambiti fioriti

che irridono il potere

E gli amori spenti

tizzoni lasciano

su assolate spiagge

in cerca di alate notti…

 

Si coglie nell’aria

la spettrale danza

di Tumor-

l’invincibile mostro

che alla Vita molte vite toglie

Ed io son qui

con tessuti di parole

in rivolta!

Ma è vana lotta

L’acre fetore si disperde

coi caldi soffi emessi da Euro

A Bagheria è ogni amore

energia racchiusa nel giorno:

si spegne con luce cinabra

striata di nostalgia e rancore

Miei libri (predi)letti-

svegliate in me l’orgasmo dei casti!

Nei versi di Saffo

linfa ciuccio

per poi produrre

parole che giocano:

altro non posso

I sorrisi melodie sono-

perenne Inno alla Vita

 

Bagheria, ferragosto 2010

Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: CONTAGIO

12 Agosto 2010 2 commenti
GIUSEPPE DI SALVO: FOTO DI SALVO FERRARO, BAGHERIA 16 GIUGNO 2010

GIUSEPPE DI SALVO: FOTO DI SALVO FERRARO, BAGHERIA 16 GIUGNO 2010

Chi scrive pensa

con mano ferma

Osserva muto

ogni cosa emanante

dalla sua culla

gemiti ed energia

Se il dito s’agita

i segni vengono:

ad ogni occhio

si rivelano in suoni

baciati dal sole-

silente astro lontano

E non c’è umana mente

che non generi senso

E batte d’emozione

ogni cuore se interpreta

Si vibra e ci si libera

con grazia in cerca

di contagio

E verso il bello ci si bea

e…  forte si applaude!

 

Bagheria, 11 agosto 2010

Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: 10 AGOSTO 1953 (SAN LORENZO)

10 Agosto 2010 7 commenti
GIUSEPPE DI SALVO: FOTO DI SALVO FERRARO, BAGHERIA 16 GIUGNO 2010

GIUSEPPE DI SALVO: FOTO DI SALVO FERRARO, BAGHERIA 16 GIUGNO 2010

A Bagheria…

    (l’Africa già i miei natali ebbe

     nell’anno 1.725:

     mia era la danza

     e il canto

     e mente al calcolo votata;

     contar sapevo le pulsioni

     e misurar con mano

     l’arcuata asta;

     e dalla Terra

     leggi scrutavo

     dei corpi celesti;

     non comune,

     non compreso,

     ma rispettato assai!)

…a Bagheria  (ri)nascevo

in via sindaco Scordato-

balcone marmoreo-

oggi-

sul numero 31-

anno 1.953.

 

San Lorenzo

pioggia eruttava-

fra tizzoni arroventati-

alle otto del mattino-

quel giorno d’estate,

dono della Luna.

Di notte-

vapore e aromi alla Terra

il Santo rapiva

con stelle in picchiata

abili nel ratto.

Urine candide

schizzavo,

battesimo di un corpo

vicino ai cinque chili.

Il labbro-

in cerca di suzione-

latte ingoiava:

energia pei miei futuri dì

sul pianeta che m’accoglie.

Guida per il vitale cammino.

Nella non vista luce vivrò!

 

Bagheria, 10/12/2005

Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: PRESAGI*

GIUSEPPE DI SALVO: FOTO DI SALVO FERRARO, BAGHERIA 16 GIUGNO 2010

GIUSEPPE DI SALVO: FOTO DI SALVO FERRARO, BAGHERIA 16 GIUGNO 2010

Se la Morte

mi avrà-

ponetemi al centro

della piccola mia casa.

Lasciate che piangano

i libri   –miei sogni riposti-

e vigilino su di me

le gialle locandine

di datati film gay,

decoro sinistro

-salendo-

della parete.

Dalle finestre socchiuse

entri il soffio

del bianco Sebastian

e lasciate che nel silenzio

suonino le spezzate parole

del tenero Bill Budd.

Se il mio cranio

scricchiola

dentro v’è il ragno,

tesse tele infinite.

Ricavate fiori da stracci

ornati di ciliegie mature

e chiusa sia la porta

dell’alcova:

il piacere del sesso

odia lo sguardo della Morte.

Sarà richiamo d’agosto?

Non voglio

fredde facce di luna.

Mi benedica il pianto

dei volti amici

e qualche sorriso.

Del mio corpo inerte

-io-

non saprei che fare.

Ricordatemi con musiche

amate: la mia anima

-con voi-  sanguinerà!

 

Bagheria, 27 dicembre 2003

Giuseppe Di Salvo

*Poesia tratta dal mio libro “Da Bagheria Soffi Univesali” (2004); GIUSEPPE DI SALVO: foto di Salvo Ferraro, 16 giugno 2010.

GIUSEPPE DI SALVO: UNA POESIA DI TOTUCCIO BAIAMONTE: “ODE ALL’AMICIZIA” (A GIUSEPPE DI SALVO DEDICATA)

CONVEGNO DI POESIA DELL'"ALAPAF" (2005). DA SINISTRA: I POETI TOTUCCIO BAIAMONTE E GIUSEPPE DI SALVO (FOTO DI NINO BELLIA)

CONVEGNO DI POESIA DELL'"ALAPAF" (2005). DA SINISTRA: I POETI TOTUCCIO BAIAMONTE E GIUSEPPE DI SALVO (FOTO DI NINO BELLIA)

Quando tu parli

 

di cosmo, di infinito,

la tua voce

entra nel mio mondo

e lo commuove,

amico mio!

Un brivido di ricordi

rinfresca la mia mente

e la sospende.

L’eco del passato

riesplode

dai viali dell’infanzia.

Sui cigli delle strade

sbocciavano i fiori del mistero.

Il sole entrava nel buio della stanza

e mi scioglieva…

I fantasmi sparivano

nel chiuso della notte.

 

Bagheria, settembre 2004

Salvatore Baiamonte