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Archivio Settembre 2010

GIUSEPPE DI SALVO: EROTICA (A G. P.), POESIA INEDITA.

29 Settembre 2010 2 commenti
Giuseppe Di Salvo, in un recital di poesie a Porticello (1985)

Giuseppe Di Salvo, in un recital di poesie a Porticello (1985)

 …col sangue il coito

scuote l’occhio di Dio…

Soffochi l’urlo.

Forse non sente mamma-

nella sua fredda stanza accanto-

la gioia

che dai nostri corpi s’invola?!

Che dirò all’alba

del mio collo ricco

di succhiotti aggrumati?

Canterò melodie in cerca di senso.

Dopo otto giovanili anni-

in un inverno gelido-

tu-

acetosella colta in una lontana

primavera-

la grazia tutta-

in me-

con sovrumana forza penetri.

Lasci il mio corpo

di fiori dipinto:

le macchie petali sono- 

tracce di morsi sparsi.

 

Rappreso è il sangue.

 

Bagheria,  inverno 1979

Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: IL BARBIERE DI SIVIGLIA AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO? UN “SOLE D’ITALIA” OBNUBILATO DAL TRAMONTO DEL BELCANTO, DAL CALDO E DALLA NOIA!

25 Settembre 2010 6 commenti

Edizione storica del "Barbiere" con un grande Luigi Infantino.

Edizione storica del "Barbiere" con un grande Luigi Infantino.

Si distingue, a Palermo, il basso sessantenne Simone Alaimo che interpreta Don Basilio e viene a lungo applaudito.

 

L’ultimo “Barbiere di Siviglia” di Gioacchino Rossini rappresetato al Teatro Massimo di Palermo e che ricorderemo volentieri è stato quello dell’11 febbraio 2003: c’era un grande Leo Nucci nel ruolo di Figaro e rammentiamo il suo generoso bis della cavatina “Largo al Factotum” (anche se nel bis qualche sua emissione non era perfetta); c’era anche il tenore Antonio Siragusa che ricorderemo per il suo gradevole canto di grazia. E… qui ci fermiamo.

Ma che ricordare dell’edizione del “Barbiere” andato in scena sabato 18 settembre 2010 al Teatro Massimo di Palermo? Una cosa sola: la padronanza scenica e vocale del brillante basso sessantenne di Villabate Simone Alaimo, l’unico che dal proscenio era in grado di suscitare coinvolgimento emotivo con la sua aria “La calunnia è un venticello”. E possiamo senz’altro affermare che questo bravo interprete era anche regista di se stesso, visto che tutte quelle idee sceniche “in movimento” della regia di Francesco Micheli, anche se portavano i colori di Joan Mirò e malcurati travestiti (ma quale Almodòvar?!), finivano per trascurare i movimenti scenici degli altri interpreti senz’altro impacciati; e bastava guardare i goffi movimenti del baritono Fabio Capitanucci: questi strabuzzava nevroticamente gli occhi, ma il suo corpo si agitava piuttosto impacciato; e anche vocalmente il Figaro di Capitanucci non ci è parso credibile. Decisamente fuori ruolo con emissioni non gradevoli verso l’alto. E  in scena oltre ai colori di Mirò si avvertiva anche una certa schizofrenia iberica di stampo tutta italiana. Eppure quelle comparse con le luci in testa (che richiamo di desiderio sessuale di lucciole!) potevano essere bene inserite in un contesto che tendesse a valorizzare il desiderio amoroso del volgo e degli aristocratici (Figaro, Conte…) contro il moralismo borghese (Don Bartolo) con un evidente paradosso: la Rivoluzione  Francese (che è rivoluzione borghese), sul piano sessuale, finiva per portare una morale sessuale più repressiva e più “educastratrice” di quella degli aristocratici.

    Quanto alla direzione d’orchestra del bel 31enne Michele Mariotti di Urbino c’è da dire quanto segue: sembrava più un’abile direzione da suggeritore che da concertatore e curatore delle finezze espressive presenti nella partitura di Rossini. In pratica, al nostro sensibile ascolto la direzione spesso pesava. Io amo gli ottavini, ma si potevano tenere un po’ a bada; io adoro gli archi, ma amo la rivelazione della loro finezza timbrica…  e si potrebbe continuare. Il Don Bartolo del giovane basso Nicola Alaimo non era eccezionale, ma il ruolo era sentito e speriamo che vocalmente il giovane maturerà col tempo.

   Ora ci si dovrebbe chiedere: come mai Daniela Barcellona non ha più cantato il ruolo di Rosina, com’era previsto, a Palermo? E’ una cantante di fama internazionale. E forse la sua interpretazione della ricca pupilla in casa di Don Bartolo ci avrebbe spinto a fare paragoni con le grandi mezzosoprano del passato: Cossotto, Simionato e… con la stessa grazia espressiva della Marilyn Horne. Per citarne alcune. Ci siamo dovuti accontentare, invece, del 28enne mezzosoprano georgiano Ketevan Kemoklidze: chi se ne ricorderà? Chi conosce le agilità del registro basso, dopo avere ascoltato la Kemoklidze, corre subito a farsi incantare dalla Horne. E capisce come l’emissione vocalica di Rossini non è più quella dell’epoca barocca: il belcanto rossiniano è altra cosa! E il 31enne tenore russo Dmitry Korchak? Bello! Ci sarebbe davvero da travestirsi per farsi sedurre, al di là di ogni orientamento sessuale. Ma la voce è  piccola e tende al colore giallo che sfuma. Può mai bastare il suo modo di cantare la cavatina “Ecco ridente in cielo” o la canzone “Se il mio nome saper voi bramate” (che delicata espressione da camera!) per lasciarci sedurre? No. La sua presenza fisica sì,  ma il suo canto ci fa girare la testa altrove. Dove? Lo diciamo subito. Un vero tenore di grazia, in primo luogo, deve acquisire la grazia, appunto, di pervenire ad una corretta  pronuncia della lingua italiana. Il bel Korchak a ciò non è ancora pervenuto. La stessa cosa potremmo con amore consigliare a Juan Diego Flórez, ma già siamo su vette canore molto più elevate. Il tenore peruviano, infatti, in tutto il mondo, oggi eccelle nel ruolo. Ma anche lui, come ha fatto in buona parte il suo conterraneo Luis Alva, potrebbe perfezionare la pronuncia di alcune nostre lettere alveolari (pensiamo alla “l”, alla “r”…): come non capire che la corretta pronuncia della lingua italiana nel “canto di grazia”  (e non solo!) è connotazione fonetica indispensabile per elevare al meglio la magia della voce e del suono? E non stiamo pensando solo alle sfumature magnetiche del grande Tito Schipa, vogliamo ricordare anche il modo di cantare di un bravo tenore siciliano di Racalmuto oggi dimenticato, cioè vogliamo riesumare il Lindoro di Luigi Infantino, tenore di grazia per eccellenza. Chi vuole lo ascolti nel “Barbiere” da lui inciso  per la Rai a Milano nel 1950  (direttore Fernando Previtali, con una svettante Rosina interpretata da Giulietta Simionato ; opera poi riprodotta in dischi dalla Fonit Cetra nel 1951, oggi si trova anche in CD) e si accorge che Luigi Infantino è il prototipo vocale del tenore di grazia a cui rivolgersi per perfezionare dizione, vocalizzi nel registro medio-alto ed espressione. Inoltre, chi ama le agilità del tenore contraltino deve ascoltare con ammirazione Juan Diego Flórez nell’aria “Cessa di più resistere”, omessa nell’edizione palermitana del “Barbiere” del 18 settembre scorso. Diciamo subito che quest’aria viene tagliata quasi sempre perché la zona acuta è assai accidentata per i tenorini dal timbro “giallognolo-evanescente” come quello di Dmitry Korchak. Affermiamo ciò con affetto e con mani pronti a generose carezze.

   Ci fermiamo qui (vocalmente e scenicamente agitati  la Berta di Giovanna Donadini e il Fiorello di Paolo Orecchia, sballottato il coro che tentava una buona resa vocale nei vari interventi).

Heinrich Heine definì il “Barbiere di Siviglia” di Rossini (opera buffa in due atti su libretto di Cesare Sterbini, prima rappresentazione 20 febbraio 1816, Teatro Argentina di Roma)  “Sole d’ Italia”.  Perché mai? Che c’è nella partitura di Rossini di così solare? Semplice: la freschezza delle arie, la fluidità musicale del canto d’insieme che ci coinvolge emotivamente, la pungente ironia dei recitativi che spesso ci fa ridere, la compenetrazione del discorso orchestrale con quello del canto: sono tutti aspetti felici di una creazione artistica davvero geniale e assai ricca di slancio vitale. Gioacchino Rossini scrisse l’opera in soli 13 giorni. Ma quando sulla scena non ci sono eccellenti cantanti rossiniani, il “Sole d’Italia” viene oscurato dalla noia. Se poi le condizioni climatiche del teatro non sono adeguate (che caldo al Teatro Massimo di Palermo!) e non ci fanno stare a nostro agio, il senso di tortura si amplifica, ci si obnubila: ed è un brutto segno. Vuol dire che l’Arte non rinnova i popoli e che ogni rappresentazione non svettante viene solo gonfiata dalla retorica della propaganda ingannevole; noi qui esprimiamo la voce generosa della critica amorevole e sincera. Ed è appagante fatica; ma ci rallegra un fatto: spesso veniamo apprezzati da chi ci legge! E allora è meglio, per dirla con Rosina, che non si tocchi la sacralità del nostro “debole”. Non siamo “vipere”, ma certo non condizionate lingue sincere. Nella speranza che con le grandi voci (in giro per il mondo ci sono, basta che i Dirigenti del Teatro le impegnino per tempo) nel nostro Massimo Teatro torni a risplendere il citato “Sole d’Italia”.

Bagheria, 25 settembre 2010

Giuseppe Di Salvo

Luigi Infantino, grande tenore di grazia degli anni Cinquanta e bravo Conte d'Almaviva

Luigi Infantino, grande tenore di grazia degli anni Cinquanta e bravo Conte d'Almaviva

Categorie:Classica, Musica, Spettacoli, Teatro Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: LA MIA EMOZIONANTE ESPERIENZA ALLO STADIO RENZO BARBERA DI PALERMO. MILITO? OCCORRONO SUONI LABIALI PIU’ FRESCHI DI QUELLI DELLA GIOVANE EVITA PERON.

Samuel Eto'o, regna a Palermo.

Samuel Eto'o, regna a Palermo.

Avevo prenotato già il lunedì precedente un bel posto in tribuna coperta per vedere la partita Palermo-Inter (domenica 19 settembre 2010) allo stadio Renzo Barbera del capoluogo siciliano. E l’ho fatto come tifoso dell’Inter, ma con un pensiero sportivo augurale rivolto nei confronti del Palermo. Meglio essere sinceri e dichiarare l’amore per la propria squadra. L’emozione per l’evento sportivo tutta mi assale quando arrivo in viale Del Fante, dopo aver lasciato la macchina un po’ più lontano, in via Massimo D’Azeglio. Camminando, il cuore si riempie di gioia nell’osservare tutte quelle persone con qualche simbolo color rosa in mano; in me subentra la reversibilità del pensiero: quei siciliani di Palermo, o provenienti da altre città, provano per la squadra allenata da Delio Rossi quello che io, siciliano di Bagheria, provo nei confronti della squadra ora allenata da Rafael Benitez. Superati i controlli, si entra nello stadio. Alle ore 14,00 è già animato, ma non particolarmente pieno: si riempirà prima delle 15,00, ora d’inizio della partita; i tifosi della Curva Nord liberano i loro cori e accolgano con applausi i primi giocatori del Palermo che escono alcuni minuti prima per riscaldarsi i muscoli; alcuni fischi, invece, vengono rivolti ai tre portieri dell’Inter (Julio Cesar,  Paolo Orlandoni,  Luca Castellazzi) usciti per lo stesso motivo. La cosa si ripeterà quando escono tutti i calciatori per fare un po’ di esercizi. Civiltà vorrebbe che si applaudissero tutti: ma non siamo verginelli e… sappiamo come va il mondo. Poi il rientro dei calciatori. E, alle 15,00, in punto le due squadre escono in perfetto ordine. Ancora applausi e altri fischi. E in un angolo dello stadio, vicino alla Curva Sud, i tifosi dell’Inter: pochi, ma si facevano sentire. Si vede che altri non sono potuti arrivare per via di quel grattacapo che è la “tessera del tifoso”.

   Già sarebbe bastato questo scenario per essere appagati. Di nuovo fischi o applausi per ogni nome di calciatore in campo scandito dagli altoparlanti. Quanti, come me, saranno stati i tifosi dell’Inter frammisti a quelli palermitani? Certo è che lo stadio Barbera era in stragrande maggioranza per il Palermo. Da ingenui pensare altrimenti.  E via. Comincia la partita. Arbitra il signor Romeo.  Ad occhio si ha la sensazione che il Palermo gioca più vicino alla sua difesa e mira al contropiede; l’Inter di Benitez ci appare più alta rispetto all’impostazione di Mourinho e con un fraseggio d’attesa che ci fa apparire i calciatori dell’Inter quasi demotivati e anche inconcludenti. E infatti al 28° minuto  arriverà il gol del 22enne centrocampista sloveno, Josip Ilicic: lo stadio esplode. I pochi tifosi interisti restano ammutoliti. Io ho applaudito il bel gol del calciatore del Palermo. Ma ero fiducioso. Nel secondo tempo le cose sarebbero certamente cambiate. Come non rilevare che il Palermo aveva messo sul campo cuore e velocità? E l’Inter invece forza, potenza fisica e cavalli di razza con un puledro chiamato Eto’o che, per ora, mette davvero paura con la sua perfezione atletica. Nel Secondo Tempo si rivela tutta l’impostazione dell’allenatore Rafael Benitez e viene fuori la grande Inter che sfodera gioco e spettacolo.

   Ancora la luce del sole non è dietro Monte Pellegrino, ma ecco cosa notiamo nell’Inter: squadra offensiva, spregiudicata con un Samuel Eto’o da bacio in fronte e lode. Lo spirito del gioco interista è in parte cambiato: la squadra appare più spostata in avanti di circa  una ventina metri (e conseguentemente il Palermo è più indietro), la linea difensiva della squadra di Moratti è quindi più alta come quella dei centrocampisti. Manca Wesley Sneijder, il mio amato falco di Utrecht, ma c’è Stankovic, il mio potente e più vecchio amore serbo: come avrei voluto vederli entrambi in una spettacolare orgia di palle! E di gol! E’un’Inter che arriva più volte nella zona tiro e quasi mai su azione di contropiede veloce (si registra una sola occasione nel primo tempo quando Pandev lancia all’improvviso un pallone a Milito, altro mio amore per ora in difficoltà, ma in evidente crescita; Benitez lo farà uscire al 30 minuto st e al suo posto entrerà Muntari; Diego esce un po’ contrariato, l’avrei consolato con i miei labiali, molto più freschi e rassicuranti di quelli della giovane Evita Peron! ); il gioco dell’Inter è quasi tutto su azioni ben manovrate, con tocchi rapidi e d’agilità in fase di preparazione delle azioni, con conclusioni veloci e con scambi assai stretti proprio nell’aria di rigore destinati a concludersi con i due micidiali e bellissimi gol di Samuel Eto’o. L’altro merito di Rafa Benitez? Eccolo: col Palermo in vantaggio per 1-0 e sempre minaccioso in contropiede, l’allenatore madrileno ha effettuato una correzione tattica rivelatasi decisiva per la vittoria dell’Inter; dopo il 4-2-3-1 di partenza (schema tanto caro a Mourinho) con Eto’o e Pandev esterni di centrocampo, ha sistemato la squadra con un più incisivo 4-4-1-1, Zanetti e Pandev esterni di centrocampo con Stankovic e Cambiasso in mezzo, ma soprattutto con l’accentramento di Eto’o alle spalle di Milito. Il calciatore del Camerun ha così realizzato i due gol della vittoria interista. Tattica vincente. Da applauso. Stadio ammutolito. La gioia dei pochi tifosi interisti: potevano finalmente esultare! Ed io, ammaliato, a guardare gli eventi. Ho osservato col binocolo i mie amati giocatori. Ho visto che  uscivano  appagati. E lo stesso pacioccone Benitez, in abito austero, mi è parso più sfilato. Ai calciatori del Palermo va il mio rispetto: hanno messo tanto cuore e onestà in campo. E certo meritano una posizione migliore in classifica. Ma l’impressione che ho registrato è una sola: l’Inter è una forza ben corazzata con atleti che, in media, superano i trent’anni. E mettono sul campo competenza, agilità tecnica ed esperienza. Da ultimo, esprimo i miei sentimenti di gioia per le buone condizioni di salute di capitan Zanetti. E chi può  -e vuole-  vada allo stadio, in qualsiasi stadio: il calcio è una forma d’arte; essa va seguita, studiata, apprezzata. La buona motricità è psicomotricità e tende ad allenare l’equilibrio delle nostre vite. Con le dovute eccezioni. Purtroppo!

Bagheria, 20 settembre 2010

Giuseppe Di Salvo

Categorie:Argomenti vari, Calcio, Società, Sport Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: “IL BARBIERE”, LA PARTITA, LE RECENSIONI E L’ATTESA… CESSERO’ DI PIU’ RESISTERE!

Che dire del “Barbiere di Siviglia” andato in scena al Teatro Massimo di Palermo sabato 18 settembre 2010? Cesserò “di più resistere”  (aria del tenore, secondo atto, omessa nell’edezione palermitana dal tenore russo Dmitry Korchak: come avrebbe potuto cantarla?) e parlerò dell’interessante  interpretazione di Basilio, maestro di musica e grande ipocrita, del sessantenne Simone Alaimo. E il resto? Che caldo e che noia! Ma, per andare oltre, segnalerò agli amanti di musica la grande interpretazione del Conte d’Almaviva di un tenore di grazia siciliano dimenticato.   Riferirò, invece, delle forti emozioni da me vissute allo Stadio Barbera, domenica 19, nel corso della partita di calcio Palermo/Inter, finita 1-2 a favore della squadra di capitan Zanetti: c’ è stato un alto calcio di agilità (agilità mancanti nel canto degli interpreti del “Barbiere”); e ben presto vi parlerò di due eventi editoriali: recensirò un libro di Javier Zanetti, “Capitano e gentiluomo”, e un cofanetto della Decca dedicato al tenore Peter Pears (1910-1986), amico e amante del compositore inglese Benjamin Britten, in occasione dei suoi cento anni dalla nascita. Vi ringranzio intanto della pazienza con cui controllate il vostro… desiderio. Non ci insegna questo l’autogestita noia vissuta nell’avere ascoltato questa non felice edizione del Barbiere: che fitta barba per un barbiere non  certo di qualità!

Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: FRESCO MIELE (POESIA INEDITA)

18 Settembre 2010 1 commento
Giuseppe Di Salvo e l'Estasi, Bari novembre 1978

Giuseppe Di Salvo e l'Estasi, Bari novembre 1978

La notte

mi porta angeli sdentati,

alzano sulla mia bocca

il gonfio cesto del desiderio.

Bacio anelli

da cui sbrodola acre

il fresco miele

e poi

          più

                  giù

il labbro scivola

fra rivoli di linfa bianca:

la lingua gioca

come astringente allume.

 

Il cielo sfilaccia le nubi,

osservo beato

il rimpiattino della luna

e le fioriture delle stelle.

La notte

è suono di tube,

vibrano nel mio ventre;

accendono luci rosee

i glutei messaggeri.

Dio s’incarna e mi prende.

Io-

tozzo alluce in bocca-

nell’Estasi riposo.

 

Bagheria, 1979

Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: RICAMI DI LIBERTA’ (A CATERINA DI SALVO, MIA MADRE, TRE ANNI DOPO). LA MEMORIA, LE PAROLE, I MIRACOLI.

16 Settembre 2010 1 commento
Caterina Di Salvo: ricamo su presina.

Caterina Di Salvo: ricamo su presina.

Nel libro “Dove lei non è” di Roland Barthes, da me recensito in questo Blog giorni addietro,  viene riassunta in questo modo la Resurrezione di Lazzaro in data 10 agosto 1978:

“Colpito dal fatto che Gesù amava Lazzaro, e che prima di resuscitarlo,  piange (Giovanni, 11).

-Signore, quello che ami è malato.

Quando seppe che era malato, restò ancora due giorni nel luogo in cui si trovava.

-Il nostro amico Lazzaro riposa; andrò a svegliarlo [a resuscitarlo].

Gesù fremette interiormente. Turbato.

-Signore, vieni e guarda.

Gesù pianse. Gli Ebrei dissero allora: -Quanto lo amava!”. (Op. cit. p. 188).

Le citazioni evangeliche di Barthes non rappresentano altro che il miracolo-simbolo legato al nostro amore e alla nostra memoria per le persone amate che qui non sono più.

   Io stesso il 16 settembre 2008, un anno dopo la morte di mia madre (16 settembre 2007), scrissi e pubblicai in questo Blog una poesia intitolata “Ricami di libertà” che qui oggi intendo riproporre (a distanza di tre anni dal suo soffio finale) perché il suo contenuto si sposa bene con quanto espresso da Roland Barthes. Certo mia madre non è uscita dall’avello come Lazzaro. E noi non siamo chiamati, purtroppo, come Gesù, a fare miracoli. Ma il vero miracolo, forse, noi lo realizziamo con la proiezione del nostro pensiero, della memoria e dei ricordi nostri: sì, è con le parole, infatti, che richiamiamo alla vita chi non è più con noi. E non è poco. Ecco ora la mia poesia.

RICAMI   DI   LIBERTA’

(A Caterina Di Salvo, mia madre, tre anni dopo…)

Fredda l’argentea Luna-

ridente tua medaglia

nei misteri

dell’oscura volta sospesa-

piangenti Stelle

baci cercano nell’Infinito-

tutt’intorno m’intreccia

silenti tracce per l’Oblio.

 

Ma qui ho tessuti,

mamma,

con vivide ciliegie rosse

e verdi peduncoli in ordine

in cerca di speranza

da te, donna, ricamati

nei giovanili anni:

artista in volo-

liberavi l’anima

e sogni incidevi con fili

d’intenso cotone puro e profumato

in spazi ricchi di candore.

 

Ritorno al Sole-

in me l’astro riaccende il tuo Ricordo

ed è, il mio, perituro corpo-

scrigno custode di gioielli,

cimeli per i principi dell’Eternità.

Su me sento la soave grazia

del tuo viso

e braccia e mani invano allungo

per filiali giochi di dita.

Ma l’accorato mio pianto rivela:

vivrò e in terra sentirò

l’esistenza triste d’una’assenza

che lacera.

L’incorporeo… assai forte pur strazia!

 

Bagheria, 16/09/10

Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: NOSTALGIA (POESIA INEDITA)

12 Settembre 2010 2 commenti
Giuseppe Di Salvo, alba anni Ottanta. Foto di Paolo Di Salvo.

Giuseppe Di Salvo, alba anni Ottanta. Foto di Paolo Di Salvo.

Una macchia d’aria

ride sul mio cuore

I miei occhi

osservano estasiati

Nella fredda sera

il pensiero scava

fra i ricordi

 

Bagheria, inverno 1977

Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: RECENSIONE DEL LIBRO “DOVE LEI NON E’ “, “JOURNAL DE DEUIL” DI ROLAND BARTHES

La copertina del libro "Dove lei non è" di Roland Barthes. Costa euro 18,00.

La copertina del libro "Dove lei non è" di Roland Barthes. Costa euro 18,00.

“Dove lei non è” è un diario “frammentario” scritto da Roland Barthes (1915-1980) subito dopo la morte di sua madre, signora Henriette Binger, (nata nel 1893), all’età di ottantaquattro anni, il 25 ottobre 1977.

A venti anni, sposò Louis Barthes, divenne madre a ventidue e vedova di guerra a ventitré. Roland Barthes in “Dove lei non è”  (edito da Einaudi  -febbraio 2010-) racconta il suo dolore con stile sincero, lacerante, a tratti poetico: con le sue nobili parole riesce a creare un magnetico “ponte” fra i suoi “segni” grafici (proiezione dei significanti/significati della sua anima) e il lettore che li percepisce non senza vibrare, visto che toccano i sentimenti legati alla perdita. E’ un bel “Journal de deuil”, un originale “Diario di lutto”, scritto essenzialmente a Parigi e a Urt, vicino a Bayonne, dove Roland Barthes soggiornava col fratello Michel e la cognata Rachel. Ma come definire il lutto? Il dizionario Devoto-Oli così lo definisce: “Il dolore per la scomparsa delle persone care, e le sue manifestazioni individuali o collettive nell’ambito degli usi e costumi delle singole comunità.” E per quanto tempo tiene impegnata la nostra psiche? Roland Barthes ci dice: “La misura del lutto: diciotto mesi per il lutto di un padre, di una madre.” (Op. cit. p. 21). E’ chiaro che non è così per tutti: la durata del lutto è soggettiva e può variare anche nei confronti degli stessi genitori, di conviventi, amici. Ma, al di là della durata, la sintomatologia del dolore è simile in tutte le persone che vengono a perdere importanti legami affettivi.

   Roland Barthes esprime il suo dolore per la perdita della madre con parole che assomigliano a gocce limpide, pure, sembrano sottratte da un ruscello che scorre in sordina e da cui sgorga acqua cristallina: essa nasce dalla sorgente delle anime pure. E talvolta schizzano parole/significanti che illuminano. Come  avviene nel suo libro “Frammenti di un discorso amoroso” (1977), anche in “Dove lei non è” ogni pagina si può leggere senza rispettare l’ordine cronologico: pur essendo impressioni codificate in un preciso tempo, possono essere lette restando fuori sia dal tempo sia dallo spazio sia dal contesto. E avviene pure che noi comunichiamo il nostro dolore per la perdita di parenti o amici con gesti inconsulti o con parole che lacerano.  Le riflessioni di Barthes, invece, svettano con suoni legati a fonemi/grafemi che silenti vibrano. E spesso commuovono!

   “Dove lei non è” è dunque il luogo immaginario, mentale nel quale si prende coscienza del valore della vita; è il luogo dove chi resta vive realmente e si può finalmente abbandonare al pianto dell’affanno per poi giungere a quello della gioia. Scrive  Roland Barthes il 7 dicembre 1978: “Lei non c’è più, lei non c’è più, per sempre e totalmente. E’ qualcosa di opaco, senza aggettivo  -vertiginoso perché insignificante-  (senza interpretazione possibile).” (Op. cit. p. 80). E, ancora, il 24 luglio 1978 da Mehioula (Marocco), il linguista francese scrive: “In tutto il viaggio, finalmente, questo grido  -ogni volta che penso a lei: voglio tornare! (voglio rientrare!)-  benché sappia che lei non è là ad attendermi. (Tornare dove lei non è  -là dove niente di estraneo, di indifferente, mi ricorda che lei non c’è più).” (Op. cit. p. 167). Con queste riflessioni di Roland Barthes, il titolo del libro viene bene esplicato. Ma ci ritorna ancora con desiderio accorato il 1° agosto 1978: “Delusione prodotta da diversi luoghi e viaggi. Non sto bene da nessuna parte. Molto rapidamente questo grido: Voglio tornare! (ma dove? Dato che lei non è più da nessuna parte, lei che era là dove io potevo tornare).”  Roland Barthes ci descrive dunque i molteplici aspetti del suo dolore, lo fa con 330 schede rimaste inedite fino al 2009. In “Dove lei non è” c’è, di fatto, la “presenza dell’assenza”.

   Riportiamo ora alcune splendide riflessioni  di Roland Barthes presenti nel libro:

“Si augura coraggio. Ma il tempo del coraggio è quello in cui lei era malata, in cui la curavo vedendo le sue sofferenze, le sue tristezze, e in cui bisognava che nascondessi a me stesso le lacrime. Bisognava ad ogni istante assumere una decisione, un volto, ed è questo il coraggio.- Adesso, coraggio vorrebbe dire voler vivere, e ce n’è sin troppo.” (Op. cit. p. 43).

“Una bellissima aria di basso da Haendel (Semele, 3° atto) mi fa piangere.” (Op. cit. p. 122).

“Nel lutto interiorizzato, quasi non ci sono segni. E’ il compimento dell’interiorità assoluta. Eppure, tutte le società sagge hanno prescritto e codificato l’esteriorizzazione del lutto. Malessere della nostra, per via del fatto che essa nega il lutto.” (Op. cit. p. 157).

“Vedo le rondini volare nelle sere d’estate. Mi dico  -pensando con strazio a mam.-  che barbarie non credere alle anime-  all’immortalità delle anime! Che verità imbecille, il materialismo!.” (Op. cit. p. 161). Come non ricordare le riflessioni su “Marxismo e Cristianesimo” di Pier Paolo Pasolini in un saggio del 18 dicembre 1968?

   Chiudiamo con questa citazione evangelica di Roland Barthes, è datata 10 agosto 1978:

“Colpito dal fatto che Gesù amava Lazzaro, e che prima di resuscitarlo,  piange (Giovanni, 11).

-Signore, quello che ami è malato.

Quando seppe che era malato, restò ancora due giorni nel luogo in cui si trovava.

-Il nostro amico Lazzaro riposa; andrò a svegliarlo [a resuscitarlo].

Gesù fremette interiormente. Turbato.

-Signore, vieni e guarda.

Gesù pianse. Gli Ebrei dissero allora: -Quanto lo amava!”. (Op. cit. p. 188).

   Questo libro di Roland Barthes è un gioiello sul lutto: non si può, non si deve perdere!

 Bagheria, 08/09/10

Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: FRANKENSTEIN DI MARY SHELLEY E LA COMPOSTEZZA CREATIVA DEL GIOVANE ANTONIO PALUMBO E DEI SUOI AMICI

FrankensteinFRANKENSTEIN DI MARY SHELLEY E L’OMAGGIO AL CINEMA MUTO DI ANTONIO PALUMBO E DEI SUOI AMICI.

Diciamolo subito: l’amore di Victor ed Elizabeth nel Frankenstein di Mary Shelley non si è mai consumato. Anzi, nessuna espressione erotica viene descritta nel romanzo della Shelley. Eros lì è morto, perciò la Creatura semina distruzione e morte. Eros non ha parola e, io credo, come conseguenza di ciò, il testo letterario ispira la produzione di immagini mute e la comunicazione viene affidata tutta alla mimica dei vari attori. Occorre ricordare che la Creatura di Victor era cosciente di ciò e con forza chiedeva al suo creatore: “Devi crearmi una moglie con la quale io possa vivere e scambiare quei sentimenti tanto necessari alla mia esistenza. Soltanto tu sei in grado di farlo e io te lo domando come un diritto che non puoi rifiutarti di concedermi.”

   Non è forse sufficiente questa breve citazione letteraria per spingere giovani come Antonio Palumbo a tributare un “Omaggio al Cinema Muto”?  Che è poi  “arte visiva” che comunica col linguaggio espressivo della mimica facciale e gestuale, linguaggio nel quale il 32enne Antonio Palumbo è bravo per dote naturale. Ebbene, questo cortometraggio (dura circa 20 minuti) è decisamente una realtà creativa in una società in perenne decomposizione: assistente Elisa Martorana, ne è regista lo stesso Palumbo (che interpreta abilmente anche Victor); Elizabeth è Francesca Lo Voi, la Creatura Vincenzo Scirè. Antonio Palumbo l’ha prodotto con Stefano Lo Voi.

   Ora, vero è che la Creatura costruita nel laboratorio scientifico di Victor era fisicamente orripilante e mostruosa, ma perché le persone s’impaurivano e la rifiutavano solo nell’atto di percepirla?  Gli è che “mostruosi” sono  i canoni di perfezione e bellezza e normalità creati e imposti come modelli ideali da seguire nella nostra società.

   E’ sempre la Creatura a rivelare nel romanzo: “Se sono crudele è solo perché sono infelice.” Eppure la Creatura, fin dall’inizio, si presenta come un essere ricco di amore e bontà verso il prossimo.

   E allora? La persona umana, su questa terra cerca la felicità, indipendentemente dal suo aspetto fisico o mentale. E manifesta questa ricerca di gioia ricorrendo anche  alla creatività o  -se non può!-  all’istinto di morte. Antonio Palumbo nella vita appare quasi così come si manifesta nel suo cortometraggio: ha l’espressione tipica di chi pensa qualcosa ma non la rivela. Con un’aria birichina che tende verso l’astrazione. Nel suo animo si agitano tante idee, ma non le esprime a parole, ricorre ad immagini mute, talvolta accompagnate da motti sibillini. Questo cortometraggio, per ora, circola fra gli amici di Palumbo in un DVD di gradevole fattura. Qualche mese addietro me ne ha regalato una copia e mi ha chiesto il mio non ipocrita giudizio. Gli ho comunicato che il prodotto del suo diletto è più che dignitoso: non si è del resto felici di comunicare a Palumbo, ai suoi amici e a chi mi legge che, a Bagheria, piccoli bravi registi crescono? Noi non apparteniamo alla crudeltà dei vari Victor, tendiamo più semplicemente la mano a chi vuole soddisfare i propri desideri: artistici o d’altro genere. Con gli auguri migliori ad Antonio e ai suoi collaboratori.

 

Bagheria, domenica, 5 settembre 2010

Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: ORIANA FALLACI SU GHEDDAFI, “IL NUOVO MUSSOLINI DEL MEDITERRANEO”!

 

img317ORIANA FALLACI SU GHEDDAFI : stralci dal “Corriere della Sera”: 20, 21, 22, 23, 24 aprile 1986)

Gli italiani non hanno capito Gheddafi. O fingono di non averlo capito. (…)

E’ colpa degli americani anche se lui spara sulle barche dei nostri pescatori che vanno a gettare le reti nelle acque di tutti ma lui dice non-di-tutti: mie. E’ colpa degli americani anche se in Libia lui rapisce i nostri concittadini e se a Roma o a Londra o a Parigi ma soprattutto a Roma in via Veneto fa ammazzare i sui concittadini in esilio. E’ colpa degli americani se sfruttando il dolore altrui, approfittandosi delle disgrazie altrui, ad esempio di quelle palestinesi, egli finanzia e addestra e istruisce chi sequestra gli aerei della Twa e poi ne ammazza qualche passeggero. Oppure chi porta le bombe che scoppiano quando l’aereo è in volo e come risultato le mamme con le bambine di due mesi in braccio schizzano via dal buco dell’esplosione insieme alle nonne per andare a sfracellarsi chissà dove, duemila metri sotto. E’ colpa degli americani se un povero Marine nero è saltato in aria alla discoteca La Belle di Berlino dove circa duecento sono rimasti mutilati o feriti. E’ colpa degli americani se nel 1983 trecentonovantanove soldati americani e francesi sono stati macellati a Beirut da kamikaze giunti dalla  vallata della Bekaa dove lui e Khomeini mantengono i Figli di Dio. (Lui gli dà i soldi, l’esplosivo, e Khomeini la fede necessaria a disintegrarsi col camion).

E’ colpa degli americani se, nelle ultime stragi di Fiumicino e di Vienna, sono morte diciannove persone e se sull’Achille Lauro hanno ammazzato un vecchio in carrozzella. (…)

   Che c’entra Gheddafi con le scappatelle degli sciiti e dei palestinesi, con i misfatti di Abu Abbas, l’assassino che il governo italiano ha aiutato con molta premura e molta sapienza  a scappare proteggendone persino l’imbarco sull’aereo jugoslavo?  Povero Gheddafi, lui non pensa che al suo petrolio.

Petrolio nostro che stai nei Cieli, pardon, nei deserti della Libia. Dacci oggi la nostra benzina quotidiana e proteggi il colonnello per carità. Fai che non prenda neanche un raffreddore, fai che nessuno dei suoi ufficiali ribelli o dei suoi studenti non ancora impiccati a Bengasi  organizzi un colpo di Stato o una rivolta popolare. Fai che nessuno lo appenda per i piedi come appesero Mussolini. E che continui pure ad ammazzare o a finanziare addestrare istruire chi ammazza. Amen.

E chi pensa in modo diverso è un fascista, un reazionario, un traditore, un servo o una serva degli americani. Che crepino pure gli americani. (Salvo, poi, invocarli ogni volta che viene un terremoto o che c’è un Mussolini da cacciar via).

(…)

   Ma se gli americani sono un elefante spesso rozzo e a volte vendicativo, comunque incapaci di farsi amare, Gheddafi è una iena che si nutre di morti: il nuovo Mussolini del Mediterraneo.

   Ecco ciò che gli italiani non hanno capito o fingono di non avere capito. E con loro i francesi, i tedeschi, gli spagnoli, gli svedesi, alcuni inglesi, chiunque oggi pianga per lui. O chiunque faccia affari con lui, gli venda i propri lavoratori e le armi, tenga le sue ambasciate che sono Santabarbare di munizioni e di esplosivo, covi di terrorismo in tutte le lingue, kalashnikov pronti a sparare come a Londra dove ben dall’ambasciata di Libia spararono e uccisero una poliziotta di vent’anni.

(…)

Mi misi a leggere la Base sociale della Terza Teoria Universale (parte del Libro Verde di Gheddafi, N.d.A.) che praticamente parlava solo delle donne.

“L’uomo non mestrua. Non è sottoposto a quella debolezza e non deve nemmeno allattare, perché non ha il latte. Da ciò se ne deduce che l’uomo e la donna non sono uguali, non possono essere uguali, e che il loro ruolo nella società deve essere diverso. Il ruolo della donna è quello di partorire figli. Se non partorisse figli, la razza umana finirebbe. E se non vuole partorire figli, la donna non ha che un’alternativa: uccidersi. Però la donna ha un altro ruolo: quello di allattare i suoi figli e crescerli come la gallina cresce i pulcini. Se si rifiuta di allattarli e crescerli, la donna non ha che l’alternativa di prima: uccidersi.” (…)

   E se i bambini dovessero crescere allattati dalla mamma altrimenti la loro carne perdeva sapore e non nutriva abbastanza, se insomma i bambini servissero ad essere mangiati come i polli e gli uccelli, non era molto chiaro malgrado la sua amicizia con Idi Amin e Bokassa. Ancor meno era chiaro perché  le donne libiche venissero costrette a fare il soldato per cinque anni, visto che il loro dovere era partorire o ammazzarsi.

(…)

Che altro? Era alto e magro, bello quanto un attore bello, religioso al punto di considerarsi un mistico e un asceta; negli anni trascorsi a preparare il golpe non aveva mai ceduto ai peccati della carne. Niente alcool, niente divertimenti, niente donne, E meraviglia delle meraviglie, era vergine. Neanche quando l’esercito lo aveva inviato, ventiquattrenne, a fare un corso di sei mesi in Inghilterra, aveva rinunciato alla sua verginità. Ed era il 1966. Mary Quant aveva lanciato le minigonne, Londra offriva un’orgia di gambe e di tentazioni cui nemmeno San Francesco avrebbe resistito. Ma il futuro profeta, il futuro Messia, non s’era lasciato distrarre nemmeno da una Maria Maddalena. (…) E nel 1969, in Libia, la percentuale dell’analfabetismo toccava il novantacinque per cento della popolazione, i giornali quasi non esistevano, gli intellettuali erano una minoranza. Non c’era niente e nessuno, insomma, a contestare l’immagine del bel cavaliere senza macchia e senza paura, a rivelare per esempio che il mito della sua verginità nascondeva un vero o supposto amore per il suo complice Jalloud, quindi non aveva alcun diritto di condannare gli omosessuali e metterli in galera. L’ipocrita.

(…)

   La cosa più interessante in lui erano gli stivaletti. Bellissimi. Pelle morbida, fine. Modello affusolato, senza cuciture, e impreziosito alle caviglie da due graziosi cinturini con la fibbia dorata. Roba di classe, insomma, costosa, da vanesio che si occupa persino dei suoi piedi. Infatti sarebbero passati due o tre anni prima che rivedessi stivaletti così belli, immagina a chi: a Fidel Castro. E va da sé che quelli di Fidel Castro erano neri, non impreziositi di fibbie d’oro, e avevano un tacco normale: da uomo. Stivaletti da uomo. Quelli di Gheddafi invece erano stivaletti da donna. Perché avevano un tacco da donna, alto almeno sei centimetri: quasi quanto i tacchi che portano (con gli speroni) i cowboys del Texas.  E quel tacco doveva piacergli moltissimo perché , dopo aver accavallato la gamba destra sulla gamba sinistra, non faceva che abbandonare la supposta lettura per rimirarselo. Lo alzava, lo roteava, lo esibiva, e a volte se lo accarezzava. Poi smise di leggere, o finger di leggere, si rivolse a me con sussiego, e levò una voce di gola: studiata per suonare maschio e seduttore. (…) Mi stava fornendo proprio ciò che volevo: il ritratto del paranoico.

(…)

   Gli psicanalisti sostengono che alla base della paranoia stanno forti impulsi omosessuali inconsci, che oltre ad essere un onanista oppresso da strane turbe carnali e bizzarri feticci, un esibizionista terribile e un vanesio che sguazza nel narcisismo, il paranoico è un omosessuale latente: un tipo che odia le donne anche se è padre di molti figli, e tuttavia non ama nemmeno gli uomini. Non ama nessuno fuorché se stesso. Vive dunque in un’eterna menzogna, nasconde la sua mollezza dietro un atteggiamento di maschio deciso, la sua viltà dietro un comportamento aggressivo, e questo lo rende tanto aggressivo quanto vigliacco.

Oriana Fallaci

Poteva mai  la Fallaci, nel 1986, quando scrisse queste riflessioni su Gheddafi pensare a D’Alema, alla Lega e a Silvio Berlusconi?

G. D.