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Archivio Marzo 2011

GIUSEPPE DI SALVO: GANDHI ERA GAY E AMO’ UN UOMO, HERMANN KALLENBACH, PALESTRATO ARCHITETTO TEDESCO DI ORIGINE EBREA

Gandhi, Sonia Schlesin, Hermann Kallenbach

Gandhi, Sonia Schlesin, Hermann Kallenbach

Gandhi aveva chiare tendenze omosessuali, amava un bodybuilder tedesco. Secondo quanto viene scritto in una nuova biografia del Mahatma, “Great Soul” (Grande Anima), redatta da Joseph Lelyveld, Gandhi era dunque gay. Il suo amante era un bodybuilder tedesco di origine ebrea di nome Hermann Kallenbach. La biografia è stata recensita dal “Wall Street Journal”. Joseph Lelyveld, premio Pulitzer, ex direttore del New York Times, ha avuto accesso a un carteggio inedito tra il grande militante  nonviolento indiano e l’architetto tedesco appassionato di culturismo. Lo avrebbe conosciuto in Sudafrica nel 1904.

   Lelyveld scrive anche che l’organo sessuale di Gandhi molto raramente si eccitava in presenza delle giovanissime donne con le quali dormiva, perché l’amore della sua vita  era Hermann Kallenbach; per quest’uomo Gandhi decise di lasciare la moglie nel 1908. “Il tuo ritratto è l’unico che c’è sul caminetto della mia camera da letto” avrebbe scritto Gandhi al suo amato Kallenbach.

   I due amanti si erano fatti una promessa a vicenda: l’uno aveva  giurato all’altro “amore, e ancora amore, così tanto amore che il mondo non ha ancora visto.”  Inoltre, Gandhi avrebbe detto a Kallenbach di “non guardare con lussuria nessuna donna”. Gandhi e Kallenbach si separarono quando il Mahatma tornò in India nel 1914 (aveva 45 anni). Kallenbach non poteva raggiungerlo in India perché c’era il divieto di transito in tempo di guerra. Gandhi non si arrese mai all’idea di poterlo rivedere.

Più tardi, sulla via del suo “ashram” (meditazione spirituale), quando anche le coppie sposate dovevano giurarsi castità, Gandhi scrisse: “Non riesco ad immaginare niente di più brutto che l’atto sessuale fra un uomo e una donna“.

Bagheria, 30 marzo 2011

Giuseppe Di Salvo

Categorie:Primo piano, Società Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: “SOLARE OMAGGIO” (POESIA INEDITA)

GIUSEPPE DI SALVO

GIUSEPPE DI SALVO

Plasmata

da raggi solari.

Una scossa ondulatoria

ti stacca dalla roccia

e col vento vaghi

fra astri sconosciuti-

alabastro bruno

con agili pupille

traslucide,

aghi pronti a ferire.

Ti cinge il collo

un’opalina

e col giallo

l’azzurro fondi.

Agiti gli arti

come insetto rovesciato

e tracci versi di sangue.

Col turgido seno

laceri il mondo

e sul proscenio

la Dal Monte incarni.

Emetti  -in piena bruma-

l’ultimo trillo: richiami canti

di maggio.

Acuti stridenti percorrono

gomitoli di fili

e di dolore.

Ma al nostro “Pronto?!?”-

si è mai  pronti!

Bagheria, 09/01/04

Giuseppe Di Salvo

Categorie:poesia Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: ELIZABETH TAYLOR (1932-2011), OVVERO L’ORGOGLIO E IL FASCINO DI UNA PIU’ CHE DEGNA CLEOPATRA. E PER NOI? VERA E NON ASESSUATA SANTA!

Elizabeth Taylor (1963) nel ruolo di Cleopatra

Elizabeth Taylor (1963) nel ruolo di Cleopatra

La morte di Liz Taylor (o più esattamente Elizabeth Rosemund Taylor, nata a Londra nel 1932), attrice statunitense, ci sorprende e commuove; e ci spinge indietro nei vivi e soggettivi ricordi per cercare di comunicare ai lettori come la grande e bella attrice abbia conquistato, da decenni, i nostri cuori. Io la conobbi sullo schermo negli anni Sessanta. Nelle sale cinematografiche, allora, si proiettava il film “Cleopatra” (1963) del grande regista statunitense Joseph Leo Mankiewicz. La Taylor viveva lo splendore dei suoi trent’anni. Io vidi il film verso la fine degli anni Sessanta, vivevo la mia seconda adolescenza con oltre sedici primavere alle spalle; consapevole, da sempre, del mio orientamento omosessuale, cercavo modelli positivi con cui confrontarmi; la sicurezza interpretativa del personaggio “Cleopatra” da parte di Liz Taylor mi affascinò a tal punto che in lei mi identificai e ho visto quel film più di una volta, riuscendo a memorizzare alcune frasi recitate dall’attrice scomparsa. Ma dove stava l’abilità del regista Mankiewicz? Lo diciamo subito: nel rendere spettacolare le scene di massa tipici dei film linguisticamente indicati col termine “peplum”. Noi gay eravamo attratti da quelle masse di comparse maschili che mostravano cosce ben tornite e corpi palestrati: e fra quegli uomini cercavamo anche il modello di maschio da amare, sì da amare!, perché anche gli adolescenti gay dalle idee chiare erano in cerca di amore al pari dei coetanei eterosessuali che magari venivano attratti, in quei contesti, dalle scollature delle ancelle un po’ invitanti e stimolanti il desiderio erotico. Per comprendere i nostri processi di identificazione con le dive di Hollywood è necessario rivisitare il romanzo “Il bacio della donna ragno”, capolavoro letterario di Manuel Puig. Vale più di mille spiegazioni-interpretazioni di altrettanti psicologi che ricorrono al termine “pattern” per evidenziare alcuni processi di identificazione umana. E allora diciamola tutta: molti di noi, nel film Cleopatra, eravamo attratti dal bel Richard Burton, una bella “forma umana maschile” (quale indicibile e sano erotismo  sprigionava  in noi la percezione di quella “gelstat”!) che, al pari di Liz Taylor, avremmo voluto amare apertamente, sfidando la repressione sociale. In quelle sale cinematografiche c’eravamo sparsi tanti altri “Cleopatre” (scusate il bisticcio di genere) che sognavano di vivere, un giorno, con orgoglio, le loro “particolari” storie d’amore. Va ricordato che, allora, le sale cinematografiche erano anche i primi punti di incontro gay: ci si capiva con gli occhi, ma non potevamo amare all’aperto come la Taylor o come gli altri. Personalmente uscivo da quella proiezione col volto beato. Non solo per quell’alone amoroso che cingeva il volto della Taylor quando abbracciava Richard Burton (era pura arte d’amare!), ma anche per il vivo ricordo interpretativo lasciato in me dalla grande attrice quando sul corpo morto di Marco Antonio, coprendolo col suo visibile dolore, sussurrava: “Non ho mai sentito tanto silenzio!”. Frase che ancora oggi sentiamo sussurrare intorno a noi. C’è da ricordare che, proprio mentre giravano Cleopatra, Liz Taylor e Richard Burton si erano davvero innamorati e, in seguito, si sposeranno. Ecco perché quel film ci mandava segni d’amore credibili! Ma di quell’evento ricordiamo altre cose: la sicurezza interpretativa di Rex  Harrison  (interpretava Giulio Cesare), la bellezza del cinico Ottaviano (Roddy MacDowall), le grandi scene di massa, la battaglia di Azio con Marco Antonio umiliato dalla sconfitta, la regina d’Egitto che fuoriesce da un tappeto srotolato per terra e… quante belle ed aitanti comparse da cui farsi massaggiare!

    E non abbiamo mai dimenticato le parole di una ancella nella scena finale: Ottaviano trova Cleopatra morta, distesa in pompa regale con l’abito d’oro indossato durante il suo ingresso trionfale a Roma; è l’ultima sua orgogliosa sfida lanciata contro Roma e contro Ottaviano; ai piedi di Cleopatra c’è un’ancella morta, un’altra è agonizzante; Ottaviano se ne esce confuso e irritato. Qualcuno si rivolge all’ancella morente dicendo:“Ti sembra sia stata una degna fine?”. Allude al loro suicidio, ma soprattutto a quello di Cleopatra (si son fatte mordere dall’aspide). E l’ancella risponde: “Più che degna… degna dell’ultima regina d’una grande stirpe!”

   Potevamo noi gay, oppressi dalla morale dominante, non identificarci fin d’allora con la grande Liz Taylor?

   In quelle sale cinematografiche (ma non solo!), a Bagheria, a Palermo o altrove, noi giovani gay scoprivamo di non essere soli e, che anzi, eravamo in tanti a vagare e a cercare amore. E l’ammirazione e l’affetto che noi sentivamo verso quella “attrice-regina” proiettata sullo schermo era da lei  perfettamente ricambiato in puro amore nei nostri confronti nella realtà. Ma lo sapemmo dopo. Elizabeth Taylor fu grande amica e “mamma” di molti attori gay velati nella Hollywood di allora: James Dean, Rock Hudson, Marlon Brando, Montgomery Clift… e numerosi altri. E contare su un’amica come Liz, in quegli anni, era come stare a contatto con una grande anima che dava sollievo. Le voci dell’amicizia di Elizabeth Taylor nei confronti dei gay riuscivano a giungere fino a noi grazie ai venti che attraversano gli oceani che separano i continenti.

  L’attrice aveva già espresso le sue magistrali interpretazioni in diversi film con espliciti riferimenti al desiderio omosessuale. “La gatta sul tetto che scotta” (1958) di Richard Brooks  [come dimenticare Brick ( Paul Newman), un prestante atleta, che non riesce a desiderare la bellissima  Margaret  (e qui l’interpretazione della Taylor è da Oscar!) perché non si era mai ripreso dalla perdita di un suo compagno di squadra di cui era innamorato e che per lui si era suicidato? Brick cerca così di annegare nell’alcol il suo dramma esistenziale]. Il contenuto del film è ricavato dalla commedia omonima di Tennessee Williams.

   E che dire del film “Improvvisamente l’estate scorsa” (1959) del regista Joseph Leo Mankiewicz, lo stesso regista del film Cleopatra, tratto pure da un’opera teatrale di Tennessee Williams? E di quel non ben visibile Sebastian vestito di bianco che nel film, accompagnato dalla cugina Catharine Holly (quanto strazio nell’interpretazione della Taylor e  nel suo scomodo rivelare il vero motivo della morte del cugino omosessuale Sebastian!) muore ammazzato dalla ferocia di tanti aggressori nella lontana Spagna assolata? Da Oscar!

   E di quel capolavoro assoluto che è “Riflessi in un occhio d’oro” (1967) del regista John Huston tratto dal bellissimo romanzo omonimo della scrittrice Carson McCullers? Con quel Marlon Brando nel ruolo del maggiore Weldon Penderton, sposato con una donna giovane, Leonora Penderton (altra grande interpretazione di Elizabeth Taylor!), ma segretamente omosessuale? Quale  desiderio omoerotico sotto la divisa militare del simpatico ufficiale! E del giovane gay Anacleto in casa Langdon, colonnello amante di Leonora, che ama rievocare, come si legge nel romanzo della McCullers, il primo movimento della “Sonata in la maggiore” di César Franck per mimare il suo personale e liberatorio balletto? Gioielli della nostra cultura e del nostro processo di liberazione! La Taylor, sempre lei!, ci ammaliava con quelle sue indimenticabili interpretazioni.

   Inoltre Liz è stata una vera Santa! Chi come lei, negli anni Ottanta e Novanta, ha organizzato iniziative per la lotta contro l’HIV? Forse il Vaticano? Ha avuto otto mariti e… quanti amori? Non è forse proprio questa la prova ontologica della sua santità? Come può il Vaticano proclamare santi i volti “moralmente disordinati” di chi dice di praticare, contro il naturale corso dell’umana vita, la castità? L’amore di Elizabeth Taylor non si sposava con i gesti di chi, nei primi anni Quaranta, andava a vendere acido cianidrico, acido prussico e malatione ai nazisti, che lo usavano poi con il nome di Zyklon B per sterminare le persone rinchiuse ad Auschwitz, nevvero Karol Wojtyla prossimo alla proclamazione della vaticana santità? I santi creati al di là del Tevere ci lasciano, in genere, indifferenti. Elizabeth Taylor, per noi, regina e santa lo fu nel corso della sua splendida e generosa vita. Mercoledì 23 marzo ci ha per sempre lasciati. Ma vive e vivrà imperitura dentro di noi. Nel ricordarla ci sentiamo beati, ella si rivela in noi rigandoci il volto con qualche rotolante lacrima che non vogliamo asciugare. La vera catarsi, talvolta, si presenta proprio congedandoci da chi si ama con l’ultimo addio.

Bagheria, 24 marzo 2011

Giuseppe Di Salvo

 

Categorie:Cinema, Primo piano, Società Tag:

ELIZABETH TAYLOR SE N’E’ ANDATA, FRA POCHE ORE UN APPASSIONATO RICORDO DI GIUSEPPE DI SALVO

Elizabeth Taylor: scena finale del film "Riflessi in un occhio d'oro" (1967) di John Huston

Elizabeth Taylor: scena finale del film "Riflessi in un occhio d'oro" (1967) di John Huston

Oggi, mercoledì 23 marzo 2011, a Los Angeles, si è spenta la grande attrice Elizabeth Taylor. Fra poche ore, in questo nostro Blog, un appassionato e dirompente ricordo di Giuseppe Di Salvo. Da non perdere!

La Redazione del Blog

Categorie:Cinema, Primo piano, Società Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: “PANE DI SAN GIUSEPPE” (POESIA INEDITA)

Giuseppe Di Salvo

Giuseppe Di Salvo

Ogni alba

sorge fresca

sul mio corpo

e l’anima tutta m’invade

La mia mente vaga

e luce proietta

nelle accidentate vie

della Prudenza-

braccia aperte del ristoro

Di pane-in-dono

la generosità s’espande

dal Bar Carmelo

Lo ricevo benedetto

San Giuseppe è lì-

rivelazione e baci

nel segno della tradizione

Danzano i ricordi

dei tempi andati

La primavera in arrivo

il suo cuore batte

sul mio fresco volto

Si amplificano-

in me-

assai vividi-

colori ricchi di energia

Tracce oscillanti intravedo

in lotta-

pennelli enigmi del futuro.

Bagheria, 19 marzo 2011, San Giuseppe

Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: PETER CIAIKOVSKI? FU UN ASSASSINIO DELIBERATO DA UN GIURI’ MAFIOSO DI STAMPO ZARISTA. AFFINITA’ CON OSCAR WILDE, FEDERICO GARCIA LORCA, PIER PAOLO PASOLINI…

Il bel giovane Peter Ciaikovski

Il bel giovane Peter Ciaikovski

Carissimi Salvatore, Enzuccia, Laura, Rosanna, Pippi, e  -da ultimo- Pippo Rinella, 
vi ringranzio dei vostri sentiti interventi da voi espressi sul mio articolo relativo al rapporto Kotek-Ciaikovski-von Meck. Vi siete mai chiesti perché contro il fascimo di Franco, in Spagna, i nostri intellettuali di sinistra, che ormai hanno perso l’ “egemonia culturale”, hanno gridato allo scandalo e giustamente hanno messo in evidenza la grandezza del poeta Federico Garcia Lorca dai fascisti di Franco fucilato? E del processo inscenato dai bigotti inglesi contro Oscar Wilde? Hanno distrutto col carcere uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi; quanto sdegno giustamente versato?! Ma l’Inghilterra di oggi si è tanto vergognata per quel processo! E del mistero tutto italiano legato all’assassinio di Pier Paolo Pasolini? Quanti erano all’Idroscalo di Ostia a massacrare il nostro grande poeta? Ciaikovski, al pari dei tre intellettuali citati, nella Russia degli zar, sfidò la mostruosità dei codici antigay che producono negli esseri umani infelicità e nevrosi. Doveva morire! Gli fu imposto di avvelenarsi con l’arsenico da quel folle regime zarista. E i nostri intellettuali di “sinistra” perchè non hanno mai cercato di scoperchiare questo “delitto di stato” proveniente dalla Russia zarista, visto che su questa linea si è espressa anche la successiva Russia stalinista? Egemonia culturale o intellettuali a servizio dei rossi regimi? Ecco perchè la “sinistra” di casa nostra oggi è perdente: non va alla ricerca della verità! Eppure Pasolini, Sciascia…, e pochi altri, ci hanno lasciato in eredità un metodo di ricerca vincente che si può racchiudere in questo pasoliniano pensiero: “Solo l’amore, solo il conoscere conta, non l’avere amato, non l’avere conosciuto.” Nel mio piccolo, mi muovo su questa sullodata e nobile linea. Mi appassiona e coinvolge.
Un abbraccio e ancora, a tutti, grazie,

Giuseppe Di Salvo

PIPPO RINELLA: L’INTERVENTO DI GIUSEPPE DI SALVO SULLA FINE DI CIAIKOVSKI FECE SBALLARE, AL TEATRO POLITEAMA, IL CRITICO MAURIZIO BIONDI!

Pippo Rinella

Pippo Rinella

L’ascolto di questa Celestiale MUSICA fa ben capire cos’ è l’Eternità Artistica, cosa è l’Arte Immortale.
L’Illuminato Giuseppe, generosamente, ci regala un altro gioiello: questo dotto e sapiente articolo.
Io con la mente ritorno a venerdì 25 febbraio, nella Sala Rossa del Teatro Politeama di Palermo.
Si teneva una “Conversazione Musicale” sulla Patetica. L’oratore era il critico musicale Maurizio Biondi. La conversazione era accademica e superficiale, non coinvolgeva poichè era banale. Nel momento in cui l’oratore parlava del suicidio di CIAIKOVSKI, interveniva Giuseppe che invitava l’oratore a parlare anche di istigazione al suicidio o di omicidio di Stato con l’arsenico.
Apriti Cielo! Il critico di regime incominciava a balbettare, entrava in confusione storica e in errori nominali. Portava a conclusione la conversazione in evidente stato di disagio.
L’intervento allora e l’articolo di Giuseppe oggi hanno un’ANIMA perchè in Giuseppe c’è ricerca e AMORE per la VERITA’.
La conversazione del critico di regime era accademica, fredda e non riusciva a prendere il volo poichè era SENZA anima.
GRAZIE, Giuseppe, per il TUO Superbo LAVORO,
Pippo Rinella

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GIUSEPPE DI SALVO: PETER CIAIKOVSKI E IOSIF IOSIFOVICH KOTEK: DUE AMANTI, MUSICISTI RUSSI, SFIDARONO, COI LORO PROFUMATI INGUINI, IL PUBBLICO DISPREZZO E I MORALISTI IPOCRITI DI TUTTI I TEMPI!

Da sinistra: Josif Kotek e Peter Ciaikovski

Da sinistra: Josif Kotek e Peter Ciaikovski

Il violinista russo Iosif Iosifovich Kotek, noto anche come Josef  o Yosif (nato a Kamenets-Podolsk, Ucraina, il 6 novembre 1855 e morto il 4 gennaio 1885, a soli trent’anni inoltrati!), fu uno dei grandi amori di Peter Ciaikovski. Ha studiato violino con Jan Hrimaly presso il Conservatorio di Mosca; fu anche prediletto allievo di composizione di Ciaikovski. Fra loro due ci fu sin dall’inizio una forte attrazione reciproca. Kotek amava la musica del suo maestro. La loro attrazione si trasformò subito in amore. In una lettera al fratello Modest, anche lui omosessuale, siamo nel 1876, quindi Kotek aveva 21 anni, il 36enne Ciaikovski scrisse: “Quando lui (Kotek) mi accarezza con le sue mani, quando si trova con la testa appoggiata sul mio petto, ed io passo la mia mano fra i suoi capelli e furtivamente lo bacio, allora sì… dentro di me si accende la passione con una forza dirompente ed inimmaginabile… Non riesco a temermi lontano da un legame fisico con lui!”

Ciaikovski ha 15 anni in più del suo allievo Kotek, al cospetto del quale si considera grasso, panciuto, tendente ad un invecchiamento precoce. Iosif Kotek si diplomerà in violino proprio nel 1876. In quel periodo, la ricca vedova Nadezda von Meck cercava presso il Conservatorio di Mosca un violinista da assumere in casa in modo da suonare per sé musica da camera, essendo lei stessa preparata pianista. La signora von Meck aveva partorito undici figli tutti appartenenti al marito Karl (più una dodicesima creatura, figlia di un suo amante di cui parleremo più avanti) e teneva in casa un nutrito staff di medici, domestici e musicisti vari. Sarà Nikolaj Rubinstein, direttore del Conservatorio di Mosca che la von Meck finanziava, ad indirizzare Josef  Kotek verso la ricca signora, la quale era già venuta a conoscenza di alcuni brani musicali di Ciaikovski e ne era rimasta affascinata. Kotek certamente rivelò alla signora von Meck di essere stato allievo di Ciaikovski, e la ricca vedova lo incaricò di riferire al compositore di comporre alcuni brani nuovi per violino solo. Kotek riferì anche alla signora che Ciaikovski aveva difficoltà economiche e la ricca vedova decise, da allora, di aiutare finanziariamente Ciaikovski (seimila rubli all’anno); lo farà per circa 14 anni. Così Ciaikovski si poteva dedicare a tempo pieno alla composizione, senza bisogno di insegnare per guadagnarsi da vivere: fra l’altro lo stipendio di professore di composizione al Conservatorio di Mosca era ben poca cosa. Sicché Josef Kotek, per un certo periodo, finì per assumere un ruolo di intermediario fra la signora von Meck e Peter Ciaikovski. All’epoca la ricca signora aveva circa 46 anni e l’unica condizione posta alla sua “relazione” con Ciaikovski fu quella che loro due non si dovevano mai incontrare. Come mai? Noi non crediamo all’amore platonico, descritto da molti critici impostori, fra Ciaikovski e la von Meck. Non ci credeva, e lo ha pure scritto al compositore in una sua celeberrima lettera, neanche la ricca vedova. E allora? C’è qualche imbecille che pensa ancora che Kotek non rivelò alla signora von Meck l’omosessualità di Ciaikovski? La spregiudicata signora (altro che moralista del cavolo come per decenni ce l’hanno fatta apparire gli studiosi camuffatori ed imbroglioni!?) non avrebbe chiesto a Kotek come mai Ciaikovski, a 36 anni, non  si fosse ancora sposato? E quale sarebbe stata, secondo voi, la risposta di Kotek? Forse che ancora non aveva trovato la donna adatta e, nell’attesa, preferiva ricamare? Gli è che, fin da subito, la signora von Meck vide in Ciaikovski un coraggioso “irregolare” del sesso; nei conflitti del compositore si rispecchiò e si identificò: anch’ella in quella repressiva società fu una “irregolare” del sesso, tradì il marito e partorì una figlia concepita dal suo amante Aleksander Yolsin, che era anche segretario del marito; e quando l’ingegnere baltico Karl von Meck seppe la notizia morì di infarto, ma la ricca vedova doveva amministrare il suo patrimonio, seguire i numerosi figli e andare avanti. Vide in Ciaikovski un grande musicista e un fedele alleato con cui poter comunicare a distanza i propri sentimenti; e lo finanziò perché col solo linguaggio della musica contribuisse a rompere la sessuofobia incrostata nella cultura dominante di quegli anni in Russia. Come non capire ciò? La von Meck fece un’operazione assai intelligente: finanziò il compositore della cui omosessualità già in tutta Mosca si parlava, ma volle evitare di incontrarlo per cercare di non far venire fuori la sua storia di “donna adultera”: ve la immaginate la signora von Meck andare in giro per le vie di Mosca, nel 1876, con l’omosessuale Ciaikovski? Che “Santa Alleanza?!” E che aperta sfida sociale l’insolita coppia avrebbe assunto! Con intelligenza e saggezza decise di finanziarlo, ci fu un interessante rapporto amicale epistolare; la vedova gli mise a disposizione le sue amene dimore perché  il musicista trovasse rifugio e ristoro anche fuori dal territorio russo e certamente lo amò come si può amare una persona geniale che all’interno della sua terra doveva lottare contro la soffocante morale etero-repressiva, monogamica legata all’immagine ipocrita della “famiglia etero indissolubile”. Basta leggere il breve racconto “Il Diavolo” di Lev Tolstoj, oltre al celeberrimo romanzo “Anna Karenina” (racconto pubblicato postumo solo nel 1911, ma scritto da Tolstoj intorno al 1889-1890, cioè tre anni prima della morte di Ciaikovski) per rendersi conto come nella Russia di allora vivere un “amore diverso” incontrava serie difficoltà con spesso tragiche conseguenze. E ancora oggi i tanti critici impostori invece di denunciare la nevrosi di una società zarista repressiva ed ipocrita (quella comunista di Stalin   -post rivoluzione di ottobre del 1917-  non sarà meno repressiva di quella zarista, ma va ricordato che quel “comunismo” è stato un “nazismo” e un “fascismo” a cui molti storici e musicologi hanno attribuito, ingannandoci!, un valore positivo, decretandone un ingiusto e non meritato successo) si limitano a mettere in evidenza le “stranezze” della signora von Meck e la presunta instabilità psicologica di Ciaikovski. Vorrei vederli questi critici dalla mente labile e dal pensiero putrefatto, se fossero costretti a vivere il loro amore o i loro legami amorosi in una società che per legge non ne consente l’espressione evidente, in che stato ridurrebbero la loro già fragile e conformista psiche! Già dimostrano di essere imbecilli in base alle sciocche cose che scrivono sulla vita della von Meck e di Ciaikovski,  figurarsi come vedremmo ridotte le loro fragili menti se dovessero vivere una vita sessuale clandestina con la perenne paura di essere denunciati e finire col perdere dignità umana, diritti civili ed essere per decenni imprigionati in Siberia. Perché  erano proprio queste le pene codificate nelle leggi zariste contro gli omosessuali di allora. E le stesse adultere non avevano vita facile. Ciaikovski prima di essere musicista, fu un uomo laureato in legge. Conosceva i severi codici zaristi in materia di omosessualità e di etica sessuale. Ne parlò certamente con Kotek e con tutti i suoi amici, fratelli e amanti. E volete che di queste leggi non fosse a conoscenza la signora von Meck? Ma cosa hanno per cervello i critici impostori? Come dovevano lottare la signora von Meck e Ciaikovski nella società di allora? Con dei cartelli legati al collo? Li avrebbero subito internati! Avevano a disposizione una sola cosa: la musica, la lotta di liberazione dalla morale e dalle leggi repressive doveva avvenire attraverso la coraggiosa musica di Ciaikovski! Erano due “fuorilegge del sesso”! Le mostruose leggi zariste in materia di etica sessuale opprimevano la libertà della ricca vedova e quella del geniale musicista Ciaikovski: fu, la loro, un’alleanza che procurò tanta serenità mentale sia alla mecenate sia al musicista che poteva così graffiare la moralità repressiva con la sua musica.

Nasce proprio all’inizio del 1877, e in quel contesto, il “Valse-Scherzo” op, 34 per violino ed orchestra di Ciaikovski. E il musicista lo dedica al suo amante Josef  Kotek. Ma come eseguirlo pubblicamente senza destare scandalo? Era come dichiarare apertamente la loro amorosa unione! Sicché il “Valzer-Scherzo” op. 34 venne eseguito per la prima volta da un altro giovane violinista, il polacco Stanislav Barcewicz, e a Parigi!, il 20 settembre 1878 nel corso del Concerto di musiche ciaikovskiane dirette da Nikolaj Rubinstein all’Esposizione di Parigi; il violinista polacco riprese il “Valse-Scherzo” op. 34 in prima per la Russia solo il 13 dicembre 1879 in occasione di un concerto organizzato dalla Società Musicale Russa.

Il “Valse-Scherzo” op. 34 è una breve pagina musicale luminosa (dura meno di sei minuti), piena di gioia di vivere: lo rivela il sensuale tempo di valzer; e il violino protagonista  -sin dall’inizio sul pizzicato degli archi-  incede con un colpo d’arco virtuosistico di picchettato volante, annunciando così l’esuberante e scherzoso tema principale; è come vedere Ciaikovski saltare di gioia per l’amore che provava per il suo amico 22enne Kotek. Si percepisce in quella musica un bisogno soggettivo di esprimere i propri sentimenti amorosi, e ciò ce lo rivela, proprio nel cuore del brano, una breve melodia in cui i corpi degli amanti sembrano abbandonarsi e fondersi in ricordi che non si vogliono più dimenticare. Il “Valzer-Scherzo” op. 34 oggi necessita di queste nostre esplicite parole: volete che allora la spregiudicata ed amabile signora von Meck non si sentisse attratta da questa musica che odora di pube e di ascelle maschili? Non era meglio di sentire quei ridicoli moralisti sessualmente psiconazisti rovescianti sulle vive persone solo desolazione, morte e noia? Altro che sensi di colpa! C’erano espressi gli amorosi e vitali  sensi umani nella musica di Ciaikovski; e questi tre splendidi “fuorilegge del sesso” (Nadezda Filaretovna von Meck, Peter Ciaikovski e Josef  Kotek) ben lo sapevano e, suonando e scherzando, si burlavano di chi non capiva. Come non percepire in quelle acutissime note che svettano fuori dal “cantino” orgasmi artistici di libertà?

Sono queste le premesse perché, in seguito, ci sarà un critico  -quanto volutamente ottuso?-  che definirà la musica del “Concerto per violino e orchestra” di Ciaikovski, “musica puzzolente”. Ne parleremo successivamente. Ma per noi, lo diciamo subito!, si tratta di sublime musica che profuma di inguini e di labbra maschili; e di candidi e amorosi orgasmi che sfidano il pubblico disprezzo. Con non buona pace degli impostori musicologi di ogni luogo e di ogni tempo!

Bagheria, 13 marzo 2011 

Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: IL “VALZER-SCHERZO OP. 34” (1887), DEDICATO ALL’AMATO VIOLINISTA JOSIF KOTEK, DI PETER CIAIKOVSKI SFIDAVA GIA’ L’OMOFOBIA DELLA SOCIETA’ ZARISTA

Ciaikovski, intorno al 1855: Parigi, Archives Larousse

Ciaikovski, intorno al 1855: Parigi, Archives Larousse

Cosa ascoltiamo oggi di eccezionale nel  Blog?

Eduard Hanslick, critico musicale di stampo tradizionale, negando alla musica ogni possibilità di significare o esprimere sentimenti di carattere psicologico, a proposito della prima esecuzione a Vienna, nel 1881, dell’ormai celeberrimo “Concerto per violino e orchestra” di Peter Ciaikovski, ebbe a definire la musica del geniale compositore russo “STINKENDE MUSIK”, cioè “musica puzzolente”.

   Circa cinquant’anni dopo, il regime di Hitler definirà la musica di Mahler e di altri musicisti, ebrei e non, “musica degenerata”. Come mai? Cosa hanno in comune le due sciocche e razzistiche definizioni se non l’odio contro il “diverso” o contro chi diverge dalle posizioni estetiche della cultura dominante? Del “Concerto per violino e orchestra” di Ciaikovski torneremo a parlarne successivamente.

   La musica che oggi state ascoltando nel Blog a me intestato è… il “Valse-Scherzo Op. 34” per violino e orchestra, breve composizione che (scritta solo un semestre prima rispetto al  più famoso “Concerto” sopra citato, e cioè nel 1887) Peter Ciaikovski dedicò al sua amico-amante Josif Iosifovich Kotek. Si tratta di una breve e rivoluzionaria composizione, dura, in genere, più di cinque minuti e meno di sei: per noi essa simboleggia, invece, l’apice della musica sublime che profuma di inguini e di ascelle maschili e di baci appassionati liberati dalle labbra di due uomini in amore.

   Fra pochissime ore ne riparleremo. Contro ogni discriminazione, sia degno dei più che umani antirazzismi  -e profumi d’amore e di sensualità anche gay- il vostro intelligente ascolto!

   E’ musica che sfida la sessuofobia e l’omofobia della società zarista: grande, davvero grande ed elettrizzante il nostro Peter Ciaikovski!

P.S.

Il violinista del brano che ascoltate è il grande israeliano Itzhak Perlman; l’orchestra è la “Leningrad Philaharmonic Orchestra” diretta da uno dei direttori più grandi di tutti i tempi, cioè Yuri Temirkanov. Cio avvenne nel 1990 in occasione del 150° anniversario della nascita di Ciaikovski.

Bagheria, 13 marzo 2011

Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: IL “COMING OUT” DEL CALCIATORE SVEDESE GAY ANTON HYSEN

Il ventenne Anton Hysén, calciatore svedese e gay.

Il ventenne Anton Hysén, calciatore svedese e gay.

In un’intervista rilasciata il 10 marzo 2011 al magazine “Offside”, il ventenne calciatore svedese Anton Hysen ha fatto coming out, ha dichiarato cioè di essere gay passando così alla storia del calcio come il primo calciatore svedese a rendere pubblico il proprio orientamento sessuale.

   Hysen gioca nell’ “Utsiktens BK” ed è figlio dell’ex calciatore difensore del Liverpool e della Fiorentina Glenn Hysen. Ha pure detto di essere dispiaciuto che ancora nessun altro calciatore svedese gay abbia fatto coming out.

  Anton ha dichiarato: “Sono un calciatore. E sono gay. Quando faccio il calciatore, non penso che importi qualcosa se mi piacciono le ragazze o i ragazzi.”  Conseguenze della sua rivelazione? Teme discriminazioni?  Anton così continua: “E’ un problema loro e non mio. La gente può chiamarmi come vuole, non farà altro che rafforzarmi nelle mie convinzioni.” Il padre Glenn sostiene il figlio e si dichiara contento delle sue decisioni. Così come i suoi due fratelli maggiori, Tobias e Alexander, entrambi calciatori.

   Come mai proprio in Scandinavia il coming out di un calciatore gay fa notizia, visto che lì i gay hanno da decenni acquisito tutti i diritti civili? Semplice: è segno evidente che, anche nei paesi in cui si sono codificate da tempo leggi a favore degli omosessuali, restano alcuni ambienti sociali del tutto omofobi; uno di questi è quello del calcio. Perciò il giovane e bello Anton Hysen ha fatto bene a lacerare questo ipocrita tabù. Prima o poi qualcuno doveva pure iniziare. Complimenti ad Anton e buona carriera calcistica. Io che sono tifoso interista posso consigliare a Massimo Moratti di assumere questo giovane esterno sinistro: non potrebbe essere d’aiuto alla Grande Squadra allenata da Leonardo e ai calciatori e ai tifosi interisti?

Bagheria, 10 marzo 2011

Giuseppe Di Salvo

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