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IL BLOG INTESTATO A GIUSEPPE DI SALVO PROCLAMA HILLARY CLINTON “DONNA DELL’ANNO” PER IL DISCORSO SUI DIRITTI DEI GAY FATTO ALL’ONU IL 6 DICEMBRE 2011. BUON CAPODANNO A TUTTI I NAVIGATORI!

31 Dicembre 2011 4 commenti

Il Blog di Giuseppe Di Salvo nomina personaggio dell’anno Hillary Clinton per il suo storico discorso fatto all’ONU il 6 dicembre 2011 sui diritti dei gay. Hillary Clinton, Segretario di Stato del Governo degli Stati Uniti d’America, a Ginevra, nel corso della più grande Conferenza mondiale organizzata dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati in occasione della Giornata Mondiale per i Diritti Umani, alla quale hanno partecipato oltre 145 paesi, ha detto: “I Diritti dei gay sono Diritti Umani.” Del suo importante discorso, integralmente pubblicato anche sul Blog a Giuseppe Di Salvo intestato, riportiamo oggi le seguenti affermazioni: “Si violano i diritti umani quando i governi dichiarano illegale essere gay e non puniscono coloro che fanno del male alle persone gay”.

Alla fine del suo discorso, la signora Hillary Clinton ha avuto una standing ovation.

Buon Capodanno 2012 a tutti:

Chiara Audia

Antonio Belvedere

Giuseppe Di Salvo

Salvatore Di Salvo

Nino Eucaliptus

Tania Gallina

Salvatore Incandela

Francesca Liga

Pippo Rinella

Enza Ventimiglia

e… chi vuole si aggiunga.

Categorie:Primo piano, Società Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: DELL’ARTE DI ASCOLTARE LA MUSICA

29 Dicembre 2011 5 commenti

Disegno di Giulia B., alunna di terza

Giovedì 15 dicembre 2011, nei locali della Scuola Giuseppe Bagnera, “Salone Anna Morreale, ore 15,00, si è svolto il primo incontro relativo al Progetto extracurricolare  denominato “L’arte di ascoltare la musica”. Il Progetto è curato dal sottoscritto con la collaborazione delle insegnanti Nunzia Picone e Gina Toia; e con l’assistenza tecnica del signor Gaetano Sardina.

   Il Progetto è rivolto a un gruppo di circa cinquanta persone fra alunni di Terza, Quarta e Quinta classe della Scuola Primaria, genitori e insegnanti; e ha come obiettivo formativo generale quello di “Ascoltare le meraviglie del linguaggio sonoro”.

   Il primo incontro ha avuto per titolo: LA MARCIA: “Fratelli d’Italia”: la “Letio Magistralis”  di un grande giullare: Roberto Benigni. E’ stato presentato dalla dirigente Rosalba Bono, la quale si è soffermata, fra l’altro, sugli aspetti comunicativi del linguaggio sonoro con richiami alle immagini che la musica stimola in chi l’ascolta; e ha messo in evidenza il valore dell’ampliamento dell’offerta formativa che la Scuola Bagnera offre alla sua utenza. Poi il sottoscritto ha illustrato le idee portanti del Progetto. Le riportiamo in sintesi.

   Perché “ascoltare” la musica è un’arte? Riflettiamo intanto sul significato della parola “arte”. Essa ha familiarità con la radice “AR” che, in sanscrito, vuol dire “andare verso…”. “Arte”, quindi, intesa come “movimento”, come “mettersi in moto”, muoversi verso qualcosa che ci attrae. Noi ci muoviamo verso l’ascolto della musica perché essa suscita in noi diversi sentimenti ed emozioni e, talvolta, anche trasporto in un mondo onirico o fantastico.

   Il musicologo Claudio Casini nel suo libro “L’arte di ascoltare la musica” (ed io, rifacendomi a questo titolo, ho dato il nome al nostro Progetto) tiene a precisare che il suo testo è destinato “a coloro che non leggono la musica ma che hanno tutte le capacità di comprenderla perché è stata creata anche per loro.” (Tascabili Bompiani,  p. 5).

   Certo, occorre evitare  che la musica venga semplicemente “consumata”: la musica deve essere “ascoltata”. Sempre Claudio Casini, nel libro citato, precisa: “La musica è eseguita dall’interprete. (…) L’interprete (…) coopera con l’autore e introduce nel testo medesimo varianti personali che ne rendono l’interpretazione diversa da tutte le altre. (…) L’interprete non può essere del tutto fedele al pensiero dell’autore. (…) Anche quando l’autore esegue la propria musica diventa un interprete, cioè assume una posizione nuova, svolge un compito diverso da quello del comporre. (…) Il compito degli interpreti consiste nell’adattare, con personale sensibilità, il pensiero degli autori al gusto delle varie epoche.” (Op. cit. pp. 10-11). Come non sapere, per fare un esempio, che “La Traviata” è un’opera di Giuseppe Verdi? Ma chi potrà mai dimenticare la grande lezione interpretativa data da Maria Callas alla sua Violetta?

   E ora ci si chiede: in che modo occorre ascoltare la musica? Lo ha chiesto a se stesso, negli anni Cinquanta, anche il grande compositore americano Aaron Copland (1900-1990) nel suo libro intitolato proprio “Come ascoltare la musica” (in Italia pubblicato da Garzanti). Copland scrisse: “La musica è un’arte esistente nel tempo. In questo senso è simile al romanzo. (…) I fatti musicali sono di natura più astratta e l’azione di tenerli insieme nell’immaginario è meno facile. E’ dunque necessario saper riconoscere un motivo, perché in musica è la melodia che tiene il posto dell’intreccio della narrazione. Un componimento musicale è, all’incirca, una melodia. (Op. cit. p. 10) Inoltre Aaron Copland tiene a precisare: “In un certo senso noi ascoltiamo su tre piani separati: 1) sul piano sensitivo (meglio sul piano sensoriale come con piacere osserviamo nell’aggiornata traduzione dell’edizione del gennaio 2011 del libro di Copland, n.d.r.),  2) sul piano espressivo, 3) sul puro piano musicale. (…)

   Il modo più semplice di ascoltare la musica è di ascoltarla per il puro piacere del suono. Questo è il piano sensitivo (meglio sensoriale come nell’edizione aggiornata già citata  – n. d. r.).”

    Siamo, in questo caso, innanzi ad un ascolto più legato all’aspetto percettivo del suono, senza l’intervento attivo del nostro pensiero. E’ la musica che percepiamo come sottofondo mentre siamo mentalmente impegnati in altro: lavoro, studio, relax… Quante volte cantiamo canzoni per il semplice gusto di cantare senza riflettere minimamente sul significato del testo che cantiamo?

   Ma ritorniamo ad Aaron Copland. Questi ci ricorda che: “Il secondo piano in cui la musica vive è il piano espressivo.” Siamo innanzi all’aspetto “comunicativo” della musica; aspetto di cui ha parlato anche la professoressa Rosalba Bono nel presentare questo nostro Progetto di ascolto.

   Già il sottoscritto ebbe a ricordare in un incontro con la nostra Dirigente che tre sono i pilastri portanti della musica: Bach, Mozart, Beethoven. Il primo si rivolgeva a Dio. Lo scrittore Eric-Emmanuel Schmitt direbbe: “Bach è la musica che Dio scrive”; Mozart rappresenta il musicista che Iddio ascolta; Beethoven, invece, esplora l’animo umano, in esso vi trova l’elemento divino e lo codifica nella sua musica; con Beethoven Dio si prende una meritata vacanza.

   Ma ritorniamo a Copland. Questi sente il bisogno di precisare: “E’ mia convinzione che tutta la musica ha un potere espressivo più o meno grande, ma ha anche un significato che va al di là delle note, e che è proprio per questo significato al di là delle note che ci viene comunicato o trasmesso quello che essa è. (…) Gli spiriti semplici (…) non possono fare a meno di dare alla musica un significato e per essi il migliore è il più concreto. Perché sia espressiva deve evocare un temporale, un treno, un funerale, un fatto qualsiasi.”

   Ma Copland si chiede: “In qual modo un amatore intelligente può desiderare di afferrare il significato di una determinata composizione?”. E poi risponde: “Non più in là di un concetto generale. (…) La musica esprime di volta in volta serenità, esuberanza, rimpianto, trionfo, disperazione e delizia. Ha in sé tutti questi caratteri, e molti altri ancora, in un’infinita varietà di delicate sfumature.”

   Infine, sempre secondo Aaron Copland: “Il terzo piano in cui la musica vive è il piano esclusivamente musicale.” La musica esiste dunque sia nella piacevolezza sonora sia nel sentimento espressivo sia in termini di note e della loro elaborazione sul pentagramma. Ma, anche in questo caso, Copland tiene a precisare: “Gli esecutori professionisti, d’altro canto, sono troppo presi dalla funzione delle pure note, e cadono spesso nell’errore di lasciarsi così assorbire dai loro arpeggi e staccati che dimenticano gli aspetti più profondi della musica che eseguiscono (ma meglio eseguono come nell’edizione del gennaio2011, n.d.r.)”.  [Per verificare le citazioni di Aaron Copland si consiglia di consultare le prime pagine delle due edizioni della Garzanti del libro: quella datata ottobre 1984 e la più aggiornata del gennaio 2011 con postfazione di Carlo Boccadoro dal sottoscritto acquistata giorni dopo rispetto al Primo Incontro del nostro Progetto del 15 dicembre 2011; nel corso della mia relazione ricordo di aver evidenziato il linguaggio datato della traduzione del 1984].

   Come possiamo notare, si ritorna alla funzione dell’interprete di cui abbiamo parlato all’inizio.

A proposito: perché non ascoltare “Il Canto degli Italiani (Fratelli d’Italia)” nella versione per violoncello eseguita da Giovanni Sollima? Potete trovare il C D nelle edicole con la rivista musicale “Amadeus” del mese di dicembre 2011 che chiude le manifestazioni culturali relative al 150° anniversario dell’Unità d’Italia; l’ascolto del brano di Sollima potrà suscitare in voi ilarità. Ma mi interessa conoscere la vostra opinione su questa inconsueta interpretazione. Dopo l’ascolto del breve brano musicale di Giovanni Sollima (appena 1’ e 44” di musica), si è aperto, all’interno del nostro primo incontro alla scuola Bagnera, un dibattito davvero interessante: tutti gli interventi espressi sia dai genitori sia dagli alunni sia dagli insegnanti mettevano in evidenza come la breve esecuzione, pur partendo dalle riconoscibili note del brano musicato da Michele Novaro, finiva per svilupparsi in modo completamente nuovo: “arte astratta”, “componente fisica del suono”, aspetto “materico” della fonte sonora … fatto sta che ci si trova innanzi ad una revisione-interpretazione caratterizzata da connotazioni disarmoniche, da un suono in disfacimento quasi a voler rappresentare l’Italietta di oggi. Tutti interventi di valore.

   E che dire del clima musicale dei primi dell’Ottocento? E del coro “Guerra! Guerra!” dalla Norma di Vincenzo Bellini intonato dai nostri patrioti nel 1831? E del Nabucco di Giuseppe Verdi col celeberrimo “Va’ pensiero”  del 1842? Va detto che la musica (coi cori tratti dalle opere liriche) nell’Italia dell’Ottocento ha svolto un ruolo assai importante nel divulgare le idee dell’Italia Unita: essa rappresentava l’anima popolare di quegli anni risorgimentali. Il “Va’ pensiero” verdiano veniva suonato anche da un organetto  per le vie della città di Milano. Noi lo abbiamo ascoltato in una versione per organetto di barberia: 3’ e 36” di musica per cercare di entrare nel clima del Risorgimento.

   Poi si sono spiegati i valori culturali e musicali presenti nell’Inno di Mameli (1847). Si sono srotolate  le cinque strofe trascritte su cartelloni portati a tracolla da cinque insegnanti: ciò per ricordare ai presenti che l’Inno di Mameli non si limita alla prima strofa maggiormente divulgata. Si è parlato di metrica, di verso senario, della musicalità ritmica intrinseca nell’Inno per passare, infine, alla Letio Magistralis di Roberto Benigni che aveva ben spiegato i valori del  “Canto degli Italiani”  nel corso dell’ultimo Festival di Sanremo. Il tutto era stato preceduto, sin dall’inizio dell’incontro, dall’ascolto dell’Inno alla gioia presente nella Nona Sinfonia di Beethoven.

   Le persone presenti (circa sessanta) hanno espresso il loro entusiasmo nei confronti di questo Progetto che continuerà nei mesi successivi con ben altre sette importanti scadenze relative all’ascolto musicale.

   Il pomeriggio musicale si è chiuso con un “Fuori Programma”: abbiamo ascoltato, visto il clima natalizio, un breve brano musicale tratto dal “Messiah” di Handel (nella trascrizione di Mozart): “Uns ist zum Heil ein Kind geboren…” (“Poiché un bambino è nato per noi …”) e la successiva “Piva” per sola orchestra: si è espanso il magnetismo dell’ascolto. Un vero successo. Pomeriggio musicale d’incanto. Con la gioia che radiava dal volto di noi tutti. E tanto entusiasmo. Speriamo di continuare a trasmetterlo negli incontri successivi.

Bagheria, 29 dicembre 2011

Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: STEFANO E IL SACRO AROMA (POESIA INEDITA)

26 Dicembre 2011 4 commenti

Giuseppe Di Salvo: Bagheria, giugno 2010

Petali di gelo

coronano

le  nostre attese

Il silenzio

il tepore porta

con abbracci

amicali assai

La pioggia-

fuori-

scrosciando-

da noi allontana-

palpitante-

l’ansia

Le strade vuote

offrono magie

di colori

Nell’aria la corona

del pepe olezza

S’espande ovunque-

sacro-

il virile aroma 

Bagheria, 26 dicembre 2011

Giuseppe Di Salvo

 

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ALPHI* VERSI NATIVI: CON QUESTA POESIA DI GIUSEPPE DI SALVO AUGURIAMO BUON NATALE A TUTTI!

24 Dicembre 2011 10 commenti

Bianca stella di Natale

Nel guardarti-

ora che rinasci-

si ripresenta-

agile gazzella-

il desiderio

e sul capo porta-

preziosa assai-

la corona di un re.

Antiche cantilene

scuotono gli ulivi

e le radici solcano-

nel ventre-

le assolate terre

del Sud.

Beate le mani

di chi verdi perle

raccoglie e frantuma

per poi mutarle

in denso olio:

sacro miscuglio bronzeo-

caldo e rappreso-

purificando-

su  estasiati corpi cola.

 

Ai piedi tuoi

che schiudono sentieri-

in appassionate orazioni-

prostrato io sarò

e seguirò-

fra inebrianti vigneti-

i vestigi del tuo amore

La voce è silenzio,

eco nelle fredde valli,

suoni borbotta nel mare

fra onde che s’alzano alte

con bianche creste in segno di saluto.

 

Se ti guardo

di gioia cantano

le ferite in me chiuse

Si rinnova la vita

e i lanci di rabbia

calciati o urlati   -o Generoso-

a me sempre rimetti

Scruto i tuoi segni

e d’intenderli spero

Sono in me

e d’impeto emetto

gorgheggi felici!  

Bagheria, 30/11/06    

Giuseppe Di Salvo

 

*Alphi vuole significare “Bianchi” (l’allusione è alla neve di dicembre, per me metafora di purezza e di amore nascente in attesa di corporei incontri ). (G.D.) 

La poesia è già stata pubblicata in questo Blog il 19  dicembre 2006, cinque anni fa: e proprio cinque anni fa, precisamente il 16 dicembre 2006, nasceva il Blog a  Giuseppe Di Salvo intestato. Da allora molta acqua è passata sotto questo ”nostro” visitato  Sacro Ponte.

Auguri a tutti da parte di:

Giuseppe Di Salvo

Salvatore Di Salvo

Salvatore Incandela

Pippo Rinella

Enza Ventimiglia

 

Categorie:poesia, Società Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: BAGHERIA, SCUOLA GIUSEPPE BAGNERA: IL TRIONFO DEGLI ALUNNI DELLA III A NELLA DRAMMATIZZAZIONE DEL SANTO NATALE

21 Dicembre 2011 4 commenti

"Noi e il pubblico": disegno di Alessandra C., alunna di III A

LA SCUOLA, LE RECITE SCOLASTICHE, IL SANTO NATALE E IL SUCCESSO SCOLASTICO PER LA GIOIA DI TUTTI

Ogni anno, quando si avvicinano le feste di Natale, all’interno delle varie scuole presenti nel territorio, gl’insegnanti organizzano diverse “drammatizzazioni” per ricordare il sacro evento. Ma è solo questo ricordo che si va a rievocare o c’è dell’altro? Capita, andando in giro per la città, sentire alcuni genitori dire: -Domani, o giorno X, devo andare a scuola per assistere alla “recita” di mio figlio.

   Già la “recita”: si continua a chiamarla così. Un parola antica che nessun pedagogo riuscirà mai ad estirpare o far andare in disuso. Essa rievoca magici eventi. Una parola che è certo richiamo di aggregazione sociale: tante persone riunite in piccoli teatri, saloni, aule per assistere a “rappresentazioni” che rievocano, in questo caso, l’ormai lontana nascita di Gesù. “Recita”, del resto, è la veicolare parola usata ancora oggi dalla maggioranza degli insegnanti: dalla Scuola dell’Infanzia alla Scuola Primaria  e alla Secondaria di Primo Grado. Chi la chiama “Animazione Teatrale”? Come a voler dire che è il periodo in cui si animano i luoghi “teatrali” di molte scuole.      

   Personalmente, sono legato ad una terminologia pedagogica più aulica: amo usare il termine “Drammatizzazione” e lo lego sempre a dei “Quadretti Scenici”. All’interno di questi “Quadretti” faccio “agire” il corpo degli alunni chiamati ad interpretare coi gesti, col canto  -quindi con tutto le loro potenzialità espressive-  alcuni brevi testi prima ben memorizzati.

   E avviene che gli “alunni-interpreti” agiscono e socializzano e vivono da protagonisti  (sulla scena  -e sul proscenio!) ciò che col loro corpo rappresentano: in quelle “drammatizzazioni” (o “recite” come ancora continuano a chiamarle in molti) c’è la loro voglia di vivere il successo scolastico.

   Sanno di essere fonti (emittenti) di significanti/significati e di messaggi; e fanno di tutto per farsi apprezzare da una utenza a loro molto famigliare ( i destinatari dei loro messaggi): genitori, parenti, compagni, amici…

   Sicché da “consumatori” di quotidiana comunicazione, per alcune decine di minuti, si trasformano in “creatori” di comunicazione. E anche il loro piccolo teatro diviene tecnicamente un “media”: li rende protagonisti in cerca di applausi e consensi. Dove risiede allora la magia dell’intramontabile parola “recita”? Tutta qui: nel sapere esibire col proprio corpo il meglio di se stessi; è il loro Io profondo che agisce; un Io in cerca di appaganti consensi. I quali arrivano con gli applausi di un pubblico felice; e questo pubblico, nel gratificare i figli, in fondo, finisce con la giusta affermazione di se stesso.

   E avviene che le “Drammatizzazioni scolastiche” si rivelano per quello che sono: opere pedagogiche all’interno delle quali i genitori proiettano  il loro orgoglio, quello cioè di essere  procreatori; e gli alunni in azione (con canti, gesti e dizione, ossia con l’uso dei linguaggi verbali e non verbali) esternano nel modo migliore possibile la loro sicurezza e competenza; noi vi cogliamo anche una reciproca affermazione psicologica certamente appagante e, dal punto di vista sociologico, perfettamente aggregante.

   “Recitare” (in origine significava “fare l’appello”; viene da “re”= di nuovo e “citare”= chiamare) è come volere appellare l’anima e la sensibilità di chi ascolta per suscitare in loro emozioni e sentimenti; oggi il termine ha assunto il significato di “dire ad alta voce” un testo appreso a memoria; e gli alunni con parole e gesti sanno di ricorrere alla finzione per rievocare storie, personali vissuti o altre esperienze.

   Ma il termine “drammatizzare” (dal greco “drâma”, verbo “dráo” che significa “io agisco” con competenza) è certo più connesso al concetto di “rappresentazione scenica” o a quell’altro di teatro come “media”. Drammatizzazione, quindi, come rappresentazione scenica con azioni giocose, ludiche, divertenti; o anche storiche, religiose o con connotazioni tristi. E attenzione: gli alunni in azione non sono certo degli “attori” professionisti, ma semplici persone umane che interagiscono sulla scena per attuare un modo non consueto di comunicare con altri. E a noi insegnanti non resta che valutare i diversi obiettivi didattici interdisciplinari raggiunti dagli alunni

   E’ anche alla luce di queste considerazioni che va decodificato il successo avuto dagli alunni della III A della Scuola Giuseppe Bagnera, quando il 20 dicembre del 2011, nel salone Anna Morreale, hanno realizzato la “Drammatizzazione” intitolata “Dalle piogge di settembre al freddo dell’inverno: eventi laici e religiosi nell’attesa del Santo Natale e a chiusura delle manifestazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia”.

   Sono stati accolti da ovazioni e urla di “bravi”. Hanno espresso il meglio di se stessi nell’interpretare alcuni “Quadretti Scenici”.

   Il Primo Quadretto rievocava il 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Hanno eseguito una versione dell’Inno di Mameli a cappella in modo davvero esemplare.

   Il Secondo Quadretto  era dedicato ad alcune “Scene di vita scolastica” con la drammatizzazione della poesia “Autunno” di Vincenzo Cardarelli e delle canzoncine “Cinque son le dita” (Calabresi/Umiliani) e “Fra Martino”: quest’ultima intonata a più voci, e sempre a cappella, con resa armonica accattivante; poi in modo corale hanno drammatizzato “Ciaschitieddu”, una breve poesia in dialetto siciliano tramandataci dalla nonna di un mio alunno: le smorfie finali di questa performance sono state accolte con ilarità e applausi davvero scroscianti.

   Il Terzo Quadretto  Scenico era intitolato “L’inverno”: e si sono drammatizzati frammenti di Anacreonte e di Alceo con corali voci onomatopeiche tendenti ad imitare il vento, la pioggia, i tuoni, la tempesta. Poi, sempre a cappella, gli alunni hanno cantato una breve canzoncina invernale che invitava ad un delicato dormire: “Che freddo, che gelo!”.

   Il Quarto Quadretto Scenico, infine, era intitolato “Annunciazione e nascita di Gesù”. Si è rievocata la nascita del Cristo con brani del Vangelo secondo San Matteo. Poi, in coro, e sempre a cappella, gli alunni hanno intonato i seguenti canti di Natale: “A la notti ri Natali”, canto già interpretato decenni addietro da Rosa Balistreri; “Siamo lieti pastorelli”, canto tradizionale belga; “Bimbo, Bimbo”, canto tradizionale ben conosciuto da parte di molti ex alunni della scuola Giuseppe Bagnera; e la “Ninna nanna al Bambino Gesù” di Sant’Alfonso de’ Liguori: in quest’ultima ninnananna gli alunni hanno espresso con delicatezza tutta la loro grazia canora. Un vero trionfo. E alcuni bis. Ancora una ninnananna in inglese “Angel’s Lullaby” curata dal maestro Vito Gagliardo, sempre con la delicata espressione corale a cappella. E ancora applausi rivolti agli alunni, alla maestra Pasqualina La Placa, al maestro Francesco Chiello (aveva curato gli eventi religiosi svolti alla Chiesa Madre) e… al sottoscritto, animatore principale dell’evento. La dirigente Rosalba Bono, alla fine, ha ben messo in evidenza gli alti valori formativi della manifestazione, ringraziando alunni, genitori e insegnanti.

   Che altro? Forse la Scuola non deve mirare al successo scolastico e alla gioia di tutti? Ecco il senso del nostro modo di vivere il Santo Natale!

Bagheria, 21/12/11

Giuseppe Di Salvo

BAGHERIA, SCUOLA PRIMARIA GIUSEPPE BAGNERA: DECOLLA CON SUCCESSO IL PROGETTO “L’ARTE DI ASCOLTARE LA MUSICA”

20 Dicembre 2011 1 commento

Disegno di Giulia P., alunna di III A

Giovedì 15 dicembre 2011, nei locali della Scuola Primaria Giuseppe Bagnera, Salone Anna Morreale,  c’è stato il primo incontro relativo al Progetto extracurricolare “L’Arte di ascoltare la musica”. Hanno partecipato circa 60 persone fra alunni, genitori, insegnanti. Il progetto è curato dal maestro Giuseppe Di Salvo col supporto delle insegnanti Nunzia Picone e Gina Toia; e con l’assistenza tecnica del signor Gaetano Sardina. Il primo incontro aveva per titolo: LA MARCIA: “Fratelli  d’ Italia”: La Letio Magistralis  di un grande giullare: Roberto Benigni.  E’ stato presentato dalla dirigente, professoressa Rosalba Bono.  Si è registrato un sorprendente entusiasmo. Una iniziativa pedagogica non comune nel nostro territorio. Ben presto il nostro Giuseppe Di Salvo pubblicherà la sua diretta testimonianza dell’evento accolto con interesse, partecipazione: un vero successo!

La Redazione del Blog

Categorie:Classica, Musica, Primo piano Tag:

BAGHERIA: MARTEDI’ 20 DICEMBRE ORE 9,00: DRAMMATIZZAZIONE DELLA III A NEL SALONE DELLA SCUOLA GIUSEPPE BAGNERA

SCUOLA PRIMARIA GIUSEPPE BAGNERA

 

MARTEDI’  20 DICEMBRE  2011  ORE 9,00

Aula Magna “Anna Morreale”

 

DRAMMATIZZAZIONE:

“Dalle piogge di settembre al freddo dell’inverno:   eventi laici e religiosi nell’attesa del Santo Natale e a chiusura delle manifestazioni per il 150° anniversario dell’Unita’ d’Italia”

 

 Gli alunni della TERZA A

Coordinatore e animatore: insegnante Giuseppe Di Salvo

Collaboratori: insegnanti La Placa Pasqualina e Vito Gagliardo

 

QUADRETTI SCENICI:

A)       L’Italia e gli Italiani nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia (manifestazione di chiusura) con versi di Giovanni Berchet  e “Il canto degli Italiani” di Goffredo Mameli/Michele Novaro.

B)       Scene di vita scolastica  con drammatizzazione della poesia “Autunno” di Vincenzo    Cardarelli e delle canzoni “Cinque son le dita” (Calabresi/Umiliani); e “Fra Martino” (a più voci); drammatizzazione della poesia tradizionale “Ciaschitieddu”.

C)       L’inverno con drammatizzazione delle poesie di Anacreonte e Alceo e di un canto tradizionale: “Che freddo, che gelo!”.

D)       Annunciazione e nascita di Gesù con testi tratti dal Vangelo di San Matteo. Drammatizzazione di canti natalizi: “A la notti di Natali”, canto già interpretato da Rosa Balistreri; “Siamo lieti pastorelli”, canto tradizionale belga; “Bimbo, bimbo” (canto tradizionale con testo del maestro Giuseppe Di Salvo); “Ninna nanna al Bambino Gesù” di S. Alfonso de’ Liguori…

E… non mancheranno sorprese!!!

DA NON PERDERE!!!

La manifestazione è riservata ai genitori degli alunni della III A;  essa è stata preceduta da altre iniziative didattiche relative al Santo Natale, compresa la Santa Messa in Chiesa Madre già curata dal maestro Francesco Chiello; evento religioso al quale ha partecipato quasi tutta la scolaresca della Scuola Giuseppe Bagnera.

Disegno di Daniele, alunno di Terza A.

GIUSEPPE DI SALVO: HILLARY CLINTON AFFERMA: “I DIRITTI DEI GAY SONO DIRITTI UMANI”. E PUTIN? ERIGERA’ UNA STATUA AL GENIALE PIANISTA RUSSO YOURI EGOROV ALL’INTERNO DEL CREMLINO?

10 Dicembre 2011 4 commenti

Obama e Hillary il volto politico umano per i Diritti dei Gay

HILLARY CLINTON: “I DIRITTI DEI GAY SONO DIRITTI UMANI”. E PUTIN? ERIGERA’ UNA STATUA AL GENIALE PIANISTA RUSSO YOURI EGOROV ALL’INTERNO DEL CREMLINO O ANCHE FUORI?

Hillary Clinton, Segretario di Stato del Governo degli Stati Uniti d’America, intervenendo il 6 dicembre 2011 a Ginevra alla più grande Conferenza mondiale organizzata dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, in occasione della Giornata Mondiale dei Diritti Umani, alla quale hanno partecipato oltre 145 paesi, ha sostenuto in un sentito discorso che: “I Diritti dei Gay sono Diritti Umani!”. Alla fine la Clinton ha avuto una standing ovation.

Putin ha orecchie abbastanza larghe per ascoltare e comprendere l’alto contenuto democratico e liberale che permea il discorso della Grande Signora Hillary Clinton. Ci auguriamo solo che, spinto da emulazione democratica e rievocando la civiltà delle idee socialiste e libertarie dei migliori pensatori politici russi, invece di pensare a leggi restrittive contro i gay del suo Paese, chiami un grande scultore sovietico per far costruire una statua al geniale pianista Youri Egorov, scappato dalla Russia in Occidente nel 1976 perché perseguitato dal KGB in quanto omosessuale. E morto in Olanda di AIDS il 16 aprile 1988. E faccia piazzare la statua di Egorov all’interno del Cremlino o anche fuori! E che faccia distribuire in tutte le scuole russe l’interessante e toccante libro di Jan Brokken “Nella Casa del Pianista” proprio alla vita di Youri Egorov dedicato con devozione e commovente amicizia. Eccovi lo storico testo letto dalla Clinton a Ginevra nella traduzione italiana integrale dell’Associazione Radicale “Certi Diritti”:

“Buona sera, lasciatemi esprimere il mio grande onore e piacere per essere qui. Voglio ringraziare il direttore generale Tokayev e la signora Wyden oltre agli altri ministri, ambasciatori, eccellenze e partner delle Nazioni Unite. Questo fine settimana celebreremo la giornata mondiale dei diritti umani, l’anniversario di una delle grandi conquiste dell’ultimo secolo. Nel 1947, i delegati di sei continenti si sono impegnati a stilare una dichiarazione che affermasse le libertà e i diritti fondamentali delle persone ovunque esse vivessero. Nel secondo dopoguerra, molte nazioni sostennero una dichiarazione di questo tipo per aiutare a prevenire future atrocità e proteggere l’umanità e la dignità insita in ogni persona. E così i delegati si misero al lavoro. Discussero, scrissero, rividero, riscrissero per migliaia di ore. Incorporarono suggerimenti e revisioni proposte da governi, organizzazioni, e individui di tutto il mondo. Alle tre del mattino del 10 dicembre 1948, dopo circa due anni di lavoro e un’ultima notte di dibattito, il Presidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite mise in votazione il testo finale. 48 nazioni votarono a favore, 8 si astennero, nessuna votò contro: la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani fu adottata. Essa proclamava una semplice e potente idea: tutti gli esseri umani sono nati liberi e uguali nella loro dignità e nei loro diritti. Con la dichiarazione si è chiarito che i diritti non sono conferiti dai governi, ma appartengono a tutte le persone dalla nascita. Non importa in che paese viviamo, chi sono i nostri leader e persino chi siamo. In quanto umani, abbiamo diritti. E poiché abbiamo diritti, i governi devono proteggerli. Nei 63 anni da quando la dichiarazione fu adottata, molte nazioni hanno fatto grandi progressi nel fare dei diritti umani una realtà. Passo dopo passo, le barriere che un tempo impedivano alle persone di godere a pieno delle loro libertà, della loro dignità e della loro umanità sono cadute. In molti luoghi, leggi razziste sono state eliminate, pratiche sociali e legali che relegavano le donne a uno status di seconda classe sono state abolite, la possibilità per le minoranze religiose di praticare la loro fede liberamente è stata garantita. Nella maggior parte dei casi, tali progressi non furono conseguiti con facilità. Molte persone lottarono, si organizzarono e protestarono nelle pubbliche piazze e in luoghi più privati non solo per cambiare le leggi, ma anche le coscienze. E grazie al lavoro di generazioni, per milioni di individui le cui vite erano vessate dall’ingiustizia è ora possibile vivere più liberamente e partecipare pienamente alla vita politica, economica e sociale delle loro comunità. Come tutti sapete, c’è ancora molto da fare per assicurare quell’impegno, quella realtà, quel progresso per tutti. Oggi vorrei parlare del lavoro che abbiamo ancora da fare per proteggere un gruppo di persone i cui diritti umani sono ancora negati in troppe parti del mondo.

Sono una minoranza invisibile. Sono arrestati, picchiati, terrorizzati e persino condannati a morte. Molti sono trattati con disprezzo e violenza dai loro concittadini mentre le autorità che dovrebbero proteggerli guardano altrove o, troppo spesso, contribuiscono ad abusarli. E’ negata loro l’opportunità di lavorare e ricevere un’adeguata istruzione, sono costretti ad abbandonare le loro case e i loro paesi o a reprimere e negare chi sono per proteggersi dal pericolo. Parlo di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali, esseri umani nati liberi, eguali e con la medesima dignità degli altri, persone con il diritto di rivendicare ciò. Questa è una delle rimanenti sfide del nostro tempo per implementare i diritti umani di tutti. Parlo di questo argomento sapendo che il mio stesso paese è ben lontano dalla perfezione in tema di diritti umani per le persone LGBT.

 Sino al 2003 l’omosessualità era ancora un crimine in alcuni Stati. Molti americani LGBT hanno sofferto violenze e molestie nelle loro vite e per alcuni, inclusi molti giovani, il bullismo e l’esclusione sono esperienze quotidiane. Quindi noi, come tutte le nazioni, abbiamo molto lavoro da fare per proteggere i diritti umani. So bene che questa è una questione molto sensibile per molti e che gli ostacoli sulla via della protezione dei diritti umani delle persone LGBT sono radicati in profonde credenze personali, politiche, culturali e religiose. Pertanto vengo a voi con profondo rispetto, comprensione e umiltà. Anche se il progresso su questo fronte non è facile, non possiamo evitare di agire prontamente. In questo spirito voglio parlare delle questioni difficili e importanti che dobbiamo affrontare insieme per raggiungere un consenso globale attorno al riconoscimento dei diritti umani delle persone LGBT ovunque esse si trovino. La prima questione va direttamente al cuore del problema. Qualcuno ha sostenuto che i diritti gay e i diritti umani sono cose distinte, ma in verità sono la stessa medesima cosa. Certamente 60 anni fa i governi che hanno stilato e approvato la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani non pensarono a come essa potesse applicarsi alla comunità LGBT. Non pensavano neppure a come essa potesse applicarsi agli indigeni, ai bambini, ai disabili o altri gruppi marginalizzati. Eppure, negli scorsi 60 anni abbiamo riconosciuto che i membri di questi gruppi sono pienamente titolari di diritti e dignità poiché, come tutte le persone, essi condividono una comune umanità. Questo riconoscimento non è occorso subito. Si è sviluppato nel tempo. Nel frattempo abbiamo capito che si trattava di onorare dei diritti che le persone hanno sempre avuto, piuttosto che creare diritti nuovi o speciali per loro.

Come essere una donna, un membro di una minoranza etnica, religiosa o tribale, essere LGBT non rende meno umani. Ecco perché i diritti gay sono diritti umani e i diritti umani sono diritti gay. Si violano i diritti umani quando si picchiano o uccidono persone a causa del loro orientamento sessuale o perché non si conformano alla norma culturale su come gli uomini e le donne dovrebbero apparire o comportarsi. Si violano i diritti umani quando i governi dichiarano illegale essere gay o non puniscono coloro che fanno del male alle persone gay. Si violano i diritti umani quando le donne lesbiche e transgender sono soggette ai cosiddetti stupri correttivi, o soggette a trattamenti ormonali forzati, o quando delle persone vengono uccise in seguito a incitamenti pubblici alla violenza contro i gay o quando sono costretti a scappare dai propri paesi e cercare asilo in altri Stati per salvare la propria vita. E si violano i diritti umani quando l’accesso a farmaci salva vita viene negato sulla base dell’orientamento sessuale, o un eguale accesso alla giustizia viene negato sulla base dell’orientamento sessuale, o gli spazi pubblici sono proibiti ai gay.

Non importa il nostro aspetto, da dove veniamo, chi siamo, siamo tutti egualmente titolari dei nostri diritti umani e della nostra dignità. La seconda questione è se l’omosessualità è tipica di una certa parte del mondo. Alcuni sembrano credere che sia un fenomeno occidentale e che perciò fuori dall’Occidente sia possibile rigettarla. In realtà i gay nascono e appartengono ad ogni società del mondo. Sono di tutte le età, di tutte le razze e di tutte le etnie; sono dottori e insegnanti, contadini e banchieri, soldati e atleti; e a prescindere dal fatto che lo sappiamo o lo riconosciamo, sono la nostra famiglia, i nostri amici, i nostri vicini. Essere gay non è un’invenzione occidentale; è una realtà umana. E proteggere i diritti umani di tutti, etero o omosessuali, non è qualcosa che fanno solo i governi occidentali. La costituzione sudafricana, scritta dopo l’Apartheid, protegge l’uguaglianza di tutti i cittadini, inclusi quelli gay. In Colombia e Argentina, anche i diritti gay sono legalmente protetti. In Nepal, la corte costituzionale ha sentenziato che i cittadini LGBT devono avere eguali diritti.

Il governo della Mongolia ha preso l’impegno di varare una nuova legislazione che affronti le discriminazioni patite dai gay. Ora, alcuni ritengono che proteggere i diritti umani della comunità LGBT sia un lusso che solo le nazioni ricche possono permettersi. Ma in effetti, in tutti i paesi, la non protezione di questi diritti ha dei costi in termini di vite etero e omosessuali perse a causa di malattie e violenze, di silenziamento di voci e visioni che avrebbero rafforzato le comunità, in termini di idee mai concretizzate da imprenditori che casualmente sono gay. Si pagano dei costi ogni volta che un gruppo è trattato peggio degli altri, siano essi donne, minoranze etniche, religiose o LGBT. L’ex presidente del Botswana, Mogae, ha recentemente sottolineato che finché le persone LGBT sono tenute nell’ombra, non potrà esserci un efficace programma di sanità pubblica contro l’AIDS. Beh, questo è vero che per altre sfide. La terza e forse più difficile questione viene sollevata quando si citano valori religiosi o culturali come ragioni per violare o non proteggere i diritti umani dei cittadini LGBT. Ciò non si differenzia molto dalle giustificazioni offerte per giustificare pratiche violente contro le donne come l’omicidio d’onore, l’arsione delle vedove e le mutilazioni genitali femminili. Alcuni continuano a difendere tali pratiche in quanto parte di una tradizione culturale. Ma la violenza contro le donne non è culturale, è criminale. Ugualmente con la schiavitù, ciò che una volta era giustificato dalla sanzione divina è oggi giustamente ritenuto un immorale violazione dei diritti umani. In ognuno di questi casi, abbiamo imparato che nessuna pratica o tradizione è superiore ai diritti umani che appartengono a tutti noi. E questo è vero anche per la violenza inflitta alle persone LGBT, la criminalizzazione del loro status o comportamento, l’espulsione dalle loro famiglie o comunità, l’accettazione tacita o esplicita delle loro uccisioni. Certamente, vale la pena notare che raramente le tradizioni e gli insegnamenti religiosi o culturali sono in conflitto con la protezione dei diritti umani. Ovviamente, la nostra religione e la nostra cultura sono fonti di compassione e ispirazione verso esseri umani come noi. Non solo coloro che giustificavano la schiavitù si appoggiavano alla religione, anche coloro che cercavano di abolirla lo facevano. Teniamo a mente che il nostro impegno a difendere la libertà di religione e la dignità delle persone LGBT hanno la medesima radice. Per molti di noi il credo e la pratica religiosa è una risorsa vitale di significato e identità fondamentale per ciò che siamo come persone. Ugualmente, per la maggior parte di noi, i legami d’amore e famigliari che abbiamo forgiato sono altrettanto vitali fonti di significato e identità. Prendersi cura degli altri è un’espressione di ciò che significa essere pienamente umani. E’ perché l’esperienza umana è universale che i diritti umani sono universali e attraversano tutte le religioni e le culture. La quarta questione è ciò che la storia ci insegna circa il modo in cui progredire verso eguali diritti per tutti. Il progresso origina da una discussione onesta. Ci sono coloro che dicono e credono che tutti i gay sono pedofili, che l’omosessualità è una malattia che può essere curata o che i gay reclutano altri per farli diventare a loro volta gay. Bene. Queste nozioni sono semplicemente non vere. E’ anche difficile che spariscano se coloro che le promuovono o accettano vengono ignorati piuttosto che invitati a condividere le loro paure. Nessuno ha mai abbandonato una convinzione perché è stato costretto a farlo. I diritti umani universali includono la libertà d’espressione e quella di pensiero, anche se le nostre parole o pensieri denigrano l’umanità degli altri. Tuttavia, mentre siamo tutti liberi di credere ciò che riteniamo, non possiamo fare tutto ciò che vogliamo, non in un mondo in cui si proteggono i diritti umani di tutti. Raggiungere una piena comprensione di queste cose richiede più di un discorso. Richiede una conversazione. Anzi, richiede una costellazione di conversazioni in luoghi piccoli e grandi. E richiede la volontà di vedere nelle più aspre differenze di visione una ragione per cominciare a conversare, non per evitare di farlo. Ma il progresso deriva dal cambiamento delle leggi. In molti posti, incluso il mio stesso paese, la protezione legale ha preceduto, non seguito, un più ampio riconoscimento dei diritti. Le leggi hanno un effetto istruttivo. Le leggi che discriminano convalidano altri tipi di discriminazione. Le leggi che richiedono eguale protezione rinforzano l’imperativo morale dell’uguaglianza. In pratica, spesso le leggi devono cambiare prima che la paura del cambiamento venga meno. Molti nel mio paese pesavano che il presidente Truman stesse facendo un grave errore quando ordinò la de-segregazione razziale delle nostre forze armate. Si affermava che ciò avrebbe minato la coesione delle unità combattenti. E fu solo dopo che la decisione venne implementata che ci accorgemmo come essa rafforzò il nostro tessuto sociale in modi che neppure i sostenitori di quella politica avevano previsto. Ugualmente, alcuni nel mio paese ritenevano che la cessazione del “Don’t Ask, Don’t Tell” avrebbe avuto un effetto negativo sulle nostre forze armate. Oggi, il comandante dei Marines, che fu una delle voci più forti contro la revisione di questa politica, dice che le sue preoccupazioni erano infondate e che i Marines hanno accolto benissimo il cambiamento. Infine, il progresso deriva dalla disponibilità di mettersi nei panni degli altri per un po’. Dobbiamo chiederci: “come mi sentirei se fosse un crimine amare la persona che amo? Come mi sentirei se fossi discriminato per una cosa di me che non posso cambiare?”.

Questa sfida riguarda ciascuno di noi quando riflettiamo su convinzioni profonde, quando lavoriamo per essere tolleranti e rispettosi della dignità di tutti, e quando abbiamo umilmente a che fare con coloro i quali siamo in disaccordo nella speranza di creare una maggiore comprensione generale. La quinta e ultima questione riguarda come possiamo fare la nostra parte per portare il mondo ad accogliere i diritti umani di tutti, anche delle persone LGBT. Sì, le persone LGBT devono contribuire guidando questi sforzi, come tanti già fanno. La loro conoscenza ed esperienza è impagabile e il loro coraggio inspiratore. Conosciamo i nomi di attivisti LGBT coraggiosi che hanno letteralmente dato le loro vite per questa causa e ce ne sono molti altri il cui nome non conosceremo mai. Ma spesso coloro ai quali si negano i diritti sono quelli con meno potere di ottenere i cambiamenti che cercano. Agendo da sole, le minoranze non potranno mai raggiungere la maggioranza necessaria al cambiamento politico. Quando una parte dell’umanità viene rimossa, il resto di noi non può rimanere indifferente. Ogni volta che una barriera verso il progresso cade, ciò avviene grazie allo sforzo congiunto di coloro che stanno da entrambe le parti di essa. Nella lotta per i diritti alle donne, il sostegno degli uomini rimane cruciale. La battaglia per l’uguaglianza razziale è dipesa dal contributo di persone di tutte le etnie. Combattere l’islamofobia o l’antisemitismo è un compito per le persone di tutte le fedi. Lo stesso è vero per la lotta per l’uguaglianza. Viceversa, quando vediamo la negazione e l’abuso di diritti umani e non agiamo, mandiamo il messaggio che ciò non comporta alcuna conseguenza e incentiviamo il perpetuare di tali abusi e negazioni. Ma quando agiamo, inviamo un potente messaggio morale. Qui a Ginevra, la comunità internazionale ha agito quest’anno per rafforzare il consenso globale attorno ai diritti umani delle persone LGBT. In marzo, al Consiglio per i Diritti Umani, 85 paesi hanno sostenuto una dichiarazione contro la criminalizzazione e le violenze motivate dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere. Alla successiva sessione del Consiglio in giugno, il Sud Africa si fece promotore di una risoluzione sulla violenza contro le persone LGBT. La delegazione sudafricana parlò eloquentemente della propria esperienza e della propria lotta per l’eguaglianza di tutta l’umanità e della sua indivisibilità. Quando passò, divenne la prima risoluzione delle Nazioni Unite a riconoscere i diritti umani delle persone gay di tutto il mondo. Nell’Organizzazione degli Stati Americani quest’anno, la Commissione inter-americana sui Diritti Umani creò un’unità sui diritti delle persone LGBT, un passo verso ciò che speriamo sarà la creazione di una struttura più formale. Ora, dobbiamo andare oltre e lavorare qui e in ogni regione del mondo per galvanizzare un maggiore supporto per i diritti umani della comunità LGBT.

Ai leader di quei paesi dove le persone sono imprigionate, picchiate o condannate a morte perché gay, chiedo di considerare questo: per definizione leadership significa stare alla testa del proprio popolo quando è necessario. Significa difendere la dignità di tutti i propri cittadini e convincere gli atri a fare lo stesso. Significa anche assicurare che tutti i cittadini siano trattati come eguali dalla legge del proprio Stato perché, lasciatemi essere chiara – non sto dicendo che i gay non commettono crimini. Lo fanno, proprio come gli eterosessuali. E quando lo fanno devono rispondere dei loro atti, ma non dovrebbe mai essere un crimine il semplice fatto di essere gay. Ai popoli di tutte le nazioni dico che sostenere i diritti umani è anche una vostra responsabilità. La vita dei gay è condizionata non solo dalle leggi, ma anche dal trattamento che ricevono ogni giorno dalle loro famiglie e dai loro vicini. Eleanor Roosevelt, che ha fatto così tanto per l’avanzamento dei diritti umani nel mondo, ha detto che questi diritti germogliano nei luoghi più vicini a casa – le strade dove vivono le persone, le scuole che frequentano, le industrie, fattorie e uffici dove lavorano. Questi luoghi sono il vostro campo d’azione. Le azioni che intraprendete e le idee che sostenete possono determinare se i diritti umani fioriranno dove vivete.

Infine, alle persone LGBT di tutto il mondo lasciatemi dire questo: ovunque viviate e qualunque siano le circostanze della vostra vita, sia che siate connessi ad una rete di supporto, sia che vi sentiate isolati e vulnerabili, sappiate che non siete soli. Ci sono persone in tutto il mondo che stanno lavorando duramente per sostenervi e mettere fine alle ingiustizie e ai pericoli che affrontate. Questo è certamente vero per il mio paese: avete un alleato negli Stati Uniti d’America e avete milioni di amici tra gli americani. L’amministrazione Obama difende i diritti umani delle persone LGBT come parte della nostra più ampia politica sui diritti umani e come una priorità della nostra politica estera. Nelle nostre ambasciate, i nostri diplomatici stanno sollevando l’attenzione su casi e leggi specifici lavorando con vari partner per rafforzare la protezione dei diritti umani di tutti. A Washington, abbiamo creato una task force al Dipartimento di Stato per sostenere e coordinare questo lavoro. Nei prossimi mesi forniremo tutte le ambasciate di un kit di strumenti per migliorare i loro sforzi. Abbiamo anche creato un programma che offre sostegno di emergenza per i difensori dei diritti umani delle persone LGBT. Questa mattina, a Washington, il Presidente Obama ha dato vita alla prima strategia governativa dedicata a combattere le violazioni dei diritti umani contro le persone LGBT all’estero. Dando seguito a precedenti sforzi fatti all’interno del Dipartimento di Stato e di tutto il governo, il Presidente ha ordinato a tutte le agenzie governative impegnate all’estero di combattere la criminalizzazione dello stato e della condotta LGBT, di aumentare gli sforzi per proteggere vulnerabili rifugiati LGBT, di assicurarsi che la nostra assistenza estera promuova la protezione dei diritti LGBT, di coinvolgere le organizzazioni internazionali nella lotta contro le discriminazioni e di rispondere prontamente agli abusi contro le persone LGBT. Sono anche felice di annunciare che stiamo lanciando un nuovo Fondo per l’eguaglianza globale che sosterrà il lavoro delle associazioni della società civile impegnate in tutto il mondo su queste questioni.

Questo fondo le aiuterà a registrare dei fatti in modo da elaborare strategie più mirate, a imparare ad usare la legge come uno strumento a loro favore, a gestire il loro budget, a formare il loro personale, e a creare alleanze con e associazioni delle donne e altri gruppi impegnati sui diritti umani. Abbiamo stanziato più di 3 milioni di dollari per dar vita a questo fondo e speriamo che altri aggiungeranno il loro contributo. Le donne e gli uomini che lottano per i diritti umani delle persone LGBT in luoghi ostili, alcuni dei quali sono qui con noi oggi, sono coraggiosi e meritano tutto l’aiuto che possiamo dar loro. Sappiamo che il cammino non sarà facile, una grande quantità di lavoro resta ancora da fare, ma molti di noi hanno visto direttamente quanto rapidamente i cambiamenti possano avvenire. Durante le nostre vite, l’atteggiamento verso le persone gay in molti posti è stato trasformato. Molte persone, me compresa, hanno negli anni approfondito le loro convinzione sul tema man mano che gli hanno dedicato maggiore attenzione, dialogato, partecipato a dibattiti e stabilito relazioni personali e professionali con persone gay. Questa evoluzione è evidente in molti luoghi. Per sottolineare solo un esempio l’Alta Corte di Delhi ha decriminalizzato l’omosessualità in India due anni fa scrivendo, e cito: “se esiste un principio che può essere ritenuto permeante di tutta la costituzione indiana, questo è l’inclusività”. Non ho dubbi che il sostegno per i diritti umani LGBT continuerà a crescere perché per molti giovani questo è banale: tutte le persone meritano di essere trattate con dignità e vedere rispettati i propri diritti umani, a prescindere da chi sono o da chi amano. C’è una frase che negli Stati Uniti invochiamo quando vogliamo spronare gli altri a sostenere i diritti umani: “Stai dalla parte giusta della storia”. La storia degli Stati Uniti è la storia di una nazione che ha ripetutamente lottato contro l’intolleranza e l’ineguaglianza. Abbiamo combattuto una guerra civile brutale sul tema della schiavitù. In tutto il paese milioni di persone si sono unite in campagne per riconoscere i diritti delle donne, dei popoli indigeni, delle minoranze etniche, dei bambini, delle persone con disabilità, degli immigrati, dei lavoratori e così via. E la marcia verso l’uguaglianza e la giustizia continua. Coloro che combattono per espandere la cerchia dei diritti umani erano e sono dalla parte giusta della storia e la storia li onora. Coloro che tentarono di restringere i diritti umani avevano torto e la storia mostra anche questo. So che i pensieri che ho condiviso oggi coinvolgono questioni sulle quali le opinioni si stanno ancora evolvendo. Come è accaduto già molte volte, le varie opinioni convergeranno verso la verità, quella verità immutabile secondo la quale tutte le persone sono create libere e con uguali dignità e diritti. Siamo ancora una volta chiamati a rendere concrete le parole della Dichiarazione Universale. Rispondiamo a questa chiamata. Stiamo dalla parte giusta della storia, per la nostra gente, le nostre nazioni, le generazioni future, le cui vite saranno plasmate dal nostro lavoro di oggi. Mi rivolgo a voi con grande speranza e fiducia che a prescindere dalla lunghezza della strada che abbiamo davanti, la percorreremo insieme con successo. Grazie molte.”

Hillary Clinton

Grazie tante alla signora Hillary Clinton, al Presidente Obama e agli Stati Uniti d’America!

Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: MADONNA

8 Dicembre 2011 5 commenti

Giuseppe Di Salvo: Bagheria, ottobre 2011.

Col mutar dei giorni

il bello che lacera

lo sguardo muta

e goffo appare.

Repellente

ogni fibra vagante:

sembra oltraggio al giorno.

 

Dietro la Madonna

toglie la noia

l’oscillante sciame

dal soffocato ronzio;

la statua è forma

d’oro abbellita

e dallo scirocco è mossa

insieme alle sue trine:

cose vere nell’aria calda

di dicembre.

 

L’umanità

il passo rallenta,

mira la Santità

che tace.

Non c’è luce di sorrisi,

non versa lacrime Maria.

Fra la folla ambulante

non vi è anima vergine

che dalle viscere sanguina.

Le teste sono onde di sabbia,

obnubilano le vie.

Ritrovo la bellezza

confusa nella sera:

è oasi l’attrazione,

speranza per chi

umane dune

nel deserto valica.

Bagheria, 08/12/04 

Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: DIEGO MATHEUZ TRIONFA AL TEATRO MASSIMO COI GIOVANI MUSICISTI VENEZUAELANI. IL PUBBLICO PALERMITANO LO NOMINA “LIBERTADOR”!

2 Dicembre 2011 8 commenti

Diego Matheuz, "El Libertador"

Diego Matheuz, 27enne direttore d’orchestra, nel settembre 2006 aveva 21 anni. Quando l’ “Orquesta Sinfónica de la Juventud Venezolana Simón Bolívar” venne per la prima volta al Teatro Massimo di Palermo, il 12 settembre 2006, circa un lustro addietro, il nome di Diego Matheuz, nel libretto di sala del Teatro Massimo, si poteva appena leggere nell’elenco, in ordine alfabetico, dei primi violini della prestigiosa Orchestra giovanile venezuelana.

   Martedì 29 novembre 2011, invece, Diego Matheuz è balzato alla ribalta come direttore d’orchestra di prestigio. E di commovente umiltà. Ha diretto i suoi amici musicisti (e noi crediamo anche compagni fraterni) dell’Orchestra dei Giovani venezuelani con una competenza lodevole, con una autorità amicale davvero impeccabile; e agitava il suo corpo e la bacchetta con una sicurezza interpretativa (sicurezza tipica di chi si rappresenta a memoria tutte le sequenze espressive delle  partiture che prende in considerazione) degna della migliore tradizione direttoriale europea e non, svettando e prendendo come nobile modello un altro suo compagno e amico: il 31enne Gustavo Dudamel.

   Nel settembre 2006, a Palermo, Dudamel portava con sé un prestigioso, e per noi Italiani glorioso, Claudio Abbado. Diego Matheuz sa con sicurezza di avere l’abbraccio affettuoso e la stima dei due maestri direttori citati. Dudamel e Abbado sono certo orgogliosi di Matheuz, il quale, sappiamo, è onorato di essere a loro con affetto legato. Nel settembre 2006 il Teatro Massimo era gremito:  Dudamel, presentato a Palermo da Abbado, trionfò. La sera del 29 novembre 2011, invece, il Teatro Massimo non era particolarmente pieno, ma Diego Matheuz  con i giovani dell’ Orchestra venezuelana hanno avuto un meritato tripudio con instancabili ovazioni da parte del non folto pubblico presente: “Bravo!”, “Bravi!”, scandivamo con sapiente ritmo i presenti sia a luci accese sia a luci spente nel momento in cui i musicisti erano intenti a cambiarsi d’abito. E il bel viso ambrato di Matheuz? Esprimeva a noi la sua gratitudine mescolandosi e mimetizzandosi fra i suoi amici musicisti e compagni. E regalandoci bis di alta fattura espressiva con musiche di Verdi e Ginastera.

   Gustavo Dudamel è oggi una star internazionale molto apprezzata. Continua ad incarnare la dignità musicale conquistata sul campo nel corso di un decennio; ricordiamolo: per questi giovani la musica è una sana lotta perenne! Diego Matheuz, oggi, non è più l’ignoto violinista elencato nei programmi di sala dei vari teatri. Ma è un altro dignitoso nome che viene fuori da quell’azzeccato progetto pedagogico denominato “El Sistema”. E oggi, proprio dal 2011, è anche il  Direttore Principale del Teatro “La Fenice” di Venezia, con buona pace di coloro che nei confronti del giovane direttore avanzano insensate riserve. Come mai? Basta analizzare in che modo Matheuz ha interpretato “Daphinis et Chloé, Suite n. 2” di Maurice Ravel (1875-1937); la Suite “Santa Cruz de Pacairigua” del compositore venezuelano  Evencio Castellanos (1915-1984), anche lui legato ai giovani musicisti del Sistema; e la stessa “Symphonie Fantastique en cinq parties op. 14” di Hector Berlioz (1803-1869) per rendersene conto: i suoi meriti sono tutti musicali, ma sono filtrati anche dai suoi mirabili sentimenti umani. Prima di parlare delle sullodate partiture, è necessario fare un dovuto richiamo alle origini di Matheuz: il giovane direttore è “figlio” di un grande progetto musicale e sociale chiamato “El Sistema”. Cos’è mai? “El Sistema” consiste in un progetto venezuelano di educazione musicale pubblica con accesso libero e gratuito per bambini e ragazzi di ogni ceto sociale. Oggi vanta circa 125 gruppi musicali e corali, 30 orchestre sinfoniche, coinvolge oltre 350 mila studenti. L’importanza del progetto è certamente artistico, ma soprattutto sociale: infatti tende a prevenire e correggere comportamenti asociali e criminali.

   “El Sistema” è stato ideato e messo in pratica dal musicista ed ex ministro della cultura del Venezuela José Antonio Abreu (nato nel 1939): da questo progetto nasce, nel 1975, l’ “Orquesta Sinfónica de la Juventud Venezolana Simón Bolívar” (e il fondatore è sempre Abreu).

   I giovani musicisti dell’orchestra, infatti, ci mandano il seguente messaggio: “Suonare per noi è come lottare”. E si tratta di una lotta assai dignitosa e di alto valore culturale, sociale e morale. Davvero esemplare!

In un breve articolo di Sara Patera (Giornale di Sicilia di mercoledì 13 settembre 2006) si riportano alcune affermazioni di José Antonio Abreu espresse nel corso di una conferenza stampa al Teatro Massimo nella mattina del 12 settembre 2006. Diceva: “Salvarsi attraverso la musica; il nostro lavoro è essenzialmente un progetto sociale. Prima l’educazione musicale era per pochi per il costo degli strumenti, delle lezioni e per il peso di problemi sociali più gravi. (…) Il sistema si realizzò con i cori e le orchestre giovanili prima a Caracas poi gradualmente nelle 24 province del Venezuela. (…) Claudio Abbado dal 1999 ha stipulato una convenzione  fra noi e la Filarmonica di Berlino. Lui viene ogni anno a dare lezioni ai bambini, ai cori, ai giovani dell’orchestra”.

   E Alessandro Di Gloria su “La Repubblica” (pagina di Palermo) del 13 ottobre 2006 riportava queste altre affermazione di Abreu: “Il Venezuela e la Sicilia hanno molto in comune perché in entrambi i paesi coesistono eredità culturali molteplici, un sincero calore umano e la voglia di riscattarsi da un passato non sempre felice. In tutta l’America latina siamo riusciti in trent’anni a crescere con la musica generazioni di ragazzi che avrebbero potuto tenere armi in mano piuttosto che strumenti musicali. Con soli 40 milioni di euro all’anno e grazie a una rete di volontariato permettiamo ai bambini con problemi economici, fisici, psichici, di arricchire il proprio spirito grazie alla musica”.

   Alessandro Di Gloria concludeva il suo articolo con una citazione di Gustavo Dudamel: “Una sera abbiamo visto il Tetro Massimo nel dvd del  Concerto che Abbado ha diretto qui nel 2002 e siamo rimasti davvero impressionati dalla bellezza di questo teatro che in video scintillava di luci e colori. Appena abbiamo saputo che avremmo suonato in questo teatro ci siamo scatenati e piangevamo tutti di gioia. E’ con questo spirito che siamo qui oggi e ne siamo orgogliosi”.

   Quella lontana commozione di Dudamel ci contagiò nel corso della sua direzione: interpretò l’ Egmont, ouverture op. 84 di Beethoven, e la Quinta Sinfonia dello stesso compositore. Nella Seconda Parte diresse musiche del compositore cubano, ma messicano d’adozione, re del mambo,  Peres Prado (1916-1989), Bernstein, Rossini, Verdi, Ginastera. Quei giovani musicisti? Furono tutti bravi. Da abbracciare e baciare in fronte uno per volta. La commozione si rilevava quale essa era: magico movimento emotivo, legame sacro fra ascoltatori ed esecutori. Il Teatro Massimo radiò Nuova Luce, purificò esteticamente tanti cuori.

 

   Ma ritorniamo a Diego Matheuz… e al Concerto del 29 novembre 2011.

Il giovane direttore nella Suite n. 2  “Daphinis et Chloé” di Ravel si è giustamente limitato ad evidenziare la grande abilità nella strumentazione del compositore francese: le “Lever du jour” è stato eseguito con una freschezza luminosa esemplare; e se nobili richiami interpretativi ci sono da fare, dobbiamo scomodare il grande Pierre Monteux  (1875-1964) e l’Orchestra Sinfonica di Londra (Decca, 1959); come si vede, c’è nel volto di Matheuz il riferimento alla conoscenza interpretativa dei grandi direttori della tradizione: ma si può essere giovani e freschi se non si conoscono i segreti interpretativi lasciatici da sì nobili storici padri? La stessa grazia agogica veniva fuori dalla “Pantomime”; mentre tutta l’Orchestra, successivamente, ci faceva smarrire nel vortice del “Bacchanale” (ou “Dance générale”) finale: qui la potenza del ritmo, magnetico e sensuale, esplodeva con sonorità che riuscivano a proiettarci oltre le nostre capacità di percepire la realtà sensibile: ci spostavamo, con la mente, al di là dell’umano modo di pensare. Eppure, va detto!, noi siamo più legati alla versione corale e integrale di questo ammaliante balletto.

   Nella Suite Sinfonica “Santa Cruz de Pacairigua” abbiamo apprezzato l’aspetto descrittivo della composizione ricca di sonorità legate al folklore venezuelano e agli smaglianti colori timbrici sprigionati dagli strumenti. E che lancinanti e gioiosi sbalzi ritmici! Un grande plauso va alle viole e ai corni: vi abbiamo colto un insolito dialogo intimistico coronato da una combinazione ritmica espressa dai timpani e da altri strumenti a percussione. La lettura di Matheuz, in questo caso, è stata davvero veemente e sanguigna. Non poteva essere altrimenti: con la propria terra natia il legame spirituale ha sempre il colore del sangue! Lo esprimevano, lacerandoci il petto, anche le trombe sia con i loro squilli liberi sia quando il loro suono mutava colore con la  sordina. Ritmo e folklore sempre ammaliano e incantano. Sposarsi coi suoni della propria terra è come attaccarsi a collo della madre: in ciò risiede la forza della percezione degli aspetti vitali definiti divini.

   La Seconda Parte del Concerto? Matheuz interpreta la Sinfonia Fantastica op. 14 di Hector Berlioz. Un capolavoro innovativo per quanto riguarda la cosiddetta “musica a programma”. L’amore romantico (siamo al Primo Romanticismo) di Berlioz incede con un ampio  “Largo”  (Rêveries- Passions) ricco di spunti melodici dagli accenti strazianti: si tratta di un conflitto emotivo codificato in una mirabile melodia spezzata, quasi singhiozzante, dei violini; da queste note nascerà la famosa “Idea Fissa”: un frammento melodico che risale a una romanza per canto e chitarra scritto dal musicista all’età di quindici anni (1818) per poi, nel 1828, essere ripreso nella cantata “Herminie”; è la cosiddetta “idée fixe”: essa eccita, coinvolge, appassiona. La partitura è nelle connessioni dendritiche di Diego Matheuz; la sua interpretazione è da sogno, coinvolge e incanta. Anche in questo caso, il giovane direttore venezuelano sa di tenere in mente un capolavoro innovativo che interessa l’orchestrazione. E si rivolge ai musicisti con gesti mirati e semplici. Come a voler dire: “Voi conoscete già il valore musicale di ciò che state decodificando coi vostri strumenti, fatevi dunque valere!”. E il regalo della loro sapienza cromatica arriva sempre assai puntuale e, talvolta, anche inaspettato. E così avviene nel Secondo Movimento, “Un bal”: è un valzer appena evasivo, ma l’ Idea Fissa vaga sempre e si presenta quando meno te l’aspetti per riportare lo spirito dell’artista nei suoi conflitti d’amore romantico,

   Nel Terzo Movimento, “Scéne aux champs”, un Adagio, Matheuz ci rivela il miracolo idilliaco della partitura: un corno inglese e un oboe dialogano e si accarezzano in lontananza (il corno inglese è sul palcoscenico, l’oboe intona il suo canto dal fondo della platea): si tratta di linee sonore delicate ed aggraziate; è un dialogo d’amore bucolico innocente che va al di là del genere (maschio/femmina). Ma l’Idea Fissa incombe e il rullo dei timpani rievoca improvvisi cambiamenti di clima ambientale e psicologico. Il Quarto Movimento, la “Marche au supplice”, raggiunge musicalmente l’apice onirico e affascina per la magistrale orchestrazione di Berlioz; ciò spiega il senso dell’intero programma musicale della serata: Ravel, Castellanos, Berlioz, grandi innovatori, veri rivoluzionari nello spezzare il ritmo e nell’usare nuovi colori timbrici all’interno della tavolozza orchestrale.

   Nel Quinto Movimento, “Songe d’une nuit du Sabbat”, quanto detto sopra diviene più esplicito: l’orchestrazione di Berlioz esplode in modo pirotecnico; l’entrata del clarinetto piccolo deforma in oscena sghignazzata la candida verginità conflittuale dell’Idea Fissa; lo spirito sente il bisogno di liberarsi all’interno della materia sonora che profuma di appagante orgia sessuale: altro che Giorno dell’ Ira! Il Sacro Giudizio è tutto lì, nel godersi col corpo, quindi in modo religioso, le passioni della nostra vita: sono le percezioni sensoriali che rinnovano lo spirito. Il resto è delirio con “Idee Fisse”. L’orgasmo catartico schizza, appaga. E il pubblico va in visibilio. E’ “Fiesta” latina! Diego Matheuz viene acclamato “Libertador”!; e anche i suoi fraterni musicisti dell’Orquesta Venezolana entrano nei nostri cuori. Perché mai? Semplice: col loro modo di fare musica liberano l’animo umano dalle quotidiane frustrazioni! E’ il loro perenne miracolo! Chapeau! E grazie per i giubbotti coi colori della bandiera venezuelana regalati al pubblico plaudente. E tanti auguri per la carriera del giovane Diego Matheuz.

Bagheria, 2 dicembre 2011

Giuseppe Di Salvo