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Archivio Marzo 2012

MICHELE LIZZI NELL’ULTIMA PAGINA DEL “DIARIO PERSONALE” DI GIUSEPPE DI SALVO

Giuseppe Di Salvo, ultima pagina di Diario: Bagheria lunedì 03/04/72

MICHELE LIZZI E L’ULTIMA PAGINA DI “DIARIO PERSONALE” DI GIUSEPPE DI SALVO, AMICO DEL COMPOSITORE AGRIGENTINO

Carissimo Diario,

mi faccio sentire dopo lungo tempo e con una notizia che ha sconvolto me, centinaia di persone e penso che anche tu ne resti angosciato.  Venerdì 31 marzo 1972, alle ore 10,00, si spegneva in una clinica messinese Michele, dopo lunghi giorni di ricovero  -circa due mesi.

   Ho avuto la triste notizia da una telefonata fatta a Messina sabato 1° aprile 1972, alle ore 16,30. Mi ha risposto al telefono la sorella Lina, la quale  -dopo che io dico: “Sono un allievo del maestro e telefono da Palermo (in realtà da un telefono pubblico di Bagheria!), desidererei sapere notizie del prof. Lizzi”-  risponde, con una voce così esile che già dava e faceva avvertire qualche cosa di triste, “Purtroppo è…”.

   Parlammo a lungo per telefono, ed io confesso che sono rimasto di ghiaccio nel sentire quel “Purtroppo è…”.

   Adesso, caro Diario,  non ho più nessuno che mi parli di futuro così come me ne parlava Michele… Ma ho impetrato Michele affinché possa vegliare su di me dal Cielo, e che con Dio mi aiutino nel triste cammino della vita…

Bagheria, lunedì 3 aprile 1972

Giuseppe Di Salvo

Categorie:Classica, Musica, Primo piano, Società Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: CINQUE MUSICHE PER TEANO DI MICHELE LIZZI

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Mese di marzo Lizziano 2012: potete ascoltare qui e ora le “Cinque musiche per Teano“, poema sinfonico di Michele Lizzi. La Guida Poetica di Giuseppe Di Salvo, amico del compositore, la troverete nel post precedente. Ciò per onorare la memoria del musicista agrigentino scomparso il 31 marzo del 1972 e dai “luoghi” musicali italiani con vergogna dimenticato.

Giuseppe Di Salvo  (con assistenza tecnica di Salvatore Incandela).

GIUSEPPE DI SALVO: CINQUE MUSICHE PER TEANO DI MICHELE LIZZI NEL 40° ANNIVERSARIO DELLA MORTE

Michele Lizzi (Catania, 4 novembre 1971)

SULLE “CINQUE MUSICHE PER TEANO” (1942): POEMA SINFONICO PER VOCE RECITANTE E ORCHESTERA DI MICHELE LIZZI (Agrigento 5 settembre1915?- Messina 31 marzo1972)

Il poema sinfonico Cinque musiche per Teano per voce recitante e orchestra di Michele Lizzi l’ho ascoltato per la prima volta alla radio (RAI siciliana) nella primavera del 1972 (il 4 maggio 1972). Il brano era eseguito dall’orchestra Sinfonica della RAI di Roma. Direttore? Franco Mannino. La voce recitante era quella di Andreina Paul. Anno di registrazione? Non so. Quel giorno l’annunciatrice della radio diceva: “Prima di iniziare il programma, il maestro Maurizio Arena ricorda l’amico e il musicista recentemente scomparso.” Cosa disse, allora,  Maurizio Arena a proposito del poema sinfonico Cinque musiche per Teano? Riportiamo le parole del direttore d’orchestra messinese: “Nel 1969 le Cinque musiche per Teano al Massimo di Palermo: ancora la sua Valle, antiche risonanze, ricordi struggenti, intense emozioni che, nell’anima del musicista, trovano pulsare di vita e di espressione”.

   Con questa composizione il maestro Lizzi vinse il Premio Scarlatti a Napoli nel 1942. Al Teatro Massimo di Palermo, Stagione Sinfonica d’autunno, il poema fu eseguito il 16 ottobre del 1969; dirigeva proprio Maurizio Arena. La voce recitante? Maria Teresa Thomas. Durata? Circa 23 minuti e 50 secondi (direzione Franco Mannino). La musicologa agrigentina Angela Bellia, organizzatrice di una giornata di studi  (20 aprile 2012, Museo Archeologico Regionale “Pietro Griffo” ad Agrigento) per ricordare il 40° anniversario della morte del compositore agrigentino, ricorda che il poema Cinque musiche per Teano venne scritto in occasione del ritrovamento ad Agrigento di un sarcofago  – II o III secolo d. C. -  forse appartenuto ad una fanciulla diciannovenne con strazio pianta dalla madre Sabina.  

Cinque musiche per Teano si divide in cinque parti:

1)      La morte della fanciulla.

2)      Danza funebre.

3)      I secoli.

4)      La profanazione del sepolcro.

5)      Invocazione espiatoria.  Analizziamo ora le parti.

LA MORTE DELLA FANCIULLA

La composizione si apre con un delicato tema musicale presentato da uno strumento a fiato. Si ascoltano sequenze di note che hanno i colori della grazia, dell’innocenza, della gioia perduta e del candore. La melodia è canto nostalgico assai lacerante, solenne. La voce recitante s’inserisce subito e rivela con le parole ciò che è nelle note:

  “Agli dei sotterranei:

   Teano visse anni diciannove,

   mesi due, giorni dodici.

   La madre Sabina

   alla figlia giovinetta-

   pura, dolcissima…”.

C’è una breve pausa della voce recitante. Poi s’inserisce l’oboe, sviluppando il tema iniziale. Altri strumenti partecipano e dialogano, creando, nello strazio, un’armonia che contrasta con l’umano dolore. E la voce recitante, con tono più concitato, riprende il racconto:

   “Dei sotterranei,

     a voi confido

     queste corporee spoglie

     della mia Teano,

     ché non la desti mai

     alcun desio o ricordanza

     di innocenti gioie.

     Dentro quest’urna

     il sonno suo fatale

     eterno dorme…

     placida, dolcissima, pura,

     sì come visse quel suo

     breve sorriso

     che perenne avrà

     il tributo del mio tormento

     e dello strazio mio!”.

Mentre la voce recita, l’orchestra appare come sospesa. E’ coinvolta tutta: vi si codificano melodie che lacerano: archi, legni, ottoni… gli strumenti disegnano  sonorità filiformi ora delicate ora graffianti. La Prima Parte si chiude con effetti armonici che trasmettono quiete, pace.

(Durata? Circa sette minuti).

DANZA FUNEBRE

La Danza Funebre ha linee melodiche eteree.  Esse vengono introdotte dagli strumenti a fiato e  riprese con un nobile gioco anche dagli archi. La musica è magica, avvolge e coinvolge grazie ad una soavità sonora che ci proietta nello spazio infinito. Il ritmo è aggraziato e un po’ lento, si tratta di un’intimistica marcia assai felpata; si ascoltano effetti accattivanti: sembrano rullii remoti; e la mente va indietro nel tempo… si perde nei ricordi nostalgici e nei secoli; la musica diviene pulsazione nel tempo e ci  purifica da ogni dolore. L’amore provato per ciò che non si percepisce più   -quel reale e remoto ricordo d’amore!-  è il vero protagonista richiamato da questa magnetica “Danza”: e, poiché danza, vive! Prende posto nei nostri vitali ricordi.

(Durata? Più di tre minuti).

I SECOLI

Questa parte fa pensare a uno “scherzo” musicale con arabeschi sonori disegnati dagli archi e dai fiati. Ritornano i dolci richiami tematici iniziali  emessi dall’oboe. E rieccola la voce recitante che, quasi rassegnata, afferma:

    “E nella terra

     che copria le spoglie

     della pura, dolcissima fanciulla

     arava il ferro e maturava il grano”. 

(Durata? Circa due minuti).

 LA PROFANAZIONE DEL SEPOLCRO

E’ a questo punto che l’orchestra sprigiona una poetica e alata danza elegiaca. Gli archi  assumono il ruolo di protagonisti e penetrano nel nostro Io profondo. E poi gong, ottoni… Il ritmo segna il passar del tempo e, insieme, sembra fermarlo in un presente eterno: la grazia musicale è tale che non la si vuole lasciare. La musica ci rende leggeri, il corporeo diviene materia informale ed evanescente. Chi ascolta viene trasformato in grazia che la sofferenza allontana. Se questa è Profanazione del Sepolcro, ci vien la voglia di immergerci nel botro musicale: la magnetica forza espressiva della musica solleva e ci dà sollievo!

   Ma ecco che con veemenza la voce recitante s’ inserisce  e, con le sue parole, ci riporta al dramma del mondo reale o alla tragedia della vita solitaria, tragedia da cui molte composizioni musicali di Michele Lizzi prendono origine:

     “Oggi quell’urna è vuota!

      E le ossa di Teano

      son frammiste

      ad ossa ignote

      d’ignorata gente!

      Dei sotterranei,

      il triste sacrilegio…

      …………………………….

      …………………………….

      ma dunque nulla,

      nulla  è sacro ai posteri?!?”.

Le sonorità si fanno eclatanti: gong, trombe, archi concitati… Gli ottoni squillano: è come voler richiamare l’attenzione su quanto di bello gli uomini, nel tempo, dissacrano e tendono a distruggere; spesso la profanazione di chi dovrà andare nel sepolcro avviene mentre deambula, cioè nel corso della  vita.  Lo squillar delle trombe esprime un senso di struggimento; qui la musica si percepisce come grido straziante e doloroso per rievocare lontani  “luoghi mentali”, nostalgiche tracce  di chi si è amato e per sempre ora è andato perduto. Segue il silenzio, ci si arresta a meditare; poi un breve gioco dei fiati…  un arpeggio armonioso ci inoltra verso l’ultima parte del poema.

(Durata? Più di sei minuti).

INVOCAZIONE ESPIATORIA

La conclusione del poema è davvero catartica, la musica ci riporta la pace interiore. La melodia è  canto divino che sorge dagli archi e intorno a noi soave si espande. L’orchestrazione ci riporta all’interno di armonie pacificanti. I violoncelli producono nel nostro animo effetti sedanti. E la voce recitante così chiude:

     “Il poema d’amore di Sabina,

       in quella pietra sepolcrale vive.

      Vive, perenne spettro del dolore!”.

La musica è rassicurante. Avvince. Ci lascia sereni.

(Durata? Circa cinque minuti).

   Musica legata a nostri mentali frammenti archeologici, scavi sonori nei meandri della  sublimazione. Teano diviene  mito: con ella (e con la magia della musica dall’orchestrazione dotta e sapiente) Michele Lizzi (all’ora giovane di circa 27 anni) tendeva a trasfigurare il difficile mondo reale in espressione aulica, ideale. Elevatissima arte musicale che appaga! Un gioiello raro! Capolavoro da Michele Lizzi creato per donarlo all’Umanità!

Bagheria, 28 marzo 2012

Giuseppe Di Salvo

Categorie:Classica, Musica, Primo piano Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: BORIS GODUNOV AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO? SVETTA GEORGE PEHLIVANIAN, FERRUCCIO FURLANETTO, L’ATTO POLACCO, IL CORO E LA QUESTIONE FONETICA NOTATA DAL CONSOLE KAROTKOV

George Pehlivanian

Boris Godunov di Modest Musorgskij è un capolavoro in sé, anzi più di un capolavoro! Perché mai? Proprio perché esistono diverse versioni e, quindi, più possibilità espressive ed interpretative. La versione andata in scena al Teatro Massimo di Palermo, venerdì 23 marzo 2012, è quella originale del 1872, nota anche come Seconda Versione, con quel meraviglioso  Atto Polacco: sicuramente l’Atto più bello visto l’altra sera! Finalmente ci sentivamo all’Opera! Che sicurezza nella Marina del mezzosoprano Anna Victorova!; che dominio scenico e impeto vocale nell’Andrej Šcelkalov/Rangoni del baritono Igor Golovatenko!; e che magnetismo incisivo  usciva dalla voce dell’Impostore del tenore Mikhail Gubsky! A svettare su tutti è stato il direttore d’orchestra George Pehlivanian: ha ben curato ogni aspetto dinamico ed espressivo della partitura, tenuto conto che l’orchestrazione di Musorgskij ha il pregio di allontanarsi dalle catene teoriche delle soffocanti accademie. Come abbiamo colto la purezza timbrica delle viole! Complimenti, maestro! Quando ci sono i cantanti bravi (tutti bravi e con ruoli “primari”!), anche la regia, qualsiasi regia svetta. E piace. L’argentino Hugo de Ana ha saputo curare ogni Quadro, ogni scenico frammento, ogni immagine in esposizione. Ma, diciamolo, non abbiamo gradito quel noioso sonoro pulsare ossessivo nei cambi di scena: avremmo preferito tanto silenzio.

   Va detto che Boris Godunov ha fra i protagonisti l’intero Corpo del Coro: esso rappresenta gli esclusi, quindi il popolo; lo stesso Zar Boris si strugge (ed è racchiuso) nella solitudine del suo “potere supremo”, da cui derivavo i suoi allucinati presentimenti, i suoi rimorsi.  Come negare, a questo punto, l’alta scuola interpretativa espressa dal basso Ferruccio Furlanetto? Ottimo dal punto di vista attoriale. E’, sul piano interpretativo, l’incarnazione di Boris: lo vive e ce lo rende vivo! Qualche incertezza nell’emissione, però, registriamo dal punto di vista vocale, in ispecie nella mancanza di soavi sfumature. Ma a Furlanetto va tutto il nostro plauso.

   Ritorniamo al Coro: esso si è imposto per vis espressiva e per lodevole padronanza nei movimenti scenici. Condividiamo le riserve del console russo a Palermo, signor Vladimir Karotkov, riserve relative alla pronuncia della lingua russa da parte dei cantanti italiani: la fonetica è suono e deve essere sempre ben curata, anche quando sono i Russi a cantare in lingua italiana. E non per un mero fatto linguistico, ma semplicemente per una questione di “dolce suono” o “corretto suono” nel pronunciare i fonemi di una data lingua (in questo caso della lingua russa).

   Chissà se il signor console Karotkov ha chiesto ad Antonio Cognata come siano andati davvero i fatti col direttore  d’orchestra russo Yuri Temirkanov a proposito del Concerto dell’8 febbraio scorso rinviato  (e del quale non si sa più niente), visto che gli strumenti della prestigiosa Orchestra del Teatro Massimo, almeno con la fonetica, non hanno niente a che fare?!?

   Per questa buona edizione di Boris Godunov la presenza del pubblico non era  folta.  Ma le persone presenti erano  sicuramente attente e plaudenti.

Bagheria, 25 marzo 2012

Giuseppe Di Salvo

LE ARMONIE DI MICHELE LIZZI INCANTANO ALLA SCUOLA PRIMARIA GIUSEPPE BAGNERA DI BAGHERIA!

Giuseppe Di Salvo nel corso del Progetto

Giovedì, 22 marzo 2012, si è svolto il Sesto Incontro del Progetto extracurricolare L’ARTE DI ASCOLTARE LA MUSICA nel salone Anna Morreale della Scuola Primaria Giuseppe Bagnera di Bagheria. Progetto ideato da Giuseppe Di Salvo insieme alle insegnanti Nunzia Picone e Gina Toia con la collaborazione tecnica del signor Gaetano Sardina. Titolo dell’incontro? “IL CONCERTO: il film di Radu Mihaileanu e la forza di attrazione della musica di Ciaikovski”. Pomeriggio elegiaco! Particolare interesse ha destato l’ascolto di un gioiello musicale inedito, ci riferiamo  all’ IMPROMPTU (Improvviso per pianoforte registrato nell’aprile del 1971 da Giuseppe Di Salvo e successivamente intitolato “La Nature renait au printemps”) suonato al pianoforte da Giuseppe Di Salvo stesso (parte melodica su semplici cinque note) e dal maestro Michele Lizzi (parte armonica davvero d’incanto!); un inedito pianistico “a quattro mani” per ricordare il grande compositore agrigentino Michele Lizzi nel 40° anniversario della sua morte (Messina, 31 marzo 1971). Storie ed emozioni che hanno coinvolto e catturato il cuore del pubblico presente (ospiti, alunni, genitori, insegnanti in servizio  -e alcune insegnanti in pensione invitate per onorare la tradizione musicale della Scuola-, Dirigente…).

   E, dopo l’ascolto delle cannonate liberatorie dell’Ouverture 1812 di Ciaikovski (e di altre belle composizioni del compositore russo), Giuseppe Di Salvo ha letto una sua elegiaca poesia inedita e al maestro Michele Lizzi dedicata (sottofondo musicale era il  ”Tema di Andrei” di Armand Amar). Pubblico partecipe, ammaliato, commosso.  E meritato trionfo tributato all’ ARMONIA che “vince di mille secoli il silenzio”!!!  A presto l’articolo di Giuseppe Di Salvo

La Redazione del Blog a Giuseppe Di Salvo intestato

 

GIUSEPPE DI SALVO: NEL TEMPO SIAMO! (A MICHELE LIZZI, OLTRE IL SILENZIO!)

Michele Lizzi (Catania, 4 novembre 1971)

Come un manto d’erba

ravvivato

da verde linfa perenne

la mia mente assorbe-

ricavandone forza-

non visti colori-

lontani tepori di primavera

 

Sei tu armonia

espansa nell’aria

e il mio passo deciso

sempre agile vuoi

nei meandri di forme lisce-

grazie incorporee

 

Nel sogno-

or son quattro decenni-

grato mi appari

e sotto braccio

il tuo-

con grazia-

 mi prende

 

L’occhio non vede

la strada infinita

che s’apre per noi

Musica v’è…

nell’ intimo passo

 

Dal botro di Teano-

magnetica lingua sonora-

ridenti nel tempo emergiamo

E anche fra i suoi rami-

per noi-

lo spazio apre corone

Fiorisce persino il silenzio-

nei miei versi è parola-

che canto diviene

Siamo!

Bagheria, 21 marzo 2012

Giuseppe Di Salvo

Categorie:poesia, Primo piano Tag:

TEATRO MASSIMO: RICORDARE MICHELE LIZZI NON CON SILENTI “FIGURINI” IN AGENDA. OCCORRE UN BEL MUSICALE MESE LIZZIANO (COME NEL BLOG DI GIUSEPPE DI SALVO)!

Nicola Benois: figurino per "L'Amore di Galatea" di Michele Lizzi

TEATRO MASSIMO DI PALERMO: RICORDARE MICHELE LIZZI NON CON SILENTI “FIGURINI”.  OCCORRE UN BEL MUSICALE MESE LIZZIANO (COME  IN QUESTO BLOG)!

Mi telefona l’amica melomane De La Croix, mi fa gli auguri di San Giuseppe e,  con tono allegro,  mi dice: “Ho in mano… l’Agenda DUEMILADODICI del Teatro Massimo di Palermo. Hai visto, Giuseppe, in essa, aprila nel mese di marzo, si parla del maestro Michele Lizzi”.

   Resto attonito. Chiedo a me stesso: -Ma non c’è programmato “Boris Godunov” di Modest Musorgskij dal 23 al 30 marzo 2012? Hanno forse cambiato programma per onorare il 40° anniversario della morte del grande musicista agrigentino?

    De La Croix che mi ha sentito, resasi conto dell’equivoco, precisa:  “Ma di che cosa stai parlando, Giuseppe? Tu confondi  Cartellone con Agenda!”.

   Al che, mi riprendo. Poi capisco, Agenda alla mano:  la mia amica mi voleva ricordare lo scenografo  palermitano Gino Morici (1901-1972) che firmò le scene per l’Opera Pantea di Michele Lizzi, data in Prima Assoluta proprio al Teatro Massimo di Palermo il 14 aprile del 1956 con notevole successo di critica e di pubblico. Sì, sì… i figurini, le scene…!? E la musica? Quell’Opera, perché non viene riesumata?

   Ma De La Croix, come non sentisse le mie perplessità, incalza: “Ma dimmi,  Giuseppe, chi era il compositore Mario Lizzi? Forse fratello gemello di Michele?”.

   Ed io: -Mario Lizzi?  Ma da dove lo tiri fuori? Che io sappia il maestro Michele Lizzi non aveva nessun fratello gemello di nome Mario.

   De La Croix insiste: -Ma osservala bene l’Agenda DUEMILADODICI. Nel mese di gennaio 2012 viene citato il pittore Renato Guttuso (1911-1987) a proposito dell’Opera “Król Roger” (Re Ruggero) del compositore polacco Karol Szymanowski (1882-1937), opera per la quale il tuo compaesano Renato Guttuso creò i figurini; quello che rappresenta il personaggio di Roxana ha splendide forme e un abito leggero acceso di rosso. E si afferma, inoltre, che Guttuso lavorò anche per “La Sagra del Signore della Nave” (1971) di Mario Lizzi.

   Verifico. Tutto è chiaro. Tranquillizzo De La Croix, dicendole che si è trattato di un errore di stampa: può capitare. In realtà si tratta di Michele Lizzi. Dopo la M c’è un “ario” che, invece, doveva essere seguito dal gruppo alfabetico  “ichele”.

   Al che De La Croix un po’ s’incazza: “Ma come si permettono? Hanno forse vuoti di memoria?”. Le rispondo: -Cara De La Croix, i vuoti di memoria se non vengono emendati e corretti significano una cosa sola: non c’è semplicemente memoria!

De La Croix non ci sta e incalza: -Eppure Antonio Cognata, nel presentare ai lettori l’Agenda, così scrive: “Fin dalla prima stagione (1897) il teatro ha ospitato il grande repertorio italiano e nuove tendenze internazionali, con un posto rilevante per i compositori italiani del primo Novecento”.

   Riflettiamo: perché non hanno apportato la correzione? Se qualcuno scrivesse “Mario Cognata” per designare il simpatico sovraintendente del Teatro Massimo come la si prenderebbe? E’ umano sbagliare, ma è da smemorati non cercare di correggersi. E poi? Tanto onore per gli scenografi e per i creatori di figurini ricordati nell’Agenda DUEMILADODICI. Ma le opere liriche del musicista Michele Lizzi perché non si rappresentano più? Cosa rispondere all’amica De La Croix che me l’ha pure chiesto?

   Le dico: “Ma Antonio Cognata parla  dei compositori siciliani  (come il grande Michele Lizzi) che hanno contribuito a proiettare, dopo l’assordante estetica musicale legata all’atonalità, nuove idee musicali per far riflettere il mondo su un certo recupero della “tradizione musicale e corale”, tradizione che è, in definitiva, -essa sì!-  nuova, originale e autentica innovazione della fine del secolo  scorso?”.

   L’amica De La Croix si perde. Si limita a farfugliare: -No… Forse… chi scrive non sa proprio… di chi (e… di che cosa) parla… C’entra forse qualche questione gay…?.

   Riflettiamo: le affermazioni di De La Croix si avvicinano al vero, ma sono piuttosto vaghe. Ricordarsi musicalmente di Angelo Musco, di Giuseppe Mulè, di Michele Lizzi o di altri compositori attraverso i “figurini” dei pittori è certamente cosa nobile, ma dal punto di vista musicale suona semplicemente come amara e assai meno onorevole beffa! Questione gay…? Forse i grandi musicisti non siciliani come il russo Modest Moussorgsky dei “Quadri di un’esposizione” o il polacco Karol Szymanowski di “Re Ruggero” erano etero?

   De La Croix però ribatte: -Perché mai? Cosa non ti va allora? Il maestro Michele Lizzi viene citato anche nel mese di giugno col bel figurino che Nicola Benois (1901-1988) disegnò proprio per l’Opera “L’Amore di Galatea” di Lizzi, andata in scena al Teatro Massimo il 12 marzo del 1964 con successo e con acclamazioni sia per il compositore agrigentino sia per il poeta Salvatore Quasimodo che scrisse il libretto dell’Opera.

   Ed io: -Ma i figurini non sono musica; sono solo belle immagini che i pittori hanno creato dopo aver letto i testi dei libretti o ascoltato la musica!

   Riflettiamo. Con i “figurini” i dirigenti del teatro mirano a fare  “bella figura”, utilizzando le immagini del passato, ma per i compositori siciliani coronati di silenzio non c’è sonora memoria per il futuro. Chiedete ai giovani (e anche ai non giovani!): conoscete i compositori siciliani sopra citati? La risposta, tranne rare eccezioni, sarà no! Come? Il Nostro Massimo Teatro accarezza i giovani! E’ vero, ma per quanto riguarda i grandi compositori siciliani, i nostri giovani vengono lasciati senza memoria! E i figurini presenti nell’Agenda? Sono presentati in modo piuttosto raffazzonato: quale criterio musicalmente logico e cronologico seguono? Non sono forse il sigillo per tenere nell’oblio grandi capolavori musicali come Pantea, L’Amore di Galatea, Sagra del Signore della Nave? Chi ama la Sicilia deve rappresentare le opere dei grandi compositori siciliani. Solo in questo caso ha senso mettere in Agenda gli storici figurini legati a quelle grandi opere musicali dimenticate.

   L’amica De La Croix ora è convinta: -Chi dirige i teatri siciliani e non promuove le opere dei compositori siciliani che hanno proiettato luce innovativa all’interno dei nostri massimi teatri stessi non è intellettualmente degno di rappresentare musicalmente noi Siciliani!

   Riflettiamo.  De La Croix ha ragione! Noi siamo musicalmente colonizzati. I nostri dirigenti artistici   -sia quelli di Destra sia quelli di Sinistra-  da tempo  sono solo collaborazionisti delle varie “egemonie culturali”, ossia di quelle aziende culturali che periodicamente si alternano nelle stanze del Potere e che tendono ad omologarci sempre più. Si servono di Agenzie più o meno clientelari gradite alle leve (e agli allievi) di chi sta nel Palazzo.  Da tempo si è perduto l’orgoglio legato alla propria identità musicale:  sì, siciliana per i Siciliani! Siamo in mano ad amministratori graditi al Regime Partitocratico che domina; operano scelte culturali con artisti e musicisti legati  a Nuove Forme di Littoriali dell’Arte; e  con stampa asservita, votata alla propaganda. I Littoriali di un tempo, con gli onorevoli Bottai, Fascisti del passato Ventennio mussoliniano, sapevano valorizzare meglio i musicisti legati al proprio territorio. Queste nuove forme di Littorio, cioè il Nuovo Littorio di oggi, invece, non fa altro che ignorare il nobile canto della nostra Terra:  c’è  peggiore conformismo neofascista di questo qui? Michele Lizzi è un musicista con radici ben conficcate nell’archeologia di questa nostra terra: ma la cultura neofascista dei nostri colonizzatori ha il freddo linguaggio del calcolo politico e di quello aziendale; e non è per niente illuminata. Mira allo sviluppo dei propri interessi e non al progresso culturale dei cittadini.  Diceva Pier Paolo Pasolini: “Il progresso è una nozione ideale (sociale e politica): là dove lo sviluppo è un fatto pragmatico ed economico”.  La Destra e la Sinistra insieme, oggi,  vogliono lo sviluppo. E’ il canto di occupazione della neoborghesia partitocratica al potere;  i liberi cittadini lottano come possono per il progresso, cioè per l’acquisizione e diffusione di una vita culturale certamente rinnovata, ma legata alla loro nobile tradizione. Deve essere questo concetto “aristocratico” di progresso il Canto popolare della Liberazione.  Si accolgano  le valide idee musicali dei musicisti non indigeni (l’apertura non fa mai male!), ma noi ne abbiamo tante  -e davvero geniali!-  da esportare; e vengono coronate, invece,  di assoluto silenzio.   E come la mettiamo col Giovane Pedagogo della “Sagra” lizziana quando afferma: “E’ proprio vero che con il progresso/ si va perdendo/ il senso religioso degli antichi!”? Semplice: il senso religioso degli antichi deve essere adeguato al senso religioso  dei cittadini di oggi: col progresso si deve perdere qualsiasi cultura repressiva e si deve incoraggiare quella che mira alla felicità di tutte le persone. Chi penserebbe oggi che ci vuole sempre un “maiale”, un “diverso animale”, da immolare, da sacrificare ai capricci rituali della morale elevata a legame sociale e religioso? E’ la coscienza libera dei cittadini che crea nuovi e autentici religiosi legami; al contrario si è fanatici, cioè socialmente dissociati. Nei magnetici cori (anche nei ripetuti vocalizzi del coro della “Sagra” o in quelli del solista fuori scena!) e in molte figure melodiche spesso affidate al timbro degli archi,  nelle opere musicali  orchestrate dal maestro Michele Lizzi, si esprime un grandissimo valore umano, quindi divino e assai religioso: la straziante nostalgia dei nostri vitali  e amorosi legami non rivelati, ma piuttosto scannati, scorticati al pari del maiale “Nico” di cui tanto si disserta nella “Sagra”; legami  -per la violenza repressiva- andati per sempre perduti!

   Speriamo bene nell’Agenda DUEMILATREDICI e in quelle successive: meno immagini; e figùrino,  nei futuri Cartelloni davvero progressisti, più opere dei nostri grandi siciliani ingiustamente dimenticati.

Bagheria, giorno di San Giuseppe 2012

Giuseppe Di Salvo

Categorie:Classica, Musica, politica, Primo piano Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: VILLA MICHELE LIZZI, AGRIGENTO, OLTRAGGIO E DEGRADO: OCCORRE L’IMPETO ONOREVOLE DELL’AMMINISTRAZIONE!

Villa Michele Lizzi (AG) e Giuseppe Di Salvo. 15 agosto 2010

VILLA MICHE LIZZI NEL TRISTE RICORDO DI SALVUCCIO INCANDELA

IL GRANDE COMPOSITORE MICHELE LIZZI NELLA TOPONOMASTICA DI AGRIGENTO

DA BAGHERIA: INTERVENTO DI SALVATORE INCANDELA

Ricordo benissimo il 15 agosto 2010 ad Agrigento. Cercavamo la villa comunale legata al nome del maestro Lizzi; per caso, mentre Giuseppe Di Salvo, amico del compositore, posteggiava la macchina, vidi una signora un po’ in là con gli anni e le chiesi indicazioni. Non appena  pronunciai il nome del maestro, la signora, interrompendomi subito, disse: “…Da giovane suonavo il pianoforte e il maestro Lizzi impartiva a me lezioni private…”.  Le chiesi ancora della “Villa Michele Lizzi” e con aria assai sconcertata mi disse che quest’ultima si trovava nell’abbandono più totale. La signora mi era sembrata, ormai, rassegnata al fatto che il maestro non avesse avuto il giusto riconoscimento e la possibilità di essere ricordato alle future generazioni.

A casa di Giuseppe Di Salvo, nel mese di marzo, si respira sempre aria “Lizziana” e si possono ascoltare  musiche del compositore agrigentino decenni addietro dal vivo registrate. Michele Lizzi è un grande musicista e non ha nulla da invidiare ad altri compositori: sono fra i pochi giovani ventenni che può vantare l’onore, grazie a Giuseppe, di conoscere alcuni brani musicali del Grande agrigentino.  Spero che gli addetti ai lavori si sveglino e organizzino, visto che quest’anno ricorre il 40° anniversario della morte, eventi in tutta la Sicilia. Si tratta di togliere quella “corona di silenzio” (come giustamente la chiama Giuseppe Di Salvo) che continua ad uccidere il genio e l’arte di un compositore siciliano, nostro conterraneo, dai luoghi ufficiali della musica ingiustamente dimenticato!

Salvatore Incandela

 

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LE RIFLESSIONI DI GIUSEPPE DI SALVO

Quando un giovane 24enne, come l’amico Salvatore Incandela, scrive le intelligenti sullodate riflessioni  posso ben essere lieto,  perché mi dà l’umana certezza che le musiche del maestro Michele Lizzi avranno un futuro: vivranno nel tempo, al di là del mio, del nostro stesso concetto di tempo. La grandezza del compositore Michele Lizzi,  prima o poi, verrà fuori e questi anni di assurdo silenzio saranno soltanto eclatante vergogna per chi (dirigenti di teatri, di conservatori, di orchestre…) lo ha tenuto nell’oblio (Palermo, Catania, Napoli, RAI, Trieste… sono tutti luoghi dove le composizioni del maestro Lizzi furono eseguite, un tempo, con grande successo!).

Ricordo quel Ferragosto del 2010  passato a San Leone col mio amico Salvatore Incandela. E giorno 15, di buon mattino, siamo andati ad Agrigento: abbiamo trovato una città assonnata, quasi deserta. Abbiamo fatto una passeggiata per le vie della città. Solo qualche bar era aperto e fuori c’era il fragrante odore dei cornetti appena sfornati. Anche l’aroma del caffè era olezzo invitante. Ma, diciamolo!, eravamo lì perché volevamo visitare la Villa Michele Lizzi.  Ci siamo spostati. Mentre io posteggiavo la macchina nelle vicinanze del Viale della Vittoria, Salvuccio chiedeva informazioni sulla Villa Lizzi ad una signora anziana. Quando Salvuccio mi ha riferito il dialogo avuto con quella signora agrigentina (breve dialogo sopra riportato), mi sono venuti i brividi: che coincidenza e che capricci del destino! Noi eravamo proprio nella parte opposta rispetto alla Villa. E per arrivare fin lì abbiamo percorso a piedi tutto il Viale della Vittoria. Abbiamo chiesto ad altri passanti (se ne incontravano ben pochi!): su quattro persone, due non ne sapevano niente, indipendentemente dall’età. Che significa? Non avevano memoria del grande musicista agrigentino. Eppure la città di Agrigento, dal punto di vista toponomastico, è stata molto generosa col suo concittadino illustre: a Michele Lizzi sono state intestate una via, una villa, l’Auditorium nei pressi del museo archeologico…  E, dal 1987, anche un Istituto Musicale nella città dei templi porta il suo nome. Onore agli Amministratori di un tempo!

Ma, occorre dirlo, quando  -finalmente!-  siamo arrivati sul luogo della nostra ricerca, cioè davanti al cancello della Villa Michele Lizzi, abbiamo trovato qualcosa di spettrale: c’era l’emblema dell’abbandono, dell’oltraggio alla memoria di un grande artista, del degrado. Cancello chiuso con un catenaccio arrugginito. Targa appesa al cancello annerita da scarabocchi con scritte illeggibili; i dati anagrafici del maestro Lizzi cancellati da mani certamente prive di armonia. Capimmo meglio lo sconforto di quell’ anziana signora.

Eppure la Villa Lizzi  è posta su un luogo d’incanto: dall’alto della città si può osservare la magia dell’antica Valle. Quella Valle tanto cara al compositore e ripetutamente rievocata nelle sue Opere.  Ma come non rimanere amareggiati per l’oltraggio inferto  -attraverso quel degrado-  alla memoria del grande musicista agrigentino, forse fra i più grandi musicisti della Sicilia, dell’Italia, certamente  artista insigne da ricordare al mondo?  Non ne ho voluto parlare prima. Pensavo: forse tutta Agrigento dorme? Per fortuna no.

Il 20 settembre 2011 sul sito di  “Teleacras.tv” ho letto il seguente breve articolo di Davide Sardo: “Ad Agrigento, degrado e incuria. Al Viale della Vittoria, la Villa Lizzi, chiusa da tempo, ricettacolo di tossicodipendenti e vandali. La protesta dei residenti.   Sono tre le villette comunali di Agrigento. La Villa del Sole, Bonfiglio, e villa  Michele lizzi. Ed è in quest’ultima che questa mattina abbiamo fatto un sopralluogo dopo alcune segnalazioni da parte di cittadini e degli abitanti della zona, indispettiti per le precarie condizioni in cui versa la stessa villa. (…)  Il cancello d’ingresso è chiuso con un lucchetto, ma la struttura, sul lato sinistro, è aperta. I frequentatori più assidui sono gli animali randagi e i topi. Di sera, è preda di vandali, extracomunitari, barboni e tossicodipendenti. Effettivamente la villa Michele Lizzi versa in totale stato di abbandono. (…) La struttura si trova lungo il Viale della Vittoria, nelle vicinanze dell’entrata dell’ex manicomio di Agrigento, dunque in pieno centro della città. (…) La Villa Michele Lizzi necessita di interventi urgenti per ritornare ad esse praticabile al più presto. All’esterno della struttura c’è un gigantesco albero che invade la carreggiata e ostruisce la visuale: un vero pericolo per gli automobilisti in transito.”

Sempre su “Teleacras.tv” del 14 marzo 2012,  pochi giorni fa, ho letto che l’Amministrazione comunale ha firmato un contratto di sponsorizzazione tecnica con Clubs services e associazioni agrigentine per procedere ai lavori di manutenzione del campetto da gioco di Villa Lizzi”.

Noi vogliamo ora ricordare una cosa semplice: il 31 marzo 2012 ricorre il 40° anniversario della morte del compositore Michele Lizzi, uno dei più grandi musicisti siciliani  di tutti i tempi: la Villa al compositore intestata la si ristrutturi e la si illumini al più presto a festa! Una Saggia ed Onorevole Amministrazione, Sindaco in testa, non deve più perdere tempo e si affretti ad organizzare all’interno della Villa un Gran Lizziano Concerto. Non solo per non dimenticare il grande artista vanto della città, ma perché le musiche del maestro Lizzi, che tanta linfa hanno attinto dalla Valle dei Templi, restituiscano l’intrinseca purezza artistica ed espressiva codificata nelle sue partiture  -e trasformata in ammaliante energia sonora-  al resto del mondo.

Bagheria, 16 marzo 2012

Giuseppe Di Salvo

LA MUSICOLOGA ANGELA BELLIA: MICHELE LIZZI? GRANDE MUSICISTA! IN OGNI SUA PAGINA C’E’ UN GUIZZO DI GENIO.

La musicologa Angela Bellia

Caro Giuseppe,

hai proprio ragione!!! Michele Lizzi è stato un grande musicista. Ne sto studiando ogni singola nota delle partiture di Pantea, della Sagra del Signore della Nave, dell’Amore di Galatea: ogni pagina è una scoperta, un guizzo … di genio. Farò tutto ciò che è nelle mie possibilità per far conoscere Lizzi alla comunità scientifica e al mondo musicologico nazionale e internazionale e per fare ancora eseguire le sue composizioni. Intanto il 20 aprile lo ricorderemo e gli dedicheremo una giornata di studi. Una pianista agrigentina eseguirà un suo brano bellissimo. Spero che sia il primo di una serie di eventi.

Angela Bellia, Assegnista di ricerca presso Università di Bologna.

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GIUSEPPE DI SALVO: SCUOLA GIUSEPPE BAGNERA DI BAGHERIA: APOTEOSI PER LA “TARANTELLA MAFIUSA”, PER IL CANTO FOLK DI ROSA BALISTRERI E DEL TENORE ROBERTO ALAGNA

Roberto Alagna

Giovedì 1° marzo 2012, alle ore 15,00, c’è un insolito afflusso di gente verso la Scuola Primaria Giuseppe Bagnera. Perché mai? Nel salone Anna Morreale c’è il Quinto Incontro relativo all’ormai noto progetto extracurricolare L’ARTE DI ASCOLTARE LA MUSICA. Si sa: il Progetto è animato dal sottoscritto e sono coadiuvato dalle colleghe Nunzia Picone e Gina Toia che non mancano di spinte creative. E il signor Gaetano Sardina è sempre pieno di entusiasmo, attento e vigile nell’assistenza tecnica. Titolo di questo Quinto Incontro? “TARANTELLA MAFIUSA: la canzone dialettale siciliana nel canto del tenore Roberto Alagna”.

   C’è aria di scalpore. A questo Quinto Incontro sono stati invitati i nonni e le nonne degli alunni e a loro il Pomeriggio Musicale è stato dedicato. Al nostro invito generoso, c’è stata un’altrettanta risposta affettuosa nei confronti della Scuola: il salone si è riempito di alunni, genitori, nonni, nonne, insegnanti, ospiti, Dirigente.  Tutti accolti al suono della “Tarantella Siciliana” tradizionale. Ebbene, questa tarantella nel DVD di Roberto Alagna intitolato Sicilien LIVE” (Deutsche Grammophon) viene  chiamata “Tarantella mafiusa”. Certo, l’intento è chiaramente ironico e il significato è tutto diverso rispetto a quello codificato nel titolo; si vuole dire cioè che il Folk musicale siciliano è cultura legata ad un popolo; e i cittadini, nella stragrande maggioranza, non sono per niente mafiosi. Al di là dei comportamenti arroganti che ogni giorno può avere ognuno di noi: ma una tarantella mira ad armonizzare il tessuto sociale e chi danza tende a liberarsi da qualsiasi comportamento prepotente e aggressivo.

   FINESTRA PER RICORDARE LA MEMORIA DI LUCIO DALLA

Prima di presentare il nostro Pomeriggio Musicale, ho comunicato ai presenti che proprio nella mattinata di giovedì 1° marzo era morto di infarto il cantante Lucio Dalla. E ho ritenuto opportuno onorare la memoria e l’arte del cantante bolognese facendo ascoltare la sua canzone “Caruso” interpretata da Luciano Pavarotti. Momenti di più che umana emozione: “Ah sì, è la vita che finisce/ ma lui non ci pensò poi tanto,/ anzi si sentiva felice/ e ricominciò il suo canto.”

   Ho ricordato che “Caruso” ormai rappresenta una melodia classica della musica italiana. Oltre nove milioni di copie vendute in tutto il mondo. La canzone nacque quando Lucio Dalla soggiornò in un albergo di Sorrento, proprio nella stessa stanza che aveva ospitato il grande tenore Enrico Caruso poco prima che morisse.

    PRIMA PARTE DEL POMERIGGIO MUSICALE

Ho aperto un’altra finestra culturale su Rosa Balistreri (Licata, 21 marzo  1927- Palermo, 20 settembre 1990)  e sull’importanza della musica folk siciliana. Il termine FOLKLORE fu coniato nel 1846 dall’archeologo inglese J. W. Thomas. Esso risulta formato da FOLK (che vuol dire popolo)+ LORE (che vuol dire insieme delle tradizioni). “Folklore musicale” è quindi una locuzione che indica comunemente il patrimonio di musiche popolari proprio di un determinato paese o gruppo etnico.

E ho ricordato come la canzone siciliana sia stata cantata anche da grandi tenori: Giuseppe Di Stefano, Luigi Infantino…  e numerosi altri.

   Ho ringraziato il nutrito gruppo di nonne e nonni, ricordando che compito dei nonni non è solo quello di accompagnare (o prelevare con autorizzazione) i nipoti a scuola. Spesso ci aiutano a capire il nostro passato: portano a scuola oggetti storici (vasi, ferri da stiro, rocchetti…), dei loro tempi; e noi insegnanti li confrontiamo con quelli di oggi; sicché i nostri alunni riescono a cogliere meglio l’evoluzione storica e la relativa trasformazione degli oggetti osservati. Non solo: spesso i nonni ci tramandano oralmente canzoni dialettali siciliane ADESPOTE (cioè di autori non conosciuti o senza autori). E noi insegnanti, per imitazione, le facciamo memorizzare e cantare ai nostri alunni perché si tramandi e resti viva la nostra tradizione culturale. Ho ricordato che, quasi per tutti i Siciliani, la nostra prima lingua è il dialetto: non ci si deve vergognare di parlarlo e dobbiamo essere fieri e orgogliosi della nostra identità siciliana.

   Poi è intervenuta la dirigente Rosalba Bono, la quale ha messo bene in evidenza il valore educativo della Scuola Aperta, la scuola cioè che si apre al territorio e, in questo caso, ai nonni dei nostri alunni. Anche la Dirigente ha ringraziato vivamente le numerose persone intervenute e ha sottolineato l’importanza del nostro dialetto e delle nostre tradizioni culturali siciliane: si tratta di una cultura che serve a collegare la nostra identità siciliana a quella italiana, ché Italiani pure siamo.  La dirigente Rosalba Bono ha inoltre detto: “La nostra cultura regionale è semplicemente una diversa cultura, un altro importante aspetto della nostra identità culturale italiana che pure va conosciuto attraverso lo studio.” Ha poi sentitamente ringraziato gli ideatori del Progetto dell’ “Ascolto musicale”, e cioè  gl’insegnanti Giuseppe Di Salvo, Nunzia Picone e Gina Toia; e ha pure elogiato il collaboratore scolastico Gaetano Sardina per il suo puntuale lavoro.

   La professoressa Rosalba Bono ha successivamente letto (e anche tradotto) le prime tre strofe della poesia “Lingua e dialettu” del poeta bagherese Ignazio Buttitta (1899-1997): “Un populu/ mittitulu a catina/ spugghiatilu/ attuppatici a vucca,/ è ancora libiru.   Livatici u travagghiu/ u passaportu/ a tavula unni mancia/ u lettu unni dormi,/ è ancora riccu.   Un populu, diventa poviru e servu,/ quannu ci arrobbanu a lingua/ addutata di patri:/ è persu pi sempri.”

Applausi. Come non comprendere l’importanza del dialetto siciliano?

   Poi il sottoscritto ha parlato brevemente di Rosa Balistreri, della sua toccante umiltà e della sua voce: una voce lacerante che sembrava uscita da un impasto di rosse zolle di terra siciliana ( e che in seguito acquisì un timbro terreo, pallido, flebile, quasi spento…), una voce che era vocalizzo poetico ed espressivo di una grande anima del profondo Sud.

   Nota Paolo Emilio Carapezza: “Si soleva allora definire il folklore come cultura delle classi subalterne. Vivamente Rosa lo smentiva, ché il suo canto era splendore d’antica tradizione: e dell’intero popolo; e viva, più profondamente d’ogni cultura, come specifica natura umana.  Il termine inglese folk/lore significa appunto sapienza del popolo: sapienza più profonda di qualsiasi cultura, e del popolo intero, senza distinzione di classi. E la natura specificamente umana è proprio musicale, se Aristotele ha ragione nel definire l’uomo come animale sociale dotato di lógos, cioè di suono interiore intenzionato:   -in greco antico lógos significava discorso di parole sonoramente realizzato;  la poesia e la musica, oggi distinte, coincidevano. La sapienza, sia divina che umana, è pensiero espresso e esprimibile in suoni: il folklore musicale è quindi natura specifica di un popolo, di un insieme di popoli; natura, fondamento di ogni cultura. E la cultura non è che coltivazione della natura.”

   Rosa Balistreri negli anni Settanta spesso partecipava, a Bagheria, Piazza Madrice, ad alcune manifestazioni del PCI insieme al poeta Ignazio Buttitta. L’ascoltavano anche alcuni “picciotti” con la coppola: si mettevano poggiati al muro della rivendita di tabacchi gestita dalle sorelle Viscuso. Controllavano cosa dicesse o cantasse Rosa? No. E allora?  Erano attratti dal canto di Rosa, era un canto sprigionato dalla terra e aspettavano che questo canto si sposasse con alcune intonazioni tipiche dei “Canti dei Carrettieri”. Che coincidenza di comuni sentimenti! Certo la prepotenza mafiosa non è un valore, ma occorre riconoscere che loro  non sono immuni da sentimenti amorosi. Così va il mondo! E ho letto parte di una mia poesia, “Bagheria Canto” (2003), dal mio libro “Da Bagheria Soffi Universali” (2004): “A sera  -in piazza-/ era Madre Santa/ il volto di Rosa Balistreri:/ volava l’acidduzzu./ Dio pizzicava la chitarra…/ E Mafia e parrini/ si davanu la manu…/ Era lancinante quel canto./ Segnava ritmi estivi nei cuori./ Tacevano pure le lupare,/  i picciotti si chiudevano nell’intimo/ e onoravano le note dello strazio. / La luna rapiva le coppole./ Col fuoco arrivava la brezza./ Non c’è posa di mafioso,/ a Bagheria, che non versa lacrime/ al lamento dei carrettieri./ Ecco l’anima/ della città sventrata.”

      Poi ho fatto ascoltare “I pirati a Palermu” (3:00) di Buttitta- Balistreri; “La siminzina” (2.03), delicata ninnananna dialettale; la canzone a cappella (ma col rumore delle chiavi che chiudono le celle) “Càrzari Vicaria” (1:54): e ho detto che Rosa Balistreri già decenni addietro denunciava le “torture” del nostro sistema carcerario; “torture” esistenti ancora oggi nelle nostre prigioni sovraffollate, nelle quali sono decine e decine i detenuti che si tolgono la vita. Brutto sintomo: esso rivela che nel nostro sistema giudiziario e carcerario c’è qualcosa che non va; e non si vuole trovare una umana (oltre che politica) soluzione. Non è compito della Scuola denunciare ciò?  Noi siamo per la certezza della pena, ma anche per un più civile concetto di “rieducazione” e reinserimento sociale di chi ha sbagliato, come del resto è sancito nella nostra Costituzione. Non è evangelico perdonare settanta volte sette?  Come non offrire la nostra “pietà”?  Non c’è, di fatto, un’amnistia di classe permessa a chi ha tanti soldi per pagare bravi avvocati abili nel rinviare processi fino alla prescrizione? E’ questa “legge” uguale per tutti?

   Infine, ho fatto ascoltare la canzone che Rosa Balistreri ha dedicato alla “Storia” del maestro elementare Lorenzo Panepinto (4:25). Chi era Lorenzo Panepinto (1865-1911)?  Da buon socialista, egli aveva organizzato i braccianti agricoli in una Lega e aveva ottenuto la prima “fittanza collettiva” di un “ex feudo”. Aveva eliminato, in questo modo, lo sfruttamento parassitario dei gabellotti.  Venne ucciso dalla mafia. Va ricordato che solo la prostituta di Santo Stefano di Quisquina (Agrigento) ebbe il coraggio di affrontare l’assassino per scoprirgli la faccia e vedere chi fosse. Ma ella sparì successivamente. Nessuno seppe che fine fece. E la sua stessa testimonianza venne meno nel corso del processo. La Lega e le sue donne vestite di rosso piansero Lorenzo Panepinto. Rosa Balistreri si interessò a questa storia nel 1977. La sera dell’assassinio accesero i lampioni in ritardo, dopo che don Lorenzo venne ammazzato.

   Dopodiché, ho invitato gli alunni presenti (ma anche gli adulti, nonni compresi) a muoversi al ritmo della “Tarantella siciliana”:  la stessa ascoltata all’inizio del pomeriggio. Tutti gli alunni hanno avuto in omaggio sonagli, tamburelli, fischietti  -regalati  da Nino Eucaliptus (“Gelato Inn”)-  e hanno manifestato, così, il loro senso ritmico con cenni di ballo. In aria volavano rettangolini di carta verdi, bianchi, rossi…  Mafia?  Antimafia? Più semplicemente:  piacevoli sonorità, ritmo mirante a socializzare e pura legalità! Una festosa gestualità con nobili richiami di ARMONIA.  Le persone sedute oscillavano fazzoletti di carta colorata. Una semplice coreografia estemporanea davvero toccante e coinvolgente. La Scuola tutta ballava! Applausi. Bis. Catarsi!

    SECONDA PARTE DEL POMERIGGIO MUSICALE

Ho parlato delle diverse voci tenorili, ricordando che la voce del tenore è quella più acuta delle voci maschili, se si escludono i sopranisti o i controtenori cui abbiamo accennato nell’incontro precedente. Per il bel timbro del “tenore lirico” ho fatto ascoltare “Fenesta che lucive” [(3.32) autore anonimo? Bellini? nell’interpretazione di Luciano Pavarotti]. Ho parlato anche del “tenore di grazia” (Tito Schipa, Alfredo Kraus), dell’ HELDENTENOR (o tenore eroico)  e del “tenore contraltino” o “tenore leggero”.  E ho fatto ascoltare  -da “La Fille du régiment” di Gaetano Donizetti-  “Ah! Mes amis, quel jour de fête!… Pour mon âme quel destin!” (7:03) con i famosi nove “DO” di petto nell’interpretazione del grande tenore peruviano Juan Diego Flórez. Un evento!

    TERZA PARTE DEL POMERIGGIO MUSICALE

Abbiamo  ascoltato e visto una buona parte del DVD col Concerto “Sicilien LIVE” del tenore francese (ma di origine siciliana) Roberto Alagna: concerto  tenuto all’Arena di Nîmes (Francia) con grande successo il 18 agosto del 2009.  I nonni e le nonne presenti (ma non solo loro! C’era ospite anche l’ex collega Pina Denti) si sono messi a cantare con Roberto Alagna: “Si maritau Rosa”, “La luna mezzo u mari”, “Lu me sciccareddu”, “Ciuri, Ciuri”, “Vitti ‘na crozza”, “Abballati”… e tante altre canzoni siciliane. Come si sono scatenati i bei ricordi! E tutte le persone presenti si sono commosse quando Alagna ha dedicato una “Ninna nanna” alla figlia presente fra il pubblico, figlia avuta con la prima moglie  morta di cancro.  E poi?  Ho dovuto accendere le luci perché il nostro tempo era scaduto. Ma la gente non se ne voleva andare. Voleva continuare con l’ascolto fino alle ore 20,00. Posso dirlo:  mai, nel corso di un Progetto, s’era verificata una richiesta del genere! Sono questi i miracoli del nostro FOLKLORE! Altro che scalpore! Si tratta di meraviglia e di catarsi educativa! Ma le regole sono regole…  Si rispettano. E grazie.

Bagheria, 13 marzo 2012

Giuseppe Di Salvo