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GIUSEPPE DI SALVO: NEL CD “SANTO” I CANTI SACRI DI JUAN DIEGO FLÓREZ. LUMINOSITA’ NEL TIMBRO, RINFORZATO IL REGISTRO CENTRALE. NEL “MINUIT CRHÉTIENS” DI ADOLPHE ADAM LA RIVELAZIONE

28 Novembre 2010 8 commenti

Juan Diego Florez: tenore "Santo"!

Juan Diego Florez: tenore "Santo"!

LE TURBE PSICHICHE DEI CRISTIANI  CHE FALSIFICANO GLI ALTRUI TESTI

E’ cresciuto Juan Diego Flórez. Noi l’abbiamo conosciuto nel corso di un pomeriggio fortunato più di dieci anni fa: come si può dimenticare quel 25 maggio del 2000 al Teatro Massimo di Palermo?! Allora il tenore peruviano era un bel giovane di 27 anni ed era quasi sconosciuto al pubblico palermitano. Cantò in un teatro mezzo vuoto, ma conquistò subito i cuori dei pochi presenti, gli tributammo le meritate ovazioni e lui, generoso, concedeva bis senza stancarsi. Come dimenticare quei suoi canti peruviani che rivelavano al mondo il suo animo umile e una mente ben formata e dotta? Nato a Lima il 13 gennaio 1973, Juan Diego Flórez è coetaneo di Javier Zanetti, calciatore dell’Inter da circa 16 anni e nobile capitano della squadra milanese; ma Javier è nato a Buenos Aires, Argentina, il 10 agosto 1973. Se il tenore peruviano, più grande di Javier di circa sette mesi, ci incanta con l’emissione dei suoi famosi nove “Ut” (o do di petto, e non solo!) nel tentativo tutto scenico di conquistare la donizettiana  “Figlia del Reggimento” , l’argentino calciatore Javier ci ammalia con la palla al piede quando s’invola lungo le fasce dei vari campi sportivi per cercare di raggiungere la porta dei calciatori avversari, riuscendo spesso a sferrare mirabili assist: questi ultimi non sono altre forme di “acuti” tanto cari a Juan Diego, essendo il tenore, fra l’altro, dichiarato tifoso un po’ ansioso dell’Inter? Noi li amiamo entrambi: il primo è divenuto un grande tenore “leggero” (ma io preferisco chiamarlo in modo più aulico “tenore contraltino”), l’altro è ormai un celeberrimo centrocampista (ma sa fare anche altro con la palla al piede… sia come difensore sia come regista puro) dotato di un “dribbling” rapido, corporei scatti di forza che spesso lo spingono a macinare con inconsueta velocità decine di metri lungo le fasce dei campi sportivi. Uno eccelle per la sua gola, l’altro per le sue cosce muscolose ben tornite. Entrambi generosi  e dotati di accattivante e toccante umiltà. Sono corpi in movimento esposti alla nostra percezione. E gli organi sensoriali captano segni che nutrono il nostro spirito e la nostra mente. In quei due corpi, in quella rispettabile “materia umana” noi cogliamo ben altro: segni extrasensibili con le connotazioni del sacro. Esso genera forti emozioni e noi attiviamo la forza del nostro intelletto nel tentativo di decodificare sia i segni visivi sia quelli uditivi percepiti per cercare di comunicarli a quanti ci ascoltano in questo mondo. Precisiamo: non sempre le cose prodotte dagli animi sensibili sono espressioni del sacro. Ma spesso sì. Cosa c’è di sacro nell’Inter e in Zanetti in quest’ultimo periodo? Poco. Se non l’idea-ideale del gioco passato. Cosa ci poteva essere di “Spectacular” nel CD inciso da Juan Diego per la Decca nel giugno 2008? E nel suo “Rigoletto” di Dresda? Poco. Anche in questo caso una discutibile idea di canto che certo non si sposa con le nobili interpretazioni precedenti. E diciamolo chiaramente: noi amiamo le produzioni artistiche e ci importa assai poco se esse coincidono con le conseguenti operazioni legate alla propaganda e alle leggi del profitto e del mercato. Del resto a che servono le case discografiche? Forse all’offertorio? E meno male che esistono! L’importante è che prevalga il valore artistico dell’offerta culturale messa in commercio.

   Se oggi noi ritorniamo a parlare di Juan Diego Flórez (lo abbiamo fatto con affetto decine di volte anche con generose recensioni scritte   -basta digitare Juan Diego Flórez nel rettangolino di ricerca presente nel mio Blog per rendersene conto-), lo dobbiamo alla meraviglia che ha suscitato in noi il suo ultimo CD intitolato “Santo”  edito dalla Decca a fine novembre 2010. E il riferimento al calcio è solo una rossiniana “Pietra di paragone” per dire che anche il calcio, per chi scrive, è una nobile forma artistica da non sottovalutare. E spesso esso produce in noi le stesse emozioni che riceviamo dal canto e dalla musica.

   Ma dedichiamoci ora a questi canti sacri incisi da Juan Diego Flórez e alla meraviglia conoscitiva suscitata in noi. In questi canti noi percepiamo un’insolita attrazione: vi cogliamo una molteplicità di forme nel sentire la magia del divino che attraverso la musica si è impressa in ogni luogo e nella storia. Perché non utilizzare il concetto di “Trinità” per rendere meglio ciò che vogliamo dire? E citiamo, appunto, tre eventi musicali che in noi hanno destato la più che umana meraviglia che ci avvicina al sacro caro agli Dei di tutti i tempi.

   Andiamo in ordine:

   nel 1988 la casa discografica PHILIPS incise la “Misa Criolla”, la “Navidad en Verano” e la “Navidad Nuestra” di Ariel Ramirez (1921-2010) col grande tenore spagnolo José Carreras (il suo Kyrie è ricco di sfumature di grazia e di attente e curate emissioni che spingono l’ascoltatore all’abbraccio fraterno);

nel 1992, sempre la PHILIPS, pubblicò il “Récital de Noël” del dicembre 1990 a Notre Dame di Parigi della grandissima ed indimenticabile Jessye Norman [come dimenticare la sua magica interpretazione in lingua francese del “Repentir” di Charles Gounod (1818-1893) che mai voce umana, a nostro avviso, è riuscita ad eguagliare? Certo, potremmo rievocare anche i “Negro Spirituals incisi dalla Norman nel lontano 1979 o i Canti Sacri visitati per la Decca dalla Sutherland, dalla Tebaldi e da Leontyne Price, ma il discorso ci porterebbe altrove e lontani dalla selezionata “Trinità”]; e ora, novembre 2010, c’è questo CD della Decca intitolato “Santo” con ben 13 brani sacri incisi da Juan Diego Flórez che, sin dal primo ascolto, ci fanno venire la voglia di urlare per esternare tutta la nostra gioia. Lo si ascolti e si capisce subito come con questi suoi delicati mezzi canori (inseriti in più ricchi contesti sonori: pensiamo al coro e all’orchestra, e non solo) ci si avvicina d’un tratto al “Sacro”, al sentire del “Santo” davvero caro agli Dei. Ribadiamolo: non sono i soli eventi musicalmente magici quelli citati, ma per noi, per quanto riguarda i “Canti sacri”, essi rappresentato le colonne portanti nella storia del canto legato a questo genere.

   Juan Diego Flórez con questo CD ci mostra il suo bel volto maturo. Dicevamo, è cresciuto. Anche fisicamente lo troviamo un po’ cambiato. Si coglie ora il volto di un uomo. La linee mosse nella sua fronte svegliano in  noi connotati sensibili, ci attrae la sua espressione austera, anche se nel suo canto rileviamo la gioia della sua comunicazione. Personalmente, non lo vedo dall’autunno 2001, quando a Palermo ritornò per cantare, insieme a Daniela Barcellona, lo Stabat Mater di Gioacchino Rossini. Stavolta, a distanza di  più di un anno rispetto al maggio 2000, il Teatro Massimo era davvero stracolmo. Lo avevo ascoltato pure a Pesaro, estate 2001, nella “Donna del Lago” di Rossini. Ma è chiaro: è un tenore che seguo. Amo la sua voce, il suo canto e cerco di non perdermi nulla del suo percorso artistico. Mi comporto come un ideale amante fedele, gratificandolo nelle sue scelte, quasi sempre sensate e felici. E per una persona come me che della “non-fedeltà” ne ha fatto una necessità, un “modus vivendi” è tutto dire. Del resto, da irrequieto interista, non ho sempre cercato di mutare la mia “non-fedeltà” sessuale in fedeltà ideale per le espressioni artistiche che più amo, in primo piano musica, poesia e calcio compreso? La mia non è fedeltà “da letto”, ma certamente fedeltà da “diletto”: un saldo principio che genera ammirazione verso le espressioni geniali che non si possono non amare e alle quali non si può non rimanere legati per tutta la durata che ne determina il tempo. E cosa c’è in questi canti di Juan Diego Flórez di geniale? Semplice: la voce del tenore peruviano, ormai conosciuta in ogni parte del mondo, ci ridisegna con questi canti una linea di canto toccante e assi intimista; interpreta i 13 brani sacri con rinnovata eleganza espressiva davvero eccezionale; è come se ogni canto fosse stato dalla sua voce ricreato, rigenerato; li vive, li sente, li ha incisi al momento giusto della sua carriera e della sua vita. Chi non conosce “Panis Angelicus” di César Franck (1822-1890) o l’ “Ave Maria” di Franz Schubert (1799-1828) o “Adeste fidelis” di John Francis Wade (1711-1786) per citare i più famosi? O le storiche interpretazioni dei grandi tenori della storia umana: dall’Irlandese John McCormack (1884-1945) al peruviano Alejandro Granda  [(1898-1962) che nobile modello conterraneo per Juan Diego, il “Caruso del Perù”], per non parlare dell’italo-americano Sergio Franchi (1926-1990), dell’Americano di origini italiane Mario Lanza ( 1921-1959),  Alfredo Kraus (1927-1999),  Luciano Pavarotti (1935-2007), Placido Domingo, José Carreras, Roberto Alagna e numerosi altri? Ma ci sarebbero da citare anche le soprano Magda Olivero (lunga vita alla Signora!) e Renato Scotto. E allora? Cosa incanta in queste interpretazioni di Flórez? Una cosa semplice: la sua Grazia espressiva. Si coglie in essa la forza canora di un grande tenore che incarna la rivelazione dell’amore spirituale propria delle Anime Sante.

Cogliamo ciò in almeno tre brani del CD. Nell’ “Alleluia” di Johann Joseph Fux (1660-1741). In questo “Alleluia” dalle connotazioni barocche, Juan Diego è accompagnato dalla tromba barocca di Ulrich Stephan Breddermann. Qui il tenore sprigiona il suo vocalizzo d’incanto e ci rivela le sue convinzioni, e cioè che il canto “deve essere naturale”. Al pari dell’intimo sentire dei sentimenti religiosi. Il “sentire religioso” non può essere mai “ a priori”: saremmo “contro natura”! Il “sentire religioso” è intrinseco all’animo umano, è quindi un fatto naturale: non vuole guida di stregoni a sostegno di animi che si credono handicappati. L’abile direzione d’orchestra del pesarese Michele Mariotti aiuta perfettamente a fare esternare a Flórez il suo “canto naturale” e la sua connotazione religiosa davvero raccolta, delicata, striata da continue emissioni di grazia e da passione molto intimista. Flórez è da baciare quando ci rivela che il canto barocco è semplicemente “bel canto”. Ne sapeva qualcosa la grande signora Sutherland, l’indimenticabile Marilyn Horne. E oggi tutti dovremmo prendere lezioni dal grande controtenore  americano apertamente gay David Daniels: chi l’eguaglia oggi nell’interpretare George Frideric Häendel (1685-1759)? Juan Diego lo capisce e  rispolvera anche il canto barocco, certamente belcanto ante litteram tanto caro a famosi castrati; e nel CD di Flórez, oltre al citato e sconosciuto Fux, c’è anche “Häendel col brano inglese “Comfort ye… Every valley” tratto dal “Messiah”.  Con quale differenza? Semplice: il tenore contraltino con le sue emissioni naturali è il diretto erede del belcanto barocco emesso un tempo dai castrati, poi da famose mezzosoprani col timbro vocale caratterizzato da venature androgine (Horne ieri, Cecilia Bartoli oggi) e dai controtenori abili nel cantare le note acute in falsetto e nelle scorribande vocaliche che ammaliano.

E che dire dell’ interpretazione metà francese e metà inglese  da parte di Juan Diego Flórez del famoso “Minuit! Chrétiens” musicato da Adolphe Adam (1803-1856) nel 1847 su testo del poeta Placide Cappeau de Roquemaure (1808-1877), noto anche come “Cantique de Noël”,  poi tradotto in inglese nel 1855 dal critico americano John Sullivan Dwight (1813-1893) e ora riproposto nell’arrangiamento del compositore di musiche da film Douglas Gemley (1924-1998)? Qui il canto di Juan Diego è lacerante, il suo timbro è di una luminosità rara, il suo registro centrale ci si rivela rinforzato. Ma diciamo subito che noi avremmo preferito la sola originaria versione francese coi rivoluzionari versi in genere omessi, ma che noi riportiamo per il loro alto significato di eguaglianza sociale. Eccoli:

Le Rédempteur a brisé toute entrave,

La terre est libre et le ciel est ouvert

Il voit un frère où n’était qu’un esclave

L’amour unit ceux qu’enchaînait le fer,

Qui lui dira notre reconnaissance? ”

Chi era del resto Placide Cappeau de Roquemaure se non un convinto socialista aderente alle idee della Rivoluzione Francese? Era un vero Repubblicano anticlericale, e il suo poema di Natale ci innalza per la sua visione evangelica di eguaglianza espressa da un cristiano laico.

Nel testo inglese si noti la censura del verso “For the slave is our brother”, e cioè: “poiché lo schiavo è nostro fratello”. Minuit! Chrétiens” si dovrebbe cantare solo in francese: non verrebbe incontro alle stesse idee di eguaglianza sociale tanto care a Beethoven, musicista amato dal traduttore americano John Sullivan Dwight?! Ma quali diavoli danzano nella mente di certi cristiani che falsificano i testi? E qui una tiratina di orecchie a Juan Diego Flórez va pur fatta: perché non faceva una ricostruzione filologica del canto sacro musicato da Adam? Lo avrebbe certamente qualificato. E perché a ciò non ha pensato neanche il giovane direttore d’orchestra Michele Mariotti: come mai i giovani e bravi direttori si cullano nell’impostura e nell’abitudine? Gli altri brani? Sono tratti dal alcune messe di Rossini  [1792-1868 (“Domine Deus” dalla “Petite Messe solennelle” e il “Qui tollis” dalla “Messa di Gloria”)]; poi c’è un brano del “rossiniano”  Vincenzo Bellini (1801-1835), il “Qui sedes” dalla Mass in A minor: e ci troviamo innanzi la tessitura centrale rinvigorita di Juan Diego, il quale si comporta come un centravanti puro (ecco perché all’inizio citavamo il calciatore Zanetti!) che smista le note dove Juan Diego, in zona acuta, sa muoversi con spericolate fioriture e acrobazie  con una facilità già da noi ben conosciuta.

Dignitosa l’interpretazione tedesca del “Mit Würd’ und Hoheit angetan” tratto da “Die Schöpfung” (La Creazione) di Joseph Haydn (1732-1809). 

   Noi crediamo, però, che tutta la forza comunicativa ed espressiva dell’intero disco sia racchiusa nell’interpretazione magica che Juan Diego dà del “Kyrie” (in greco: “Oh Signore”, “Kyrie Eleison”, “Signore abbi pietà”) tratto dalla Misa Criolla composta da Ariel Ramirez nel 1964. Il compositore argentino l’ha costruito su due ritmi ancestrali andini: la “Vidala” e la “Baguala”. Si tratta di due forme espressive molto rappresentative della musica folklorica creola argentina. Juan Diego ama le sue origini andine e dà a questo “Kyrie” l’imprinting che distingue le anime nostalgiche: si coglie nel canto di Flórez una luminosa e matura espressione che si trasforma in aureola che cinge la testa del Santo. Siamo innanzi ad una interpretazione perfetta, davvero divina; è un insostituibile modello di grazia musicale e di delicatezza sonora col coro che fraseggia a bocca chiusa prima, ripetendo poi le parole della melodia intonata dal solista, un dolce canto pianissimo, in sordina; e con le percussioni che pulsano lievi come il battito di un cuore che s’immerge nella bellezza e nell’incanto dei ricordi. Sì, siamo innanzi al canto nostalgico legato alle proprie origini. Una specie di “Addio ai monti” musicale che strazia l’anima e che schiude l’accidentato processo verso la “Santità” che è una condizione umana e psicologica delle anime buone. Juan Diego lo è.

Ci si trova davvero innanzi al “Pane degli Angeli”, inno tanto sacro a San Tommaso d’Aquino. Alcune considerazioni: il Kyrie di Ramirez nella versione di Juan Diego Flórez dura 4 minuti e 29 secondi; nell’interpretazione di José Carreras (1988) appena 3 minuti e 49 secondi (quasi un minuto in meno); in altre interpretazioni tenorili (vedi Domingo) ancora meno, così del resto in alcune interpretazioni per voce da soprano. Ci sarà pure un motivo, considerate le agilità svettanti del nostro tenore contraltino che in genere spingono ad accelerare i tempi? Noi pensiamo che si tratti di un’opportuna scelta: il tempo dilatato è quello che serve alla contemplazione e siamo certi che nella sublime melodia di Ramirez, Juan Diego vede davvero il volto del Sacro e quello di Dio. Contemplazione e meditazione che sembrano rendere un doveroso omaggio alla recente scomparsa, a 88 anni, del compositore argentino: Ramirez, infatti, se n’è andato il 18 febbraio del 2010. Non è tutto ciò più di una “Rinascita”?

   Dalla bontà di Juan Diego, infine, e dal suo animo nobile origina il brano conclusivo del CD, “Santo” dallo stesso Flórez composto e che dà il titolo a questa raccolta di canti sacri. E’ il momento culminante e conferma in pieno le nostre impressioni. Questa sua breve composizione per coro e voce solista, chitarra e altri strumenti musicali peruviani tanto cari a Juan Diego,  dura appena 3 minuti e 38 secondi; essa ci regala ritmi inconsulti, vocalizzi sfrenati come a liberare, divertendosi anche in lingua quechua, il dolore del suo animo legato alle origini peruviane. La “catena andina” è per Flórez non solo un grande rilievo della sua terra, ma rappresenta il suo legame con l’ethnos, con la sua cultura. E’ “Ethnos” che diviene “Ethos” e rivela il forte carattere del nostro tenore. Ed è proprio ciò che ce lo rende “Santo”. Questa sua passione ci accalda e, insieme, ci gela! E qui ci fermiamo. Incapaci di aggiungere altro.

Bagheria, 28 novembre 2010

Giuseppe Di Salvo

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JUAN DIEGO FLÓREZ: “SANTO”! FRA POCHE ORE LA DIVINA RECENSIONE DI GIUSEPPE DI SALVO DEL NUOVO CD COI CANTI SACRI DEL TENORE PERUVIANO

26 Novembre 2010 8 commenti

La Decca pubblica il nuovo CD dell’ormai apprezzato e amato a livello planetario tenore peruviano Juan Diego Flórez. Diciamo subito che si tratta di un evento editoriale davvero sacro. Mette l’aureola sulla testa di Juan Diego. Le sue interpretazioni dei più famosi canti sacri rivelano la magia intrinseca delle famose melodie divine. E’ un Diego vocalmente e fisicamente visibilmente cresciuto. Chi ama il bel canto non può perdere questo CD. E c’è una sorpresa (o forse più di una!): “Santo”! E’ lo stesso Flórez a proiettare la sua bellezza divina col canto e con… qualcos’altro. Di che si tratta? Fra poche ore la recensione cara agli Dei del nostro Giuseppe Di Salvo su questo Blog.

La Redazione del Blog

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GIUSEPPE DI SALVO: L’INTER VINCE 1-0 CONTRO IL TWENTE E RITROVA L’OSSIGENO. I CALCIATORI INTERISTI STRESSATI ASCOLTINO I CANTI SACRI DI JUAN DIEGO FLOREZ: SERVONO AI MUSCOLI E AL CERVELLO!

25 Novembre 2010 2 commenti
Esteban Cambiasso, contro il Twente è stato l'uomo partita.

Esteban Cambiasso, contro il Twente è stato l'uomo partita.

L’Inter con un bel gol di Cambiasso è tornata a vincere.  E passa agli ottavi. Si respira. Speriamo che attorno a Benitez tutti i calciatori trovino il fattivo legame che riporti l’Inter a livelli dignitosi. Questo ossigeno vale per Benitez e per tutti i calciatori dell’Inter  più di un’overdose di solo azoto. Diciamo subito che non è stata una passeggiata: gli Interisti in campo sono stati più incisivi rispetto alle settimane precedenti, ma hanno sprecato molto e corso alcuni rischi. Gli Olandesi, infatti, hanno creato alla squadra milanese non poche difficoltà. Ma nel gioco ci può stare, “nel gioco” e non nel “non gioco” o nel “gioco confuso”. E basta con questa storia degli infortuni. Si mettano i parafulmini. O le corna scaramantiche. Sappiamo da dove veniamo e non spetta a noi tifosi creare le condizioni ottimali per l’allenamento di questi campioni. E non crediamo neanche alla storia che gli atleti sono stati spremuti. Ci sono diversi tempi: quelli per il gioco e gli altri per il riposo. Noi sappiamo bene che in ogni calciatore interista c’è tanto cuore e contro il Twente è venuto fuori incarnando il volto dei veri signori del calcio italiano e internazionale.  Esteban ha suonato la carica. Si continui così. E si vada oltre le “crisi di nervi” che devono essere estranee a veri campioni. Consiglio a Benitez di fare ascoltare a tutta la squadra il nuovo CD,  “Santo”, di Juan Diego Florez,  grande tifoso interista e tenore di fama internazionale, appunto, che con le sue musiche sacre può temprare meglio di qualche allenamento i muscoli e il cervello dei nostri amati calciatori.

Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: IL CROLLO DELL’ INTER: BENITEZ, MORATTI E IL TANGO DELLE DICHIARAZIONI IPOCRITE

Addio, fiorito asil! che applausi!

Addio, fiorito asil! che applausi!

A Verona l’Inter perde 2-1 contro il Chievo. Gol di Pellissier e di Davide Moscardelli. La “perditite” interista s’incarna sempre più. E a noi non è stato difficile prevedere questa ulteriore sconfitta. Dov’è l’Inter? I 21 calciatori andati knock-out (o ko, come abbreviando si dice) per strani infortuni sembrano cantare: “Addio, sogni di gloria.” Coloro che entrano in campo, giovani o vecchi, non fanno altro che apparire svogliati, demotivati e pasticciano. Noi tifosi interisti assistiamo al ballo delle ipocrite dichiarazioni. Moratti scontento, Moratti che rinnova la fiducia al progetto di Benitez. Quale? Quello di rendere strampalata la nostra Gloriosa Squadra? Quest’ultimo sembra allenare pulcini e invalidi, ci ricorda gli zii di Sicilia che accompagnano mano nella mano i loro nipotini allo zoo. Ma lì vi trovano solo pochi animali di razza. E allora ecco le nostre certezze: Benitez non è in grado di allenare l’Inter e i calciatori dell’Inter sembrano comunicare con la loro inettitudine che non amano essere allenati da Benitez. Come mai? Non lo sappiamo. Possiamo solo intuirlo: non hanno accettato di essere rimasti senza  la guida di Mourinho. Benitez non è stato percepito come valido sostituto. E i calciatori dell’Inter farebbero meglio a dire la verità o a tacere ogni fine partita giocata male, invece di invitare i tifosi a sperare inutilmente in vista del prossimo incontro. Oggi Eto’o ha perso pure le staffe e ha colpito di testa un calciatore del Chievo, anche se ha realizzato un inutile e tardivo gol. Era l’unico, fino a due settimane fa, a tenere alto lo spirito atletico e combattivo dell’Inter. E ora? Quale giustificazione troverà Moratti? Forse ci dirà che tutti i calciatori dell’Inter sono stati colpiti da improvvise mestruazioni sì da non potere rendere come si deve? E che Benitez non aveva i pannolini pronti per tamponare la squadra stressata per queste improvvise perdite? E’ la peggiore Inter di questo ultimo lustro e certamente una delle peggiori Inter di tutti i tempi. Dopo la tredicesima giornata, cosa si aspetta ancora per un rinnovamento collettivo? Meno ipocrisia, dunque. E più dignità e gioco da offrire al calcio e ai preziosi tifosi.

 Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: RICORDARE JOAN SUTHERLAND, MARIA CALLAS, MICHELE LIZZI, CARLO FRANZINI SIGNIFICA RIEVOCARE VOCI E VOLTI MUSICALI LEGATI AL MIO PERSONALE VISSUTO

20 Novembre 2010 11 commenti
Joan Sutherland

Joan Sutherland

Negli anni Settanta, ma anche prima, giocavo coi miei coetanei ventenni, o giù di lì: consideravo i nostri corpi come strumenti musicali. Studiavo. Lavoravo. Devo la mia iniziazione musicale al mio istinto. E parlo di musica classica: Opere, Sinfonie. Ad ogni carezza associavo un tema musicale che non ero in grado di codificare, ma le melodie a bocca chiusa dal mio corpo svettavano non prive di accenti nostalgici, avevano il gusto delle cose perdute. Allora passavo intere serate ad aiutare le sorelle Paolina e Teresa Viscuso, tabaccheria in Piazza Madrice qui a Bagheria, a srotolare i pacchi di giornali che arrivavano, visto che lì si vendevano anche riviste e giornali. E talvolta aprivo fascicoli contenenti dischi con musiche di Rossini, Erik Satie e altri compositori. Li compravo e a casa li ascoltavo al giradischi. Era un linguaggio che non riusciva a penetrare nel mio animo, ma l’istinto mi spingeva a riascoltare attratto com’ero da quelle sonorità misteriose, ma che esercitavano in me un’incessante curiosità: capivo che dovevo capire. Del resto non amavo la musica leggera? E la Cinquetti quando cantava “Sera” o “Ho bisogno di vederti” o “Come una foglia”? Tutte canzoni belle e certo non popolari come “Non ho l’età per amarti” o “Dio come ti amo” scritta dal grande Modugno. E potrei continuare. Poi srotolando srotolando e aprendo sempre pacchi cominciai a scoprire anche le opere liriche divulgate dai Fratelli Fabbri Editori: bei cofanetti con i testi (e commenti critici) delle varie opere liriche più popolari con assai utili guide all’ascolto. E con cantanti interpreti non molto famosi, ma bravi. Come non rimanere incantati innanzi ad opere come “La Bohéme” di Puccini o “La Traviata”  o “Rigoletto” di Verdi ed altre opere popolari? E come si attuavano i miei processi di identificazione con le eroine in lotta per i loro amori e le loro passioni! Ma nel 1970 ho conosciuto un grande compositore siciliano di Agrigento, il maestro Michele Lizzi e, con lui, il mio innato istinto musicale doveva necessariamente incanalarsi negli ambiti conoscitivi: l’innata pulsione diveniva conoscenza e mi innamorai anche delle musiche di Michele Lizzi. Cominciai a frequentare il Teatro Massimo di Palermo, seguii passo passo il nascere dell’opera “La Sagra del Signore della Nave” (Prima Assoluta, il 17 marzo 1971), testo di Luigi Pirandello, libretto e musica di Michele Lizzi. Il maestro Lizzi mi rese accessibile il linguaggio musicale, era per me la chiave magica per entrare nel mondo dei suoni che mi attraeva, che mi opponeva comprensibili resistenze e, talvolta, mi incantava. Seguii le prove di quell’opera diretta in prima assoluta da Ettore Gracis, finii che la sapevo a memoria e un giorno l’amico Lizzi compositore, uomo di grande spessore umano, mi disse: “Conosci la mia opera meglio del direttore d’orchestra.” E quell’opera che oggi in pochi ricordano è ancora custodita nella mia memoria. Su ogni altra cosa non posso dimenticare il baritono Domenico Trimarchi che cantava: “Ero bambino quando vidi portare il Crocefisso in questa chiesa”. Ma il monumento artistico del maestro Lizzi si svelava tutto innanzi ai miei occhi e alle mie orecchie nella scena corale finale: qui l’arte polifonica è espressa a livelli davvero eccezionali e non mancano richiami al genio di Ildebrando Pizzetti che del maestro Lizzi fu uno dei più importanti insegnanti di composizione. Momenti magici, commoventi. Il maestro Lizzi amava Verdi, ma anche Puccini e venerava Ildebrando Pizzetti; mi parlava sempre di quel capolavoro che è la “Trenodia per Ippolito morto” nel Terzo Atto dell’opera “Fedra” di Ildebrando Pizzetti. La vidi qualche decennio dopo (1988) al Teatro Politeama di Palermo: è una pagina corale e teatrale di altissimo valore innanzi alla quale non si resta che attoniti e ammaliati per la sapienza polifonica di Ildebrando da Parma. Ma il maestro Lizzi non c’era più. Lo raggiungevo col pensiero altrove, dove riposa fra i grandi compositori in terra dimenticati. Nel 1970, sempre a Palermo, conobbi anche il tenore Carlo Franzini, pittore Saturnino. Questi cantava al teatro Massimo nel Fidelio di Beethoven. Aveva una voce bella, era un tenore lirico con interessanti venature di grazia. Era, dal punto di vista del carattere, un uomo esplosivo, ma amava l’arte, dipingeva e cantava. Da lui appresi l’importanza del “come” si canta. Non amava che molti cantanti stranieri si inserissero nei teatri italiani a danno dei cantanti italiani. E quando, in seguito, gli citavo la Callas o Alfredo Kraus o Leyla Gencer aveva strane reazioni. Come poteva negare il valore espressivo e vocale di quei cantanti? E sarebbe stato giusto toglierli all’ascolto degli Italiani? Certamente no. S’inchinava innanzi a questi nomi, anche se verso l’ultima Callas non aveva rispetto reverenziale e voleva che i cantanti italiani in Italia cantassero di più. E una volta mi elogiò addirittura le capacità vocali del tenore Glauco Scarlini che a Palermo ormai si limitava a fare il comprimario in “Lucia di Lammermoor” di Donizetti e in numerose altre opere. Solo decenni dopo potei apprezzare Scarlini nel “Tabarro” di Giacomo Puccini, opera incisa con Clara Petrella e il baritono Antenore Reali per la Cetra nel 1949. Oh, che bei ricordi. Ma in quegli anni avvenne pure che un giorno ascoltai alla radio una musica ammaliante che mi fece cadere a terra in ginocchio e in lacrime. Non frequentavo le chiese. Ma capii che mi ero prostrato in atteggiamento di preghiera. Cos’era mai? Alla fine di quell’aria magica l’annunciatrice della radio diceva: -Avete ascoltato dalla “Norma” di Vincenzo Bellini “Casta Diva” nell’interpretazione del soprano Maria Callas. Si trattava forse di un’incisione fatta verso la fine del 1949. Capirete: non dimenticai più quel nome. Mai da me ascoltata dal vivo la Divina, ma in me vive ancora quella magnetica magia che mi rigò il volto di appaganti lacrime. Un giorno, a Milano, sempre alba anni Settanta, il tenore Carlo Franzini me la indicò perché la incontrammo sola per strada. Mi girai, era ad oltre cinquanta metri di distanza da noi e dalla parte opposta del marciapiede, si capiva che voleva passasse inosservata. Se la Callas fu grande e Divina è perché nella sua voce c’era la rivelazione del canto tragico che piace agli Dei di ogni luogo e di ogni tempo. Dalla sua interpretazione di “Casta Diva” la voce mi arrivava col timbro del bronzo, con l’espressione accorata di chi va in cerca della pace interiore; in seguito venni a sapere che, intonando la sua preghiera alla luna (ma lo seppi dopo che si trattava di una vera preghiera! Oh, mio sorprendente intuito!), mirava a sedare gli animi di un popolo, quello druidico, che si voleva ribellare contro l’oppressione dei Romani;  e il loro oppressore si identifica con un nome: il proconsole romano Pollione, amato da Norma, sacerdotessa druidessa che  per il suo contrastato amore tanto soffriva. Ciò che per istinto mi attraeva (la Divina Arte dei Suoni) mi si rivelò sotto forma di conoscenza con questi due uomini che certamente ho amato: il maestro Michele Lizzi e il tenore Carlo Franzini. E non mi si chieda di che amore. E non si ricorra ipocritamente a Platone o all’ “amore platonico” per capire. Si ama col corpo e si ama anche con la mente. E si ama pure senza bisogno che le parti si dichiarino innamorati. Avessero tutti la possibilità di amare, anche se per poco tempo, persone dalla grande umanità e cultura come il maestro Michele Lizzi e persone dalla carica umana ricca e dirompente come il tenore Carlo Franzini! Due persone opposte create da Dio per essere inviate al contatto della mia accogliente personalità in cerca della rivelatrice conoscenza. Chi vuole conoscere non si avvicina agli Dei? E nelle persone che si incontrano e ti svelano i segreti della conoscenza e della meraviglia io ho trovato davvero le diverse mani di Dio. Tante mani con incise le parole generosità e amicizia. Con strutture mentali opposte e di diverso carattere. Due persone che ricordo con orgoglio, con stima e a cui sento il bisogno di tributare sempre il mio mai perduto amore.

   Perché rivelare ciò? Semplice. Intorno al 1976-77,  alla televisione, ascoltai per la prima volta la voce del soprano Joan Sutherland (1926-2010), cantava la “Scena della pazzia” dalla “Lucia di Lammermoor”: provai una strana sensazione. Mi chiedevo: ma la Lucia ascoltata con la Scotto al Teatro Massimo nel 1971 era ben altra cosa! La voce della Sutherland mi arrivava con un chiarore argenteo metafisico, ma non mi incantava. L’ascoltavo con un senso di estraneità, distacco. Percepivo una certa purezza che non mi coinvolgeva. E tornavo alle “scene della pazzia” di Renata Scotto e di Maria Callas, ma anche a quella di Anna Moffo. Cos’era mai questa Lucia di Joan Sutherland. Se le agilità di forza della Callas e della Scotto mi prendevano e mi pugnalavano l’anima, quelle della Sutherland mi creavano un certo distacco non privo di attenzione. Come mai? Anni dopo, cominciai a capire. Le agilità e il canto della Sutherland appartengono a un modo di cantare queste eroine romantiche senza le agitazioni tragiche delle grandi soprano drammatiche di agilità: la tempesta interiore si può esprimere in altri modi. La si può elevare verso vette di purezza nivea, la si può rendere “trascendentale”, come se fosse il ripristino di un modo di cantare con una vocalità esistente “a priori”. Sembrava una vocalità prelevata da un mondo metafisico, da un perfetto modello conservato “a priori”, appunto. La Sutherland innalzava il suo sguardo verso il cielo, come a cercare lì l’alienazione funzionale al suo modo di cantare. La Callas era più legata alla terra, al colore bronzeo delle zolle, al gesto di chi era pronta anche ad uccidere pur di non patire più la “fame d’amore” conosciuta e che l’ha umiliata sia quando interpretava le sue eroine sia quando non si poteva ancora affermare come grande cantante qual era. C’è la terrea passione di Rossella O’Hara, protagonista del film “Via col Vento”, nell’impeto interpretativo di molte opere della Callas. Nella Sutherland, dovevo scoprire, anni dopo, ascoltando il “Concerto per soprano di coloratura ed orchestra in fa minore op. 82 (1943)”  di Reinhold  Glière, che il suo canto è mero strumento a servizio di una espressione interpretativa assai pura. In tutto questa sua purezza nuoce, però, qualche difetto di pronuncia in opere non inglesi. Nei vocalizzi e negli abbellimenti legati al canto di coloratura è semplicemente perfetta. Per fortuna, i vocalizzi non hanno bisogno di perfezione come nella pronuncia di certe parole non appartenenti alla propria madre lingua. Nel canto di queste due grandi prime donne c’è racchiuso il fascino delle loro vite. Più distaccata ed eterea l’australiana, passionale e tragica l’americana di origini greche. Joan Sutherland se n’è andata il 10 ottobre del 2010. Ci ha lasciato un’ampia discografia. Come del resto la Callas.  Ha seguito, dietro stimolo filologico di Maria Callas, la riscoperta di un canto andato perduto nelle opere di Rossini, Bellini, Verdi, Puccini…  Si è imposta a livello internazionale con Alcina di Häendel e sono magistrali le sue visite nel canto delle opere barocche. Non è da meno in Mozart e nel repertorio di alcuni compositori francesi e inglesi, Benjamin Britten compreso. E ha pure visitato con dignità Wagner. Da tempo siamo attratti dai suoi trilli, dai suoi picchettati, dal suo fraseggio emesso con assoluta perfezione; sono abbellimenti e linee di canto che ci rivelano quanto segue: la catarsi si esprime  e si comunica al mondo con quella connotazione musicale sia quando la cantante si cela nella bellezza di un canto astrale, celestiale sia quando esso, vedi Callas!, irrompe con veemenza e forza nel rievocare i tumulti delle passioni terrene. E’ come una coincidenza degli opposti: entrambe le vocalità ci avvicinano al Cielo! Modelli di bellezza estrema, assoluta. Li avessimo oggi, ogni sera, nei nostri teatri! Staremmo certo lì a bearci nella bellezza del belcantistico confronto. Ecco perché con la perdita della Sutherland ci si commuove e certo, anche in noi, qualcosa  nel nostro profondo s’agita e ci strazia il cuore.

Bagheria, 20 novembre 2010

Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: VIOLENZA

Grumose gocce d'argenteo liquido

Grumose gocce d'argenteo liquido

Ho vomitato-

nella notte-

gocce grumose

d’argenteo liquido

Il mio umore-

poi-

nell’estasi si rigenerava

All’alba-

gonfia-

si destava

la rosea verga

che mi feriva

 

Bagheria, anni Settanta

Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: NECROLOGIO IN VERSI NEL VENTENNALE DELLA MORTE DI ANTONIO GARGANO, SINDACO DI BAGHERIA

15 Novembre 2010 2 commenti

Nel novembre del 2008 ho ricordato nel Blog Antonio Gargano, amico e sindaco di Bagheria, anche con la mia poesia “Necrologio in versi”. Nel ventennale della morte di Antonio l’ho riletta per “Tele One”. Le persone mi fermano e fanno i complimenti a me e ad Angelo Gargano per il servizio televisivo commemorativo che ha realizzato.  Antonio Gargano non c’è più, ma vive nei miei versi e nel ricordo degli amici e dei suoi cari. Per trovare la mia poesia basta digitare, sempre in questo Blog, Antonio Gargano in alto  a destra nel rettangolino  dove c’è scritto “Inserisci il termine di ricerca”. (G.D.)

GIUSEPPE DI SALVO: UN’INTER DA “VIALE DEL TRAMONTO” PERDE IL DERBY 1-0

L’Inter contro il Milan? Ci è sembrata una squadra sul Viale del Tramonto. Dopo la “pareggite” è arrivata la “perditite”. E, oltre agli infortuni, numerosi, c’è il cattivo gioco. Che dire? Benitez sarà un signore, ma valutiamo l’allenatore: è la peggiore Inter vista in questi ultimi anni, un terzo di punti in meno rispetto a quella di Mourinho lo scorso anno (20 contro 29) e meno della metà dei gol fatti (13 contro 29). E non mi si dica che i calciatori vengono dal Mondiale. Sono tutti sotto il livello della mediocrità. Anche i giovani. In campo s’è vista tanta confusione e mancanza di idee tattiche. Con la conseguente caduta degli Dei. Che sperare ancora? Almeno alla dignità di un calcio migliore. Con meno milioni di euro, nevvero Moratti?, da destinare magari a cause più onorevoli! (G. D.)

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GIUSEPPE DI SALVO: AI “CAVALIERI” DI TUTTI I TEMPI (Esplicita Manipolazione di un Sonetto di Michelangelo in Versi che s’Incarnano)

14 Novembre 2010 5 commenti
"Il Dolce Lume" di Michelangelo.

"Il Dolce Lume" di Michelangelo.

Con i tuoi begli occhi la luce vedo

là-

nella tua cappella dalle dolci emissioni:

ché coi miei ancor non posso.

Coi tuoi piedi il tuo corpo nel mio porto:

i miei non ci riescon.

Con le tue ali senza folti peli volo

e dai tuoi amplessi-

verso il cielo-

più spinto sempre io mi sento.

Preda son delle tue voglie

sì che pallor s’alterna al mio rossore.

E freddo sento sotto il sole

e caldo fra le fredde brume.

Col tuo desiderio vien fuori il mio,

i miei pensieri nel tuo cor si fanno.

Nel fiato tuo son le mie parole.

Da solo-

come fredda luna mi sento.

I nostri occhi in ciel veder non sanno

se non noi-

astri accesi dal tuo Carnoso Sole!

Bagheria, 14 novembre 2010

Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: IL TESTO DI MICHELANGELO CANTATO DA PETER PEARS NEL BLOG.

Eccovi il testo del Sonetto n. xxx di Michelangelo dedicato al suo amore Tommaso dei Cavalieri, musicato da Benjamin Britten e che nel Blog ascoltate con la voce di Peter Pears. Al più presto ve ne daremo una libera versione poetica, col linguaggio moderno, di Giuseppe Di Salvo. Il testo scritto da Michelangelo fra il 1532 e il 1534:

   Veggio co’ be’ vostr’occhi un dolce lume

che co’ mie ciechi già veder non posso;

porto co’ vostri piedi un pondo adosso,

che de’ mie zoppi non è già costume.

   Volo con le vostr’ale senza piume;

col vostro ingegno al ciel sempre son mosso;

dal vostro arbitrio son pallido e rosso,

freddo al sol, caldo alle più fredde brume.

   Nel voler vostro è sol la voglia mia,

i miei pensier nel vostro cor si fanno,

nel vostro fiato son le mie parole.

   Come luna da sé sol par ch’io sia,

ché gli occhi nostri in ciel veder non sanno

se non quel tanto che n’accende il sole.

Michelangelo 

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