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GIUSEPPE DI SALVO: JOHANNES WILDNER AL TEATRO POLITEAMA CON LA SESTA SINFONIA DI CIAIKOVSKI FA ESPLODERE LA RIVOLTA OMOEROTICA DEL COMPOSITORE RUSSO. MA L’ACCECATA CRITICA DEGLI OMOFOBI NON VE LO DICE!

27 Febbraio 2011 9 commenti

Grande e magico Johannes Wildner

Grande e magico Johannes Wildner

Il grande direttore d’orchestra austriaco, il 55enne Johannes Wildner, venerdì 25 febbraio al Teatro Politeama di Palermo, dirigendo l’Orchestra Sinfonica Siciliana, con la Sesta Sinfonia di Ciaikovski (“Patetica”) fa esplodere con forza la rivolta omoerotica del compositore russo. Ma la critica partitocratica di questo regime non vede, non sente, non ne parla: quanta omertà omofobica, ipocrita e mafiosa! Si tratta di persone con fette di cetrioli davanti agli occhi. Non ve lo dice il musicologo Maurizio Biondi che vuole negare l’evidenza (che dirà mai ai suoi allievi dell’Università di Perugia?!), non ve lo dice, nelle note redatte nel libretto di sala, Riccardo Viagrande (che noiosa verve accademica c’è nel rivisitare i suoi luoghi comuni sulla morte di Ciaikovski!), né si sforza di uscire dal suo conformismo chi scrive e disinforma per “Il Giornale di Sicilia” (eppure la signora Patera ha assistito alla conferenza di Biondi, nella quale il sottoscritto ha contestato l’impostazione ipocrita data dal musicologo palermitano alla sua relazione!). Come mai? Semplice: vogliono rimanere con le fette di cetriolo davanti agli occhi. E non si accorgono che la società è più avanti rispetto alla loro voluta cecità. Ormai si sono assuefatti al senso del ridicolo! Ma ritorniamo alla direzione magistrale di Johannes Wildner, degno allievo di Vladimir Delman. Il direttore d’orchestra austriaco si è rivelato un fenomeno: la sua interpretazione della Sesta Sinfonia di Ciaikovski è stata luminosa; da raffinato musicologo sa che Ciaikovski con la sua “Patetica” ha voluto comunicare al mondo il trionfo del suo più che nobile desiderio e amore omoerotico. La dirige a memoria, ne rivela la forza rivoluzionaria, le finezze espressive e poetiche, con una gestualità magica che, alla fine, va oltre la corona con cui il grido solitario di un’anima (quella di Ciaikovski che la Sesta Sinfonia dedicò al suo amato nipote Bob Davydov), da lì a poco, è destinato a spegnersi per sempre: un Giurì zarista mafioso lo costringerà a bere l’arsenico perché avrebbe fatto richieste amorose ad un giovane, nipote di un omofobo aristocratico intenzionato a denunciare ciò allo zar di Russia con la conseguenza che Ciaikovski avrebbe rischiato di finire in Siberia con la perdita di qualsiasi diritto civile!!! Ancora oggi va detto che la Russia di Putin si nutre di quella lontana omofobia che contagia buona parte della critica di Casa (o Cosa) Nostra!

Alla fine si scatena l’applauso del pubblico con urla di “Bravo” che decreta il giusto trionfo del direttore Johannes Wildner e di tutti i professori dell’Orchestra Sinfonica Siciliana: possono i critici imbecilli pensare ancora che l’applauso viene rivolto alle sole abilità tecnico-compositive del musicista russo? O alle capacità del direttore d’orchestra? Gli è che la gente ha capito che in quelle note c’è il pensiero di un uomo in lotta contro la feroce omofobia radicata nella storia e nella geografia di ogni latitudine e di ogni tempo. Come non capire che la musica di Ciaikovski è lotta artistica contro ogni razzismo e contro ogni discriminazione?

Bagheria, 27 febbraio 2011

Giuseppe Di Salvo

Categorie:Classica, Musica, Primo piano, Società Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: BERLUSCONI, D’ALEMA E IL FASCISTA GHEDDAFI: UNO “STRETTO PARTENARIATO” CHE AGLI ITALIANI COSTA 5 MILIARDI DI DOLLARI E AL POPOLO LIBICO MORTE E SANGUE

23 Febbraio 2011 17 commenti
Libia: si scavano le fosse comuni

Libia: si scavano le fosse comuni

Diciamolo con tutta sincerità: dopo le rivolte popolari in Tunisia e in Egitto (e prima ancora in Iran e in Algeria), non ci aspettavamo, nel mondo arabo, che  -anche nella Libia del dittatore Gheddafi- la gente riempisse spontaneamente le piazze per rivendicare democrazia e libertà. E non abbiamo visto volti di fondamentalisti islamici bruciare bandiere israeliane o americane: si tratta dunque di persone che hanno capito una cosa semplice: il nemico delle loro libertà sta tutto nei capi governativi che i citati paesi governano, e spesso si tratta di sanguinari dittatori.

   Che Gheddafi fosse il Mussolini, il fascista del Mediterraneo, già negli anni Ottanta, quando ancora ragionava politicamente, ce lo aveva detto Oriana Fallaci. Che fosse feroce annientatore dei suoi oppositori lo sapevamo e bisogna dare atto ai Radicali di Pannella che lo dicevano in tutti i luoghi, istituzionali e non, dove lo potevano dire; che ora, viste le migliaia di persone protestare contro il loro tiranno, cioè contro Gheddafi, questi fosse capace di fare sparare per ammazzare la sua gente  e riempire le fosse comuni di cadaveri, non più vivi cittadini libici, c’era da aspettarselo. Chi gli si oppone, è lui che lo dice, è un topo da annientare. E il Governo italiano che fa? Non brillando in politica interna, come volete che si distingua in politica estera? Silvio Berlusconi dichiara che non può “disturbare” il suo amico dittatore, anzi!  -ma questo non lo dice, ce lo fa semplicemente capire-  prova per i suoi amici dittatori un’irresistibile attrazione: sembra proprio rispecchiarsi in quel modo poco nobile nella gestione del potere. I nemici di Berlusconi? Sono solo i comunisti (cioè i fantasmi) e le toghe rosse (ma come mai non si è permesso di fare serie riforme per migliorare in senso democratico l’azione giudiziaria della magistratura?). Forse qualcuno ricorda qualche sua parola di sdegno contro il suo vero amico comunista Putin? Eppure sa benissimo che in Russia molti giornalisti non allineati finiscono per crepare ammazzati da ignobili ignoti. Avete mai sentito il nostro ammiratore e finanziatore di escort (ama solo guardarle, senza chiedere loro la Carta di Identità!?) prendere posizione contro le ingiustizie e i crimini politici subiti dai Ceceni da parte delle truppe sovietiche? Quali altri nemici per il nostro Premier? La Costituzione democratica e, diciamolo!, la Legge che in uno stato democratico deve essere uguale per tutti. Tranne per lui che sforna Lodi in continuazione.

   Ora, gli Stati Uniti condannano il genocidio attuato da Gheddafi con voce piuttosto flebile. E l’Europa? Si limita a ricordarci che ciò che sta accadendo in Libia viola ogni principio politico e umano e non può essere accettato da nessuno degli Stati membri. “Nessuno?” Si domanda giustamente Furio Colombo. E poi aggiunge (si legga il suo interessante editoriale sul “Fatto Quotidiano” del 22 febbraio 2011): <<Ma l’Italia è legata alla Libia del dittatore che sta sterminando il suo popolo da un Trattato che la vincola al punto che  -si dice all’articolo 4- “L’Italia si impegna ad astenersi da qualunque forma di ingerenza, diretta o indiretta, negli affari interni o esterni che riguardano la giurisdizione dell’altra parte. L’Italia non userà mai, né  permetterà l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile alla Libia”>>.

   E sapete quanto costa questo Trattato agli Italiani? Cinque miliardi di dollari! Il dittatore Gheddafi ricorre a una spietata strategia per ottenere tutti questi soldi: usa l’arma dell’immigrazione clandestina per ricattare il nostro paese, e non solo il nostro! Sicché, in base al dettato di questo Trattato, Berlusconi,  paradossalmente, finisce per essere “coerente” quando dichiara di non volere disturbare il suo amico dittatore. Come potrebbe? Già gli ha baciato le mani come si possono baciare a un papa (oh, che nobili esponenti politici figli di miopi fondamentalismi religiosi che non amano il relativismo!); gli ha offerto manifestazioni di giubilo spropositate quando lo ha invitato a Roma; si sono visti sfrecciare aerei, e non importa in quali cieli!, che disegnavano nell’aria il nostro tricolore (e magari la Lega di Bossi avrebbe voluto solo il colore verde!); e avrebbe voluto pure coinvolgere qualche Università isolana per far coronare d’alloro l’amico accampato in una innocente tenda: specchietto per le allodole per l’altrettanto colore verde tanto amato dai nostri non beduini leghisti. Ma siete matti! Come può Berlusconi disturbare Gheddafi? E se proprio Berlusconi (o altri esponenti del suo Governo) fosse costretto a farlo, cioè a disturbarlo, non si capirebbe subito il ricorso opportunistico alla più ridicola demagogia?

   E che demagogia sentire le affermazioni di sdegno contro Gheddafi del nostro Massimo D’Alema e di altri esponenti del Partito Democratico! Che tuonano a fare, a parole, contro il dittatore libico? Occorre ricordare che il citato Trattato è stato votato non solo da tutta la Destra, ma anche da quasi tutto il Partito Democratico: con le sole eccezioni dei Radicali eletti nelle liste del PD e di pochi altri Deputati del PD, fra cui Andrea Sarubbi e lo stesso Furio Colombo. E qualche altra piccola forza politica.

   In altre parole: l’Italia oggi non può fare nulla contro Gheddafi per il semplice fatto che è complice del dittatore; è legata da uno “stretto partenariato” con la Libia; uno “stretto partenariato” con un dittatore che non dà alcuna garanzia di rispetto dei diritti umani. E che levatura morale vedere intervenire (sempre oggi coi morti evidenti sul suolo libico!) alcuni gerarchi della chiesa cattolica contro il loro “alleato” Gheddafi! Sì, alleato! E sapete perché? Gli esponenti della Città del Vaticano, quando in sede ONU si tratta di votare documenti per i diritti civili delle donne e degli omosessuali, sapete con chi si alleano? Proprio con questi sanguinari dittatori che ora ipocritamente condannano. Le loro facce le conosciamo: pirandellianamente ne sanno adattare una per ogni conveniente circostanza. Quei morti ammazzati di Gheddafi hanno le palle e non hanno bisogno di questa clericale ipocrisia! Lunga vita ai Radicali di Pannella, dunque! Loro sì, che hanno idee chiare e sanno che c’è un solo modo per condannare il dittatore: sciogliere immediatamente e in modo unilaterale quel Trattato che vede gli Italiani finanziare il sanguinario e feroce tiranno!

Bagheria, 23 febbraio 2011

Giuseppe Di Salvo

Categorie:Primo piano, Società Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: PIOGGIA (POESIA INEDITA)

20 Febbraio 2011 2 commenti
Giuseppe Di Salvo (Pasqua a Lipari, aprile 1971); foto de tenore Carlo Franzini

Giuseppe Di Salvo (Pasqua a Lipari, aprile 1971); foto de tenore Carlo Franzini

La pioggia mi lega,

richiama lacrime

d’innocente infanzia.

 

Ogni mio gemito

-nascendo-

rovesciava flussi d’ansia

e mi perdevo

nel pozzo dell’angoscia.

 

Ma già-

dentro io lo sentivo-

fuori-

cercavo il sole!

 

Bagheria, alba anni Settanta

Giuseppe Di Salvo

Il retro della foto con note di Carlo Franzini

Il retro della foto con note di Carlo Franzini

Categorie:poesia, Primo piano, Società Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: LA QUARTA SINFONIA DI CIAIKOVSKI, ULTIMO ONOREVOLE SOCRATICO. SAPIENTE ESECUZIONE DEL GIOVANE DIRETTORE KAREL MARK CHICHON AL TEATRO POLITEAMA DI PALERMO.

15 Febbraio 2011 1 commento
Il bel giovane Ciaikovski

Il bel giovane Ciaikovski

Sì, con la sua interpretazione della Quarta Sinfonia in fa minore op. 36, il giovane 40enne direttore d’orchestra londinese Karel Mark Chichon, venerdì 28 gennaio 2011 al Teatro Politeama di Palermo, con l’Orchestra Sinfonica Siciliana, ha dato un’alta prova di sapienza esecutiva: e per la musica di Ciaikovski, morti i grandi direttori come Vladimir Delman o lo stesso Leonard Bernstein, trovare interpreti così giovani e abili non è facile. Perché mai? Perché nella musica di Ciaikovski c’è racchiuso il pensiero di un’anima sola in lotta per affermare la sua personalità tragica. E bisogna saper tirare fuori da quelle note gli aspetti più intimistici (certo coscienti e consapevoli) che spinsero il compositore, per cercare di mettere a tacere le malelingue che diffondevano notizie sulla sua omosessualità, a sposarsi, ma anche a complicarsi di più il cammino accidentato della vita, visto che, da solo, osava sfidare istituzioni e condizionamenti sociali più potenti delle sue sole forze estetiche e intellettuali. Infatti, l’arco creativo della Quarta Sinfonia coincide con un periodo molto critico della biografia del compositore: siamo fra il 1876 ed il 1878, anni assai tormentati nella non lunga vita del musicista russo (visse solo 53 anni, dal 1840 al 1893, anno in cui fu costretto a “suicidarsi” con l’arsenico, perché ciò aveva stabilito un cinico Giurì d’Onore per fatti conseguenti alla sua omosessualità: Ciaikovski rivolgeva le sue attenzioni a un giovane aristocratico, nipote del conte Stenbock-Fermor… Apriti cielo!).

   A partire dal 1876, le sue composizioni mettono in evidenza un aspetto assai cupo. Nello stesso periodo Antonina Miliukova (1848-1917), giovane studentessa del Conservatorio di Mosca, da anni segretamente innamorata di Ciaikovski, decise di rivelare con delle lettere i suoi sentimenti al compositore. Ciaikovski inizialmente non diede importanza a quelle manifestazioni di Antonina Miliukova, ma ella insisteva e Ciaikovski, per mero calcolo, le spiegò che non avrebbe mai potuto amarla, ma l’avrebbe sposata solo se lei lo avesse desiderato. La Miliukova non esitò e sposò il nostro Peter. Perché? Nel 1875 Peter scrive al fratello Anatol: “Nella mia indole c’è tanta paura degli uomini, un così eccessivo riserbo, tanta diffidenza, in breve, una quantità di tratti che mi rendono sempre meno socievole. Pensa un po’: certe volte accarezzo l’idea di andare in convento.” (Dal libro “Ciaikovski” di Kurt von Wolfurt, p. 60, Nuova Accademia Editrice).

   In un’altra lettera al fratello Modest, autunno 1876, scrive: “Ho riflettuto molto su me stesso e sul mio avvenire, col risultato che d’ora in avanti penserò seriamente al matrimonio. Mi sembra che le mie inclinazioni siano un ostacolo gravissimo e forse insormontabile perché io possa essere felice. Tuttavia, debbo lottare con ogni forza contro la mia natura… Prima di legarmi a una donna, dovrei pensarci ben bene. So che Sascia (la sorella di Ciaikovski, n.d.r.) tutto indovina e tutto perdona; così pure molte persone che io amo e stimo. Capirai però quale avvilimento io provi quando penso che molta gente ha pietà di me e mi perdona proprio per quello di cui, in fondo, non sono colpevole. Non è forse angosciosa l’idea che i miei amici, i miei cari si possano vergognare di me? Eppure ciò è accaduto e accadrà centinaia di volte. Per farla breve: con un matrimonio vorrei chiudere la bocca ad ogni sorta di gente che disprezzo, che non tengo in nessun conto, ma che, tuttavia, può far soffrire persone a me direttissime.” (Op. cit. pp. 60-61).

   Il matrimonio di Ciaikovski insegnerà una sola cosa ai posteri: egli non ingannò affatto Antonina Miliukova, né osò prendere sul serio se stesso, si sposò semplicemente per dimostrare ai mediocri benpensanti che un omosessuale non può cambiare le sue tendenze ricorrendo al conformismo di quell’inutile istituzione matrimoniale. Non potendo lottare apertamente per la sua liberazione, lo fece mettendo in ridicolo quella istituzione eterosessuale per lui “asociale” che non avrebbe potuto mai modificare le sue pulsioni omoerotiche. Ed ecco che a distanza di poche settimane, il matrimonio finirà per amplificare di più nell’opinione pubblica moscovita, e non solo!, la sua reale condizione di omosessuale in lotta contro il fato: e con che cosa si doveva identificare questo fato se non con i condizionamenti sociali che gli impedivano di essere apertamente se stesso? Ciaikovski realizzò la sua sceneggiata matrimoniale a Mosca il 6 luglio del 1877 (18 luglio 1877 ), ma si separerà di fatto nel settembre successivo, rimanendo fino alla morte legalmente legato al quel rito di iniziazione che lo spinse a vagare per l’Europa occidentale e a rifugiarsi anche in Italia.  Alla cerimonia c’era solo suo fratello Anatol, il quale arrivò troppo tardi per impedire a Peter di realizzare quel gesto non conforme alla sua natura; e c’era anche il violinista Yosif  Kotek (1855-1885). Questi fu allievo di Ciaikovski e anche suo amante.

   In una lettera datata 22 gennaio 1878, Nadjeshda von Meck scrive a Ciaikovski: “Ha mai amato lei, Peter Iljic? Ne dubito. Ama troppo la musica per poter amare una donna. So di un episodio amoroso nella sua vita, ma credo che il cosiddetto amore-platonico (Platone del resto non ha affatto amato in tal modo), sia soltanto amore a metà, unicamente amore della fantasia, non del cuore; non quel sentimento che investe corpo e sangue dell’uomo, che solo lo mette in grado di vivere.” (Op. cit. pp. 95-96).

   L’episodio amoroso cui alludeva Nadjeshda von Meck e di cui aveva, anni prima, parlato tutta Mosca, era l’amore che Ciaikovski aveva provato per la cantante Désirée Artôt. Ma su quello che Ciaikovski provava per la Artôt Klaus Mann ha idee molto chiare e ce le rivela nel suo libro Sinfonia Patetica: “Ô toi que j’eusse aimé! Saresti stata tu, te avrei prescelta se  – già, se… E dietro questo se si spalanca un abisso (…).  O mia Désirée, in realtà io ho amato te altrettanto poco quanto la sciagurata Antonina, con la quale per un tempo vergognosamente breve sono stato sposato e al tempo stesso non sposato. Ma io ho amato là dove esisteva speranza o pericolo di far sul serio, di farmi stringere da un legame, di essere riamato e in tal modo vincolato. Non ho mai amato una donna così come le donne vogliono essere amate, per fare sul serio e mutare la nostra vita. Là dove ho dissipato il mio sentimento non esisteva né il pericolo né la speranza di conseguenze impegnative, in tal caso il sentimento dissipato era accolto da incomprensione o tiepida amicizia o da freddo calcolo, tutt’al più con fuggevole tenerezza” (Op. cit. pp. 100-101, ed Garzanti). E quel “Ô toi que j’eusse aimé!”  finisce per assumere oggi solo questo significato: “Avrei amato solo te, o Désirée, se solo fossi stato attratto dalle donne!” Ma, e lo diciamo per l’ultima volta!, le donne di Ciaikovski erano solo spregiudicate coperture per confondere le menti di chi non sa pensare. E non mi si venga a dire che la signora von Meck non sapesse nulla delle vere tendenze sessuali di Ciaikovski. Da come scrive al musicista abbiamo ben capito che cretina non era. Ché anzi! Certamente sapeva dell’omosessualità del suo amico e gli passava un reddito annuo di seimila rubli (ma fingeva!); e lo teneva a distanza; e ne amava la musica e l’intelletto: era ricca e lo aiutava perché il compositore si potesse dedicare alle sue composizioni da lei tanto amate. C’era un rapporto epistolare, lontano dagli occhi, ma vicini solo col pensiero: una comunicazione singolare codificata solo nelle numerose lettere. La signora von Meck finanziò Ciaikovski per 14 anni, lunghi anni durante i quali sapeva, taceva e tesseva lettere da spedire all’amico compositore che, sempre a distanza, il suo intelletto ben eccitato teneva. Cosa c’è di sociale in un rapporto del genere? Ma Ciaikovski va oltre le condizioni psichiche di Nadezda von Meck, e le dedica, seppur in modo non esplicito, la Quarta Sinfonia. Infatti la dizione è “al mio migliore amico”: ma qui si tenga presente che il termine russo drug (amico) è di genere indeterminato. La prima stesura della Quarta Sinfonia risale all’inverno-primavera 1876-77, l’orchestrazione viene terminata nel dicembre 1877- gennaio 1878. La prima esecuzione assoluta ha luogo, sotto la direzione di Nicolaj Rubinstein, a Mosca, il 10 (22) febbraio 1878. Un trionfo! Dello stesso anno è la lettera alla signora von Meck, nella quale Ciaikovski chiarisce: “Lei mi domanda, cara amica, se io conosco l’amore terreno. Sì e no. Se si volesse porre la domanda altrimenti e chiedere se nell’amore ho trovato la pienezza della felicità, allora dovrei rispondere: no, no, no, tre volte no!!! Credo del resto che anche la mia musica dia una risposta a questa domanda. Ma quando lei mi chiede se conosco tutta la pienezza, tutta la forza inesauribile dell’amore, allora debbo rispondere: sì, sì, sì, tre volte sì! Ripeto che ho più volte tentato di esprimere nella mia musica il tormento e la beatitudine dell’amore. Se questo mi sia riuscito, non lo so, lo devono giudicare gli altri.

   Non sono però del suo parere su di un punto, quello che la musica non sia capace di rendere la forza universale dell’amore. Al contrario, la musica solo può farlo. Lei dice che questo può avvenire soltanto attraverso le parole. Oh no! Proprio per questo non occorrono parole. Laddove esse vengono a mancare subentra in tutta la sua pienezza un linguaggio più eloquente: la musica. Anche il discorso ritmico, ossia la poesia,  con la quale i poeti glorificano l’amore, non è altro che addentrarsi nel dominio riservato alla musica. Non appena le parole prendono forma di poesia, non sono più soltanto tali, si sono già trasformate in musica. La migliore prova che le poesie in glorificazione dell’amore sono assai più musica che semplici parole la trovo nel fatto che, molto spesso, tali poesie non hanno un senso immediatamente afferrabile [penso a Fet, un mio prediletto  -Afanasij S. Fet (1820-1892), poeta russo, n.d.r.-]. Invece, al contrario di quanto sembrerebbe, versi di quel genere non soltanto hanno un significato, ma racchiudono pensieri profondi, di natura però puramente musicale. Mi fa molto piacere che lei apprezzi tanto la musica strumentale, sicché concordo pienamente con lei, quando afferma che l’aggiunta di parole alla musica è non di rado nociva. Esse la appesantiscono, la fanno scendere dalle sue sublimi altezze. Ecco una sensazione che ho avvertito spesso, con estrema chiarezza, fino a pensare che questa sia la ragione per cui composizioni puramente strumentali si sono riuscite meglio di quelle vocali.” (Dal libro di von Wolfurt, pp. 96-97). Ma ritorniamo alla Quarta Sinfonia, prima opera della cosiddetta “Trilogia del destino”, di cui fanno parte anche la Quinta e la Sesta. In una lettera alla signora Nadezda von Meck del 17 febbraio (1° marzo) 1878, Ciaikovski rivela: “La nostra Sinfonia ha un programma: esiste cioè la possibilità di tradurne in parole il contenuto, e a lei, a lei sola, io voglio spiegare il significato di tutta l’opera e dei singoli tempi. L’introduzione è il nocciolo di tutta la Sinfonia; l’idea principale è il fato, nefasta potenza che si oppone alla conquista della nostra felicità e che malignamente si adopera perché il benessere e la pace non siano mai completi, mai privi di nubi; quella potenza che pende, come la spada di Damocle, sopra le nostre teste e amareggia senza tregua le anime nostre. Una potenza invincibile…

…Abbattimento e disperazione diventano sempre più forti, ma ci si abbandona ai sogni e questi a poco a poco si impadroniscono della nostra anima. Si dimentica tutto quanto è fosco, negato alla gioia. Ecco la felicità! In tal maniera, tutta la nostra vita è un’alternativa continua di dure e realtà e di sogni fuggevoli.”

   Ed era come se Ciaikovski ci consegnasse il seguente messaggio in musica: “Al destino non si può sfuggire perché il nostro destino è la nostra stessa natura.” Questo messaggio è lo stesso che Ciaikovski esprime con gli squilli degli ottoni nell’apertura della scena del duello nell’Evgenij Onegin, l’opera che il compositore andava scrivendo contemporaneamente alla Quarta Sinfonia. essa si può paragonare ad un diario musicale intimo: vi vengono proiettati i sentimenti di un’anima in lotta nel tentativo di affermare esteticamente e politicamente il suo Io profondo.

La sua lettera esplicativa alla signora von Meck così continua: “Il secondo tempo esprime un grado diverso di malinconia; quella malinconia che ci assale la sera, quando stanchi per una giornata di lavoro e soli, ci si siede, alla fine, con un libro in mano, ed ecco che il libro ci sfugge, mentre un’ondata di ricordi si riversa sopra di noi. Come è dolce, allora, ripensare alla giovinezza, ai giorni in cui il sangue ci pulsava nelle vene, caldo, gagliardo, e la vita non ci dava che soddisfazioni e appagamento. Ma mancavano anche allora, davvero, i giorni difficili? Che cosa dolorosa e, insieme, dolce, è tuffarsi nel passato.” Questo secondo movimento rappresenta quindi un momento di distensione. La melodia presentata dall’oboe, ripresa poi dai violoncelli, ci fa toccare davvero momenti magici: essi purificano la mente delle anime in pena. Ciaikovski era il primo fruitore delle sue opere, nell’ascoltarle riusciva a raggiungere la pace interiore.

   E il terzo movimento? E’ sempre Ciaikovski a spiegarcelo nella già citata lettera: “Il terzo tempo non esprime nulla di determinato. Sono arabeschi capricciosi, figure inafferrabili che attraversano la nostra mente come quando si è bevuto del vino e ci si sente un po’ ebbri… ci si lascia trasportare dalla fantasia. Ma ecco: improvvisamente ricompare alla memoria l’immagine di un piccolo contadino ubriaco e il ricordo di una canzonetta udita per la strada. Da qualche parte, in lontananza, passano soldati.”

   “La canzonetta di strada e la parata militare che passa” costituiscono la base del Trio che si distingue per una originale orchestrazione quasi interamente affidata ai legni. E vogliamo evidenziare il mirabile effetto timbrico dello scherzo: è quasi un annullarsi nel “non-pensare”, nel “nonsense”, nel cercare di prendere dalla vita, dalla strada ogni cosa bella che ci seduce: gli incontri liberatori con gli uomini che piacciono non si fanno bevendo e cantando, e anche battendo per strada? I militari d’ogni epoca, a proposito di approcci gay, ne dovrebbero sapere qualcosa. Non può non seguire, per il quarto tempo, la seguente spiegazione da parte di Ciaikovski: “Se non riesci a suscitare dentro di te un’atmosfera di gioia, guardati intorno. Va’ fra la gente… partecipa ad una festa popolare. Preso dallo spettacolo di tanta allegria, dimentichi la tua pena, fino al momento in cui, inevitabile, il destino (motivo del fato) torna a farsi sentire. La gente non si occupa di te e non si accorge neppure di quanto tu sia solo e triste. Sono tutti allegri, felici, dominati da sentimenti semplici e spontanei! Esci da te!… Partecipa alla felicità altrui. La vita ha pure i suoi lati belli. Questa è, amica carissima, tutta la spiegazione che le posso dare. Naturalmente le mie parole sono, sotto certi aspetti, oscure e non esaurienti. La caratteristica tipica della musica istrumentale è proprio quella di non potersi facilmente spiegare a parole. Dove queste vengono meno, bisogna lasciar parlare la musica.” Ecco “tutta la spiegazione” che Ciaikovski poteva dare alla von Meck. Le poteva forse rivelare che non amava le donne? Questo lo lasciava criptato all’interno delle sue note. In questa Sinfonia Ciaikovski si rispecchiò e rinacque, dopo essere fuggito dalla moglie e aver tentato il suicidio. Il finale è trionfalistico, è come aver voluto dare un calcio nel sedere a tutti coloro che reprimevano il realizzarsi delle sue tendenze. Dietro quel rutilante turbinio di note finali c’è qualcosa di non espresso e la sua deviazione dalla norma ci trasmette nuovi significati: il suo canto di vittoria esplode con la forza degli ottoni, sonorità dirompenti che mandano al diavolo la volgarità opprimente delle norme sociali che uccidono il cittadino non conforme alle violenti leggi morali che tendono a regolare il comportamento sessuale umano; può esso, per natura, essere uguale per tutti? Mahler e Sostakovic seguiranno la strada indicata da Ciaikovski: anche loro scriveranno musica che si presterà a duplice interpretazione. E i direttori d’orchestra sanno che sta proprio in ciò la difficoltà nell’eseguire le sinfonie di questi tre autori. Ci sono direttori che hanno capito Ciaikovski (e abbiamo citato già Delman, Bernstein, ma potremmo aggiungere Pinchas Steinberg, Dimitri Mitropoulos e altri) e diversi direttori che si sono vagamente fermati a decodificare le note trasformandole in meri suoni. A noi sembra che il giovane direttore Karel Mark Chichon appartenga alla prima categoria: perciò al Teatro Politeama la sua direzione della Quarta di Ciaikovski è stata molto applaudita e noi eravamo lì a urlare “bravo”. Va detto, infine,  che nelle sinfonie di Ciaikovski non c’è soltanto una ribellione contro leggi morali (e penali) che opprimono, ma c’è tutta la sua natura di cittadino russo: ciò emerge dalle sue melodie, dalle sue armonie, dalla forza che egli trae dalla sua terra, dalla conoscenza del Diritto; ed egli stesso si sentiva russo nel senso più autentico della parola: e da russo lottò, sì lottò con la musica per rendere libero il suo pensiero contro ogni violenta convenzione che lo opprimeva. E la stessa condanna al suicidio decretata da quel famigerato Giurì d’Onore –ma quale onore?!-, rivelata in occidente negli anni Novanta dalla grande musicologa russa Alexandra Orlova, oggi rappresenta non certo la vergogna di Ciaikovski, le cui musiche sono amate ed eseguite in tutto il mondo, ma l’onta omofobica della Russia di allora e, tutto sommato, anche della cultura dominante della Russia di oggi. Con buona pace di Putin e di tutta l’ipocrisia legata, in fatto di etica sessuale, alle aberrazioni mentali della chiesa ortodossa. Contro costoro devono sempre squillare i vincenti ottoni di Ciaikovski e… deve risuonare anche il silenzio finale col quale il grande compositore russo si dilegua nella sua ultima estrema Sinfonia, la Sesta. Ciaikovski è stato uno degli ultimi fieri, onorevoli socratici. Chi potrà mai strappare Ciaikovski dai nostri cuori?

Bagheria, 15 febbraio 2011

Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: “UN SOGNO” (POESIA INEDITA)

12 Febbraio 2011 3 commenti
Giuseppe Di Salvo, Vulcano (Isole Eolie, aprile 1971). Foto del tenore Carlo Franzini.

Giuseppe Di Salvo, Vulcano (Isole Eolie, aprile 1971). Foto del tenore Carlo Franzini.

Volavo sulla scia

di un raggio dorato-

dono per la Regina del Sole.

Dall’alto,

la Terra infuocata m’apparve.

Cosa ardeva nel mio regno?

 

Due occhi neri

nello spazio striato di luce

mi orientavano nel silenzio:

infingardi corpi immobili

di maschi gelidi scrutavo-

impercettibili nell’Immenso.

 

Bagheria, anni Settanta

Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: “SOTTO IL CASTELLO” PUBBLICA UNA PARTE DEL MIO ARTICOLO SU GIORGIO CASTELLI DEL 28 AGOSTO 2010

"Sotto il Castello", periodico di Caccamo con parte del mio articolo.

"Sotto il Castello", periodico di Caccamo con parte del mio articolo.

Il periodico di Caccamo, “Sotto il Castello” del mese di gennaio 2011, pubblica buona parte del mio lungo articolo dedicato agli studi su Caccamo fatti fare da Giorgio Castelli. Si ringrazia la Redazione per le parole di gratitudine espresse nei miei confronti.  Chi vuole può leggere l’articolo su questo Blog: è stato pubblicato il 28 agosto 2010. Successivamente l’ha pubblicato anche “Il Settimanale” di Bagheria.  Ha avuto un grande successo di pubblico e di esperti, nonchè il plauso dello stesso Giorgio Castelli.(G.D.)

GIUSEPPE DI SALVO: DEL MIO INCONTRO COL TENORE CARLO FRANZINI, PITTORE “SATURNINO”, NOBILE GLADIATORE!

6 Febbraio 2011 10 commenti
BIGLIETTO-INVITO DEL TENORE CARLO FRANZINI PER GIUSEPPE DI SALVO PER FIDELIO (1970)

BIGLIETTO-INVITO DEL TENORE CARLO FRANZINI PER GIUSEPPE DI SALVO PER FIDELIO (1970)

Era quasi deserta via Maqueda quel giorno di tiepido sole del lontano 16 dicembre 1970, quando avviandomi a casa verso via Napoli  -venivo da via Cavour e già avevo alle spalle il Teatro Massimo-  sul marciapiede opposto notai, nel suo chiaro splendore e aitante incedere, una persona, intorno ai cinquanta anni portati in modo davvero giovanile, camminare con passo lesto in direzione opposta alla mia. Con gli occhi ci si notò a vicenda, entrambi avevamo il portamento dei filosofi peripatetici e proiettavamo per la via un silenzio conoscitivo che solo le menti degli artisti ne potevano captare i reconditi significati… Sì, c’era allora un bel clima invernale a Palermo che invitava agli incontri, al sapere e alla… conoscenza.

   Mi fermai un po’ prima della Galleria delle Vittorie e mi girai a guardare quell’uomo elegante e singolare che avevo con lo sguardo incrociato; dall’altra parte i suoi ritmi corporei fecero la stessa cosa. I nostri sorrisi, nella breve distanza, fendevano l’aria. Quell’uomo, che già mi sembrava conoscere, mi venne incontro con piglio assai delicato e m’invitò a cantare il motivetto che io fischiettavo camminando: l’aveva percepito e n’era rimasto ammaliato. Sì, fischiettavo il “Valzer di Musetta” dalla “Bohème” di Puccini. Ma quella melodia espressa col mio modo di fischiare soave per quell’uomo era canto con precise parole: “Quando men vo,/ quando men vo soletta per la via,/ la gente sosta e mira/ e la bellezza mia tutta risplende in me/ da capo a pie’…”

   Io ridevo e non potevo cantare. E lui subito disse: “Sapessi quante volte ho cantato quell’opera!” Si considerava un bohémien. Mi chiese cosa io facessi, gli risposi che studiavo. Poi si presentò: “Sono il tenore Carlo Franzini. Sto andando al Teatro Massimo. Sono impegnato nel ruolo di Jaquino nel Fidelio di Beethoven, la prima andrà in scena fra due giorni, e precisamente il 18 dicembre 1970.” Avrei voluto vederlo in scena e ascoltarlo cantare. Mi disse in quale hotel abitava, invitandomi ad andarlo a trovare. Cosa che naturalmente realizzai alcune ore dopo. M’invitò anche alla Prima di quel Fidelio. Nacque così la nostra amicizia. Io marciavo verso i diciotto anni. La nostra amicizia durerà per più di un lustro. Quando Carlo rientrava a Milano nella sua mansarda artistica “La Bohème di Saturnino” (sì, con quel nome  -Saturnino-   firmava i suoi interessanti quadri, visto che era anche un affermato e apprezzato pittore!) o cantava nei vari teatri d’opera sparsi in Italia, mi scriveva. E io gli rispondevo con affetto. Conservo tantissime sue lettere, cartoline illustrate, telegrammi, ritagli di giornali con recensioni relative al suo canto o alla sua pittura da lui a me indirizzati: sono gemme culturali e umane da me custodite in appositi forzieri. A Bagheria lo vidi per l’ultima volta negli anni Ottanta. A Milano, io ero con Enzuccia Ventimiglia, invece nell’inverno del 1994, sempre nella sua artistica mansarda di Piazza Duomo, n. 21.

Poi ci fu tanto silenzio. Appresi da Internet che se n’era andato a fine gennaio del 2003, ricavai la triste notizia da un breve articolo di cronaca, pagina milanese,  del “Corriere della Sera”. Non conosco la sua data di nascita, ma credo che il mio amico tenore sia vissuto per oltre ottant’anni. Che mi resta di Carlo? L’abbraccio amicale e molto stretto di un vero Gladiatore assai forte: un carattere roccioso, spigoloso, fuori da ogni umano schema; ma generoso, attento a capire l’animo altrui, rispettoso, geniale e, diciamolo, piuttosto virile! Conservo due suoi dipinti creati per me di getto: uno riproduce “Gerarchie ecclesiastiche” (abbondavano nella sua produzione pittorica!), l’altro una triste immagine di Venezia (da salvare!, amava ripetermi): entrambi con dedica, risalgono proprio ai primi mesi del 1971, rappresentano il battesimo del nostro incontro avvenuto nel mese di dicembre, 1970.

   Carlo Franzini era un bravo tenore lirico e, talvolta, anche lirico spinto. La voce era chiara e piuttosto squillante con venature espressive ricche di grazia. La sua emissione veniva fuori con sfumature ben curate: nel suo canto si coglieva la sapienza cromatica del pittore. Su questo mio Blog ho riportato la sua “Serenata” tratta dal balletto “Pulcinella” di Pergolesi-Stravinsky. Perché mai? Sempre a Palermo, pochi giorni dopo il nostro incontro in via Maqueda, e precisamente il 4 gennaio 1971, Carlo mi regalò il disco della Decca con l’incisione completa di Pulcinella, balletto di Stravinsky. Lui era il tenore, dirigeva l’Orchestra della Suisse Romande Ernest Ansermet. Appose sulla copertina del disco la seguente dedica: “Al caro Giuseppe ricordando il nostro incontro palermitano e la nostra sincera e schietta amicizia.”

   Cosa canta il tenore in questa breve “Serenata”? Riportiamo le parole: “Mentre l’erbetta pasce l’agnella,/ pasce l’agnella, sola soletta la pastorella/ tra fresche frasche/ per la foresta cantando va.”

   La “foresta” rappresentava per noi i tanti volti umani che, incontrandosi, si ignorano. Io e Carlo, invece, incontrandoci  -con la magia delle nostre pupille-  abbattevamo il muro dell’incomunicabilità e della solitudine di chi vaga da solo per le vie della città, ossia fra le “fresche frasche”. Ma, per comprendere meglio, vi invito a conoscere tutto il citato balletto di Stravinsky. Eravamo due cuori d’artista (io ancora in erba) e abbiamo reso davvero caldi molti di quei freddi giorni del lontano inverno 1970/1971. Questo incontro fra artisti non si poteva lasciare nei freddi meandri dell’oblio. E mi sento così accrescere l’onore di ricordare ai posteri la mia amicizia col tenore Franzini: lunga vita alla Sua Memoria e alla vita futura delle nostre toccanti memorie!

 Bagheria, 06/02/11

Giuseppe Di Salvo 

Carlo Franzini bacia la mano a Giovanni XXIII

Carlo Franzini bacia la mano a Giovanni XXIII

GIUSEPPE DI SALVO: L’INTER, CRISTIAN CHIVU, MARCO ROSSI E UN BRUTTO PUGNO PER MAL COMUNICARE

Cristian Chivu

Cristian Chivu

E’ con dispiacere, ma non con perduta dignità, che noi, tifosi dell’Inter, esprimiamo il nostro rammarico per il pugno sferrato da Cristian Chivu sul volto del calciatore Marco Rossi, difensore centrale del Bari. Diciamolo subito: noi amiamo Chivu, ma non il suo gesto violento. E sappia Chivu che l’amore da parte nostra nei sui confronti si accresce per come l’abbiamo visto comportare dopo: era attonito, dispiaciuto, incredulo. E lo amiamo ancor di più per le dichiarazioni  fatte, piangendo. Riportiamo le sue parole: “Ho perso lucidità, mi sento un uomo di merda. Col briciolo di dignità che mi resta, chiedo scusa a Marco Rossi, a tutti quelli che guardano il calcio e soprattutto alle mie due bambine, che potrebbero vedere quello che ho fatto.”

   Avessero tutti le palle di Chivu!

Il presidente Moratti, inoltre, ha aggiunto: “Ci dispiace per Marco Rossi, ci scusiamo anche noi insieme a Chivu e ci dispiace anche per lui perché è la prima volta che capita una cosa del genere. Chivu è un ragazzo buonissimo, è stato una specie di raptus che neanche lui sa come giustificare.”

   Parole toccanti di un Signor Presidente. Noi qui vogliamo esprimere il nostro plauso per il comportamento maturo dei compagni di Chivu: da Materazzi a Julio Cesar e a tutti gli altri che gli si sono stretti intorno per proteggerlo e confortarlo, censurando però il suo non felice gesto.

  Ma, a differenza di Moratti, non crediamo nei raptus. Siamo piuttosto convinti che in Chivu c’è, per ora, un difetto nella sua comunicazione; e il pugno sferrato a Rossi è certo un modo sbagliato di comunicare con gli altri. Apprendiamo pure che il giudice sportivo ha squalificato per quattro giornate il difensore interista. E’ un bene per Chivu. Si riposi. E cerchi di comunicare coi suoi amici e coi suoi compagni di squadra con più serenità e con maggiore controllo emotivo. Noi siamo certi che le sue due bambine, se vedranno, capiranno. Del resto, solo un buon padre può fare le dichiarazioni del nostro rumeno. E sappia Chivu che, al di là dei sui più vicini affetti, c’è tanta gente che gli vuole bene sia per come gioca (e contro il Bari aveva giocato in modo più che discreto) sia per come si comporta. Quindi, coraggio! Caro Cristian, sbagliare è più che umano; ma correggersi innalza la propria umana dignità.

   Ora, non ci resta che dare il nostro benvenuto a Pazzini, Nagatomo, Kharja, Ranocchia. Giocare nell’Inter è come esprimere col corpo, attraverso la palla che rotola, e a ben alti livelli, il senso graffiante del pathos, quello lancinante della delizia e, in definitiva, quello della ricerca della perfezione e della gloria!

   Chiudiamo con altre brevi riflessioni sull’argomento di partenza. Marco Rossi è un bel giovane e un bravo difensore del Bari; a questo ragazzo gli si deve pure perdonare qualche emissione labiale infelice diretta a caldo nei confronti di Chivu. Non la vogliamo codificare per il rispetto che abbiamo di tutte le mamme. Apprezziamo, invece, le parole di Rossi: “Chivu mi ha chiamato e ho ricevuto diversi sms. Accetto le scuse di Chivu.” Noi ai pugni preferiamo ben più lieti incontri… E non vogliamo aggiungere altro. Forza, ragazzi! A ciascuno il suo! A noi  basta la forza dell’Inter e, oggi, anche l’energia che ai calciatori interisti sa infondere il bel Leonardo!

Bagheria, 04/02/11

Giuseppe Di Salvo

Marco Rossi, difensore centrale del Bari

Marco Rossi, difensore centrale del Bari

Categorie:Calcio, Primo piano, Società, Sport Tag:

IL NUOVO BRANO CHE ASCOLTATE? CHI RICORDA IL TENORE CARLO FRANZINI? CHI E’ IL DIRETTORE KAREL MARK CHICHON? CON LA QUARTA DI CIAIKOVSKI TRIONFA AL TEATRO POLITEAMA? E L’INTER?

1 Febbraio 2011 1 commento
Foto giovanile del tenore Carlo Franzini che qui interpreta "Pucinella" di Stravinsky

Foto giovanile del tenore Carlo Franzini che qui interpreta "Pucinella" di Stravinsky

Abbiamo cambiato musica nel Blog: il nostro Salvuccio Incandela è da lodare. Cosa e chi ascoltate? Si tratta del tenore milanese Carlo Franzini (pittore Saturnino): Giuseppe Di Salvo vi dirà in seguito dove e quando lo conobbe. Qui il tenore canta un breve brano, “Mentre l’erbetta”, tratto dall’Opera “Pulcinella” di Pergolesi-Stravinsky. L’Orchestra è quella prestigiosa della Suisse Romande diretta dal grande Ernest Ansermet. La registrazione è della DECCA e risale al 1966. Quanto prima Giuseppe vi parlerà del suo amico tenore quasi sconosciuto e dimenticato.

   Inoltre, chi conosce il 40enne direttore d’orchestra Karel Mark Chichon, nativo di Londra? Ebbene, a proposito di Pinchas Steinberg e Ciaikovsky, vi diciamo subito che, venerdì 28 gennaio al Teatro Politeama di Palermo il giovane Chichon ha diretto con grande maestria La Quarta Sinfonia del musicista russo. A presto Giuseppe Di Salvo vi parlerà anche di questo mirabile Concerto. E poi ci sarebbe da dire qualcosa sull’Inter. Vi attendono tre appuntamenti singolari che certo faranno scalpore, creando un terremoto culturale:  Giuseppe vi lascerà attoniti e ognuno di voi deve cercare le giuste parole se vorrà intervenire per commentare. All’erta! All’erta! Vigilate ora per ora su ciò che gli amatori del nostro Blog non si potranno perdere.

La Redazione del Blog.