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GIUSEPPE DI SALVO: DEL MIO INCONTRO COL TENORE CARLO FRANZINI, PITTORE “SATURNINO”, NOBILE GLADIATORE!

BIGLIETTO-INVITO DEL TENORE CARLO FRANZINI PER GIUSEPPE DI SALVO PER FIDELIO (1970)

BIGLIETTO-INVITO DEL TENORE CARLO FRANZINI PER GIUSEPPE DI SALVO PER FIDELIO (1970)

Era quasi deserta via Maqueda quel giorno di tiepido sole del lontano 16 dicembre 1970, quando avviandomi a casa verso via Napoli  -venivo da via Cavour e già avevo alle spalle il Teatro Massimo-  sul marciapiede opposto notai, nel suo chiaro splendore e aitante incedere, una persona, intorno ai cinquanta anni portati in modo davvero giovanile, camminare con passo lesto in direzione opposta alla mia. Con gli occhi ci si notò a vicenda, entrambi avevamo il portamento dei filosofi peripatetici e proiettavamo per la via un silenzio conoscitivo che solo le menti degli artisti ne potevano captare i reconditi significati… Sì, c’era allora un bel clima invernale a Palermo che invitava agli incontri, al sapere e alla… conoscenza.

   Mi fermai un po’ prima della Galleria delle Vittorie e mi girai a guardare quell’uomo elegante e singolare che avevo con lo sguardo incrociato; dall’altra parte i suoi ritmi corporei fecero la stessa cosa. I nostri sorrisi, nella breve distanza, fendevano l’aria. Quell’uomo, che già mi sembrava conoscere, mi venne incontro con piglio assai delicato e m’invitò a cantare il motivetto che io fischiettavo camminando: l’aveva percepito e n’era rimasto ammaliato. Sì, fischiettavo il “Valzer di Musetta” dalla “Bohème” di Puccini. Ma quella melodia espressa col mio modo di fischiare soave per quell’uomo era canto con precise parole: “Quando men vo,/ quando men vo soletta per la via,/ la gente sosta e mira/ e la bellezza mia tutta risplende in me/ da capo a pie’…”

   Io ridevo e non potevo cantare. E lui subito disse: “Sapessi quante volte ho cantato quell’opera!” Si considerava un bohémien. Mi chiese cosa io facessi, gli risposi che studiavo. Poi si presentò: “Sono il tenore Carlo Franzini. Sto andando al Teatro Massimo. Sono impegnato nel ruolo di Jaquino nel Fidelio di Beethoven, la prima andrà in scena fra due giorni, e precisamente il 18 dicembre 1970.” Avrei voluto vederlo in scena e ascoltarlo cantare. Mi disse in quale hotel abitava, invitandomi ad andarlo a trovare. Cosa che naturalmente realizzai alcune ore dopo. M’invitò anche alla Prima di quel Fidelio. Nacque così la nostra amicizia. Io marciavo verso i diciotto anni. La nostra amicizia durerà per più di un lustro. Quando Carlo rientrava a Milano nella sua mansarda artistica “La Bohème di Saturnino” (sì, con quel nome  -Saturnino-   firmava i suoi interessanti quadri, visto che era anche un affermato e apprezzato pittore!) o cantava nei vari teatri d’opera sparsi in Italia, mi scriveva. E io gli rispondevo con affetto. Conservo tantissime sue lettere, cartoline illustrate, telegrammi, ritagli di giornali con recensioni relative al suo canto o alla sua pittura da lui a me indirizzati: sono gemme culturali e umane da me custodite in appositi forzieri. A Bagheria lo vidi per l’ultima volta negli anni Ottanta. A Milano, io ero con Enzuccia Ventimiglia, invece nell’inverno del 1994, sempre nella sua artistica mansarda di Piazza Duomo, n. 21.

Poi ci fu tanto silenzio. Appresi da Internet che se n’era andato a fine gennaio del 2003, ricavai la triste notizia da un breve articolo di cronaca, pagina milanese,  del “Corriere della Sera”. Non conosco la sua data di nascita, ma credo che il mio amico tenore sia vissuto per oltre ottant’anni. Che mi resta di Carlo? L’abbraccio amicale e molto stretto di un vero Gladiatore assai forte: un carattere roccioso, spigoloso, fuori da ogni umano schema; ma generoso, attento a capire l’animo altrui, rispettoso, geniale e, diciamolo, piuttosto virile! Conservo due suoi dipinti creati per me di getto: uno riproduce “Gerarchie ecclesiastiche” (abbondavano nella sua produzione pittorica!), l’altro una triste immagine di Venezia (da salvare!, amava ripetermi): entrambi con dedica, risalgono proprio ai primi mesi del 1971, rappresentano il battesimo del nostro incontro avvenuto nel mese di dicembre, 1970.

   Carlo Franzini era un bravo tenore lirico e, talvolta, anche lirico spinto. La voce era chiara e piuttosto squillante con venature espressive ricche di grazia. La sua emissione veniva fuori con sfumature ben curate: nel suo canto si coglieva la sapienza cromatica del pittore. Su questo mio Blog ho riportato la sua “Serenata” tratta dal balletto “Pulcinella” di Pergolesi-Stravinsky. Perché mai? Sempre a Palermo, pochi giorni dopo il nostro incontro in via Maqueda, e precisamente il 4 gennaio 1971, Carlo mi regalò il disco della Decca con l’incisione completa di Pulcinella, balletto di Stravinsky. Lui era il tenore, dirigeva l’Orchestra della Suisse Romande Ernest Ansermet. Appose sulla copertina del disco la seguente dedica: “Al caro Giuseppe ricordando il nostro incontro palermitano e la nostra sincera e schietta amicizia.”

   Cosa canta il tenore in questa breve “Serenata”? Riportiamo le parole: “Mentre l’erbetta pasce l’agnella,/ pasce l’agnella, sola soletta la pastorella/ tra fresche frasche/ per la foresta cantando va.”

   La “foresta” rappresentava per noi i tanti volti umani che, incontrandosi, si ignorano. Io e Carlo, invece, incontrandoci  -con la magia delle nostre pupille-  abbattevamo il muro dell’incomunicabilità e della solitudine di chi vaga da solo per le vie della città, ossia fra le “fresche frasche”. Ma, per comprendere meglio, vi invito a conoscere tutto il citato balletto di Stravinsky. Eravamo due cuori d’artista (io ancora in erba) e abbiamo reso davvero caldi molti di quei freddi giorni del lontano inverno 1970/1971. Questo incontro fra artisti non si poteva lasciare nei freddi meandri dell’oblio. E mi sento così accrescere l’onore di ricordare ai posteri la mia amicizia col tenore Franzini: lunga vita alla Sua Memoria e alla vita futura delle nostre toccanti memorie!

 Bagheria, 06/02/11

Giuseppe Di Salvo 

Carlo Franzini bacia la mano a Giovanni XXIII

Carlo Franzini bacia la mano a Giovanni XXIII

  1. Enza Ventimiglia
    6 Febbraio 2011 a 12:19 | #1

    Ci sono delle vite straordinarie che, raramente, ci capita di incontrare. E il tenore Franzini ne fu certamente un degno rappresentante. Ricordo molto bene quell’inverno a Milano, Giuseppe. La vivacità di quello sguardo. Sembrava una specie di folletto… Grazie per avermi citata nel tuo post. E per il tributo dovuto ad un grande amico. Questo ti fa sempre onore.

  2. Laura Arconti Da facebook
    6 Febbraio 2011 a 16:52 | #2

    Per gli altri amici, ecco l’inizio dell’articolo sul Corsera da cui Giuseppe ha saputo della morte di Franzini: “Si faceva chiamare Saturnino …… Ma il suo vero nome era Carlo Franzini, milanese da otto generazioni. Il suo lavoro era la pittura, la sua passione l’ opera lirica, la sua vita era la boheme: viveva in una soffitta che dava su piazza del Duomo e che gli richiamava alla mente «gli atelier dei pittori impressionisti di Montmartre»

  3. Franco Lo Vecchio Da facebook
    6 Febbraio 2011 a 16:54 | #3

    Ciò che mi ha colpito di questo lungo articolo è la precisione delle date. Come può Giuseppe ricordare a distanza di 40 anni? A differenza della cara Laura, ho conosciuto e condiviso con Giuseppe un pezzettino di storia radicale, ero al corrente della sua cultura, ma non sapevo di queste amicizie particolari. Non ce ne aveva mai parlato nei mitici incontri dei giovedì del FUORI!, presso la sede Radicale di Vicolo Castelnuovo- E’ sempre bello dissetarsi alla sua fonte di genialità.

  4. Calzelunghe Fantozzi Pippi Da facebook
    7 Febbraio 2011 a 0:00 | #4

    Anche io sono stupita dalla precisione dei ricordi. Terrà sicuramente un diario. Singolare l’incontro . :) )

  5. Cristina Aiello
    10 Febbraio 2011 a 12:09 | #5

    Ciao Giuseppe,
    grazie per le emozioni che sei riuscito a trasmettere nel raccontare-ricordare quell’incontro. E’ una fortuna riuscire a riconoscere, cogliere e vivere questi momenti. La vita è bella proprio perchè può essere ricca di emozioni imprevedibili, che vanno assecondate per nutrire il nostro cuore e renderci migliori.

  6. Salvuccio Incandela
    12 Febbraio 2011 a 13:42 | #6

    Giuseppe,
    dirti che sono rimasto affascinato ed emozionato nel leggere questo tuo breve racconto vissuto è il minimo che si può esprimere. Ti ho sempre detto che sono affascinato da quegli anni che, per motivi anagrafici non dipendenti da me!, non ho potuto vivere. Si è in erba a 23 anni! Nel leggere si percepisce la “purezza”, appunto, di quei tempi quando ancora si potevano mangiare le “fragole” come recita una famosa canzone; per dire, insomma, che allora ci si poteva permettere di fare “conoscenze” per strada, c’era sicuramente meno cattiveria e tante altre diverse situazioni che ora non sto qui ad elencare.
    Oggi io e molti altri usiamo internet, le chat, per fare nuove conoscenze…
    Leggendo, riesco a percepire, conoscendoti, un po’ di nostalgia di quegli anni che, invece, io ti “invidio”. Ma la tua è nostalgia che ci proietta tutti nel futuro e a futura memoria! Oltre che un nobile rimembrare un tuo amico e un artista scomparso.
    Salvatore Incandela

  7. giuseppe di salvo
    12 Febbraio 2011 a 14:16 | #7

    Cari Salvuccio, Laura, Enzuccia, Pippi, Franco e Cristina,
    i vostri commenti sono molto preziosi e vi ringrazio. Pippi Fantozzi Calzelunghe ha centrato: i “Diari” non sono produzione letteraria scritta da sole donne. Personalmente, conservo due preziosi Diari degli anni Settanta: in essi, e in modo non conforme alle regole della grammatica italiana, ho codificato tanti miei ricordi. E il contenuto conserva una freschezza narrativa che, almeno a me, fa rivivere molti di quei lontani eventi narrati. E’ chiaro che oggi non potrei mai più, anche a volerlo, riscrivere le mie rimembranze in quel modo. C’è stato un grande lettore di questi miei due diari, il maestro Michele Lizzi, compositore agrigentino e altro nobile mio amico, forse il più nobile uomo da me fino ad oggi conosciuto. Mi disse, lui che era laureato anche in Lettere, che quella mia freschezza narrativa sgrammaticata era dal punto di vista letterario davvero interessante; e vi colse anche la forza espressiva di autentici valori e contenuti di un ragazzo che viveva in modo conflittuale la sua giovinezza. Ancora grazie,
    Giuseppe Di Salvo

  8. Laura Arconti da Facebook
    13 Febbraio 2011 a 17:57 | #8

    “Oggi io e molti altri usiamo internet, le chat, per fare nuove conoscenze” (Salvuccio). Io invece non entro in chat: me ne sto qui, seduta, a leggere, e aspetto. E vedo arrivare tante belle persone, e conosco tante persone nuove.
    E Giuseppe Di Salvo mi ringrazia, addirittura, dal suo blog. Amicizie virtuali, che annullano il tempo e lo spazio, che riempiono vuoti, che colmano silenzi con risposte inattese.

  9. Maurizio
    30 Agosto 2015 a 14:11 | #9

    ciao, ho ricevuto un colpo nel leggere il foglio che riporta la sua scrittura, sono ritornato in dietro di anni.
    Grazie alla tua esperienza ho rivissuto la mia.
    Nella mente il ricordo di Carlo occupa molto spazio.
    Ciao Maurizio

  10. giuseppe di salvo
    30 Agosto 2015 a 18:27 | #10

    Grazie per questa tua breve testimonianza su Carlo!

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