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Archivio Luglio 2011

GIUSEPPE DI SALVO: “ARRUSO STRAVELATO” (DALLA RACCOLTA INEDITA “INVETTIVE E INVENTIVE”)

Giuseppe Di Salvo in estasi, di Giampiero Averna, 31/08/1995

Giuseppe Di Salvo in estasi, di Giampiero Averna, 31/08/1995

Da anni Ignazio

dagli occhi ho spazzato.

Oggi ho saputo

che s’è pure sposato.

Nella sua 126

non sono più entrato.

Labbra sensuali non certo teneva

e Antonio-

l’asta forte succhiandogli-

nella sua gola-

ogni cosa estingueva.

Checca l’Ignazio,

ha tanta paura

e-

a cose fatte-

gli fa schifo l’avventura.

Ma chi ha mai cercato

questo arruso stravelato?!

 

Bagheria, alba anni Ottanta

Giuseppe Di Salvo

Categorie:poesia, Primo piano, Società Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: LA NOBILE PAZIENZA DEL SENATORE ANDREA ZANGARA

27 Luglio 2011 3 commenti
Il senatore Andrea zangara (07/10/1940- 26/07/2011)

Il senatore Andrea zangara (07/10/1940- 26/07/2011)

Lorenzo Rizzo verso le ore 10,00 di mercoledì 27 luglio 2011 mi cerca, l’ho vagamente capito dalle tracce che si lasciano al telefonino quando esso è spento. Accendi il cellulare, richiami quel numero, mi viene comunicato ciò che non ti aspetti, una notizia già segnata nel cielo di Bagheria: Andrea Zangara se n’è andato!

   Quando in un corpo le cellule fanno i capricci, la persona coinvolta è in perenne lotta, fa di tutto per prendere a pedate il minaccioso pensiero trasformatosi in invisibile volto che ti vuole presto strappare alla vita. La quale, spesso, non si è  pronti a lasciare a 71 anni, né prima, né poi.

   Andrea Zangara ci ha lasciati intorno alle ore 18,30 di martedì 26 luglio 2011. Per chi conosceva il Calvario di Andrea, la notizia che codifica il suo non esserci più col respiro equivale solo a una non felice e triste presa d’atto. Io vidi Andrea col suo volto scarnato per l’ultima volta pochi mesi addietro al “Gelato In” in via Libertà. All’aperto. Seduto al tavolo col suo gruppo di amici: giovani e non. Sapevo. Mi aprivo sempre un varco per baciarlo. E lui gradiva. Non ci sono parole per onorare il rispetto che si prova per una persona in lotta contro qualcosa di non prevedibile. Ne so qualcosa perché quattro anni addietro, anche se per pochi mesi, seguii il Calvario di mia madre. E, in seguito, anche di alcuni amici. Andrea mi disse: “Giuseppe, scusami se non mi posso alzare”. Poi, rivolgendosi ai suoi amici: “Offrite il caffè al professore!”. Quando aveva ancora le giuste energie, talvolta mi invitava a sedere con lui. Sentiva il bisogno di raccontarsi e rievocava la sua visione delle vicende politiche che lo riguardavano: l’ esperienza parlamentare nazionale compresa. Ci metteva l’orgoglio “ru marmuraru”. E poi finiva per parlare della sua lotta per la vita. Sempre con alta dignità. Io col pensiero andavo indietro negli anni Ottanta e rivisitavo i libri di David Leavitt. Mi ritrovavo nel “Ballo di famiglia” in lotta anche per affermare, nonostante le chemioterapie, il senso della vita.

   Circa una settimana addietro vidi, per caso, suo figlio Gero. Gli chiesi del padre. Mi informò che il Calvario stava per volgere verso la fine. E mi disse pure che mentalmente era lucido. Pregai Gero di salutarmelo. Cosa che credo fece.

   Ieri, mentre Andrea se ne andava, io ero disteso su una non limpida spiaggia di Aspra e leggevo il commovente romanzo del 24enne scrittore francese Arthur Dreyfus intitolato “La chimica dell’incontro”. In questo bel romanzo di Dreyfus un 16enne di nome Chris viene strappato alla vita nel giro di pochi mesi da un cancro al ginocchio, dopo aver subito torture e amputazioni di parti del corpo. Come si vede, le cellule capricciose colpiscono la persona umana indipendentemente dall’età. E si colpiscono anche i sentimenti e gli affetti.

   Di Andrea politico oggi non è il caso di parlarne. Personalmente, non l’ho mai votato. Ma in città Andrea ha avuto, all’interno della DC, momenti elettorali davvero plebiscitari. E molti abitanti di Bagheria gli devono riconoscenza e gratitudine.  Io mi limito a rivelare che ho sempre apprezzato una sua virtù: la Pazienza. E non perché era un uomo che amava “patire”: si trattava piuttosto di una struttura mentale che sfoderava nei momenti più significativi della sua vita, e in ispecie nel corso delle sue campagne elettorali; cercava voti ovunque, da solo  -sì anche da solo!-  o in gruppo; ed era capace di cercarseli anche negli angoli più bui dei centri abitati. Credo che l’attuale sindaco Vincenzo Lo Meo, in questo senso, rappresenti il degno erede di Andrea Zangara. La popolarità si conquista, nessuno la porta in regalo.

   Ma ritorniamo alla Pazienza di Andrea: divenne un suo strumento mentale negli anni (circa tre?) del suo Calvario. La Pazienza è un concetto astratto che non si può legare a nessuna regola della nostra grammatica; essa si applica solo alle non codificate regole delle nostre vite. Andrea, grazie all’interiorizzata Pazienza, festeggiò molte vittorie elettorali (e non solo!) nel corso della sua umana vita. E conobbe pure la gioia legata alla gestione del potere.

   Il suo Calvario, invece, gli fece conoscere l’altro aspetto della vita, la componente dell’umano dolore.  Credo ne sia uscito a testa alta. Ci lascia pagine surreali di un romanzo non scritto. Da leggenda. E sono pagine perfettamente corrette sia nella forma sia nella sintassi dell’esperienza. So che Andrea m’intendeva, cogliendo il giusto spirito, quando negli ultimi mesi, incontrandolo, solo lui!, con ironica ostentazione, sulle guance baciavo. Intendevo onorare le ultime sue pose e la sua estrema vitale dignità. E lui sa: da mesi mi manca il suo generoso caffè. Al “Gelato In”. E in via della Libertà!

Bagheria, 27 luglio 2011

Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: “FORTUNATO” (DALLA RACCOLTA INEDITA “INVETTIVE E INVENTIVE”)

G. DI SALVO, ANNI 80.

G. DI SALVO, ANNI 80.

Chiederò ai petrolieri

la tangente,

ché uomini-

uomini?-

a sera-

in auto-

mi dragano continuamente.

Così batte Fortunato

alle banane con la bocca legato.

Ma un celato finocchio

dal turgido cetriolo attratto-

in pieno giorno!-

perché… perché finge

di non essere matto?

 

Bagheria, alba anni Ottanta

Giuseppe Di Salvo

Categorie:poesia, Primo piano, Società Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: “IL BIONDO E IL BRUNO” (DALLA RACCOLTA INEDITA “INVETTIVE E INVENTIVE”)

Passato è Mimmo

di biondo dipinto:

non si è fermato!

Il coraggio odiava

del bel Karim, bruno

da me corteggiato.

Pieni d’avarizia,

superba hân solo

la loro salsizzia!

 

Bagheria, alba anni Ottanta

Giuseppe Di Salvo

Categorie:poesia, Primo piano, Società Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: MARCELLO MOTTADELLI DIRIGE CON SLANCIO VITALE UNA “TURANDOT” STRIATA DI OTTIMA MEDIOCRITA’. ANDATA IN SCENA AL TEATRO DI VERDURA DI PALERMO IL 12 LUGLIO 2011

17 Luglio 2011 3 commenti
Marcello Mottadelli, da bacio in fronte!

Marcello Mottadelli, da bacio in fronte!

Vidi e ascoltai la mia prima “Turandot” di Giacomo Puccini al Teatro Massimo di Palermo nel lontano 5 ottobre 1971: allora, per dirla con Dalida, “Je venais d’avoir 18 ans”. L’Ente Autonomo del Teatro Massimo e il Teatro Nazionale dell’Opera di Sofia attuavano uno scambio di Artisti con il centro di Avviamento del Teatro Massimo. Basta aprire il documentato libro di Corrado Martinez intitolato “Il Teatro Massimo” a pagina 148 (Edizione Priulla Palermo) per trovarne la smarrita traccia. Ero in compagnia del compianto e ingiustamente dimenticato compositore agrigentino Michele Lizzi. La messa in scena di questa prima Turandot da me ascoltata, per quanto riguarda i cantanti, era molto modesta. Mediocre. Ma svettava per l’ottima direzione del maestro bulgaro Assen  Naydenov (1899-1995). Il soprano Margarita Radulova interpretava la principessa Turandot. Perché rievocare questa lontana messa in scena? Semplice: l’opera mi ammaliò per le invenzioni melodiche del maestro di Lucca. Rimasi affascinato anche dalle combinazioni timbriche create dal compositore e codificate nella sua partitura. E, inutile dirlo, i cantanti non erano “microforati” come oggi avviene al Teatro di Verdura. Il mio non è un pregiudizio, è un oculato giudizio: i cantanti lirici devono mostrare, anche all’aperto, la nuda voce. Punto e basta. Altrimenti siamo alle feste patronali: è sui palchi estivi di queste feste che si esibiscono, in arie tratte da opere liriche, vari cantanti, i cui nomi però mai nessuno ricorda. Va da sé che la mediocrità passa nel dimenticatoio. Forse la Callas, per fare un celeberrimo esempio, all’Arena di Verona cantava Turandot con una pulce attaccata al petto? E il suo nome è inciso nelle cellule dell’eternità. Da allora altre Turandot da me sono state viste e ascoltate. E per molte di esse c’è solo l’oblio. Noi ascoltiamo sempre con rispetto quelle incise da Gina Cigna (1935), dalla tedesca Inge Borkh (1955); prendiamo a modello quella registrata da Maria Callas (1957): la divina è sempre perfetta nella dizione ed esemplare nella difficile, impervia e acuta vocalità  della Principessa. E che dire delle incisioni del soprano svedese Birgit Nilsson (1918-2005)? Alludo alle sue Turandot registrate nel 1959, 1961 e nel 1965 e alle altre testimonianze pervenuteci dal vivo, non ultima quella al Teatro alla Scala del 7 dicembre 1958 diretta da Antonino Votto: la voce della Nilsson, erede della grandissima norvegese Kirsten Flagstad (1895-1962), era potente e aveva un grande controllo del fiato; ciò le permetteva di tenere a lungo anche le note più acute e di imporsi per potenza e volume su qualsiasi massa orchestrale. Ma i difetti di pronuncia non riuscì mai ad eliminarli. La stessa cosa possiamo dire per la meno corposa Turandot di Joan Sutherland (1972). E perché non riesumare anche la dignitosa Turandot di Anna De Cavalieri del 1966? Chi si ricorda di quest’altra grande cantante americana nata nell’Illinois il 27 luglio del 1924 e il cui vero nome è Anne McKnight?  E che dire di quella incisa da Montserrat Caballé nel 1977 con la direzione di Alain Lombard? E le meno famose Turandot registrate dalla Ricciarelli nel 1982 e da Ghena Dimitrova nel 1989? Qui ci fermiamo. 

   La Turandot della 66enne Giovanna Casolla ascoltata giorno 12 luglio 2011 al Teatro di Verdura era una Turandot “microfonata”. Noi rispettiamo la sua più che dignitosa carriera. Giovanna Casolla ha interpretato decine di volte e con grande dignità il ruolo della Principessa. E la sua attuale vocalità, sia quando intona “In questa reggia” sia quando si cimenta in “Straniero, ascolta!…” , è ben sorretta dalla sua mirabile esperienza e preparazione tecnica. Ma la sua voce di soprano Falcon, sempre calda e brunita, ha perso la pienezza e la morbidezza di un tempo.  E quindi? Riteniamo che non sia più il caso che ella porti Turandot sulle scene. Non appare credibile né come attrice, né per consistenza espressiva. I suoi movimenti scenici sono caratterizzati da incertezze nell’equilibrio dinamico. Si tratta di agorafobia?  E poi avete sentito l’emissione infelice nell’intonare: “Sì! La speranza che delude sempre!”. Sembrava una vecchietta stizzita e non un’altera, bella e divina principessa per cui vale la pena rischiare di essere decapitati. Non ci siamo. La Casolla porti “In questa Reggia” in concerto e noi siamo pronti ad applaudire la sua decorosa carriera.

   Come valutare la Liù del soprano Rachele Stanisci? Anche lei microfonata, ha interpretato il personaggio della schiava innamorata con dignità. Le sue emissioni erano piuttosto pulite, i suoi attacchi gradevoli; il suo canto solido, anche se la voce non era particolarmente corposa e non sempre pronta a cogliere le delicate sfumature che il personaggio richiede; siamo piuttosto lontani dai modelli tramandati dalla tradizione, e cioè da Renata Tebaldi, da Elisabeth Schwarzkopf, (chi come le due grandi citate, nel primo atto, filano in modo magistrale il suono al termine della frase: “Perché un dì, nella Reggia, m’hai sorriso!”?). E ci sarebbero ancora da citare la vicentina Marcella Pobbe (1921-2003) nel 1958 e la veronese Rosanna Carteri alla Scala sempre nel 1958 (chi si ricorda di questa esemplare Liù?) e Mirella Freni al Metropolitan di New York nel 1966. Perché porre tanta attenzione al personaggio di Liù? Semplice: è con la sua morte che, di fatto, finisce l’opera. Quando Liù nel Terzo Atto intona: “Sì!… Principessa!… Ascoltami!…/ Tu che di gel sei cinta…” ci si avvia verso il “canto del cigno” dell’opera pucciniana. Giacomo Puccini muore il 24 novembre 1924, lasciando il suo capolavoro incompiuto. Ma, diciamolo!, ad impedirgli di completare l’opera non fu certo la morte, fu semmai la sua incapacità di trovare una soluzione convincente all’improbabile psicodinamica del lieto fine codificato nel libretto da Giuseppe Adami (1878-1946) e Renato Simoni (1875-1952).

   Ma è a questo punto che al Teatro di Verdura entrava la magia interpretativa del 40enne torinese direttore d’orchestra Marcello Mottadelli. Questi ha ben messo in evidenza gli aspetti musicali della scena del sacrificio di Liù, scena tutta poggiata su semplici linee musicali. Il centro di questa scena sta tutto nel canto espresso da Liù. Puccini diede il meglio di sé. Prova ne sia che, dopo la morte di Liù, la melodia principale diviene trenodia per la morte della schiava. In queste pagine Puccini raggiunse un perfetto senso di coerenza e una bellezza formale che ci ammalia e commuove. Sono pagine delicate che penetrano il nostro io profondo; la chiusura è affidata all’ottavino che, con mirabile e svettante grazia sonora, chiude la trenodia, alla cui bellezza esecutiva danno prima il notevole contributo orchestra, cantanti e coro. All’interno di queste pagine musicali ha mostrato tutta la sua delicatezza espressiva anche il 38enne basso georgiano Ramaz Chikviladze nel ruolo di Timur, re tartaro spodestato. In atri momenti dell’opera, la sua voce però veniva sporcata da quell’inutile microfono. E confesso che senza microfoni avremmo meglio percepito sia il suono pianissimo dell’ottavino sia quello degli altri strumenti sia i suoni emessi dalle voci del coro. Il Calaf del tenore  Walter Fraccaro? Al suo posto, io avrei tolto il microfono: gli altoparlanti amplificavano i suoi repentini cambiamenti timbrici e le sue inflessioni nasali; eppure cercava di gestire la voce come meglio poteva; non abbiamo colto sfumature di rilievo, anche se ci è parso sempre intonato. Ma chi conosce la lezione interpretativa data al Principe Ignoto da parte dei vari Di Stefano, Del Monaco, Corelli, Pavarotti, Daniele Barioni, Carreras e numerosi altri non può non rimanere senza esitare.

   Per meglio comprendere la vocalità del principe Calaf, citiamo quanto scrive Vincenzo Ramòn Bisogni nel suo libro su Franco Corelli: “E se, forse, il nostro Franco in questo ruolo fiabesco ed idealizzato (così bene lo definisce Celletti) non possedeva la stessa facoltà di stilizzazione che era stata prerogativa del suo maestro, Lauri Volpi, gli riusciva di apparire ugualmente come una figura astrale, surreale, in virtù di acuti stratosferici proiettati con una tal forza balistica da prefigurare la missilistica più moderna, non risparmiandosi fraseggi quando malinconici, quando dolorosi, quando orgogliosi, tali da contrapporre alla siderea perfezione della protagonista (tutto sommato, una Turandot neppure sfiorata dal dichiarato sgomento che l’avrebbe colta alla sola vista dello sfidante) l’innegabile empatia di un titano piagato e tutto teso nell’umana volontà di riconquista della regalità perduta.” (Op. cit. pp. 145-146, Zecchini Editore). E il riferimento è alla Turandot della Nilsson.

   Considerevoli e incisivi il Ping (Gran Cancelliere) del baritono Fabio Previati, il Pang (Gran Provveditore) del tenore Iorio Zennaro e il Pong (Gran Cuciniere) del tenore Massimiliano Chiarolla. Si tratta di ruoli non certo secondari. Ma senza microfoni, avremmo percepito una linea di canto, nell’insieme, meno rigida e confusa. Dignitoso il mandarino del baritono Alessandro Calamai. Un po’ troppo tremula e flaccida la voce dell’imperatore Altoum interpretato dal tenore Nicola Pamio. E poi c’è l’aspetto visivo della regia, delle luci, dei costumi e delle scene. Il tutto si è mosso all’insegna della tradizione. E, tranne qualche gesto affettato delle masse corali, la regia dell’argentino Willy Landin a noi è piaciuta; abbiamo pure apprezzato i vividi costumi di Elena Cicorella e le scene di Angelo Canu: che presagio di morte in quelle palle luccicanti di bianco! Complimenti al coro e alle voci bianche; e al corpo di ballo un particolare plauso: erano gli unici a non avvalersi degli sgradevoli microfoni! Ma su tutti spiccava la veemenza interpretativa del direttore d’orchestra. E’ al bel maestro Marcello Mottadelli (da bacio scrosciante in fronte!) che si deve la riuscita di questa messa in scena di Turandot striata di ottima mediocrità. A quando una esecuzione con l’interessante finale musicato da Luciano Berio?

   Non possiamo chiudere senza riferire una semplice cosa: abbiamo trovato gli spazi della villa ben puliti. E siamo rimasti, questa volta, fino alla fine. Ma senza applaudire. Altri lo hanno fatto! Auguri.

 

Bagheria, 17 luglio 2011

Giuseppe Di Salvo

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TURANDOT AL TEATRO DI VERDURA? IMMINENTE LA RECENSIONE DI GIUSEPPE DI SALVO: “UNA MESSA IN SCENA CHE HA RESO OTTIMA LA MEDIOCRITA’!”

Il bel 40enne Marcello Mottadelli: la sua sentita lettura della partitura di Puccini ha dato un ottimo slancio alla messa in scena di Turandot al Teatro di Verdura di Palermo.

Il bel 40enne Marcello Mottadelli: la sua sentita lettura della partitura di Puccini ha dato un ottimo slancio alla messa in scena di Turandot al Teatro di Verdura di Palermo.

Turandot di Giacomo Puccini è andata in scena martedì 12 luglio al Teatro di Verdura di Palermo. Fra poche ore l’irriverente recensione di Giuseppe Di Salvo. Vi parlerà di un’interessante messa in scena e di una attenta lettura della partitura, grazie soprattutto alla direzione del giovane direttore d’orchestra torinese Marcello Mottadelli: questi ha cercato di rendere ottima la non svettante  abilità interpretativa dei cantanti-interpreti principali. Si parlerà, nell’insieme, di ottima mediocrità! Si poteva restare fino alla fine, cosa impensabile negli ultimi anni.

La Redazione del Blog

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GIUSEPPE DI SALVO: VIRTICCHIELLO (DALLA RACCOLTA DI POESIE INEDITE “INVETTIVE E INVENTIVE”)

Virticchio, Virticchiello

con Bacco… sposato.

La sua bocca di fuoco 

liquido oro bianco

spegneva

dall’alto eiaculato.

Nessuno deve sapere!”-

ansimando diceva.

Baci e baci

sulla mia dura verga

spargeva.

Ma il mio pensiero

vagava:

altre bocche più vere

certamente cercava.

 

Bagheria, alba anni Ottanta

Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: GENNAIO 1977, “CASO ARMANDO PLEBE”: IL FUORI! DI PALERMO SCUOTE ANCHE IL CONFORMISMO DI ALCUNI RADICALI!

22 gennaio 1977, Di Salvo e Montana: gay ed eretici sul mensile OMPO di Massimo Consoli

22 gennaio 1977, Di Salvo e Montana: gay ed eretici sul mensile OMPO di Massimo Consoli

GENNAIO 1977, “CASO ARMANDO PLEBE”: IL FUORI! DI PALERMO, CON DI SALVO E  MONTANA, SCUOTE ANCHE IL CONFORMISMO DI ALCUNI RADICALI!

PARTE SETTIMA  (Intermezzo Eretico sul caso Armando Plebe)

Qual era il clima politico nazionale all’interno del quale agivano i militanti del FUORI! di Palermo? Il PCI di Enrico Berlinguer veniva da due importanti successi elettorali: conquistò voti alle elezioni amministrative del 1975 e avanzò notevolmente alle elezioni politiche del giugno 1976. Ma nonostante questi successi, il PCI di Berlinguer elaborava una strategia politica tendente a collaborare con la Democrazia Cristiana. Dal 1976 al 1979 si elaborò un disegno politico detto di “solidarietà nazionale”. Nacque il governo monocolore (DC) guidato da Andreotti. Era il Governo della “non sfiducia”. Il PCI si asteneva. All’opposizione, in Parlamento, rimaneva il Partito Radicale, Democrazia Proletaria e il MSI di Giorgio Almirante. Per le strade, invece, si faceva sentire il Movimento studentesco del ’77; ma c’erano anche gli Indiani Metropolitani e gli Autonomi. Il 17 febbraio del 1977 viene contestato Luciano Lama (segretario CGIL) all’Università di Roma. L’11 marzo viene ucciso a Bologna, con un colpo di pistola alle spalle (probabilmente sparato da un carabiniere), il militante di Lotta Continua Francesco Lorusso nel corso degli scontri con le forze dell’ordine. Ministro degli Interni era il democristiano Francesco Cossiga. Il fatto provocò la condanna di Jean-Paul Sartre. In una sua intervista a Lotta Continua, il filosofo francese dichiarò: “Non posso accettare che un giovane militante sia assassinato per le strade di una città governata dal partito comunista”.  Nel mese di luglio del 1977 venne firmato un Manifesto contro la repressione da 28 intellettuali: oltre a Sartre e Simone de Beauvoir, si potevano leggere le firme dei filosofi Michel Foucault, Roland Barthes, Philippe Sollers, Gilles Deleuze e Felix Guattari. Quest’ultimi erano stati gli autori del saggio “Anti-Edipo” che era diventato uno dei punti di riferimento culturali del Movimento del ’77.

   Ma ci sono anche le azioni terroristiche delle Brigate Rosse e dei militanti di Prima Linea che uccidono e “gambizzano” poliziotti, politici, magistrati. giornalisti. Ne sapeva qualcosa, purtroppo, Indro Montanelli.

   All’interno di questa cornice storica piuttosto violenta, il Partito Radicale si oppone al regime con un pacchetto di referendum: contro il Concordato, i codici e i tribunali militari, i reati di opinione codificati nel Codice Rocco, la Legge Reale; e nel 1977 si aggiunge la legge sui manicomi del 1904, il finanziamento pubblico ai partiti, la Commissione Inquirente. Quest’ultima richiamava lo scandalo Lockheed, cioè alcune tangenti su aerei militari comprati negli Stati Uniti; lo scandalo coinvolgeva anche i ministri Mario Tanassi [(1916-2007) del PSDI, primo ex ministro ad essere condannato e ad andare in prigione] e Luigi Gui [(1914-2010), DC, riconosciuto innocente dalla Corte costituzionale]. Ma il Partito Radicale chiedeva con insistenza l’incriminazione per il presidente della Repubblica Giovanni Leone.

   Nel 1977, i Radicali vincevano la scommessa: insieme ai militanti del FUORI! nazionale (e quindi anche del FUORI! di Palermo) con una marea di tavoli occupavano molte piazze e diversi marciapiedi  e in soli tre mesi venivano raccolte oltre 700 mila firme su tutti gli otto referendum. Un trionfo! Il Partito Radicale e il FUORI! erano percepiti come incisiva opposizione nonviolenta e democratica all’interno del Paese.

   Ma lo scontro si faceva sempre più duro soprattutto col PCI. I comunisti di Berlinguer volevano coronare l’atavica strategia di incontro politico con la DC; e critici nei confronti di Pannella furono Claudio Petruccioli, Antonello Trombadori, Achille Occhetto e, naturalmente, “L’Unità”.  Occhetto bocciò i referendum radicali. I vertici del PCI [e fra questi non c’era Umberto Terracini (1895-1983) che li aveva firmati] definivano i referendum “non all’altezza del progresso della coscienza civile del Paese” e “fondati sulla confusione e l’irrazionalità”.

 Il caso Armando Plebe: filosofo, ex marxista, gay, fascista, eretico.

In questo contesto storico esplode il caso “Armando Plebe”. Chi era costui? Docente ordinario di Storia della Filosofia nell’Università di Palermo, già filosofo marxista, nei primi anni Settanta ruppe col pensiero del filosofo tedesco; entrò a far parte del MSI di Giorgio Almirante e, in quelle liste di destra, nel 1972, venne eletto senatore della Repubblica. Verrà rieletto in Piemonte anche nel 1976. Ma nel gennaio 1977 ruppe anche col MSI e aderì alla corrente scissionista Democrazia Nazionale.        Dopo il congresso del MSI del gennaio 1977 che confermò Almirante segretario nazionale, Democrazia  Nazionale si trasformò in partito politico nel febbraio 1977. E appoggiò la politica di Solidarietà Nazionale. Che fa di tanto scandaloso Armando Plebe? Semplice: annuncia di volersi iscrivere al Partito Radicale. Molti radicali protestano. Lo fa  anche il leader del FUORI! di Torino Angelo Pezzana. Ma lo statuto del Partito Radicale è libertario e permette a chiunque di potersi iscrivere al partito senza alcun controllo preventivo. Pannella accusa chi vuole negare la tessera ad Armando Plebe di “abbandonarsi a reazioni isteriche”.

IL FUORI! DI PALERMO DISSENTE DAL FUORI! DI TORINO

Il FUORI! di Palermo, nel rispetto dello statuto del Partito Radicale, si dissocia dal FUORI! di Torino e dà alla stampa il seguente comunicato. Va qui ricordato che Piero Montana fu allievo di Armando Plebe.

 Comunicato del FUORI! di Palermo sul caso Armando Plebe

Il FUORI! di Palermo, all’unanimità, protesta contro l’atteggiamento intempestivo ed arbitrario del FUORI! DI TORINO, che contro la prassi democratica dello statuto, ha dichiarato alla stampa, senza neppure consultare le altre sedi del FUORI!, quali Palermo, Roma, Napoli, ecc…, le dimissioni a livello nazionale del FUORI! dal P.R., qualora il Senatore Armando Plebe entrasse a far parte del Partito, a cui siamo federati. Pertanto contro la decisione dei compagni di Torino, il FUORI! di Palermo non può che denunziare la gravità della suddetta dichiarazione, ed esprime sul caso “PLEBE” una posizione del tutto autonoma. Il FUORI! di Palermo invita il senatore Plebe, notoriamente Gay, oltre ad una adesione completa per la campagna dei Referendum abrogativi delle norme giuridiche clericofasciste, a pronunziarsi contro l’omosessualità di classe, e a militare proprio sul fronte del FUORI!.

   Nel caso in cui tale invito da parte del senatore non venisse accolto, il FUORI! palermitano si pronuncerà contro la sua ammissione al P.R.

   Per il FUORI! di Palermo:

Piero Montana e Giuseppe Di Salvo

 

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Il comunicato del FUORI! di Palermo venne pubblicato integralmente dal giornale OMPO (mensile di politica, cultura e attualità): esponente di spicco della testata ciclostilata era Massimo Consoli con cui Montana teneva i contatti. Io, invece, spedivo tutti i ritagli di giornali con le notizie relative al FUORI! di Palermo proprio ad Angelo Pezzana, a Torino. E alcuni miei articoli vennero pubblicati sia su “LAMBDA” sia sul “FUORI!”. Alcuni li abbiamo pure citati nel corso di queste puntate. E ben altri articoli seguiranno.

   Spesso mi viene chiesto: “Come mai Angelo Pezzana nei suoi due libri Dentro & Fuori (1996) e UN OMOSESSUALE NORMALE (2011) non cita mai (visto il glorioso lustro di lotte e lo stesso tuo impegno in più occasioni e in diverse città d’Italia coi militanti gay di Torino) le nobili azioni politiche del FUORI! di Palermo di cui certo era a conoscenza?

   Io ho sempre risposto: si tratta di libri molto interessanti, prevale l’aspetto autobiografico, il ricordo personale e la memoria. E quindi non lo so. So solo che chi codifica  “memorie” non ha gli stessi doveri scientifici e metodologici degli “storici”. Ma è decisamente più scandaloso il seguente fatto: chi ha scritto libri “storici” sul movimento gay italiano ha del tutto censurato le gloriose lotte del FUORI! di Palermo. Naturalmente c’è sempre qualche imprecisa e non scientifica eccezione. Un esempio? La casa editrice Massari editore, nel giugno 2000, (siamo in pieno Roma WORLD GAY PRIDE) pubblica il libro di Massimo Consoli “Indipendence Gay” (Alle origini del Gay Pride). E in riferimento alla tragedia di Giarre (ricordiamolo: due giovani, Giorgio Agatino e Tony  Galatola, il 31 ottobre del 1980 vengono trovati morti per l’impossibilità di vivere alla luce del sole un legame amoroso gay contrastato dalla società e dai loro familiari), Massimo Consoli, in modo storicamente non del tutto corretto, scrive appena cinque interessanti brevi righe a pagina 86:  <<Il fatto crea sensazione all’interno del movimento, Piero Montana organizza una conferenza stampa presso il Pr di Catania e “grazie al lavoro svolto dai militanti palermitani del FUORI!, quotidianamente sempre in trincea nella lotta al pregiudizio antigay, in quegli anni la Sicilia rappresenta una importante piattaforma per un rilancio dell’intero movimento gay”>>.

   Questa citazione è fra le poche, se non l’unica, a ricordare le lotte del FUORI! di Palermo. E’ molto poco, e non c’è il rigore del metodo di ricerca storica: quali documenti storici ha consultato Consoli? Può bastare una semplice citazione, quasi fuori contesto, strappata a Piero Montana, anche se importante e veritiera? Altre brevi citazioni  di Consoli sono molto imprecise e successivamente apporteremo le dovute correzioni. Ma dicevamo: …è forse l’unico brevissimo periodo che riconosce ai siciliani militanti del FUORI! di Palermo il giusto slancio vitale dato in quegli anni alla politica gay nazionale. Negli altri libri? Vi si trovano falsificazioni eclatanti per quanto riguarda le motivazioni storiche della nascita dell’ Arci-Gay a Palermo.

   Ma lasciamo ogni cosa a suo tempo. Tutte le omissioni e le imprecisioni storiche (già in buona parte l’ho fatto!) in seguito verranno precisate e documentate proprio dal sottoscritto. O da qualche storico onesto. Buona fede? No. Non sono così sprovveduto: si è trattato di storici bolscèvici (sì, bolscèvici!, amo la parola proparossitona o sdrucciola) che hanno voluto, sì hanno voluto!, occultare un lustro di lotte assai nobili da parte degli arrusi siciliani del FUORI! di Palermo, lotte che vanno dal 1976 al 1981 e, sotto forma diversa,  per quel che riguarda il sottoscritto, vanno anche oltre quel tempo. Perché mai? Non ho dubbi (anche se c’entrano sociologiche e psicologiche motivazioni): il sottoscritto è un eretico e, non potendomi bruciare, l’ordine è stato uno solo: politicamente, per quanto riguardava le lotte gay (e non solo!), mi si doveva occultare e ignorare!

   E allora? Chi scrive nobili memorie codifica le cose che ritiene più importanti in riferimento alle sue connessioni dendritiche: cosa ci posso fare se non rientro fra le tracce mnestiche del pensiero di Angelo Pezzana? Io posso solo dire che i suoi libri li ho letti e li trovo sempre intelligenti. Anche se non sempre si può essere d’accordo con lui. Ma chi scrive libri di storia non si può permettere distrazioni o omissioni o mancanza di ricerche. Chi fa ciò è un impostore dalla struttura mentale pericolosa e si colloca a livelli morali e mentali molto squallidi, più di qualsiasi altro insano mascalzone: da prendere proprio a pedate! Le lotte del FUORI! di Palermo dagli storici, gay e non, sono state relegate in un mare di silenzio, omissioni, falsificazioni: si dovrebbe parlare di gentaglia e non di “storici”; lo voglio dire con orgoglio (e a testa alta!): con questa fetida suburra subumana non si può collaborare. E, personalmente, per questi impostori, non riuscirò mai a contenere tutto il mio disprezzo! Si tratta di gente disumana con una fascista mentalità che deve essere estinta!

 MA RITORNIAMO AL CASO ARMANDO PLEBE

Il 14 febbraio 1977 il Consiglio Federativo del Partito Radicale si riunisce a Roma. Viene approvata una mozione. Vi si poteva, fra l’altro, leggere: “Il Consiglio Federativo del Partito Radicale, ascoltata la relazione del presidente del CF, Gianfranco Spadaccia, sullo statuto del partito in ordine ai problemi sollevati dal cosiddetto caso Plebe, ritiene che la mancanza di ogni potere di sindacato e di controllo sul diritto dei cittadini ad iscriversi al partito e di ogni potere disciplinare del partito nei confronti degli iscritti costituisce la connotazione fondamentale della concezione libertaria che ispira lo statuto del PR e, cedute le quali, il partito ricadrebbe nella prassi autoritaria della tradizione giacobina e leninista che contraddistingue sia pure in forma di garantismo tutte le altre formazioni politiche della sinistra…”.

   Su “Notizie Radicali” del 12 marzo 1977 sul “caso Plebe” intervenne Giuseppe Caputo, esperto di Diritto Canonico. Questi, replicando a Pannella, scrisse: “Lo scandalo di uno statuto libertario, si è detto… Ma uno statuto libertario se comporta il rifiuto degli strumenti giuridici e disciplinari non comporta il giudizio etico-politico: anzi tanto più lo esige”.

   E che diceva Armando Plebe, professore chiarissimo che a Palermo parlava gia dell’ “Anti-Edipo” di Deleuze e Guattari? Il professor Plebe venne intervistato da Giampaolo Pansa sul “Corriere della Sera” del 5 febbraio 1977. Pansa chiese al Professore: “Oggi in Italia è più difficile dichiararsi omosessuali o fascisti?” Plebe così rispondeva: “Credo che il dichiararsi fascisti resti sempre la cosa più difficile di tutte! Quindi ammiro il coraggio di Pezzana, ma penso che io ne ho avuto più di lui. Sì, dichiararsi omosessuale oggi resta sempre un atto di coraggio, ma credo che il mio di allora…” . A questo punto Pansa lo interrompe e lo incalza: “Ma lei è omosessuale?” E Plebe così risponde: “Beh…, direi, ecco, una domanda così alla TV sarebbe da molti punti. Non voglio sciuparla in una intervista che parla di altre cose. Varrebbe la pena di fare un intervista soltanto su questo. Mi permetterà almeno che le mie carte me le gestisca un po’ bene. Sciuparle tutte in una volta… Vorrei che anche altri giornalisti possano ritornare in questa stanza e ho bisogno di riservarmi qualche motivo perché possano ritornare”. Che nobile puttana!

   Che altro aggiungere? Armando Plebe si prese buona parte della scena e fece scricchiolare non poche menti all’interno del Partito Radicale. Le parole di Plebe su Pezzana erano certo non conformiste. Ma chi vide mai il professore fra i tavoli a raccogliere firme per i referendum? Più di Plebe, comunque, convincevano le parole codificate nello statuto del Partito Radicale: il pensiero libertario è tutto lì!. Plebe poté sfidare alcune menti conformiste e, in qualche modo, ci riuscì: ma non poté scandalizzare chi aveva interiorizzato l’essenza dello statuto del Partito Radicale. Il FUORI! di Palermo viveva soprattutto nelle idee e nelle azioni di lotta politica civile che cambiano la storia, pur ritenendo utili culturalmente le memorie autobiografiche, quelle di Armando Plebe comprese.

    Qui finisce il nostro INTERMEZZO ERETICO e la Settima Parte della Storia del FUORI! di Palermo. Seguiranno le vicende relative al caso Di Salvo/Salmeri. (Ma… occorre aspettare altro tempo!). E sempre SPREGIUDICATO EDITORE CERCASI!

Bagheria, 09/07/11

Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: CONTATTI (Poesia Inedita)

Giuseppe Di Salvo nell'incanto degli anni Ottanta

Giuseppe Di Salvo nell'incanto degli anni Ottanta

Forte ronzavi e mordevi

il mio corpo unto-

bocconi

sulla battigia fermo

sentivo il tuo ritmo

e quello delle onde 

Mi creavi cinabri ponfi duri

e assai grumosi

Ti spegnevo poi-

messaggero d’immortali affetti-

oscillando stizzite manate

Cadevi fra arroventate pietre

e il sole d’estate-

lì-

coprì il nero tuo manto

Ti mancò il ristoro

delle lacrime

e solo pietà tardiva

per te io ebbi

 

Al terzo dì sorgevi

con rintocchi di campane

scosse dal silenzio di Cristo

Le essiccate alghe-

dopo l’estremo tuo saluto

al mio cospetto rivolto-

crearono il dileguarti

nel nulla

Fu chiaro il messaggio

nelle luci del tramonto:

mi avranno ancora arpeggiate armonie-

altre albe più ricche dell’oro

Diedi carezze a quei ponfi

divenuti topazi-

preziosi cerchi striati di rosso

sotto il chiarore del cielo-

contatti di sangue 

per vitali azioni da incidere

nella magia del moto-

aurea ruota dove i doni colgo

a me offerti dai gentili volti

della Speranza vestita di rosso

in danza coi miei desideri

Le porte di Dio tutte si schiudono

Sulla scena mi bacia il Futuro

 

Aspra, lunedì 27 giugno 2011

Giuseppe Di Salvo

Categorie:poesia, Primo piano Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: STORIA DEL FUORI! DI PALERMO. FEBBRAIO 1977: “FIORI A UNA GUARDIA DI PUBBLICA SICUREZZA” (A SALVATORE D’ANGELO)

1977, Palermo: riunione del FUORI! Giuseppe Di Salvo è al centro!

1977, Palermo: riunione del FUORI! Giuseppe Di Salvo è al centro!

STORIA DEL FUORI! DI PALERMO: FEBBRAIO 1977, “FIORI A UNA GUARDIA DI PUBBLICA SICUREZZA” (Seconda Versione di una mia lontana e inedita poesia dedicata a Salvatore D’Angelo)

PARTE SESTA

DEL COME IL CASO SALVATORE D’ANGELO/GIUSEPPE DI SALVO NEL MESE DI FEBBRAIO 1977 MUTERA’ NEL CASO GIUSEPPE DI SALVO/VINCENZO SALMERI (MA… CON UN ERETICO INTERMEZZO)

La vicenda D’Angelo/Di Salvo è da ricordare come un fatto epico (épos è parola, quindi racconto, poesia con connotazioni narrative), etico (éthos è azione e lotta per il rinnovamento del costume) e anche estetico (aisthetikós è narrazione epica che rientra nel tessuto storico e sociale coinvolgendo la sfera del bello): se solo l’avessero capito i cantastorie e i carrettieri! L’avrebbero cantata nelle piazze, nelle sfilate gay con annessi i carretti della tradizione popolare. Ma né i cantastorie, né i carrettieri si sono saputi rinnovare nei contenuti: ecco perché si sono estinti. Chi vuole sopravvivere al rinnovamento del costume deve saper cantare anche il rinnovamento dei valori etici che gli uomini determinano all’interno della società. Altrimenti la mentalità resta conformista e si adagia su superate abitudini. Forse l’amore gay non ha interessato e non ha mai coinvolto cantastorie e carrettieri? Noi lo escludiamo. L’omertà è una brutta bestia! Sta nell’etica liberale la nuova visione estetica del mondo: chi non capisce ciò è destinato ad estinguersi.

   E che dire del “misterioso” impiegato delle ferrovie che ci ha provocati? Nella fase D’Angelo/Di Salvo il nome dell’impiegato non venne segnalato dalle forze dell’ordine alla stampa. Venne protetto tanto da far pensare che si trattasse di un altro poliziotto in borghese. Ma la polizia ferroviaria non poté fare a meno di segnalarlo alla magistratura. Infatti, il suo nome entrerà in scena nella seconda parte della nostra narrazione, e cioè quando il caso D’Angelo/Di Salvo si trasformerà nel caso Di Salvo/Salmeri (ma… ci sarà un eretico intermezzo).

   La vicenda D’Angelo/Di Salvo verrà ora chiusa con una poesia inedita. Non pubblicherò la mia Prima Versione, anche se gli ultimi versi sono stati riportati nella Parte Quinta (Secondo Volume) della storia de FUORI! di Palermo. Pubblicherò la Seconda Versione (essa altro non è che la rielaborazione della prima nel corso di oltre tre decenni). Tengo a sottolineare come essa riecheggia due concetti tanto cari al grande poeta Arthur Rimbaud (1854-1891): il concetto di “inferiorità umana rispetto all’eternità” (J’attends Dieu avec gourmandise. Je suis de race inférieure de toute éternité… Je suis de la race qui chantait dans le supplice ) e l’altro relativo al sentimento d’  amore da riscoprire (J’e n’aime pas les femmes. L’amour est à réinventer, on le sait).

   Ecco la poesia

 “…Ai poliziotti si danno fiori, amici”  (Pier Paolo Pasolini)

Cristo ci ha vestiti

con rossi veli

striati di allegria

Mi credevi non-cittadino

inferiore all’eternità

e deridevi

Eri tu in cerca di perdono?

L’arrusu in rivolta

il derisorio sorriso-

in te-

tutto spegneva

Avrei voluto sollevarti

veder penzolare-

nuda-

la tua carne-

del macho potere

non comune misura-

mentre il mio corpo-

tu-

ansimando sadismo-

per terra con forza traevi

Non muta bocca-

come canna d’organo

nella sacra scena-

il grigio volto del silenzio rompeva

 

La mia azione-

da fermo-

come in Corso o Pasolini-

scrostava abitudini

e le cellule tutte

emettevano-

il poetico Urlo

Di Saffo-

ma tu non sentivi!-

sibilava un frammento:

“Chi è bello è bello da vedere, e basta!

 Ma chi è bravo sarà subito bello.”

 

I tuoi feriti occhi-

un dì-

su fertili lidi approdarono

Eros divenne danza

nella muta fantasia

Non pendeva aurea medaglia

sul ventre dello scherno

La sbrodolata tua rabbia

si dileguò come norma in divenire

E ti pugnalò-

il cuore centrando-

la stessa tua coscienza

 

Sarai padre oggi

e vagando fra immagini buie

percepito avrai il soffio di Dio:

“Tutto è da rifare:

la luce, l’amore!”

 

Qui finisce il Capitolo Sesto (Volume Secondo) del mio libro inedito: “Dal Profondo Sud Un Urlo Gay”(Storia del FUORI! di Palermo, primo movimento d’assalto di liberazione omosessuale del Regno delle Due Sicilie). E sempre coraggioso e creativo editore cercasi!!!

Bagheria 03/07/11

Giuseppe Di Salvo

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