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Archivio Ottobre 2011

GIUSEPPE DI SALVO: RENATO BRUSON? MA FATELO TACERE! PERCHE’ NON SI OSCURI LA SUA GIUSTA FAMA DI BARITONO “GRAND SEIGNEUR”!

Renato BrusonIl baritono Renato Bruson va in giro per l’Italia e festeggia -quanto giustamente, a questo punto, non lo sappiamo!- i suoi 50 anni di carriera. Nato a Granze, piccolo comune in provincia di Padova, nel 1936 (oggi quindi il nostro ha 74 anni), Renato Bruson, come ci ricorda Enrico Stinchelli nel suo libro “Le Stelle della Lirica” (Gremese Editore): “Ha ereditato la nobiltà del fraseggio e la pastosità del timbro di Giuseppe Taddei (1916-2010)”.

   Renato Bruson ha studiato con la professoressa Fava Elena Ceriati (1895-1977): raffinata cantante lirica (soprano) che nel periodo bellico cantava per confortare le mamme che avevano i figli al fronte; e ha avuto l’intelligenza di affrontare opere di Donizetti e del primo Verdi: ciò gli ha permesso di modulare assai bene la voce, riuscendo ad ottenere smorzature e legature di estrema delicatezza e perizia tecnica. Si è così distinto nelle seguenti opere protoromantiche: Maria di Rohan, Pirata, Masnadieri, Linda di Chamounix, Caterina Cornaro… E gli si è giustamente attribuito il titolo di baritono “Grand Seigneur”, cioè baritono dalle connotazioni squisitamente belcantistiche. Infatti, i migliori richiami stilistici ed espressivi di Renato Bruson sono in buona parte da ricercare nelle tessiture dei “bassi cantanti” che si evidenziarono nei primi decenni dell’Ottocento, senza trascurare la grande lezione che poteva ereditare da altri baritoni “Grand Seigneur”: Giuseppe De Luca (1876-1950), Carlo Galeffi (1884-1961) e Carlo Tagliabue (1898-1978).

   Di Giuseppe De Luca ha ereditato la finezza del fraseggio e l’emissione fluida e sempre ben controllata (ma occorre ricordare che la voce di Bruson ha timbro più scuro rispetto a quello di De Luca); come Carlo Galeffi, Bruson ha ottima musicalità e la grazia aristocratica dell’interprete (ma Galeffi era dotato di gran volume!); al pari di Carlo Tagliabue, infine, ha interiorizzato la classe espressiva e ha raggiunto una tecnica dotta e raffinata (anche Tagliabue restò sulle scene per circa quattro decenni, potendo però vantare una voce spessa e potente che, all’occorrenza, era in grado di rendere flessibile e morbida). Cosa dovrebbe oggi imparare Renato Bruson da Carlo Tagliabue? Una cosa semplice: il ritiro dalle scene! L’artista lombardo cantò dal 1922 al 1958 e si ritirò dalle scene mentre era ancora in possesso dei propri mezzi vocali. La stessa cosa dovrebbe fare Renato Bruson! Il baritono veneto cominciò a Spoleto nel 1961: era il “Conte di Luna” ne “Il Trovatore” di Giuseppe Verdi. Da allora ha avuto una carriera gloriosa.

   Ma ora, col canto, deve smettere, tacere. Che Renato Bruson vada in giro per l’Italia a presentare il libro scritto dalla moglie, signora Tita Tegano, “Renato Bruson: il volto, il gesto, il passo”, è cosa davvero nobile! E’ un bene culturale per l’intera collettività nazionale, e non solo! A futura memoria. E noi siamo stati alla presentazione di mercoledì 26 ottobre 2011 nella Sala Rossa del Teatro Politeama: iniziativa commovente e lodevole, anche per la sentita e amicale relazione del professore Salvatore Aiello. Ma Renato Bruson ascoltato venerdì 28 ottobre 2011 al Teatro Politeama con l’Orchestra Sinfonica Siciliana non ci è parso più quel baritono dall’emissione morbida, misurata, ricca di mezzevoci, di legati impeccabili. Personalmente, l’ho ascoltato dal vivo nel Nabucco di Verdi all’Arena di Verona nel lontano agosto 1981. Una seconda volta al Teatro Massimo di Palermo, circa dieci anni fa: recital del 18 dicembre 2000 con la pianista russa Bakhtouridize Mzia. E abbiamo sempre rilevato che la voce di Bruson non è mai stata sicura né negli acuti [Eppure sono rimasto sempre incantato quando cercava di centrarli, magari rifugiandosi nell’aria barocca “Quella fiamma che m’accende” di Benedetto Marcello (1686-1739): non è forse nel barocco il vero belcanto? E come coglievo in quell’imperfezione nel centrare gli acuti il tentativo di Renato Bruson di tentare di realizzare vocalmente un miracolo! Non nego che mi emozionavo nell’ascoltare la sua voce interpretare con grazia quelle “arie antiche”; e mi commuove ancora oggi ascoltando il CD!] né nella zona grave; ma l’incanto è tutto lì: nella regalità del suo magnetico fraseggio. Purtroppo, venerdì 28 ottobre 2011, diretto dal maestro Marco Boemi, lo abbiamo percepito nel suo opposto: ascoltavamo forzature ed effettacci; e i difetti di sempre (pensiamo agli acuti, ma non solo!) molto amplificati.

   Lo abbiamo applaudito quando si è presentato sul proscenio: la sua carriera è degna di plauso! Renato Bruson è un bene prezioso, ci piace ricordarlo!, per la cultura canora legata al melodramma: e non solo. Il nostro pensiero va anche alle sue mirabili interpretazioni di famose canzoni italiane: come non citare “Vecchio Frack” di Domenico Modugno, per fare solo un bellissimo esempio? E’ da abbracci e baci sulla fronte: lacera sentire il ricordo di un vecchio gay melomane che mette fine alla sua vita lanciandosi nel fiume! Ma è con altrettanta onestà e affetto che ormai diciamo: “Ma fatelo tacere!”. Non amiamo vedere compromessa la sua passata gloriosa carriera, caratterizzata da un canto dal fraseggio davvero aulico. A quel regale ricordo di Bruson noi siamo musicalmente legati.

Bagheria, 30 ottobre 2011

Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: SHLOMO MINTZ, IL MOSCOVITA ISRAELIANO CHE AMMALIA COL CORPO DEL SUO VIOLINO E CON LE SUE “CADENZE”

28 Ottobre 2011 4 commenti

Il violinista Shlomo MintzVenerdì 21 ottobre 2011, il 54enne violinista Shlomo Mintz (nato a Mosca nel 1957 ed emigrato con tutta la sua famiglia nello stato di Israele due anni dopo) ha diretto se stesso e l’Orchestra Sinfonica Siciliana, e con successo!, al Teatro Politeama di Palermo. Le musiche? Il Concerto in re maggiore per violino e orchestra op. 61 di Ludwig van Beethoven (1770-1827) e la Sinfonia n. 4 in re minore di Robert Schumann (1810-1856). Che dire? Già conoscevamo il violinista israeliano. Lo avevamo visto e ascoltato domenica 6 febbraio 2011 al Teatro Massimo di Palermo. Più di otto mesi addietro. Venne ad eseguire, e a diriger(si)e -solista e direttore d’orchestra- nel principale teatro palermitano due concerti per violino e orchestra di Mozart (K216 e K218) e la Sinfonia n. 9, “La Grande”, di Franz Schubert (1797-1828). Apprezzammo la sua tecnica e la sua competenza nel governare l’Orchestra del Teatro Massimo. E lo applaudimmo. Ma, diciamolo!, siamo rimasti intimamente piuttosto freddi. Come mai? Shlomo Mintz sembrava non esternare particolari sentimenti, la sua esecuzione veniva da noi percepita perfetta, ma senza pathos. Per certi aspetti emotivi ci ricordava il pianista Alfred Brendel. Ma venerdì 21 ottobre, al Teatro Politeama, è successo qualcosa di nuovo. Shlomo Mintz era sempre lui. Noi, e in particolare chi scrive, sempre noi, ma in attenzione e in evoluzione. E, mutatis mutandis, non solo cambiavano le musiche da eseguire (Beethoven al posto di Mozart), ma, nel corso del Concerto per violino e orchestra dell’autore di Fidelio, cambiavamo anche noi che ascoltavamo; e spiegheremo perché. Si sa: l’unico Concerto per violino e orchestra di Beethoven fu composto nel 1806 e venne da lui dedicato al suo intimo amico d’infanzia, Stefan von Breuning. Fu eseguito per la prima volta a Vienna il 23 dicembre dello stesso anno e il violinista era Franz Clement (1780-1842), altro grande amico di Beethoven e direttore artistico del teatro. Il nostro Ludwig scrisse, in riferimento al primo violinista esecutore, sul manoscritto una frase in francese dal tono scherzoso: “Concerto par Clemenza pour Clement”. E avvenne che, alla prima esecuzione del Concerto op. 61, Franz Clement seppe cogliere la giocosa ironia della frase di Beethoven e, con altrettanto spirito ironico, rispose al ritardo con cui il compositore gli aveva consegnato la musica da eseguire; che fece mai? Improvvisò, come se fosse un clown, alla fine del Primo Tempo, un’ampia “cadenza” su un proprio tema e… suonò col violino tenuto sottosopra, cioè con le corde rivolte verso giù. Clement era infatti, un grande virtuoso. E, alla fine della cadenza, riprese a suonare con la sua consueta maestria: evidenziò la morbidezza del suo suono nel registro acuto e presentava il canto soave con nobili arcate. Perché ricordiamo ciò? Semplice: chi conosce bene il Concerto per violino op. 61 di Beethoven sa che il violino, nel Primo Movimento, “Allegro ma non troppo”, non appare subito come protagonista, ma il suo suono entra in scena, e con un tocco assai piano e delicato, dopo circa tre minuti e venti secondi di musica orchestrale: è come se il violinista arrivasse da zone mentali e musicali a noi ancora lontane. Ed è proprio a questo punto che, con un’eleganza impeccabile nell’attacco, ci ha subito incantati il violinista Shlomo Mintz: ci regalava sonorità eleganti, felpate; e poi diveniva grande interprete e solista protagonista nel corso dello svolgimento dei temi musicali. E sebbene, dopo circa venti minuti di musica dalle melodie elegiache, nella “cadenza” Mintz non ha capovolto il violino, come fece il grande Clement, è riuscito però a capovolgere il nostro conformismo uditivo, regalandoci un’esecuzione di alto livello, quasi perfetta! L’entrata del violino di Mintz ci ricorda quella del violinista russo David Oistrakh (1908-1974); anche Mintz è lirico e romantico, il suo tocco ci appare vellutato; in una parola, è “russo”: e intende così onorare musicalmente sia le sue origini moscovite sia una grande tradizione di esecutori. Nella cadenza, di cui abbiamo già parlato, ci ricorda, invece, il violinista polacco Henryk Szeryng (1918- 1988): vi cogliamo il tempo un po’ dilatato, la tecnica esecutiva incisa nella memoria che dà scioltezza alle dita; e il tutto in funzione della comunicazione di sentimenti e stati d’animo (da urlo!). Ma come? Mintz non ci appariva freddo emotivamente? E’ vero: Mintz si mostra freddo perché si annienta fisicamente, ma lascia “parlare” il violino e, da esso, cioè da quel corpo sonoro, sprigiona e proietta le sue emozioni che non si riescono a cogliere sul suo “apparente” impassibile volto. Il volto di Shlomo Mintz è tutto nel suo violino e la sua esecuzione è stata davvero geniale, degna dei grandi nomi citati. Egli lascia al corpo ligneo del violino e alle sue corde scosse dall’archetto il compito di esternare i conflittuali stati emotivi racchiusi nella sua mente: è tutto lì il suo amore, e si espande col suo magico tocco; si tratta di una decodificazione sonora di messaggi in lotta racchiusi nelle note di un grande genio che percepiva il “Divino” nella quotidiana vita dell’uomo. Si tratta di una grande rivoluzione teologica, quella di Beethoven, espressa con l’arte dei suoni, emanazione ed esternazione del sacro che è dentro di noi. Il Secondo Movimento, “Laghetto”, presenta una serie di variazioni affidate al solista e ad alcune sezioni dell’orchestra: la prima frase è d’incanto; viene esposta in sordina dagli archi per poi essere ripresa dal violino solista in un susseguirsi di dialoghi dal fascino arcano. E qui, ancora una volta, Shlomo Mintz ci regala la sua vena lirica con dignità e agilità generose. E, senza interruzione, ci si ritrova nel “Rondò” finale: come non cogliere i gioiosi richiami alla Sinfonia Pastorale? E al grande Vivaldi? Il clima è luminoso, festoso. Prevale la tecnica e il virtuosismo: sempre funzionali alla comunicazione di stati d’animo, alla fine, davvero beati. Anche qui c’è una breve cadenza… e ci è stata posta con grande nobiltà. Finita l’esecuzione, viene tributata a Mintz una meritata e tuonante ovazione. E lui ringrazia esternando col suo corpo, questa volta sì, -e finalmente!- sentimenti di gratitudine e di intima emozione: si porta la mano alla sinistra del suo petto, ci vuole ringraziare col cuore. Sente di essere stato capito e invia baci verso il pubblico, in ispecie verso le persone sedute in Galleria che, in suo onore, fortemente applaudivano e gridavano “Bravo” con volume da stadio. Me compreso! Che altro aggiungere sul Concerto per violino e orchestra di Beethoven? Per il compositore della Nona Sinfonia lo scrivere musica significava una cosa sola: “trascrivere” sempre il suo intimo sentire; gli stati d’animo assai intimi “si esprimono nel poeta per mezzo delle parole, in me, invece, si esprimono per mezzo dei suoni, che echeggiano, fanno rumore, tempestano, fino a quando diventano, nella mia coscienza, pura musica” (Beethoven). La musica di Ludwig van Beethoven coincide con la sua propria vita; nei suoi adagi Ludwig riversa tutta la sua tenerezza, la sua malinconia, il suo dolore desolato. Scriveva il grande e controverso pianista svizzero Alfred Cortot (1877-1962) a proposito di uno degli “Adagi” di Beethoven, il riferimento è a quello della celeberrima “Sonata Al Chiaro di Luna”: “Una pesante cappa di piombo grava su questa musica, qualcosa che impedisce di esprimersi con troppa forza. E’ un dolore che, nella sua intensità, si ripiega su se stesso e si distrugge”. Grande Cortot! Bastano queste sue parole per “assolverlo” culturalmente dal suo passato, per così dire, “filonazista”? Per chi scrive, sì! Oggi i nazisti sono altrove, nevvero Shlomo Mintz? Nel mondo arabo, per fare un esempio, coi suoi tiranni, c’è forse meno nazismo panarabico rispetto a quello di Hitler? La Seconda Parte del Concerto? Shlomo Mintz dirigeva, come già detto, la Sinfonia n. 4 in re minore op. 120 di Robert Schumann. Siamo rimasti catturati dal suono ammaliante dell’oboe nella “Romance” e da quel “Trio” che, nello “Scherzo”, non fa altro che diversificare nobili arabeschi. Alla fine? Giusto trionfo sia per Shlomo Mintz sia per tutti i maestri dell’Orchestra Sinfonica Siciliana. E noi? Perfettamente appagati! Chiudo questo mio “saggio-recensione” (ma non sono forse tutti i miei articoli sulla musica degli appassionati “saggi” e, insieme, sentite recensioni”?) citando ancora Beethoven: “Noi esseri finiti, personificazioni di uno spirito infinito, siamo nati per avere insieme gioie e dolori; e si potrebbe quasi dire che i migliori di noi raggiungono la gioia attraverso la sofferenza”.

Bagheria, 28 ottobre 2011

Giuseppe Di Salvo

Categorie:Classica, Musica, Primo piano Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: RENATO BRUSON? IL NOBILE BARITONO CHE AVVICINAVA LA SUA VOCE AL MIRACOLO

Renato BrusonMercoledì 26 ottobre 2011,  ore 19,30, Teatro Politeama di Palermo (Sala Rossa) presentazione del libro di Tita Tegano, moglie del baritono, “Renato Bruson: il volto, il gesto, il passo”.  Un evento da non perdere.  Venerdì 28, ore 21,15, il grande baritono nobile di Granze, a 74 anni, terrà un Recital con l’Orchestra Sinfonica Siciliana diretta da Marco Boemi con musiche di Giuseppe Verdi: ciò per festeggiare i suoi cinquant’ anni di intensa carriera.  Chi è Renato Bruson? E’ un prezioso bene culturale della nostra nazione: è, innanzi tutto, un musicista; da ciò gli deriva il gusto dell’emissione “nobile” di nobile tradizione baritonale; dell’emissione sempre attenta e misurata e l’uso delle mezzevoci che fanno sognare chi l’ascolta. I suoi legati sono impeccabili e, quando si sposta verso la zona acuta, anche se non c’è la perfezione, ci fa intuire in che modo le sonorità della voce si possono avvicinare al miracolo. Ma ci ritorneremo.

GIUSEPPE DI SALVO: “IL TROVATORE” AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO? UN ARDENTE REQUIEM PER VOCI ASSAI STANCHE!

21 Ottobre 2011 4 commenti
Il bel basso Giovanni Battista Parodi nel ruolo di Ferrando

Il bel basso Giovanni Battista Parodi nel ruolo di Ferrando

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ci sarà pure un motivo se le rappresentazioni de “Il Trovatore”, opera di Giuseppe Verdi, dal 18 al 26 ottobre 2011 al Teatro Massimo di Palermo, si sono ridotte solo a sei, e non più dodici (e siamo alla metà!), rispetto a quelle del dicembre 2002? Dimezzate dopo nove anni! Ciò significa decine di migliaia di persone in meno rispetto al 2002. E dodici rappresentazioni si contavano pure nel maggio del 1983, Teatro Politeama, dirigeva allora il maestro Pinchas Steinberg. Azucena era Fiorenza Cossotto. E addirittura erano dieci le rappresentazioni de “Il Trovatore” nella stagione 1975/76 al Teatro Politeama! Quando a dirigerla era il bravo direttore Giuseppe Patané (1932-1989), morto mentre dirigeva “Il Barbiere di Siviglia” alla Bavarian State Opera di Monaco di Baviera: e parliamo di circa 35 anni fa. Per trovare sei rappresentazioni del “Trovatore” bisogna risalire al marzo 1971, cioè a circa 40 anni addietro, quando al Tetro Massimo di Palermo venivano a cantare con tutto il loro fulgore il soprano Raina Kabaivanska, il tenore Flaviano Labò (1927-1991: altra scomparsa tragica nella nebbia di Melegnano!), il mezzosoprano Fiorenza Cossotto,  il baritono Piero Cappuccilli (1926-2005), il basso Ivo Vinco…,  e sotto la magistrale direzione d’orchestra di Antonino Votto (1896-1985).

   Per le dodici rappresentazioni di nove anni fa, quando il sovrintendente era ancora, se ricordiamo bene, Francesco Giambrone, chi erano i grandi, loro sì!, cantanti-interpreti? Eccoveli: il celeberrimo soprano Fiorenza Cedolins (come mai non ha più messo piede al teatro Massimo di Palermo?); il bravo tenore Roberto Alagna (chi l’ha, da allora, mai più visto nel nostro Teatro?); il bravo e bel baritono Alberto Gazale (forse quest’ultimo è stato per sempre catturato da parte dei dirigenti dei vari Teatri d’opera sparsi nel mondo?); il bel basso Orlin Anastassov, addirittura nel secondo cast!, (perché non è più tornato dopo una successiva apparizione nei “Vespri Siciliani?); due mezzosoprano di fama mondiale: Luciana D’Intino e Larissa Diadkova, quest’ultima nel secondo Cast, (forse sono state divorate dalle pire e quindi non si vedono più a Palermo?): erano questi i cantanti che tenevano vivo il Teatro; e ritornava a vivere nei nostri cuori anche la grande opera lirica italiana: vero Risorgimento, dopo la più che ventennale chiusura! Era  Teatro aperto ai grandi cantanti in giro per il mondo. Mi si dirà: ma oggi il nostro Teatro vanta un bilancio positivo, in attivo. Ebbene, ma a quale prezzo? Forse la gestione Giambrone lo aveva portato a fallimento? E allora mi chiedo: vale la pena tenere il Teatro aperto se a interpretare un’opera come “Il Trovatore” (altro che Risorgimento!) ci sono cantanti/interpreti non del tutto adeguati?  Se ricordiamo i cantanti presenti nel “Trovatore” del 2002, con la dotta direzione d’orchestra del maestro Daniel Oren, è perché solo allora si poteva parlare di vero Risorgimento qualitativo del nostro Teatro, e non oggi, fatte le dovute eccezioni!; va proprio detto: con questi cantanti non risorge un bel nulla, se non la spettrale fiamma esecutiva che sembra intonare musicalmente un eclatante Requiem per non gradevoli voci stanche  (o spente): così abbiamo percepito quelle ascoltate martedì 18 ottobre 2011!

   Come applaudivamo, allora, i sullodati cantanti, quelli citati ne “Il Trovatore” messo in scena nel 2002! E si ritornava al Teatro nelle  recite successive! Quanto costano i cantanti ascoltati l’altra sera? E a quanto ammontano i loro cachet?  Ma parliamo brevemente delle loro performance. Cominciamo col bel basso genovese, il 35enne Giovanni Battista Parodi nel ruolo di Ferrando. Va ricordato che grandi bassi hanno interpretato questo ruolo, esso è di fondamentale importanza perché, subito dopo i tre iniziali rulli di timpano e il seguente motivo musicale all’unisono e fortissimo dell’introduzione, comincia il lugubre racconto di questo basso profondo (“Di due figli vivea padre beato”) che per circa dieci minuti colora di tinte scure lo svolgersi della drammatica vicenda. E ai già famosi nomi citati aggiungiamo, per fare altri importanti esempi, due bassi di notevole spessore: Italo Tajo (1915-1993) che coniava vocalmente un Ferrando davvero pittorico; e Nicolai Ghiaurov (1929-2004), che invece era vocalmente imponente!  E il bel  ParodI? Bravo attore, ma, e ci dispiace dirlo!, la sua stanca voce veniva fuori con strane e non ferme emissioni: sembrava un mangiatore di fuoco; la sua voce usciva e si percepiva con uno strano volume piuttosto intermittente. Voce stanca o non era, come si dice, in serata? Perché non dire allora che, se si vuole rievocare bene il  nostro Risorgimento verdiano con opere come “Il Trovatore”, occorrono cinque voci di notevole duttilità e spessore? Altrimenti si finisce col trovarci innanzi ad eventi “culturali” del tutto retorici e demagogici. Punto e basta. Con questi cantanti si capisce una sola cosa: l’Unità d’Italia non va rimembrata, se si fa occorrono eventi culturali di grande qualità!

   E che dire della Leonora del soprano Amarilli Nizza?  In questo ruolo verdiano ( e non solo in questo!) alla Amarilli Nizza mancano sia varietà di accenti sia i colori del soprano romantico, caratteristiche che si riscontrano in due grandi maestre-interpreti: Maria Callas e Leyla Gencer,  per citare solo i nomi più noti. Non solo: la cantante milanese ci appare del tutto estranea ai ruoli belcantistici delle eroine romantiche che richiedono, fra l’altro,  perfette emissioni nel canto di agilità. Amarilli Nizza è una cantante che emerge in alcune opere veriste (come non ricordare la sua “Suor Angelica”?), cioè quando si accinge a disegnare personaggi teatrali; ma ci appare non adeguata quando deve disegnare personaggi musicali: e Leonora è un personaggio squisitamente musicale! Sin dalla sua entrata (“Tacea la notte placida”) deve disegnare uno spazio vocale di grande rilievo, spazio che deve tenere poi per tutto il lungo corso dell’opera fino ad esprimere in modo magistrale sia la sua mestizia sia  il suo sconforto; e tutta l’intensità del suo amore (“Perché piangete…”; “D’amor sull’ali rosee…”; “Mira di acerbe lagrime…”; “Pria che d’altri vivere…”). Ma in Amarilli Nizza non solo non cogliamo questo grande rilievo interpretativo, rileviamo anche che in certe emissioni appare del tutto “sfiatata”. Altra voce stanca o delirio di onnipotenza nella scelta dei personaggi da interpretare? Ma il fuoco del “Trovatore” è cocente vampa che anche ogni presunzione divora! Sotto a chi tocca. Il Conte di Luna del baritono Roberto Frontali? Anche lui ruota intorno al personaggio di Azucena, vera eroina teatrale dell’opera verdiana. Verdi gli affida un ruolo vocale di tutto rispetto e lo riscatta, letto il libretto, da una certa marginalità in cui era rimasto. Ma occorre, per “Il Trovatore”, un timbro dal colore fosco e una voce dalle emissioni veementi e appassionate: aspetti che non ci pare vengano ben controllati dal 53enne baritono romano; Frontali ha un bel volume, forse vocalmente è il più dotato dei cantanti ascoltati l’altra sera, ma anche la sua voce appare stanca e spesso, purtroppo, si sente qualche sgradevole gracchio.

   Il mezzosoprano bulgaro Mariana Pentcheva nel ruolo di Azucena? La zingara? E’ lei il vero personaggio teatrale, la protagonista principale dell’opera verdiana: e la sua voce deve emanare un sinistro fascino che, insieme, lacera e ammalia; ella narra la tragica fine della madre (“Stride la vampa…”, “Condotta ell’era in ceppi…”: e qui l’oboe emette suoni che squarciano l’anima!) ed esprime anche avvincenti parole nel corso del dramma: è costretta a dibattersi fra il desiderio di vendetta e l’amore materno per Manrico. La Pentcheva si è fatta certo notare per le scosse psicologiche provenienti da visioni violente e disumane di fiamme che divorano la carne, ma vocalmente, non appena si allontanava dalla zona centrale della sua tessitura, strideva ed emetteva suoni poco convincenti. Altra voce spossata! E, infine, il Manrico del 48enne tenore siciliano Marcello Giordani? E’ amante romantico nei brani più melodiosi (“Deserto sulla Terra…”, “Ah sì, ben mio…”) e impetuoso eroe nei momenti più drammatici e concitati; l’aspetto eroico viene fuori con estrema veemenza quando intona la cabaletta “Di quella pira…” con quei famosi do acuti non scritti da Giuseppe Verdi, ma ormai patrimonio della tradizione interpretativa dei grandi tenori. E che meraviglia quei “Da capo” ripristinati decenni fa dal nostro Luciano Pavarotti! Ebbene, in Marcello Giordani non abbiamo colto nessuna sfumatura di rilievo quando ha intonato le citate melodie, né ci è parsa degna di nota la potenza e lo squillo nel canto eroico. E se qui non c’entra la stanchezza, a cosa si deve la non fluidità (o duttilità) nella gestione della voce?

   Ci è invece piaciuto il coro, in ispecie quando fraseggiava da solo sia nella componente maschile sia in quella femminile. E la direzione d’orchestra di Renato Palumbo? L’abbiamo percepita come un ardente e appassionato Requiem per voci stanche e spente. E una regia, quella di Paul Curran, ripresa da Oscar Cecchi, dal tocco gradevole: ma quelle scale! Non alteravano di più quelle non splendide voci?

Bagheria, 21 ottobre 2011

Giuseppe Di Salvo

“IL TROVATORE” DI VERDI AL TEATRO MASIMO DI PALERMO? UN REQUIEM ARDENTE PER VOCI MOLTO STANCHE! GIUSEPPE DI SALVO SCRIVERA’ PER NOI UNA RECENSIONE CHE INFIAMMA!

“”Il Trovatore”, opera di Giuseppe Verdi andata in scena martedì 18 ottobre 2011 al Teatro Massimo di Palermo, sembrava un ardente Requiem per voci molto stanche. Si distinguevano le sferzate dell’ottavino e l’oboe piangente: aspetti uditivi di pire scoppiettanti dove si consumavano le emissioni spesso infelici delle  voci. E con un direttore d’orchestra che balzava sul podio come scosso da cocenti moti sussultori. Ne parleremo, fra poche ore, con una infiammante recensione di Giuseppe Di Salvo, senza temere folgoranti scalpori!

GIUSEPPE DI SALVO: A TODI I “GERARCHI” DELLA CHIESA CATTOLICA. PARLANO DI DIO? MACCHE’! SOLO DI POLITICA E DEL COME OTTENERE SOLDI DALLO STATO ITALIANO!

A TODI SI SONO RIUNITI I “GERACHI” DEL VATICANO. PARLANO DI DIO, FATTO DEL TUTTO PRIVATO IN UNO STATO LAICO E LIBERALE? MACCHE’! ORGANIZZANO INVECE UNA STRATEGIA POLITICA PER RENDERE LO STATO LAICO SEMPRE PIU’ “ETICO”. E DEL COME AGIRE PER OTTERE FINANZIAMENTI DALLO STATO ITALIANO.

RIPORTIAMO ORA UNA INTERESSANTE DICHIARAZIONE DEL DEPUTATO RADICALE MAURIZIO TURCO CHE CERTAMENTE CONDIVIDIAMO:

“Sì alla libertà religiosa, no alla rilevanza pubblica che noi conosciamo come sinonimo di occupazione di spazi pubblici e dilapidazione di denari”.

Dichiarazione di Maurizio Turco, deputato radicale:

“Prendiamo atto delle doti politiche del cardinale Bagnasco che è riuscito in una mezza giornata a far sfilare davanti a lui a capo chino e aria penitente esponenti politici di tutta la partitocrazia.

Incamerate tutte le sottomissioni – che abbiamo atteso si esprimessero favorendone un corretto svolgimento ed evitando di fornire distrazioni –  registriamo che nessuno dei penitenti cosiddetti anti Berlusconi gli ha chiesto del ventennio passato, quello in cui le gerarchie cattoliche italiane si stracciavano le vestici per coprire quelle cose un tempo tollerate come i bunga bunga e giustificavano la bestemmia.

E nemmeno uno che gli abbia chiesto meno avidità (8 per mille, ICI, ecc…) né che lo abbia sollecitato a destinare molti più soldi dell’8 per mille alla Caritas o ai cappellani delle carceri o alle tante iniziative caritatevoli (carità, costoso orpello !).

Adesso che la partitocrazia si è anche ecclesiasticamente ricomposta non vorremmo rovinare la festa che il cardinale Bagnasco ha fatto ai politici, ricordandogli che la libertà che lui reclama è fondata sui nostri principi non negoziabili per i quali lottiamo, democrazia e diritti umani, dei quali una delle declinazioni più forti è quella della affermazione e del rispetto della libertà di pensiero, coscienza e religione. Di tutte e per tutti.

Con la stessa forza ci batteremo contro la rilevanza pubblica della religione di cui conosciamo a grandi linee due sole declinazioni: quella che si manifesta attraverso l’occupazione di spazi pubblici con conseguente dilapidazione di denari; e quella che si sovrappone tout court allo Stato.

Ed è incredibile come ci si accanisce per ingabbiare la laicità (già “sana” per volere di Benedetto XVI, oggi anche “vera” e ”positiva” per volontà del cardinale Bagnasco) pari all’accanimento con cui si abbandona a se stessa la religiosità. D’altronde è noto che non si può obbedire a Dio e a mammona e non certo per un fatto tecnico.”

Dal sito “Radicali.it”

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GIUSEPPE DI SALVO: HARTMUT HAENCHEN E BORIS PETRUSHANSKY TRIONFANO CON BEETHOVEN E STRAUSS AL TEATRO POLITEAMA

16 Ottobre 2011 3 commenti
Il pianista russo Boris Petrushansky

Il pianista russo Boris Petrushansky

Con l’Orchestra Sinfonica Siciliana al Teatro Politeama di Palermo, venerdì 14 ottobre, trionfano il 68enne direttore d’orchestra tedesco Hartmut Haenchen e il 62enne pianista russo Boris Petrushansky con musiche di Ludwig van Beethoven e Richard Strauss. E’ stato eseguito con successo il Concerto n. 5 per pianoforte e orchestra per “L’integrale dei concerti per pianoforte e orchestra di Beethoven”. Per i prossimi quattro concerti programmati cambieranno i direttori d’orchestra (ci sarà Aldo Ceccato e Umberto Veronesi), ma il pianista sarà sempre Petrushansky, dal 1990 stabilitosi a Imola, nella nostra in Italia.

   Il 5° Concerto (che è anche l’ultimo) di Beethoven per pianoforte e orchestra, op. 73, è in mi bemolle maggiore ed è conosciuto col nome di “Imperatore”. Perché mai? Ultimato nel 1809, quando Beethoven (1770-1827) aveva 39 anni, è un concerto davvero monumentale: dura circa 40 minuti. Il titolo “Imperatore” non è di Beethoven, pare sia stato dato dal pianista ed editore Johann Baptist Cramer (1771-1858). Ed è probabile che l’invasione di Vienna da parte di Napoleone, contemporanea alla composizione del Concerto, abbia contribuito alla fortuna del titolo “Imperatore”. Come è noto, Beethoven all’inizio amava Napoleone per le sue idee liberali, ma poi, nel 1804, entrò in conflitto col generale francese proprio quando Bonaparte si fece incoronare “Imperatore”. Il 5° Concerto, dedicato all’Arciduca Rodolfo Giovanni Giuseppe Ranieri d’Asburgo-Lorena (1788-1831), presenta una grandiosità espressiva che si sposa bene col clima sonoro del Quarto Concerto: vi cogliamo la connotazione poetica dell’ornamentazione (scale, arpeggi, trilli…); essa ci fa pensare alle sonorità tipiche del “Glockenspiel” visto che esse sono, in buona parte, ricercate verso la zona acuta del pianoforte.

   E nel 1809, anno della composizione del Quinto Concerto, l’Austria e la Francia sono in guerra. Vienna, attaccata dagli eserciti di Napoleone, viene bombardata. L’arciduca Rodolfo, cui è dedicata l’opera, lascia la capitale austriaca con la corte imperiale. In assenza dell’Arciduca Rodolfo, allievo e protettore di Beethoven, il musicista si sente isolato. Si sente moralmente provato, e mette da parte questo Concerto: in un primo tempo posto sotto il segno patriottico di un “Canto di trionfo per il combattimento” (come si legge in una nota a margine degli abbozzi del Quinto Concerto stesso). Infatti, Beethoven terminerà la partitura solo nel successivo autunno, quando le truppe francesi, il 14 ottobre 1809, firmarono la pace e se ne andarono dall’Austria. E allora? Diciamolo una volta e per sempre: il Quinto Concerto per pianoforte e orchestra è detto “Imperatore”  per il suo carattere guerriero e marziale, per il virtuosismo espressivo qui raggiunto dalla tecnica pianistica e per l’originalissimo ed esuberante “Rondò” con cui esso si chiude.

   L’ “Imperatore” non deve più richiami a Haydn o a Mozart per quanto riguarda gli aspetti strumentali e orchestrali. Come ha giustamente notato il grande e bel pianista canadese Glenn Gould, il Quinto Concerto di Beethoven “è una sinfonia con pianoforte obbligato”.

   Secondo la tradizione, il Primo Movimento di un Concerto terminava con una cadenza del pianista (e definiamo “cadenza” l’esecuzione virtuosistica generalmente improvvisata dal solista), ma nel Quinto Concerto di Beethoven è il Primo Movimento, l’Allegro, ad essere preceduto dalla cadenza: c’è, infatti, una specie di introduzione dal carattere brillante che fa pensare ad una improvvisazione. In realtà, questo “Allegro” sviluppa un monumentale dialogo fra pianoforte e orchestra. Il Quinto Concerto venne eseguito per la prima volta privatamente a Lipsia da Friedrich Schneider (1786-1853), forse il 28 novembre 1811. In pubblico, invece, venne eseguito a Vienna  il 15 febbraio 1812 da Carl Czerny (1791-1857).

   Il Primo Movimento citato, come abbiamo accennato, si profonde in una cascata di arpeggi, scale, trilli fino a quando l’orchestra presenta il primo tema: un motivo plastico e assai veemente. Seguirà, come a voler contrastare la prima idea, un’altra connotazione tematica: una misteriosa marcia in pianissimo che successivamente viene ripresa con eroica possanza dai corni; infine, il pianoforte riprende il suo grandioso virtuosismo, rielaborando, in modo da elevarci lo spirito, il tema principale.

   L’interpretazione del pianista Boris Petrushansky è stata assai sentita e mirabile dal punto di vista tecnico: ci ha saputo porre con grazia i momenti lirici e con eroica dirompenza quelli drammatici, dialogando con l’orchestra fino ad arrivare ad un accattivante “tutti” davvero trionfante. E qui l’ottima riuscita si deve alla direzione del maestro Hartmut Haenchen che ha saputo sferzare con cura i professori dell’Orchestra Sinfonica Siciliana, ottimi esecutori che ci hanno regalato il meglio di se stessi e della loro alta professionalità. Come non cogliere, nel tema principale, l’imponente muscolatura dell’orchestra? Mentre nel pianoforte lo stesso tema ogni volta viene variato e addolcito con sfumature espressive d’incanto? E sempre il tocco delicato del pianista ci porta verso sfere magiche molto elevate che sembrano annientare la realtà sensibile. E’ la rivelazione laica e sonora del perfetto divino! I pianistici trilli ci solleticano lo spirito e noi verifichiamo col fiato il soffio sacro che è in noi e lo riversiamo con gioia in tutto ciò che ci circonda: esseri e cose. Con questa musica i nostri corpi si assottigliano e le anime tutte nell’infinito si espandono.

   Il Secondo Movimento, l’ “Adagio un poco mosso”, è una specie di corale orchestrale: nell’ascoltarlo si rimane come sospesi in uno spazio privo di forza di gravità; la melodia sprigionata dagli archi (che clima di raccoglimento cogliamo in quell’uso della sordina!) per circa un minuto e mezzo sembra volerci sollevare in spazi mentali non ancora conosciuti; si vive un non riferibile stato di benessere, siamo invasi da una grande serenità che tende a dilatarsi con le onde sonore; e quando la prima nota esce con grazia dalla percussione digitale del pianista, la gioia che proviamo è immensa [e qui noi preferiamo l’entrata di grazia e delicata, appena percepita, dei vari Friedrich Gulda (1930-2000), Edwin Fischer (1886-1960), Rudolf Firkusny (1912-1994), e non quella più squillante di Boris Petrushansky o Wilhelm Kempff (1895-1991): questione di stile che nel prosieguo del movimento nulla tolgono alla delicatezza degli assai soavi “pianissimo”; scelte espressive di grandi pianisti che pure rispettiamo!]. Gli è che qui il linguaggio di Beethoven tocca la perfezione, tende al sublime. E’ la grande umanità di Beethoven che trionfa e crea legami sonori fra persone umane in ascolto: siamo innanzi a una nuova religione espressa col linguaggio dei suoni. Chopin (1810-1849) verrà dopo, ma in questo Adagio la melodia è davvero estatica e sembra un richiamo chopiniano ante litteram. E’ pura meditazione! Questo Adagio, in raffinata forma di lied, si va a collegare senza soluzione di continuità, al Terzo Movimento, un sorprendente Rondò  “dalle vigorose strutture ritmiche”, come ebbe a dire giustamente il compositore André Boucourechliev (1925-1997). Beethoven introduce subito una “emiolia” (mutamento nella scansione ritmica) nel tema che rende il movimento saltellante e gioioso. E il solista ci affascina con quegli arguti episodi in “rubato” (si tratta di un termine agogico, ossia di una indicazione che permette all’interprete un’esecuzione relativamente libera e oscillante dal punto di vista ritmico): modulazioni remote nella logica del discorso sonatistico.

   Come non cogliere, alla fine, quel brevissimo dialogo in pianissimo (circa 34 secondi di purezza musicale!) fra pianoforte e timpani con le note emesse dal pianoforte che via via si spengono mentre i rulli dei timpani  riecheggiano ancora in lontananza? E poi? L’esplosione finale che chiude il Concerto e, con esso, se ne vanno pure, gli aulici toni davvero imperiali.

    E qui il Teatro esplode! Applausi scroscianti. Urla di “Bravo” verso il pianista Boris Petrushansky. Si chiede pure il “bis”, ma ci arriva coi gesti la gratitudine per l’accoglienza e… tanto silenzio.  Il Quinto Concerto era stato preceduto dall’esecuzione dell’Ouverture per le musiche del balletto “Le creature di Prometeo”. E nella seconda parte c’era lo straussiano poema sinfonico “Till Eulenspiegel”, seguito dalla suite “Der Rosenkavalier”.  Qui ha trovato tutto il suo fulgore interpretativo il direttore Hartmut Haenchen. Che dire? Altre eroiche sonorità. Per altri momenti espressivi di grande rilievo per la storia della musica. Audace il direttore. Ma noi qui ci fermiamo.

Bagheria, 16 ottobre 2011

Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: L’INTER CONTINUA A PERDERE? UNA SQUADRA DA SCIOGLIERE PER IL BENE DI MOLTI TIFOSI!

A Catania l’Inter perde 2 a 1. E’ una squadra scollata. Da sciogliere. Il vero infortunio non è dato dagli episodici infortuni di alcuni calciatori: ormai tutta la squadra è un Vero  Infortunio Permanente.  Noi tifosi cerchiamo altro pur rispettando le gloriose azioni calcistiche del passato. Questa Inter non è per niente presente.

Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: MARCO PANNELLA VILIPESO E INSULTATO A ROMA: SONO MANIFESTANTI FUNZIONALI AL REGIME PARTITOCRATICO!

15 Ottobre 2011 1 commento

Chi ha lanciato sputi e insulti a Roma contro Marco Pannella è degno esponente della partitocrazia che vuole contestare: di fatto la sostiene e alimenta. E i rappresentanti partitocrati non fanno altro che regalare loro il volto non certo politicamente gradevole di Silvio Berlusconi. Ma costoro (indignados?) hanno mai contestato i vari Veltroni, D’Alema, Franceschini, Bindi che candidano Binetti e teodem che passano all’UDC (e alcuni anche nel PDL) e si mettono a servizio del fascismo “cattocumunista e centrista” che tanti soldi versa al Vaticano con la complicità del PD? Non è verso Pannella che molti imbecilli a servizio del fascio partitocratico devono sputare, ma verso se stessi. Sapessero almeno guardarsi allo specchio! La violenza per le strade di Roma è funzionale alla partitocrazia: è questo, in definitiva, il vero numero il(legale) che di fatto salva Berlusconi e chi l’ha creato.  Volgetivi tutti verso la nonviolenza e le proposte politiche davvero democratiche: i Radicali le hanno, e voi? Non siete all’altezza neanche di sputare! Sapete solo sbagliare il bersaglio!

Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: 2 DEPUTATI DEL PD E 2 DELL’IDV, DA MESI PASSATI ALLA MAGGIORANZA, CONTRIBUISCONO A SALVARE BERLUSCONI

Riportiamo una interessante dichiarazione di Maurizio Turco, deputato radicale, che spiega chi davvero  salva Silvio Berlusconi e la maggioranza. Ma il Partito Democratico non ne parla. Inoltre chi ha “nominato” la clericale Binetti (lei sì!, fece cadere l’ultimo governo Prodi!) che poi è passata con l’UDC di Casini? La “pretessa” e filoclericale Rosy Bindi come mai non ne parla? L’astio politico antiradicale è la misura della mediocrità politica del “sinistro” centrosinistra, ossia di coloro che hanno costruito il “mostro” Berlusconi. Chi è causa del suo male, allora, non deve fare altro che piangere su se stesso!

E ora riportiamo le intelligenti dichiarazioni di alcuni esponenti del glorioso Partito Radicale:

Maurizio Turco, deputato radicale, ha dichiarato

I deputati radicali sulla fiducia al Governo Berlusconi hanno votato contro. 

Lo hanno fatto non appena è finita una riunione che si è resa necessaria dopo che, alle 9,30 circa del mattino, Dario Franceschini ci ha comunicato – come se fossimo a  sua disposizione – le intenzioni delle opposizioni di tentare di far mancare il numero legale.

Il tempo di convocarci, discutere e decidere di partecipare al voto per gli stessi motivi per i quali avevamo partecipato ai lavori d’aula di ieri e cioè il rispetto delle Istituzioni e della funzione parlamentare. Come sempre, da sempre.

Sapendo anche di correre un rischio : quello di non avere la possibilità di informare i cittadini, di spiegare i fatti.

In relazione alle supposizioni fantasiose che hanno cominciato a circolare invitiamo a prendere atto che il Presidente constata la presenza o meno del quorum alla fine delle votazioni (e non alla prima chiama). Alla fine della seconda chiama i numeri sono stati i seguenti:

Presenti e votanti 617

Maggioranza 309

Hanno risposto sì 316

Hanno risposto no 301

Sulla base di questi numeri e visto che i radicali presenti erano 5, essendo Elisabetta Zamparutti impegnata in Ruanda, ed avendo votano No, per chi ha rudimenti aritmetici tirarli in ballo per attribuirgli chissà quali responsabilità è frutto di un misto tra ignoranza e malafede. Dunque i radicali non sono stati in alcun modo determinanti: né al raggiungimento del quorum né a quello della fiducia. Al contrario dei due deputati del PD e dei due deputati dell’IDV – nominati rispettivamente dal PD e dall’IDV – passati alla maggioranza da qualche mese.

Per chi nella giornata di oggi (domani per i quotidiani) con qualsiasi mezzo dovesse diffondere o rilanciare notizie false e tendenziose preannunciamo il ricorso all’autorità giudiziaria.

 

Marco Pannella: PD ha regalato un nuovo successo a Berlusconi. Sospetto che siano masochisti. 

‘Non possiamo fare di mestiere quelli che salvano i carcerati e i Democratici. Sono riusciti a regalare di nuovo al povero Berlusconi un altro successo’. Il leader dei Radicali Marco Pannella torna a criticare il Pd dopo il voto sulla fiducia.

‘Sospetto che ci sia del masochismo -aggiunge Pannella a margine del congresso straordinario dell’Unione delle Camere penali- Anche quando l’altro è ridotto a polpette, quelli che sono mangiati sono loro’.

E a chi nel Pd ritiene che le strade tra i democratici e il partito di Pannella siano ormai separate, il leader dei Radicali risponde: ‘se ci tengono a essere totalmente dipendenti dalla loro mediocrità, facciano pure’.

 

Deputata Radicale Maria Antonietta Farina Coscioni:

“E’ falso. Di Pietro mente, sapendo già di mentire. I voti sono chiari. Noi non siamo stati determinanti e lo ha rivendicato anche Franceschi ni. I numeri sono palesi. Il numero legale non era la metà più uno di 630, il numero legale era rappresentato anche dai 50 deputati oggi in missione e, già a metà della votazione, era stato raggiunto. Noi abbiamo semplicemente mantenuto un voto coerente dall’inizio della legislatura, con il nostro voto contrario, e forse qualcuno dimentica che abbiamo votato la sfiducia al Governo Berlusconi. Non siamo entrati nelle logiche partitiche di calcoli vari, tant’è vero che siamo entrati con la tranquillità che il numero legale c’era, rivendicando il nostro no. Chi sta dichiarando questo in queste ore, utilizzando strumentalmente il nostro no, sta adeguandosi ad una manovra di chi sa di avere uno strumento, come quello di non partecipare al voto, ma i numeri in questo caso sono stati a sfavore. Noi non possiamo, anche se abbiamo le spalle molto larghe, portarci il peso di strategie che, in questo caso, sono risultate fallimentari.”

Da “Radicali.it”

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