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Archivio Ottobre 2010

GIUSEPPE DI SALVO: CARMINA BURANA AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO: LA GRAZIA ESPRESSIVA DEL BEL GIOVANE BARITONO RUSSO RODION POGOSSOV CONQUISTA I CUORI DEI MELOMANI

31 Ottobre 2010 1 commento
Rodion Pogossov, giovane baritono russo conquista Palermo: grande interprete dei Carmina Burana di Carl Orff

Rodion Pogossov, giovane baritono russo conquista Palermo: grande interprete dei Carmina Burana di Carl Orff

TRE EVENTI MUSICALI SCUOTONO E INCANTANO PALERMO: CANTI POLACCHI DI CHOPIN (ASSOCIAZIONE ANTONIO IL VERSO), IL GENEROSISSIMO PIANISTA TAMÁS VÁSÁRY (POLITEAMA), LA GRAZIA ESPRESSIVA DEL BEL  GIOVANE BARITONO RUSSO RODION POGOSSOV (TEATRO MASSIMO)

La terza decade del mese di ottobre 2010 ha offerto alla città di Palermo e agli appassionati di musica classica tre importanti eventi musicali inseriti in contesti diversi. Noi ve li racconteremo con magnetica gradualità, visto che ci siamo immersi in questo splendido cammino. Si è trattato, invero, di una vitale passeggiata artistica di alto valore. Ben presto ve la racconteremo. Fin d’ora una nota di alto merito: l’Associazione musicale “Antonio Il Verso” si è distinta per avere ricordato il bicentenario della nascita di Chopin con un’iniziativa di profondo valore filologico: cosa che è completamente sfuggita ai dirigenti del Teatro Massimo che su Chopin, nel suo bicentenario ricordato in tutto il mondo,  hanno scelto, con demerito, il silenzio.

A PRESTO, DUNQUE, E COL NOSTRO SOLITO SPIETATO E PIU’ CHE MUSICALE SCALPORE!

Giuseppe Di Salvo

Categorie:Classica, Musica Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: DEL COME GLI PSICO-NAZISTI CLERICALI TENTANO DI DISTRUGGERE LE SANE ASSOCIAZIONI FAMIGLIARI DI QUESTO MONDO. PER LE FAMIGLIE IL VATICANO LASCI NELLE CASSE ITALIANE I 9 MILIARDI DI EURO CON CUI OSTENTA SIMONIACI PRIVILEGI!

30 Ottobre 2010 2 commenti
ECCE (H)OMO: la chiesa cattolica per le storiche persecuzioni antigay dovrebbe essere processata per crimini contro l'umanità! Chi non ha il coraggio di chiedere questo Processo è complice!

ECCE (H)OMO: la chiesa cattolica per le storiche persecuzioni antigay dovrebbe essere processata per crimini contro l'umanità! Chi non ha il coraggio di chiedere questo Processo è complice!

Lo scrittore americano Ken Follet, recentemente, si è così espresso contro Ratzinger: “Questo papa, quando era ancora il cardinale Ratzinger, ha coperto centinaia di crimini di pedofilia. Molte vittime erano orfani senza genitori che potessero proteggerli. Il fatto che abbia taciuto è insopportabile.” Ken Follet aveva protestato anche in occasione dell’ultima visita del pontefice di bianco vestito in Inghilterra e ha aggiunto: “La Chiesa cattolica non potrà riparare al suo errore fino a quando non avrà un papa nuovo.” Noi siamo scettici sull’ultima affermazione di Follet.
Ma pensate che quanto detto da Follet possa essere compreso dagli  Augias, Vendola e Buttiglione e via sbrodolando… ? Quest’ultimo sembra avere appeso da tempo ad un crocifisso il suo cervello e ne seguono le sue scemenze antigay vomitate periodicamente. Perchè non chiede ai preti pedofili se pagano le tasse? E non invita Ratzinger ad andare a deporre nei tribunali di Houston per avere coperto i crimini di pedofilia  come chiedono molti avvocati che amano l’evangelica  e umana giustizia? E diciamo a quella masnada di zitelli chiamati “vescovi” che c’è una sola associazione che contribuisce a distruggere (o meglio a minare e a destabilizzare) il valore della famiglia, anzi di tutte le famiglie, anche il valore associativo di quelle gay: la loro, per le folli e demagogiche idee che i loro  “dissociati” rovesciano sulla terra contribuendo ad inquinare moralmente il pianeta! Perchè mai? Prima di tutto perchè, di famiglia, non ne hanno alcuna di propria. Ditemi se non è follia presentarsi al mondo come “sposi di Dio”? Ciò equivale a dire: state attenti perchè siamo pericolosi psicolabili! Giacchè non averne (di famiglia! al cui interno si dialoga anche con la Divina pratica del sesso che nutre di gioia il corpo delle sane persone adulte) produce pericolose dissociazioni di idee generanti mostri psico-nazisti. E poi: per aiutare le famiglie italiane basta che il Vaticano lasci nelle nostre casse (sì, quelle italiane!) i 9 miliardi di euro che esso (questo stato estero pieno di privilegi antievangelici!) “succhia” al nostro Stato dotato di una sana Costituzione e non di folli e astratti principi etici insani ed antiestetici come le tracce rugose segnate nei volti di chi esplicita vita sessuale non esprime. Come non capire che la “castità” è la loro dannazione? Che la si pratichi o che ipocritamente la si predichi per fottere le sane famiglie di questo mondo! Gli è che il cilicio dovrebbero serrarselo attorno alla bocca e non intorno alle cosce, così a solo vederli e al riconoscerli la gente capirebbe cosa si annida nei meandri dei loro cervelli. Ecco perchè migliaia di persone ormai fuggono da loro:  questi vescovi “Extraevangelici” si dovrebbero sciogliere… e farli vagare per i deserti del mondo.
Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: “DON QUICHOTTE” DI JULES MASSENET AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO FRA SANA LOCURA E FOLLIA DEL SENSO COMUNE

23 Ottobre 2010 1 commento
Don Quichotte e Ronzinante, dipinto di Honoré Daumier

Don Quichotte e Ronzinante, dipinto di Honoré Daumier

Venerdì 15 ottobre 2010, al Teatro Massimo di Palermo, è andato in scena “Don Quichotte”, “Comédie héroïque in cinque atti di  Jules Massenet (1842-1912). Il libretto è stato scritto da Henri Cain (1857-1937): questi si è ispirato alla comédie héroïque  di Jacques Le Lorrain che indubbiamente traeva spunto  dal “Don Quijote” di Miguel De Cervantes (1547-1616). A Palermo l’opera ritorna dopo 42 anni e in occasione del suo primo centenario: infatti l’opera di Massenet è stata composta nel 1910 e la prima rappresentazione assoluta è andata  in scena all’Opéra di Monte- Carlo il 19 febbraio 1910. Ebbene, perché ancora oggi Don Quichotte desta in noi tanto interesse e sentiamo il bisogno di parlarne? Perché ci attrae la toccante bizzarria di questo Cavaliere errante? Nell’opera di Massenet il ruolo del 50enne Don Quichotte viene affidato ad un basso-baritono dalla voce piena con striature liriche intense e  drammatiche. Il personaggio si presenta da sé già fin dal primo atto. L’hidalgo, rivolgendosi a Sancho dice: “Regala! Sii generoso, figlio mio./ E cerca come me di essere giovane innamorato./ Bella la gioventù, buona, per quanto se ne dica!/ Questa allegria mi manda in cielo!/ Io vorrei dappertutto profumo di gioia,/ la bontà, i cuori più che umani,/ che un sole eterno splendesse su di noi,/ e che nei boschi il vento soffiasse/ fresco fra aromi, e frutti saporiti,/ e dei ruscelli dal canto chiaro,/ e che tutt’intorno ci fosse tanta gioia!”

  Ma quando il nostro pensiero va a Don Quichotte non possiamo non pensare al libro di Miguel De Cervantes e a quella nota lotta contro i “mulini a vento”. Perché? Io credo che il “Mulino a vento” , nella fantasia di Cervantes, rappresenti il Potere nella sua duplice forma: quello esterno che ci opprime e contro cui si vuole combattere (e certo spesso le persone comuni non fanno altro che lottare invano); e quello “interno”, cioè il nostro personale potere, quello che è racchiuso nella mente di ogni persona, nel suo pensiero, nella sua intelligenza divergente, creatrice e rivelatrice. Se questo pensiero diverge dal sentire comune, se esso cioè diviene creativo non fa altro che essere percepito come dirompente; e certo da molti viene visto come pensiero pazzo, “loco”.  Un “Mulino a vento” in piena attività produce energia e finisce prima o poi per cozzare con l’energia mentale di chi vuole vedere in esso un gigante contro cui lottare e abbattere. Ma i giganti non rappresentano anche il caos primordiale? Sono esseri dotati di grande forza, piuttosto longevi, depositari di conoscenza. Tuttavia, da Quichotte vengono percepiti come esseri immorali, minacciosi, esseri distruttivi e gli si scaglia contro. Ma Quichotte ne resta distrutto, nel suo eroico tentativo di fermare il “progresso”. Nel Don Quichotte di Cervantes, ma anche in quello musicato da Massenet, ogni cosa reale può esser percepita sotto diversi punti di vista: e così si perde la “comune” percezione della realtà. Don Quichotte è, innanzi tutto, il paradigma della rivoluzione letteraria legata al sogno, alla fantasia e alla codificazione scritta di tale stato mentale visionario non condizionato da schemi esterni. Sicché dalla dimensione ironica apparente, grazie a un nuovo rapporto di inesistente legame lessicale e sostanziale fra cose e parole,  viene fuori una dimensione tragica dell’animo umano. E cioè: tutte le vicende cavalleresche a noi pervenute ormai non sembrano altro che parole vuote. Il vero Cavaliere, l’hidalgo dall’animo nobile, è solo Don Quichotte de la Mancia: questi, grazie alla sua “locura” (pazzia), non se ne vuole accorgere e cerca di stabilire, di ripristinare i valori umani che legano la realtà ai libri letti. Ma è grazie a questa sua dirompente “locura” che egli vede il mondo con occhi  (e pensiero) diversi. Del resto, non è proprio il pensiero divergente che ci spinge al rinnovamento? Meglio, quindi, un “Mulino a vento” in piena attività e con pale in azione generanti energia, quindi funzionale alla percezione di chi si nutre di immagini vive e ne alimenta l’intelletto che l’umana creatività stimola e rinnova, e non un “Mulino a vento” spento, inerte, simbolo di idee morte, di immagini legate al potere dominante, il quale vuole che non si generino idee nuove che possono sfuggire al controllo di chi ci vuole dominare. Le cose che non si muovono rappresentano i tanti condizionamenti “sociali” e finiscono per generare i veri comportamenti “asociali”. Questo continuo proiettare visioni-illusioni cozza con la realtà, ma è certo psicodinamica, inquietudine. E invita ognuno di noi a reinterpretare la realtà, andando dietro alle proprie convinzioni. Il “sano di mente” che si adatta ipocritamente alle consuetudini non è forse il vero demente?

   Mio padre amava ripetere: “Vivere per non sapere meglio morire, ma sapere troppo c’è da impazzire!” E proprio in queste riflessioni c’è tutto Don Quichotte. Non è per questo che, prima di morire, grazie alla sua presa di coscienza finale, coscienza che è consapevolezza di come, nonostante tutto, si muova il mondo, il Cavaliere vuole distruggere ogni opera letteraria da lui stesso precedentemente letta? Nel libro di Miguel de Cervantes “Don Chisciotte Della Mancia”, nel Settantaquattresimo Capitolo, si legge: “Alonso Quijano il Buono, sia quando poi fu Don Chisciotte della Mancia, era stato sempre di animo mite e di maniere gentili. (…) E’ mia volontà che di certi danari cha ha Sacio Panza, che nella mia pazzia feci mio scudiero, per certi conti e certo dare e avere che ci son stati fra lui e me, non gli si faccia alcun addebito e non gli si chieda alcun conto (…); e che se quando ero pazzo fui capace di fargli avere il governo di un’isola, ora da savio potessi dargli quello d’un regno, glielo darei, perché la semplicità del suo spirito e la fedeltà della sua condotta lo meritano. (…) Perdonami, amico, di averti messo nella condizione di sembrar pazzo come me, facendoti cadere nell’errore in cui ero caduto io, che vi siano o che vi siano al mondo cavalieri erranti. (…) E’ mia volontà che se Antonia Quijano mia nipote  volesse sposarsi, si sposi con un uomo sul cui conto si siano prese prima informazioni che non sappia neanche cosa siano i libri cavallereschi; e caso mai si accertasse che lo sa, e con tutto ciò mia nipote volesse sposarselo, e lo sposasse, perderà tutto ciò che le ho lasciato, che i miei esecutori potranno distribuire a loro beneplacito in opere pie. (…) Ma infine, dopo aver ricevuto tutti i sacramenti e sconfessato con molte e efficaci ragioni i libri di cavalleria, arrivò l’ultima ora di don Chisciotte. Si trovò presente il notaio, e disse che mai in nessun romanzo cavalleresco aveva letto che un cavaliere errante morisse nel proprio letto così serenamente e da buon cristiano come don Chisciotte, che fra la compassione e le lagrime di quanti si trovavano lì, rese il suo spirito; e intendo dire che morì.” (Op. cit. pp. 1181- 1183, edizione Einaudi).

   Bene, questa avversione per i libri di cavalleria manca nella scena finale dell’opera di Massenet. Qui Don Quichotte dorme all’impiedi poggiato ad una quercia gigantesca, dopo essersi svegliato dice a Sancio: “Ascolta, amico mio, mi sento molto male!/ Slacciami il farsetto, levami l’elmo/ così calcato sulla mia fronte oscura;/ mettimi il braccio sotto al collo, sii l’ultimo sostegno/ di chi difese l’umanità sofferente,/ e sopravvisse alla cavalleria errante. (…) Sì! Sono stato il capo di buoni seminatori!/ Ho lottato per il bene,/ ho condotto una giusta guerra! (…) Prendi quest’isola, ho ancora il potere/ di regalartela!/ Le sue coste sono bagnate da un mare azzurro./ E’ bella, bella… ed è l’isola dei sogni! (…) Muoio… (…) La stella Dulcinea!…/ Con l’astro splendente/ lei si è confusa!…/ O Sancio, è proprio lei!,/ la luce, l’amore l’eterna gioventù,/ verso cui io vado, che mi fa segno, che m’aspetta…”.

   Ecco come il regista Laurent Pelly spiega, nel libretto di sala, il suo Don Quichotte dentro una scenografia tutta fatta di carta: “Intanto perché Quichotte vive nella letteratura. Per lui la fantasia è il reale, la letteratura è molto più concreta della vita, anzi la vita stessa è letteratura, un mondo di poesia. (…) Dulcinée invece è la realtà, lei non vive nella carta, ma nella vita vera. E poi questo mare di carta dà l’idea di qualcosa di triste, di abbandonato, come è appunto Quichotte.” E alla domanda: “Perché nella sua regia Quichotte muore in piedi?” Laurent Pelly risponde: “Perché, in realtà, come ogni grande eroe letterario, non muore. Anche Massenet muore, ma la sua opera no. Il teatro è una rinascita continua.” Ma tutta questa carta sulla scena non rappresenta anche la distruzione di ogni opera cavalleresca voluta da Don Chisciotte nell’opera di Cervantes? Noi non possiamo proiettarci nella “locura” creativa di Quichotte, dobbiamo essere noi stessi a costruirci un mondo felice ricorrendo anche alla fantasia. Perciò, in Cervantes, Quichotte non vuole che nessuno scriva o parli delle sue irreali imprese. La vera pazzia sta nel potere repressivo che condiziona l’essere umano e il mondo. E la stessa Dulcinea è una costruzione fantastica legata alla letteratura cavalleresca: il cavaliere ha bisogno di una donna ideale, alla quale dedicare il racconto sublimato delle sue avventure. Ecco perché nell’opera di Massenet Dulcinée è una donna autonoma e non cade nel gioco cavalleresco di Quichotte. Dulcinée lo ammira, ma non l’ama e vive eroticamente una vita reale del tutto autonoma. E’ lei che governa le proprie pulsioni, è bella e tutti le si prostrano: è femminista ante litteram e sa chi amare. Fra Quichotte e Dulcinée si instaura un rapporto ideale di complementarietà e di libertà. Del resto non è a partire dalla pazzesca e noiosa routine  del “perfetto sposato” che Sancio Panza sviluppa sentimenti misogini? E se ne libera solo quando decide di girare il mondo con Quichotte.

   Che dire musicalmente della partitura di Massenet? Musicista elegante, delicato, sensuale, traccia un Don Quichotte dai toni elegiaci e crepuscolari: nella partitura c’è una raffinatezza espressiva sublime e una tecnica che non conosce complicazioni. Splendidi i ritmi spagnoleggianti con cui si apre l’opera. Una gemma la toccante serenata di Don Quichotte. E che dire dell’orchestrazione magistrale della lotta contro i mulini a vento, l’illusoria battaglia che chiude l’Atto Secondo? Essa è scandita da una forza orchestrale insolita, caratterizzata spesso dall’incisivo ritmo del “wood-block” (e talvolta dallo xilofono) per simulare il ritmo delle pale. Nell’edizione di Palermo dello scorso 15 ottobre il giovane alle percussioni ha davvero dato il meglio di sé . Assai delicata la scena corale dei briganti nel Terzo Atto; qui Don Quichotte li conquista con la forza delle sue parole: prima con una preghiera redatta in stile liturgico con la presenza dell’organo, e poi dicendo: “Io sono il cavaliere errante che riaggiusta/ i torti: un vagabondo inondato di tenerezza/ per le madri in lutto, i poveri, gli oppressi,/ per tutti quelli che il destino non ha amato./ Io mi inebrio di sole ardente, di aria pura, pura/ dello spazio, adoro i bambini che ridono quando/ io passo, e nemmeno detesto i banditi, se hanno/ gambe forti. E l’orgoglio stampato nel volto.” Forse,  a Palermo, questo è stato il momento più toccante della partitura nella sapiente direzione orchestrale di Alain Guingal. E si è distinto anche il Coro dei briganti: ci ha regalato emissioni sonore molto delicate: “Et maintenant, sur nous, placet votre main pure,/ o noble Chevalier de la Longue Figure!”. E qui, io credo, abbia dato anche il meglio di sé Ferruccio Furlanetto: un Quichotte credibile e scenicamente impeccabile. Ma il 61enne basso di Sacile, pur sfoderando ancora un bel timbro, non sempre vocalmente riesce a controllare le sue emissioni. Come avremmo voluto vedere l’interpretazione del basso russo  Fëdor Šaljapin che per primo creò il personaggio! Ma il brano musicale che incanta è il Secondo Interludio che accompagna l’ascoltatore al Quinto ed ultimo Atto: il violoncello sprigiona un canto malinconico che ci ricorda la melodia dell’aria “Lorsque le temps d’amour a foui” dell’atto precedente. Gli archi scavano musicalmente all’interno degli animi nobili: il violoncello svetta e innalza la sua delicata melodia ad una altezza più che umana; le viole eseguono pizzicati che incantano; e quando il tema viene ripreso dai violini (ed anche dal violino solista fuori scena) col pensiero si vola verso l’infinito e ci si bea senza limiti perché si va oltre l’umana percezione. Un elogio particolare va fatto alla bravissima Prima Violoncellista, Kristi Curb, dell’Orchestra del Teatro Massimo!

   Diceva giustamente Francis Poulenc: “Il repertorio lirico francese è inimmaginabile senza Massenet.” E noi aggiungiamo che Don Quichotte viene preso, dal punto di vista letterario, dalla vicina terra di Spagna, ma la musica di Massenet lo fa diventare grazia universale, elegiaco canto di compassione umana.  Di toccante umanità è la preghiera di Sancho: “O mon maître, o mon Grand!”.

Scenicamente perfetto il Sancho del basso-comico Eduardo Chama, ma il suo timbro vocale ci è parso piuttosto spappolato. E la Dulcinée di Irini Karaianni? Bella, credibile come attrice e in perfetto ruolo, ma vocalmente la meno dotata della serata. Noi volgiamo il nostro pensiero a Teresa Berganza sia nella versione italiana del 1957 con Boris Christoff sia in quella francese del 1992 con Josè van Dam. Bravi tutti gli altri comprimari e ben curati i loro movimenti dal regista Pelly.

Bagheria, 23/10/10

Giuseppe Di Salvo

Categorie:Classica, Musica, Spettacoli, Teatro Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: RECENSIONE DEL LIBRO DI JAVIER ZANETTI, CAPITANO IN CAMPO E GENTILUOMO COI BAMBINI DELLA FONDAZIONE PUPI.

Copertina del libro di Javier Zanetti "Capitano e Gentiluomo"

Copertina del libro di Javier Zanetti "Capitano e Gentiluomo"

Dopo la partita Palermo/Inter dello scorso settembre, il capitano dell’Inter, l’argentino Javier Zanetti, si è infortunato e solo domenica 17 ottobre 2010 è ritornato in campo contro il Cagliari. Bentornato, Capitano! Noi ora vogliamo ricordare un aspetto di Zanetti che, forse, la maggior parte dei tifosi dell’Inter sconosce. Vogliamo parlare del suo libro “Capitano e gentiluomo” edito dalla casa editrice BUR/Rizzoli. In questi ultimi mesi sono molti i libri pubblicati sull’Inter o su alcuni suoi protagonisti: Mourinho, Balotelli (e del libro scritto da Fabio Ravera sull’ex attaccante interista ne abbiamo parlato), Sneijder, Stankovic…  Perché sul mercato tutti questi libri sulla squadra di Moratti? Semplice: la squadra in questi ultimi anni è stata vincente su più fronti e le sue stelle calcistiche provano ad immettere sugli scaffali delle librerie non solo le loro qualità calcistiche, ma anche le loro caratteristiche umane ed intellettuali. Il libro di Zanetti “Capitano e Gentiluomo” è già stato pubblicato nel 2003. Ma nel giugno 2010 viene riproposto in prima edizione BUR: sono 114 pagine e costa solo 7,90 euro. A pagina 4 troviamo codificato subito l’intento del libro: “Parte del ricavato dei diritti d’autore sarà devoluta alla Fundación Pupi.”

   Per chi ancora non lo sapesse, è lo stesso Zanetti a spiegarci cos’è: “Fundación Pupi, Fondazione Pupi, dove Pupi, oltre a essere il mio nomignolo calcistico, diventa l’acronimo di Por Un Piberío Integrado, ossia Per Una Infanzia Integrata.” (Op. cit. p. 87).

Quali sono gli obiettivi della Fondazione? Lasciamo parlare il nostro capitano che da pagina 87 in poi (certamente con l’aiuto di qualche persona che sa codificare bene la lingua italiana) scrive le pagine più toccanti del libro: “Soddisfare i bisogni fondamentali dei bambini, garantire loro alimentazione, educazione, igiene, e di conseguenza aiutare le loro famiglie. (…) Il disagio di alcuni quartieri, soprattutto nelle periferie più degradate di Buenos Aires, è ancora oggi un fatto sociale. Nelle aree urbane dell’Argentina abitano più di due milioni e mezzo di bambini da zero a nove anni,  il 48 per cento dei quali vive nella povertà assoluta.  Il distretto di Lanús è una delle zone dove tale disagio raggiunge l’apice. Per questo decidemmo di concentrare le nostre attenzioni su quel territorio, precisamente sulla villa della Traza, nel quartiere di Remedios de Escalada, dove la gran parte della popolazione è costretta a vivere in baracche fatiscenti, senza la minima speranza di potere ambire ad un futuro migliore. (…) Poco oltre sorge Villa Fiorito, un’altra favela dove domina il degrado, diventata celebre per aver dato i natali a Maradona. La maggioranza dei bambini che crescono in queste villas de emergencia è costretta a vivere d’espedienti. (…) Fin da piccoli sono lasciati allo sbando; per sopravvivere, spesso, sono costretti dagli adulti allo sfruttamento, a vendere droga per strada o a mendicare. Per resistere ai morsi della fame capita che debbano rovistare tra la spazzatura, o in qualche discarica. Situazioni inaccettabili…(…) La nostra Fondazione è partita da lì, tra le pieghe della miseria. Abbiamo iniziato con ventitré bambini, i più bisognosi, segnalati dall’assistenza sociale. Oggi Paula (la moglie di Zanetti NDR) e io siamo i genitori adottivi di oltre centocinquanta bambini. In totale però la Fondazione si occupa di oltre mille persone, compresi i famigliari dei più piccoli. Tutto questo è stato possibile grazie all’aiuto di mio suocero, Andrés de la Fuente, ex docente universitario, che si è fatto carico della presidenza. Mia suocera, Monica Giacoletto, è invece psicopedagoga e ha avuto un ruolo chiave nell’organizzazione dei programmi educativi. (…) L’idea della casa come rifugio, come protezione, come ambiente sano dove formarsi ha radici lontane. Si riallaccia al mio passato di muratore, quando poco più che ragazzino lavoravo al fianco di mio padre nei cantieri. (…) Ogni volta che torno in Argentina passo diverso tempo insieme ai miei bambini. Quando Paula ed io arriviamo è sempre una festa. (…) Appena mi vedono mi corrono incontro, mi abbracciano, mi saltano in braccio: mi sento un po’ anche il loro capitano. (…) Quando il Comune di Milano, nel 2005, mi ha assegnato l’Ambrogino d’oro, una delle benemerenze cittadine più importanti, per la mia attività con la Fondazione, per me è stato come vincere il pallone d’oro. (Op. cit. pp. 87-95).

   Ecco l’uomo Zanetti che aggiunge: “Anch’io sono nato in una famiglia povera (p. 9)… Sono di umili origini, ma durante la mia infanzia non mi è mai mancato l’indispensabile per vivere. Nemmeno al tempo della dittatura avevo visto la gente stare tanto male quanto nel 2001. Serrande dei negozi abbassate, rivolte sociali, conti correnti bloccati, ovunque miseria e disperazione, anche dove, fino al giorno prima, si respirava tranquillità e benessere.” (Op. cit. p. 86). Ma Zanetti è anche un grande calciatore dal cuore d’oro. Al suo arrivo a Milano, nell’Inter, febbraio 1995, dirà: “Ero un giocatore semisconosciuto… In mio soccorso arrivò Maradona, che in un’intervista dichiarò: -Il miglior acquisto l’ha fatto l’Inter comprando Zanetti. (…) Abituato al caos dell’immensa Buenos Aires, l’impatto con Milano non fu così traumatico. Sarà che noi argentini siamo quasi tutti mezzi italiani, e allora pur lontani migliaia di chilometri dalla nostra patria ci sentiamo a casa. I miei nonni erano di Sacile, in provincia di Pordenone. (…) Sono fiero delle mie radici italiane, e friulane in special modo.” (Op. cit. pp. 37-38).

    Zanetti aggiunge: “Il giorno della mia presentazione ufficiale all’Inter, il 5 giugno 1995, alla Terrazza Martini, trovai invece una ressa di fotografi, cineoperatori, giornalisti (…), tifosi parati di nerazzurro che scandivano il mio nome. (…) Fu il primo assaggio della realtà che mi aspettava. E il primo vero incontro con l’Inter, la creatura più bella e più pazza del calcio italiano.” (Op. cit. p. 39).

   Ed ecco cosa scrive Zanetti sul tifo e su Facchetti: “Spesso, usando una definizione un po’ abusata, si dice che essere tifosi è una fede. Io penso che si tratti di uno stile di vita, di un modo di essere. Per questo mi sono innamorato dell’Inter: perché in qualche modo mi assomigliava, e mi assomiglia, perché in questo club ci sono valori e idee che altrove non esistono. (…) L’Inter va sempre controcorrente non immischiandosi mai in subdoli giochi di potere. L’Inter è trasparente… L’ho capito fin dal primo giorno che ho messo piede ad Appiano Gentile. E l’ho compreso grazie a un maestro illuminato: Giacinto Facchetti, il capitano dei capitani, l’esempio, il simbolo, l’interista per eccellenza. Averlo come mentore, guida e amico per me è stata una benedizione. Mi ha insegnato cosa significa indossare la maglia dell’Inter, e che essere interisti è qualcosa che va oltre il semplice tifo; mi ha insegnato che nel calcio contano sì i risultati, ma esistono valori ben più importanti: la lealtà, la correttezza, l’onestà, il rispetto verso tifosi e avversari. (…) Dolce, intelligente, coraggioso, riservato, lontano da ogni reazione volgare. Grazie ancora di aver onorato l’Inter, e con lei tutti noi. Con queste parole commosse e sincere, lo ricordò Massimo Moratti appena dopo la sua scomparsa. Fu un giorno tristissimo quel maledetto 4 settembre 2006.” (Op. cit. pp. 41-42).

   E ancora a pagina 69: “Fin dal mio sbarco a Milano, mi sono sentito interista. Un sentimento che negli anni è cresciuto a dismisura: ora sono nerazzurro dalla punta dei capelli fino ai piedi.” 

Questa passione viene ripresa con diverse parole e noi la condividiamo: “Non mi stancherò mai di ripeterlo: l’Inter è una creatura diversa rispetto a tutte le altre squadre. Nel nostro dna c’è una piccola dose, o forse qualcosa di più, di sana, lucida follia; l’Inter è genio e sregolatezza, l’Inter è sofferenza, l’Inter è dolore, l’Inter è estasi. (…) Il tifoso interista è abituato a soffrire, ma non abbandona mai la barca al momento del bisogno. Il tifoso interista è un innamorato cronico, un passionale, un sanguigno. Ha un carattere argentino.” (Op. cit. pag. 73).

   Poi spiega a chi non vuole capire: “ Nel suo nome completo, Internazionale, è scritta la filosofia della società: una società che non ha confini, che è nata per permettere a tutti, italiani e stranieri, di giocare a calcio sotto la stessa bandiera nerazzurra. (…) Ho visto passare la storia davanti ai miei occhi. A San Siro arrivarono decine di ex calciatori, vecchi compagni di squadra che non vedevo da tempo, bandiere del passato, autentici miti. Tra questi il mio personale, il giocatore per il quale stravedevo da ragazzino: Lothar Matthäus.” (Op. cit. pp. 122-123).

   Libro a tratti toccante e commovente nella sua semplicità e nella sua ricca e lievitante umanità. Vi si trovano parole generose che commuovono proprio come quando duetta con Mina in “Parole, parole”. E’ uno spirito nudo. L’uomo ha qualcosa in comune con me: leone del 10 agosto, ma diverso è l’anno di nascita: Zanetti è del 1973. Come non amare questa stella ruggente che svetta nel cielo e nell’aria d’agosto? E magari perdersi nei folli  ed erotici gesti di un tango argentino! In toccanti incroci “decochés”  -nel senso di struggenti movimenti ritmici vibranti fra nude cosce-   (o mimica intercrurale).

Bagheria, 19/10/10

Giuseppe Di Salvo

Categorie:Calcio, Primo piano, Società, Sport Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: L’ORCHESTRA SINFONICA SICILIANA CON LA SECONDA SINFONIA DI MAHLER, “RESURREZIONE”, OFFRE ALLA CITTA’ UNA GRANDE STAGIONE CONCERTISTICA

17 Ottobre 2010 1 commento
Il bel "Libretto di Sala" dato in omaggio al Teatro Politeama

Il bel "Libretto di Sala" dato in omaggio al Teatro Politeama

L’Orchestra Sinfonica Siciliana apre con l’impronta significativa di Gustav Mahler. Con un chiaro messaggio non espresso: del come vivere musicalmente la città. Svetta questa Cinquantaduesima Stagione Concertistica dell’Orchestra Sinfonica Siciliana. Venerdì 15 ottobre 2010  è salito sul podio del Teatro Politeama Garibaldi Martin Sieghart per dirigere la Sinfonia n.2 in do minore “Resurrezione” per soprano, contralto, coro misto e orchestra, di Gustav Mahler nei 150 anni dalla nascita. Personalmente, ho visto e ascoltato la replica di sabato 16.  Il pubblico, accorso numeroso, ha tributato giustamente un meritato trionfo all’evento. Impeccabile la direzione del maestro Martin Sieghart che ha saputo dare agli ottoni la stessa grazia espressiva con cui ci ha coinvolti emotivamente  -coi suoi pianissimi iniziali ricchi di grazia negli svettanti armonici (“Risorgerai, sì risorgerai…”)-  il Coro Filarmonico Slovacco. Un grande elogio ai maestri alle percussioni (che effetti sonori travolgenti hanno saputo creare nella sala!) e a tutta l’orchestra. Dignitose le interpreti soliste, il soprano Eteri Gvazava e il mezzosoprano IldiKo Komlosi. E’ un’apertura di Stagione di richiamo europeo. Palermo deve essere orgogliosa di questa Orchestra e dell’interessante  programma musicale che offre alla città. Insieme al Cartellone del Teatro Massimo, i Palermitani che amano la musica (e non solo) trovano un eccellente modo di vivere la città musicale. L’Orchestra Sinfonica Siciliana offre più di 31 concerti a prezzi davvero stracciati. Merita “bacchettate” chi non coglie il nobile messaggio coinvolgente  per qualità e per prezzi molto promozionali. Una critica: molti  abbonati, e non per capriccio!, talvolta trovano date coincidenti nelle rappresentazioni al Teatro Massimo e al Politeama, e devono spostare una delle due serate.  Perché nel primo Teatro devono pagare 5 euro di penalizzazione e nel secondo 2 euro per avere spostata una delle due date? Non è per i soldi, ma i due Teatri potrebbero pervenire ad un accordo e all’abbonato in questione, mostrando il biglietto del Teatro dov’era stato la sera della rappresentazione coincidente, questa specie di “pizzetto” (solo in questo caso) gli verrebbe condonato. Perché punirlo per l’impossibilità di essere la stessa sera in due luoghi opposti, ma con spettacoli rappresentati contemporaneamente? 

Giuseppe Di Salvo 

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GIUSEPPE DI SALVO: TEATRO MASSIMO DI PALERMO, COL “DON QUICHOTTE” DI JULES MASSENET TRIONFA L’ELEGANZA ESPRESSIVA DEL DIRETTORE ALAIN GUINGAL

Alain Guingal, direttore d'orchestra,mirabile esecutore del "Don Quichotte" di J. Massenet al Teatro Massimo di Palermo

Alain Guingal, direttore d'orchestra,mirabile esecutore del "Don Quichotte" di J. Massenet al Teatro Massimo di Palermo

Non giriamoci intorno: col “Don Quichotte” di Jules Massenet, andato in scena al Teatro Massimo di Palermo, venerdì 15 ottobre 2010, trionfa l’eleganza espressiva della direzione d’orchestra del maestro Alain Guingal: un’ovazione è stata rivolta all’intera orchestra dopo la scena della vana lotta di Don Quichotte contro i mulini a vento. Da elogiare il tocco delicato della violoncellista dell’orchesta (e di tutti gli archi) del Teatro nel secondo Interludio. Un coro davvero svettante ci ha trasmesso emozioni indicibili. Curatissima la regia di Laurent Pelly. Ottima la resa scenica dei protagonisti: tutti sentivano i loro ruoli; ma dal punto di vista vocale, in seguito, evidenzieremo pregi e difetti. E… un Ferruccio Furlanetto (basso nel ruolo di Don Quichotte) da abbracciare con bacio in fronte, nonostante qualche emissione non felice che viene obnubilata da una perfetta interpretazione. Chi ama l’opera? La vada a vedere: da non perdere! Ci ritorneremo col solito nostro, ormai noto, scalpore!

Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: VENERDI’ 15 OTTOBRE 2010 LA SCUOLA SCIOPERA. PERCHE’ ADERIRE. COME MAI IL COMUNE DI BAGHERIA NON PULISCE GLI AMBIENTI ESTERNI DELLA SCUOLA BAGNERA?

14 Ottobre 2010 1 commento

COBAS: Docenti, ata, studenti, genitori, operai e lavoratori di altre categorie INSIEME IN PIAZZA PER DIFENDERE LA SCUOLA PUBBLICA!

Riportiamo il comunicato dei COBAS-SCUOLA :

Dopo l’8 ottobre con decine di migliaia di studenti in piazza, venerdi 15 saranno docenti ed Ata a manifestare in 13 città, nel quadro dello sciopero della scuola convocato dai COBAS per l’intera giornata contro i tagli di orario, materie e posti di lavoro, per esigere dal governo l’assunzione stabile dei precari, investimenti almeno ai livelli medi europei, il recupero integrale degli scatti di anzianità e dei contratti per docenti ed Ata, la restituzione del diritto di assemblea. In piazza per battere la scuola-miseria accanto a docenti ed Ata ci saranno, nelle tredici manifestazioni, studenti medi e universitari, operai delle fabbriche metalmeccaniche, a partire dalla FIAT, e chimiche e lavoratori del Pubblico impiego, che considerano l’istruzione pubblica un cruciale bene comune; nonchè quei Comitati e Coordinamenti dei precari e dei genitori che si oppongono alla scuola-miseria di Gelmini e Tremonti ma che non dimenticano il ruolo svolto, nell’impoverimento della scuola, da quei partiti di centrosinistra che furono in posizione dominante nei governi Prodi.

Significativo, in particolare, che a TORINO (P. Arbarello ore 9.30, manifestazione per il Piemonte) saranno in piazza con docenti, Ata e studenti, anche i lavoratori della Fiat Mirafiori, in sciopero contro l’arroganza di Marchionne, che verranno al corteo con i pullman dalla fabbrica; e operai di altre fabbriche e lavoratori del Pubblico Impiego, nel quadro dello sciopero provinciale generale da noi convocato.

Ed è pure di grande rilievo che a L’AQUILA (V. Leonardo da Vinci, ore 10, manifestazione per l’Abruzzo) tanti cittadini protesteranno con noi anche contro la gestione corrotta della “ricostruzione” che non ha restituito alla città martoriata nemmeno le scuole e l’università preesistenti; e chiederanno almeno il ripristino degli organici dello scorso anno, insieme agli operai della Sevel-Fiat, in lotta contro la distruzione di posti di lavoro e di diritti, che confluiranno con pullman da Pescara.  In Sicilia, oltre alla manifestazione regionale a PALERMO (P. Politeama ore 9.30), se ne svolgerà una provinciale a CATANIA (ore 9 P.dell’Università; ore 12 Prefettura).

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NOSTRO COMMENTO

Personalmente, parteciperò a questa giornata di sciopero: ogni docente deve contribuire a far prendere coscienza alle famiglie che la Scuola  Pubblica è un bene ed un valore fondamentale della nostra società. Noi sappiamo che c’è una crisi economica a livello internazionale, ma dal punto di vista economico gl’insegnanti della Scuola Pubblica sono stati trattati come se ci fosse in Italia una crisi economica permanente, mentre si offrono continui privilegi economici alla Chiesa cattolica (Scuole Private) e agli insegnanti di religione nominati dai vescovi.  Questo mio sciopero ha anche un significato locale: gli ambienti esterni della Scuola Bagnera di Bagheria dal Comune non vengono puliti; immondizia, erbacce, pozzanghere melmose, zanzare che non risparmiano punture ai bambini e agli insegnanti che non fanno altro che grattarsi a sangue col rischio di prendere infezioni. E’ da settembre che facciamo “accoglienza” in queste condizioni ambientali non del tutto accoglienti. Un Sindaco che vuole il rispetto della sua immagine, deve fare partire le Scuole in condizioni igieniche impeccabili. Non è così: ne chiedo con forza le dimissioni, anche se ho contribuito alla sua elezione. E ancora: ci sono i soldi per i detersivi e altro materiale di pulizia da fornire alle scuole cittadine? Se la risposta è no, ci si chiede: come mai non considerare sacre le somme in bilancio da destinare alle scuole? Ci rivolgiamo a tutte le forze politiche: ci vuole un risveglio democratico e di civiltà per tenere puliti tutti gli ambienti delle nostre Scuole Pubbliche: questo è il primo vero Grande Progetto Educativo da attenzionare e curare! Altrimenti, alle prossime elezioni comunali, c’è da fare partire una Grande Astensione Politica di Massa.  Perciò, invitiamo alla mobilitazione anche i genitori!

Bagheria, 14/ottobre/2010

Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: MAFIA, SILENZI, OMERTA’? INCOMPATIBILI COI VANGELI E CON LA COSTITUZIONE DEMOCRATICA!

11 Ottobre 2010 3 commenti

Un libro da avere sotto il cuscino: Isaia Sales: "I PRETI E I MAFIOSI"

Un libro da avere sotto il cuscino: Isaia Sales: "I PRETI E I MAFIOSI"

TERZA PARTE

 

Ratzinger a Palermo, il 3 ottobre 2010, ha detto: “Non cedete alla suggestione della mafia che  è una strada di morte, incompatibile col Vangelo.” Ha forse parlato contro quei preti che hanno assistito nei loro rifugi eccellenti mafiosi? Ha con lo stesso furore con cui defenestrava dalla Chiesa i Teologi della Liberazione, per fare un solo esempio, scomunicato qualche mafioso? E poi dire che la mafia è incompatibile con il Vangelo non è certo fare la rivoluzione: è ribadire un concetto elementare scontato. Ma una indefinita “strada di morte” coi Vangeli è, invece, del tutto compatibile. E’ la morte, infatti, un aspetto della vita: e di quest’aspetto la religione dovrebbe occuparsi. E cosa si vuol dire nell’affermare che “non bisogna avere paura della criminalità organizzata”? Il problema è capire di quale “criminalità organizzata” si sta parlando. Di quali silenzi che l’alimentano e di quali omertà più o meno legate a ritualità iniziatiche che ingrandiscono il potere delle varie criminalità organizzate, laiche o religiose, su questa terra. E allora? Riprendiamo il discorso da dove lo avevamo lasciato. Corrado Augias nel suo libro “I Segreti del Vaticano” (edito da Mondadori) mette in evidenza il più che decennale silenzio adottato dalla Santa Sede nei confronti dei preti pedofili. Scrive infatti: “Del resto, la cosiddetta sollicitatio ad turpia (molestie sessuali durante la confessione) è stata, fin dal Cinquecento, un incubo per la Chiesa, tale era il numero di sacerdoti che si macchiavano di questo delitto (e peccato). Nelle prime reazioni le autorità vaticane hanno parlato di attacco al pontefice, addirittura di complotto, mentre veniva sfumato l’aspetto più grave, e cioè che le accuse riguardavano  sì le migliaia di casi di abusi su minori (alcuni dei quali handicappati), ma anche la copertura e il silenzio che le gerarchie e la stessa Congregazione per la dottrina della fede (ex Sant’Uffizio), presieduta per un quarto di secolo dall’allora cardinale Ratzinger, hanno opposto a ogni serio tentativo di indagine.” (Op. cit. pp. 358-359).

   Alla luce di queste affermazioni, come percepire da parte nostra quando a pagina 361 dello stesso libro Augias afferma: “Con ancora maggiore energia, Benedetto XVI ha ordinato di commissariare i Legionari di Cristo, organizzazione fondata da Marcial Maciel Degollado (1920- 2008), prete di origini messicane protetto da Giovanni Paolo II e che papa Ratzinger aveva invece rimosso dal servizio attivo nel 2006, ordinandogli preghiera e penitenza. In una nota ufficiale del 1° maggio 2010, il pontefice lo ha giudicato colpevole di veri delitti e di aver condotto una vita priva di scrupoli.” Ma dov’è finita l’intelligenza di Augias? Perché omette di ricordare che Degollado era pure amico di Ratzinger e che questi, da prefetto della Sacra Congregazione, in pratica fino al 2005, al pari di Wojtyla, contribuì ad insabbiare i crimini legati agli abusi sessuali di Degollado? Forse dobbiamo percepire Augias come una specie di Bruno Vespa di sinistra? Noi abbiamo capito come da ora in poi ci dobbiamo comportare nei confronti di ciò che Augias scrive e che atteggiamento assumere davanti ai suoi libri: lasciarli riposti in libreria! Ci si chiede: è ignoranza, distrazione o prostrazione? Del resto, i miliardi di euro che diamo al Vaticano (il matematico Piergiorgio Odifreddi arriva a una cifra finale di 9 miliardi di euro all’anno, dunque l’equivalente ad una finanziaria del nostro Stato; il che vuol dire che la Chiesa cattolica, non eletta dal popolo e non sottoposta ai vincoli della democrazia, costa agli Italiani più di tutto il sistema politico) non sono atti politici voluti dalla Destra, dalla Sinistra e dal Centro, tranne i Radicali e qualche altra rara eccezione?

   Più coraggiosa e lucida l’analisi dello storico Eric Frattini. Questi nel suo libro “I papi e il sesso” ( PONTE ALLE GRAZIE  editore) scrive: “Giovanni XXIII passò alla storia per aver convocato il rivoluzionario Concilio vaticano II e non per l’approvazione del documento Crimen sollicitationis (crimine di provocazione), redatto dalla Sacra congregazione del Sant’Uffizio il 16 marzo 1962, sotto la direzione del cardinale Alfredo Ottaviani, e ratificato dal pontefice. Il documento stabiliva i provvedimenti da adottare nel caso in cui un religioso, un sacerdote o un vescovo, fosse stato accusato di approcci sessuali con i fedeli durante la confessione. (…) Nel documento si diceva che se un sacerdote era denunciato per aver chiesto favori sessuali al fedele durante la confessione, coloro che indagavano sui fatti erano tenuti al più stretto segreto […], su ogni cosa appresa e con chiunque, pena la scomunica […] [sic]. Curiosamente, la minaccia di scomunica era rivolta sia al confessore che aveva tentato l’approccio sessuale sia al fedele che subiva l’avance durante il sacramento. (…) La Conferenza episcopale degli Stati Uniti, la più colpita dagli scandali dei casi di pedofilia, affermava: -Il documento del 1962 non ha rilevanza nel diritto civile e non vieta la denuncia per un reato civile.

(…) L’Associazione statunitense degli avvocati, attraverso la portavoce Carmen Durso, replicò ai vescovi seccamente: -Qualifichiamo il documento come un programma per occultare gli abusi sessuali. (…) Daniel Shea, un altro avvocato di Houston impegnato nella difesa delle vittime di abusi sessuali da parte di religiosi, dichiarò allora: -Il documento prova che esisteva una cospirazione internazionale della Chiesa cattolica per mettere a tacere qualsiasi abuso sessuale. Si tratta di un tentativo sleale di occultare condotte criminali e di un’autorizzazione da parte della Chiesa, con il permesso del papa [Giovanni XXIII], all’imbroglio e al favoreggiamento. (…) L’avvocato Richard Scorer, che difendeva le vittime di casi di pedofilia commessi da sacerdoti in Inghilterra, scriveva: -Il documento è una bomba. Sempre abbiamo sospettato che la Chiesa cattolica occultasse sistematicamente gli abusi e cercasse di far tacere le vittime. Questo testo lo dimostra chiaramente. Minacciare con la scomunica chi parla dimostra che i massimi responsabili del Vaticano [Giovanni XXIII e il cardinale Alfredo Ottaviani] si prepararono per impedire che le informazioni divenissero di dominio pubblico.”  (…) Diversi esperti di diritto canonico, dopo aver analizzato il documento, affermarono: - E’ [il documento]certamente indicativo di un’ossessione patologica della Chiesa cattolica per il segreto, anche se non rappresenta di per sé una pistola fumante. Ad ogni modo, ha rappresentato l’instaurazione di una politica continua per occultare a qualunque costo i crimini commessi dal clero. Ci sono troppi rapporti autenticati di vittime che sono state costrette al silenzio dalle autorità ecclesiastiche. Non è possibile, pertanto, considerare tali intimidazioni un’eccezione e non la norma. (Op. cit. pp. 344-345-346-347-348).

   Eric Frattini così commenta: “Alla fine del 1962, anno in cui Giovanni XXIII ratificò il Crimen sollicitationis che  imponeva il silenzio a tutti coloro che all’interno della Chiesa cattolica erano coinvolti in casi di abuso sessuale, il pontefice seppe di essere malato di cancro. Morì il 3 giugno 1963, all’età di ottantadue anni. Il cosiddetto Papa buono con quel documento del 1962 aveva dato patente di corso a tutti i religiosi pedofili, che avrebbero potuto continuare ad abusare di vittime innocenti protetti dal segreto e oscuro manto della Chiesa cattolica, tessuto dall’intransigente cardinale Alfredo Ottaviani e da papa Giovanni XXIII.” (Op. cit. p. 348).

   Che faranno i successori Paolo VI, Giovanni Paolo I, Wojtyla e Ratzinger? Semplice: lasceranno in vigore il Crimen Sollicitationis del 1962!  Scrive il cattolico Eric Frattini: “Per quanto riguarda la pedofilia, il triunvirato costituito da Giovanni Paolo II, e dai cardinali Ratzinger e Tarcisio Bertone, rispettivamente prefetto e viceprefetto della Congregazione per la dottrina della fede, adottò un’autentica politica di contenimento per i casi in cui erano implicati sacerdoti. I tre consideravano la pedofilia un problema da nascondere, in cui i colpevoli dovevano essere protetti ad ogni costo, senza preoccuparsi di prestare assistenza alle vittime. (…) Curiosamente, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, sempre propensi a dare la propria opinione su tutto quanto di umano e di divino accadeva, non pronunciarono mai un discorso né lanciarono mai un messaggio sul possibile legame tra l’obbligo dei sacerdoti a rispettare la castità ecclesiastica e la tendenza di molti di loro ad abusare di bambini. Davvero curioso.” (Op. cit. p. 367). 

   Scrive ancora Frattini: “Il 18 maggio 2001, Ratzinger e Bertone inviarono dal Sant’Uffizio alle gerarchie ecclesiastiche sparse per il mondo una lettera in latino, in cui si davano ordini perentori e precisi su come affrontare i delitti più gravi commessi dai propri membri contro la morale e la celebrazione dei sacramenti, cioè la pedofilia. La lettera era protetta dal segreto pontificio. Ratzinger e Bertone spiegavano che questi delitti sono di competenza del tribunale apostolico della Congregazione per la dottrina della fede; che, se un superiore viene a conoscenza di un delitto, deve comunicarlo alla Congregazione; che, nel caso in cui la Congregazione non abbia preso nessun provvedimento, il superiore è autorizzato a gestire il caso come ritiene più opportuno; (…) che tutti i casi di pedofilia devono essere protetti dal segreto pontificio e di conseguenza tutte le risoluzioni devono rimanere segrete; che i delitti di pedofilia in cui sono coinvolti dei sacerdoti devono rimanere segreti ed essere giudicati rigorosamente solo in un processo interno; infine, che chiunque viola il segreto pontificio sarà sospeso a divinis.  Che succede allora con il pedofilo? La Chiesa o l’autorità ecclesiastica competente deve denunciare i fatti alla polizia? Assolutamente no. Un altro punto davvero delicato per Ratzinger era una disposizione inclusa nel testo, che diceva: -Si deve notare che l’azione criminale circa i delitti riservati alla Congregazione per la dottrina della fede si estingue per prescrizione in dieci anni. […] Ma in un delitto con un minore commesso da un chierico comincia a decorrere dal giorno in cui il minore ha compiuto il diciottesimo anno di età. Come dire che il delitto di pedofilia si prescrive, secondo il prefetto Ratzinger, quando la vittima dell’abuso compie ventotto anni. (…) Daniel Shea, avvocato di Houston, difensore delle vittime di abusi commessi da sacerdoti, presentò una denuncia al tribunale federale per ostruzione alla giustizia. Joseph Ratzinger doveva presentarsi per rispondere alle accuse, ma il cardinale era già divenuto Sommo Pontefice di Roma e capo dello Stato della Santa Sede.” (Op. cit. pp. 367-368). Forse a Palermo, domenica 3 ottobre 2010, ha detto che si sarebbe presentato a deporre presso il tribunale di Houston interrogato dall’avvocato Daniel Shea? Come avrebbero avuto forza evangelica le sue parole! Le sue ultime parole contro i preti pedofili, sì quelle degli ultimi mesi, quelle che dicono di consegnare i preti che abusano dei minori alla magistratura e alla giustizia. Ci aspettavamo un rivoluzionario esempio!

   Ma chi è Ratzinger? E cosa lo distingue da Wojtyla? Come si sa, a 16 anni faceva parte della Gioventù hitleriana e nel 1945 poté assistere all’arrivo degli americani in Germania. Nota Eric Frattini: “Da quel momento, non spese una sola parola su Dachau, sui lavoratori schiavizzati, sulla liberazione di Auscwitz, sulla persecuzione di cittadini tedeschi o sul programma di eutanasia portato a termine dai nazisti. Solo nel 1993, durante un’intervista al Time, l’ancora cardinale Ratzinger spiegava: -Ricordo di aver visto alcuni lavoratori schiavi provenienti da Dachau mente prestavo servizio alla BMW e di avere assistito all’uccisione di ebrei ungheresi.

Però! Ci sono voluti quarantotto anni per far ritornare la memoria al futuro papa!” (Op. cit. p. 377).

   In che cosa si differenziavano i punti di vista dottrinali di Wojtyla da quelli di Ratzinger? Robert Weakland, arcivescovo di Milwaukee e biografo di Wojtyla nota: “Non saprei distinguere tra ciò che dice Giovanni Paolo II e ciò che dice Ratzinger.” Conclude Frattini: “Molte persone che lavoravano insieme al prefetto tedesco lo definiscono: Un inquisitore fermo e spietato, ma gentile e dialogante nei modi, che contribuì in maniera decisiva a ridisegnare (o restaurare) la geografia politica romana attraverso l’individuazione dei teologi da bloccare, condannare, emarginare o ricondurre nel grembo materno. […] Verso le voci più progressiste fu, viceversa, intransigente e implacabile. Durante la sua guida, la scure della Congregazione si abbatté su un numero di persone abbastanza impressionante, facendo piazza pulita di ogni dissenso sinistrorso.” (Op. cit. p. 378). Se, decenni prima,  avesse proceduto contro i preti pedofili con la stessa rapidità usata contro i dissidenti interni, oggi, non apparirebbe all’occhio del mondo quel Santo Padre che viene opportunisticamente percepito dai vari Augias o Vendola o commentatori privi di memoria?

   E come spiegare l’ossessionante omofobia di Ratzinger? Ha forse paura dello specchio-verità dentro il quale la sua “casta” identità sessuale potrebbe frantumarsi? Dalle mie parti si dice: “U caliaru soccu avi abbannia” (“il venditore di ceci abbrustoliti ciò che ha bandisce ad alta voce”).  Ha forse manifestato lo steso accanimento nel condannare i misfatti finanziari dello IOR, definito “lavanderia di denaro sporco”? Nota giustamente Eric Frattini: “Per Benedetto XVI il matrimonio è sinonimo di ordine, mentre l’omosessualità  e le coppie di fatto equivalgono al disordine. Ma sarebbe opportuno chiedersi: che penserebbero Bonifacio III, Sergio II, Giovanni VIII, Romano, Benedetto IV, Landone, Giovanni XI, Giovanni XII, Benedetto IX, Bonifacio VIII, Urbano VI, Pio II, Sisto IV, Innocenzo VIII, Alessandro VI, Giulio II, Leone X, Clemente VII, Paolo III, Giulio III,  e Paolo VI, tutti pontefici dichiaratamente o presumibilmente omosessuali, dell’opinione di Benedetto XVI? Forse dovremmo chiederci, come già ha fatto lo scrittore inglese George Bernard Shaw: -Perché dovremmo seguire i consigli del Papa sul sesso? Non dovrebbe sapere niente dell’argomento.” (Op. cit. pp. 385-386).

CHIESA, MAFIA E IRRISOLTA QUESTIONE MERIDIONALE

   E cosa hanno in comune Chiesa e Mafia? Ci convincono le seguenti riflessioni codificate da Isaia Sales nel suo bel libro “I Preti e la Mafia- Storia dei rapporti fra Mafia e Chiesa Cattolica”, edito nella collana SAGGI da B. C. Dalai. Riportiamo alcune riflessioni dello Storico della Criminalità Organizzata: “La Chiesa nel suo complesso non ha considerato le mafie e tutte le altre organizzazioni criminali come un nemico ideologico, come ha fatto per il liberalismo e il modernismo un tempo e il comunismo in epoca contemporanea. E non ha vietato ai mafiosi i sacramenti come ha fatto per i divorziati, gli abortisti e oggi per i propugnatori (a suo dire) dell’eutanasia.” (Op. cit. p. 16). E più avanti, con parole molto incisive ed acute, Sales afferma: “Dunque, se la mafia è un atteggiamento, una mentalità, una cultura diffusa, allora la Chiesa italiana e siciliana c’entrano, eccome. La Chiesa è stata una delle agenzie di formazione collettiva di mentalità e di senso comune più forte anche dello Stato e della famiglia. E se è giusto dire che mafiosi non si nasce ma si diventa grazie ad una educazione mafiosa, la cultura cattolica non è estranea a questa formazione. Se la causa è, invece, la lunga storia dei processi economico-sociali relativi alla proprietà della terra e al suo controllo, la Chiesa c’entra essendo stata uno dei principali proprietari terrieri del Sud e della Sicilia e avendo fatto pienamente parte delle classi dirigenti locali che di quei rapporti produttivi erano i principali sostenitori e beneficiari. (…) Insomma, di fronte alla criminalità mafiosa la Chiesa cattolica ha mostrato tutta la sua inadeguatezza di struttura morale, di funzione di incivilimento, di dotazione di stabili anticorpi civili. La cultura cattolica e quella mafiosa convergono su di un punto: non riconoscono la supremazia dello Stato pur vivendoci abbarbicate. All’autorità statale non si deve obbedienza: mafie e Chiesa si muovono le une all’interno dello Stato pur restando a esso estranee, l’altra al di sopra di esso. Le une e l’altra come ordinamenti giuridici impermeabili. (…) Mafie e religione hanno avuto più di qualche sporadica occasione per riconoscersi simmetricamente come parti integranti di una mentalità comune che tende a considerare la morale come un autonomo contesto di valori e di tradizioni sociali da distinguere nettamente dal sistema delle prescrizioni dello Stato ovvero della legalità. (G.C. Marino). (…) Antistato o Stato nello Stato, le mafie hanno trovato un sostegno culturale nella Chiesa prima che vere e proprie contiguità e compromissioni. Mafie e religione, ciascuna com’è ovvio a diverso titolo,  sono espressione di una cultura premoderna, se non addirittura antimoderna, e hanno alimentato un costume che privilegia i rapporti e le istituzioni naturali, i legami di sangue e le amicizie, intimando una morale della rassegnazione, dell’ubbidienza, della complicità e dell’omertà, con tutto ciò che ne consegue per la riproduzione di comportamenti dominati dal familismo, dal padrinato, dal maschilismo. (G.C. Marino) Quasi una forma di giusnaturalismo fondato sul sangue, in cui la legge dell’onore, della famiglia, diventa un sistema chiuso impermeabile alle leggi del diritto positivo. (…) Ma al tempo stesso le mafie non temono la modernità. (S. Lupo). Al contrario della Chiesa.” (Op. cit. pp. 21-22-23).

   Di fronte a quanto abbiamo detto, viene lecito chiedersi: “Cosa è venuto a fare allora Ratzinger a Palermo il 3 ottobre 2010 ?” Non avrebbe fatto una degna rivoluzione cristiana se avesse annunciato al mondo di sciogliere lo IOR? E se avesse dato, come già abbiamo detto, la disponibilità di rinunciare all’immunità per andare a deporre nei tribunali di Houston? Ma a Palermo, noi crediamo, è venuto a fare solo ciò che gli è più congeniale, cioè il Papa, ossia il capo, il sovrano di uno stato estero. Tant’è che il “Giornale di Sicilia” del 3 ottobre 2010 lo ha accolto con un non firmato “editoriale del sorriso”,  cioè un articolo di benvenuto con gli accenti tipici di chi saluta e accoglie un leader politico. L’editoriale trionfalistico così si concludeva: “Oggi un Papa è di nuovo tra noi. Ciascuno gli dedichi un piccolo ma forte pensiero di novità.”  Con questi miei articoli, personalmente, ho pensato di farlo, anche se, probabilmente, queste mie idee non si sposano col tonitruante trionfalismo del giornale degli Ardizzone.

Bagheria, 11 ottobre 2010

Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: BELGRADO, I CLERICO-NAZISTI OMOFOBI CONTRO IL GAY PRIDE. VIOLENTI SCONTRI CON LA POLIZIA!

10 Ottobre 2010 7 commenti
Belgrado, un momento del gay pride di oggi, domenica 10 settembre 2010

Belgrado, un momento del gay pride di oggi, domenica 10 settembre 2010

Scontri nel centro di Belgrado tra la polizia e fanatici militanti dei gruppi di ultra-destra che hanno protestato contro lo svolgimento del Gay Pride organizzato in Serbia. Oltre 500 persone hanno partecipato al raduno dell’orgoglio omosessuale durato circa 15 minuti e  svoltosi sotto la protezione di oltre  cinquemila agenti di sicurezza in assetto antisommossa. I nazionalisti clerico-nazisti omofobi armati di mattoni, bottiglie molotov e fumogeni hanno devastato parte della sede del Partito Democratico del presidente serbo Boris Tadic, l’ingresso della sede della televisione di Stato Rts e la sede del partito Socialista del ministro degli Interni Ivica Dacic. Hanno tentato di fare incursione nella zona blindata della città scontrandosi con le forze speciali di polizia, che hanno risposto lanciando lacrimogeni. Il bilancio è finora di oltre 120 feriti e, di questi, oltre 100 sono poliziotti. Decine gli arresti, compresi due omofobi che sono riusciti a penetrare nella sede del parlamento.

   Noi ringraziamo le forze di polizia di Belgrado e il democratico presidente serbo Boris Tadic per il loro civile impegno in difesa delle minoranze che vogliono esprimere il proprio pensiero sessuale. E invitiamo questi nazisti omofobi a curarsi in centri psichiatrici deputati a trattare le loro turbe psichiche: sono esseri davvero mostruosi e antidemocratici. La nostra solidarietà ai poliziotti feriti. La difesa delle minoranze rivela il livello di democrazia che caratterizza uno Stato civile.

Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: LA CHIESA DI RATZINGER, LA MAFIA E I PROFESSIONISTI DELL’OMERTA’

8 Ottobre 2010 1 commento

Seconda Puntata

Dove eravamo rimasti? Già: i Legionari di Cristo, padre Degollado, il silenzio della Chiesa di Ratzinger per oltre due decenni. Ma riprendiamo il racconto spezzato.

4 gennaio 2001, Piazza San Pietro, Wojtyla presenziò alla solenne celebrazione del 60° anniversario della fondazione della Legione. C’era una folla di circa 20.000 persone. Scrivono i Discepoli di Verità nel libro “I peccati di papa Wojtyla”:- Wojtyla disse: “Saluto con particolare affetto il vostro carissimo fondatore, padre Marcial Maciel, al quale porgo vive felicitazioni per questo significativo appuntamento, ringraziandolo cordialmente per le parole che, a nome di tutti, ha voluto rivolgermi.” ( pagina 385, KAOS EDIZIONI).

   Va ricordato che Ratzinger dal 1981 era a capo della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede. Quindi grande alleato di Wojtyla.

   18 maggio 2001, Wojtyla firmò il decreto che conferiva alla Congregazione per la Dottrina della Fede la competenza primaria per tutti i casi di pedofilia che coinvolgevano religiosi.

Il 17 marzo 2002, Wojtyla, in una missiva ai sacerdoti in vista del Giovedì Santo, accennò alla dilagante piaga degli abusi sessuali. Riportiamone alcuni stralci dal libro citato: “In quanto sacerdoti, noi siamo personalmente scossi nel profondo dai peccati di alcuni nostri fratelli che hanno tradito la grazia ricevuta con l’Ordinazione, cedendo anche alle peggiori manifestazioni del mysterium iniquitatis che opera nel mondo. Sorgono così scandali gravi, con la conseguenza di gettare una pesante ombra di sospetto su tutti gli altri benemeriti sacerdoti, che svolgono il loro ministero con onestà e coerenza, e talora con eroica carità”. (Op. cit. p. 385). E’ forse, questa, doppiezza di stampo stalinista? Chi mette in dubbio l’eroica carità di molti preti che vivono alla lettera lo spirito dei Vangeli? Ma chi li voleva omertosi nei casi manifesti di altri preti che abusavano di minori? Forse mio nonno? O lo stesso Wojtyla e Ratzinger? E altri gerarchi vaticani prima di loro e in altri tempi?

   E avvenne che monsignor Juliusz Paetz, vescovo di Poznam, rassegnò le dimissioni: era accusato di avere abusato di alcuni seminaristi nel corso degli anni Ottanta. Monsignor Paetz aveva fatto parte del “clan polacco”, cioè degli uomini vicino a Wojtyla, capeggiati dal segretario del papa, monsignor Stanislaw Dziwisz: che amicizie con prelati pedofili aveva Wojtyla! Forse le sue ossessive condanne contro l’omosessualità gli servivano come tragici “motti di non-spirito” per allontanare moralmente da sé ogni terribile complicità o sospetto? Bastava che consegnasse alla giustizia i suoi “protetti amici” pedofili e forse gli omosessuali di tutto il mondo non avrebbero sentito insane parole omofobiche a loro danno. E il bello era che definiva le pratiche omosessuali “moralmente disoneste”; non sarebbe stato meglio dire che se qualcosa di “moralmente disonesto” c’era era solo l’omertà con cui si proteggevano gli amici prelati pedofili?  Forse con qualche Ragion di Stato. E di questa omertà, dopo quanto abbiamo detto, poteva essere estranea la persona dell’allora cardinale Ratzinger? Ed ecco che, nel giugno del 2002, José Barba-Martín, uno degli accusatori di padre Maciel, scrisse un memoriale per la rivista americana “Prometeo”. Ma non venne pubblicato. Il memoriale era intitolato “Le ragioni del mio silenzio”. Ne riportiamo alcuni brani, sempre dal libro citato, perché da questa terribile testimonianza si evince come nella persona umana si possa costruire una “forma mentis” omertosa gradita ai gerarchi: “I nostri studi umanistici ci avevano reso familiare il glorioso concetto di amicizia espresso da Cicerone, ma da quel momento ogni forma di amicizia personale era severamente proibita. (…) Meno di un anno dopo la mia entrata nel Collegio Massimo di Roma, padre Maciel, superiore generale e fondatore, abusò sessualmente di me in due distinte occasioni. Ho descritto nel dettaglio quello che ho subito  in una testimonianza scritta che ho depositato presso un notaio. Solo in tempi successivi mi sono reso conto che se fossimo stati meno ingenui e docili avremmo potuto capire le vere ragioni di quelle regole del silenzio e dell’isolamento. Se fossimo stati psicologicamente attrezzati, avremmo potuto raccontare agli altri studenti quello che accadeva nel nostro collegio, e forse quelli, a loro volta, avrebbero avvertito i loro superiori o le autorità vaticane… La legge canonica non permette ai religiosi di scegliersi propri confessori personali, e nemmeno preti all’esterno della propria comunità. Oltretutto, ci era stato ripetuto molte volte  -e lo hanno ribadito ancora di recente numerosi vescovi messicani- che i panni sporchi si lavano in famiglia. (…) Niente ci apparteneva: non eravamo padroni delle nostre parole, e col tempo non lo fummo più nemmeno dei nostri pensieri… (…) Non ho mai visto padre Maciel stare in silenzio, non l’ho mai visto pregare raccolto in uno spazio consacrato. Quando ero a Roma l’ho visto celebrare messa solo raramente. ‘Non dire niente della mia malattia né a padre [Rafael] Arumi né a padre [Antonio] Lagoa’, ricordo che mi disse dopo essersi masturbato per la prima volta, con la costrizione  e contro la mia volontà, addosso alle mie parti intime.  Da quel momento, per parte mia, ho cominciato a vivere il silenzio dell’innocente, e ho cominciato a lasciarmi morire lentamente come se fossi in ansiosa attesa di un silenzio ancora più assoluto. Il silenzio che astutamente ci avevano insegnato diventò il primo di una serie di silenzi imposti. (…) Ci venne sempre detto di rimettere tutto nelle mani di Dio. Altri ci consigliarono di chiudere le nostre testimonianze dentro buste sigillate, da aprirsi solo dopo la morte di padre Maciel: abbiamo rifiutato perché volevamo affrontarlo a viso aperto, e volevamo che avesse la possibilità di difendersi. Gli uomini di Chiesa hanno sempre invocato la segretezza. In questo modo loro possono controllare tanto i discorsi quanto i silenzi. A metà novembre del 1956, quando fummo interrogati a Roma nel corso dell’inchiesta su Maciel, dopo avere testimoniato la verità ci costrinsero a giurare che non avremmo rivelato niente all’esterno. Ognuno di noi  ci aveva messo parecchio tempo a scoprire che anche altri erano stati violentati, così restavamo in silenzio perché eravamo tutti vincolati al giuramento. (…) Il Vaticano è così preoccupato della purezza della fede che sembra ignorare la purezza delle azioni. Lo stesso Ratzinger, secondo il coraggioso rapporto di padre Alberto Athié, disse al vescovo di Coatzacoalcos, monsignor Carlos Talavera Ramírez, che il silenzio era necessario  nel delicato caso di padre Marcial Maciel. Noi ex legionari abbiamo dovuto assumerci anche il peso di altri silenzi: dei parenti che ci hanno ignorato, dei compagni di sventura che ci hanno allontanato, degli amici che sono spariti, dei vecchi compagni che ci hanno evitato. (…) Loro si ritenevano impegnati a combattere contro il comunismo, la teologia della liberazione, la new age… per entrare nelle grazie del Papa in carica. Quei confratelli… sono rimasti prigionieri di altri spiriti maligni, e sono afflitti da una mortale tristezza. (…) Altri silenzi sono motivo di indignazione: il silenzio di chi sta al vertice, di coloro che hanno qualcosa da perdere. In questo è compreso il silenzio ad intermittenza di alcuni rappresentanti dei media, dominati da vari interessi e poteri. [Come non pensare a quelle decine di pagine dedicate al viaggio del papa del 3 ottobre a Palermo dal “Giornale di Sicilia? La stessa Repubblica si è limitata a riferire le ingiustizie subite  dalla libreria AltroQuando da parte della Digos per avere esposto uno striscione con la frase “Io amo Milingo”; non è forse questa Italietta asservita alla “piovra vaticana” per citare il titolo di un libro di Pippo Guerrieri!? NDR]. Siamo sconvolti da un altro silenzio, che non potremo dimenticare. Il doloroso silenzio del Papa, il quale sembra soffrire del vecchio male diplomatico dell’ambiguità, poiché dice due cose diverse nello stesso momento [Non è Ratzinger degno erede di Wojtyla?].  (Op. cit. pp. 386-387-388-389-390).

   Citiamo ancora i discepoli di Verità: “Intanto il cardinale-prefetto Ratzinger, per conto di papa Wojtyla, faceva il pompiere. Mentre gli scandali dei preti pedofili si susseguivano a catena  -negli Stati Uniti così come in Europa -  il futuro Benedetto XVI applicava la linea wojtyliana insabbiando, ignorando, minimizzando il problema.” (Op. cit. p. 390).  E’ questa… puttana diplomazia o Santissima Omertà, sovrano Ratzinger, che indichi il male nella criminalità organizzata? Ma quale Alta Criminalità non è organizzata? Dal punto di vista teleologico (e non teologico!) le varie omertà cosa hanno in comune? Forse i legami con la divina finanza e il mafioso Potere? Che ne sanno e cosa possono ricordare i cittadini (e i cittadini fedeli) di Marcinkus e dei meandri dello IOR? E di Sindona e Calvi?  Le persone ricordano a malapena quanti euro hanno dentro le loro tasche! D’altra parte se circa 200.000 persone erano al Foro Italico (ci manca il numero della polizia, come mai?, forse 20.000?) è certo comunque che milioni di persone di Palermo e provincia sono rimaste nelle loro case o hanno lasciato la città. Ma come? non siamo un paese col quasi cento per cento di cattolici, o giù di lì?  Personalmente avevo fra le braccia un manifesto “malvivente” da consolare: e vedevo, in Lui, davvero il volto degli angeli e  di Dio! Come è bello lasciare altrove impostori e Professionisti dell’Omertà!

   4 dicembre 2002, Ratzinger affermò: “Nella Chiesa, i preti sono anche peccatori. Ma sono convinto che la presenza costante nella stampa dei peccati dei preti cattolici, specialmente negli Stati Uniti, è una campagna pianificata, dal momento che la percentuale di questi abusi fra i preti non è più alta che in altre categorie, e forse persino più bassa.” (Op. cit. p. 390: si riporta un articolo apparso sulla “Stampa” il 5 dicembre 2002). Che finezza politica! Ma se i volti dei prelati occupano i nostri mass-media più del nostro capo di Stato! Non è questa pianificazione politica da parte del potere clericale e vaticano?

   30 novembre 2004, Giovanni Paolo II [non vedeva, non sentiva, non ne parlava], nonostante le denunce contro padre Maciel, celebrò il 60°  anniversario di ordinazione sacerdotale di Degollado. Disse: “Sono lieto di incontrarmi con tutti voi, nel clima di gioia e di riconoscenza al Signore per il sessantesimo anniversario dell’Ordinazione sacerdotale di padre Marcial Maciel Degollado, il fondatore e Superiore generale della vostra giovane e benemerita Famiglia religiosa… Va innanzitutto al caro padre Maciel il mio affettuoso saluto, che volentieri accompagno con i più cordiali auspici per un ministero sacerdotale colmo di doni dello Spirito Santo…”. (Op. cit. p. 391).

   Wojtyla benediva i Legionari e fece a padre Maciel il seguente regalo: affidò alla Legione la cura e la gestione amministrativa  del prestigioso  Pontificio istituto “Notre Dame of Jerusalem Center” a Gerusalemme. Col passar del tempo Wojtyla diveniva più infermo,  nelle sue ultime uscite appariva sempre più agonizzante e… defunse il 2 aprile 2005. Commentano i Discepoli di Verità: “Le precarie condizioni di salute del Papa polacco permisero al cardinale Ratzinger di compiacere a dovere l’Opus Dei in vista del Conclave: infatti la Congregazione dottrinale  riattivò l’inchiesta, insabbiata da anni, a carico di padre Maciel. La scaltra mossa del cardinale-prefetto Ratzinger faceva parte della trattativa di potere relativa alla sua elezione al trono papale.” (Op. cit. p. 391).

   Febbraio 2005, prima parte della commedia: Degollado (85 anni) rinunciò alla rielezione, lasciando la poltrona di superiore generale della congregazione al suo giovane delfino, padre Alvaro Corcuera Martinez del Rio (47 anni).

   19 aprile 2005, dal Conclave esce papa Ratzinger col nome di Benedetto XVI. Questi, nel maggio successivo (sempre 2005), nomina prefetto della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede l’amico cardinale William J. Levada. E solo il 19 maggio 2006, un anno dopo, la sala stampa della Santa Sede diramò un comunicato “in riferimento a notizie diffuse circa la persona del Fondatore dei Legionari di Cristo, padre Marcial Maciel Degollado”. Vi si poteva leggere: “A partire dal 1998, la Congregazione per la dottrina della fede ricevette accuse, già in parte rese pubbliche, contro Marcial Maciel Degollado (…) per delitti riservati all’esclusiva competenza  del Dicastero. (…) Dopo aver sottomesso le risultanze dell’investigazione ad attento studio, la Congregazione per la dottrina della fede, sotto la guida del nuovo Prefetto, Sua Eminenza il Cardinale William Levada, ha deciso  -tenendo conto sia dell’età avanzata che della sua salute cagionevole-  di rinunciare ad un processo canonico e di invitare il Padre ad una vita riservata di preghiera e di penitenza, rinunciando ad ogni ministero pubblico. Il Santo Padre [Ratzinger] ha approvato queste decisioni.” (Op. cit. p. 392).

   Così commentano la decisione del cardinale Levada i Discepoli di Verità: “Uno dei più squallidi mercanteggiamenti di potere al vertice della chiesa di Roma aveva portato a questa invereconda conclusione, cominciata da Ratzinger come prefetto dottrinario di papa Wojtyla e completata come nuovo Pontefice. Questa mezza condanna  di padre Maciel aveva il triplice pregio di chiudere il caso senza clamori, di salvare la memoria di papa Wojtyla, e di accontentare l’Opus Dei senza mortificare la Legione di Cristo. Il tutto  a maggior gloria di Benedetto XVI, non più accusabile di connivenza con Giovanni Paolo II per le colpe di padre Maciel. Un doppio scandalo targato Ratzinger: l’accusato  di abusi sessuali su minori Maciel Degollado era stato condannato senza processo, ma la condanna era una barzelletta.” (Op. cit. pp. 392-393).

   Padre Antonio Roqueñi commentò: “E’ tutta una farsa, una simulazione.” E l’ex legionario vittima degli abusi José Barba-Martín disse: “Il Vaticano non ha voluto mettersi in urto con una potente congregazione internazionale che dà alla Chiesa un forte contributo economico. Padre Maciel non è stato processato perché il fondatore dei Legionari è al di sopra della legge come tutti i potenti.”(Op. cit. p. 394). Più duro il commento del sacerdote messicano Alberto Athié: “La Santa sede ha trattato con padre Maciel per affossare il processo, ha cioè negoziato con un criminale pedofilo colpevole di abusi su minori.” (p. 394). Chiudiamo con il commento del settimanale cattolico statunitense “National Catholic Reporter”: “[Padre Maciel]…figura imponente a livello internazionale, ha raccolto enormi somme di denaro, ha ottenuto il favore speciale di Giovanni Paolo II e di altri maggiorenti della gerarchia vaticana, e ha protestato la sua innocenza finché le prove non sono diventate schiaccianti. (…) La cecità di Giovanni Paolo II di fronte al cancro interno alla Chiesa (della pedofilia e degli abusi sessuali da parte dei sacerdoti [coinvolti]), e il suo rifiuto fino agli ultimi anni del suo regno di cogliere l’urgenza del problema, saranno visti come una grave pecca del pontificato wojtyliano… Il caso Maciel è l’esempio  più drammatico del fallimento dell’ultima fase del pontificato di Giovanni Paolo II.” (Op. cit. p 394).  E l’ultimo Ratzinger? Da mesi si è scatenato contro i preti pedofili e vuole che vengano consegnati alla giustizia. Chissà, in futuro, quanti ne saranno consegnati dalla Chiesa alla magistratura. Staremo a vedere, valuteremo gli eventi. Ma Ratzinger a Palermo che dice? Riportiamo da “Repubblica” del 4 ottobre 2010: “Non cedete alla suggestione della mafia che è una strada di morte, incompatibile con il Vangelo, come tante volte i vostri vescovi hanno detto.” Rivolto ai Siciliani: “Non bisogna avere paura della criminalità organizzata”. Forse averne è peccato? Solo che occorre capire bene di quale mafia si sta parlando. E di quali silenzi. E di quale omertà. Le parole di Ratzinger forse impensieriscono i mafiosi siciliani? Evitiamo di pensare al pirandelliano “Gioco delle Parti”: occorre riflettere e  cercare di capire.

Ma ci vuole una Terza Puntata: anch’essa sarà dirompente e certo da non perdere!

 

Bagheria, 08/10/10

Giuseppe Di Salvo