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Archivio Marzo 2013

GIUSEPPE DI SALVO: LA RESURREZIONE DI MICHELE LIZZI IN UN BEL LIBRO CURATO DA ANGELA BELLIA

Il bel libro su Michele Lizzi curato da Angela Bellia.

In occasione del quarantesimo anniversario della morte del compositore agrigentino Michele Lizzi, avvenuta il 31 marzo del 1972 alle ore 10,00 in una clinica messinese, il 20 aprile del 2012 il musicista è stato ricordato, sempre ad Agrigento, con una Giornata di studi avente per titolo: “La riscrittura del mito nella musica e nel teatro tra cultura classica e contemporanea. Studi in onore del compositore Michele Lizzi (1915?-1972)”.

   Il Convegno si è tenuto all’interno dell’Auditorium del Museo Archeologico regionale Pietro Griffo, Auditorium da decenni allo stesso Lizzi intestato. Lì dentro si è anche allestita, per l’occasione, un’interessantissima mostra così denominata: “Michele Lizzi. Compositore, uomo poeta”. L’evento è stato curato in modo encomiabile dalla musicologa agrigentina Angela Bellia. E sia ad Agrigento sia negli ambienti musicologici italiani (e non) la prestigiosa iniziativa non è passata inosservata. Con l’occasione, nella città dei templi, si è pure ristrutturata, grazie al fattivo contributo di molte Associazioni Culturali agrigentine, la Villa Comunale Michele Lizzi da anni chiusa e abbandonata al degrado.

   Nel mese di dicembre 2012, gli interventi più significativi di quella Giornata sono stati raggruppati e pubblicati in un libro avente lo stesso titolo della manifestazione del 20 aprile 2012. La casa editrice è ARACNE. Costa appena 8 euro. Si tratta di circa cento pagine intense, tutte di alto spessore scientifico-musicologico e culturale. Vi troviamo una documentatissima e appassionata “Introduzione” della stessa Angela Bellia (“Michele Lizzi e la rilettura del mito”); un dotto intervento della professoressa Amalia Collisani (“La forza del mito”); un interessante intervento di Gianfranco Nuzzo (“Il mito di Fedra tra Seneca, D’Annunzio e Pizzetti”) che certo spingerà il lettore ad approfondire anche la ricerca letteraria e musicale su un’opera non popolare di Ildebrando da Parma, Fedra, su libretto di Gabriele D’Annunzio, che Michele Lizzi tanto amava giudicandola fra le opere più riuscite del suo stimato maestro di composizione polifonica; il maestro Lizzi ricordava sempre quel grande affresco corale che è la “Trenodia per Ippolito morto” presente nel Terzo Atto dell’opera di Pizzetti: al maestro agrigentino servì come modello, punto di riferimento per creare la sua “Trenodia” con sole voci femminili da intonare nel Terzo Atto della sua Pantea, fanciulla agrigentina creduta morta, ma in realtà caduta in catalessi e riportata in vita dal filosofo Empedocle; si tratta, a mio avviso, delle due più belle e riuscite Trenodie di tutto il teatro d’opera del Novecento: l’una -quella di Pizzetti- del 1915, l’altra  -quella di Lizzi- del 1955 (una distanza di 40 anni); c’è, nel libro, anche un interessante intervento  di Angela Fodale sul “Mito classico e neoclassicismo musicale”; e molta curiosità suscita il documentatissimo intervento dell’archeologo Salvatore Varisano: “La ri-scoperta dell’epigrafe e del sarcofago di Teano”. Si tratta di una “Indagine storico-archeologica” che meglio ci fa comprendere il motivo contingente grazie al quale il maestro Michele Lizzi musicò il suo capolavoro per voce recitante e orchestra intitolato, appunto, “Cinque Musiche per Teano”.

   L’intero libro si legge d’un fiato e suscita meraviglia nel lettore appassionato di musica. Ci si sente come immersi in un “miracolo culturale”. E, ancora una volta, ci si chiede -non senza provare un senso di ingiustizia nei confronti di Michele Lizzi-: “Come mai i Teatri italiani, e in ispecie quelli siciliani, hanno dimenticato di rappresentare e di eseguire le opere di questo grande compositore siciliano?”. Ci si trova innanzi ad un grande patrimonio culturale obliato: eppure, e lo si evince anche dai qualificati interventi degli studiosi citati, le composizioni di Michele Lizzi rappresentano davvero un Grande Bene Culturale utile all’intera umanità: le musiche del maestro Lizzi devono essere eseguite, le sue opere rappresentate! Prima eravamo poche voci isolate ad averlo capito. Oggi, grazie alle intelligenti iniziative portate avanti da Angela Bellia, alla quale ogni cittadino non può non esprimere la sua gratitudine per la sensibilità con cui in queste ricerche sul maestro Lizzi si è cimentata, pare si stia muovendo anche in modo appropriato il mondo accademico. I Teatri non sentono le spinte culturali che vengono dagli studiosi?

   Ma ora citiamo cosa dice Angela Bellia, curatrice del libro, a proposito dell’opera Pantea: “Il dramma di Pantea, discepola di Empedocle, che vive l’inquietudine e il contrasto tra l’aspirazione alla vita e il fascino insopprimibile dell’oltretomba, incarna da un lato il dissidio tra gli affetti e l’amore di Senocrate, suo promesso sposo, dall’altro il richiamo inquietante della morte. La musica di Pantea esprime l’agitazione della fanciulla e del suo mondo interiore, oltre che le differenze psicologiche dei personaggi principali dell’opera. Sublimando le sue ansie interiori, Lizzi spiega così il contrasto interno che, a differenza delle sue compagne con le quali ha condiviso i giochi della fanciullezza, pur sentendosi e desiderando di essere donna, sente di non poter godere appieno delle gioie femminili”. Per rendere più esplicito il concetto, Angela Bellia cita lo stesso Lizzi con delle riflessioni tratte dal Programma di Sala del Teatro Massimo di Palermo del 15 aprile del 1956, anno della Prima Assoluta dell’opera: “La fanciulla che nel mio dramma anela alle nozze impossibili e pur ne aborre, divisa com’è tra Terra e l’Ade, non oppone al suo tormento una inflessibilità paurosa, ma è come il debole stelo che il vento scuote e travolge verso gorghi arcani e pur desiati. Anzi ella par che si pieghi a rendere partecipi gli altri del suo tormento, in una rassegnata compostezza, che li spinga a comprendere ed amare la sua stessa ansia di rompere i suggelli misteriosi della vita”. (Op. Cit. p. 15).

   E’ una concezione estetica della vita che tende quasi a voler dire che Pantea non vuole essere staccata da quel Tiaso ove grande è l’amore amicale che si esprime fra donne. Staccarsene è come morire. Ma si è sempre pronti alla rinascita per una “nuova vita”? E’ qui il dramma (e anche l’ansia!) dell’ “essere donna e del non godere di ciò che a donna è dato”. C’è nella forza del mito la ricerca del sé che non può, non vuole, non riesce ad amare finzioni. Se Pantea di Michele Lizzi è un capolavoro, è perché con la musica viene espressa la forza interiore della persona umana, e in questo caso quella del medesimo Lizzi, che tende a esprimere i propri desideri e i propri sentimenti amorosi ricorrendo alla sfera del Conscio per renderlo Sublime nel tentativo di affrontare gli ostacoli imposti dal Super-Io censorio e dalle società repressive che hanno cancellato i valori liberali presenti all’interno dei miti.

   Pantea è un capolavoro assoluto, perfetto. E’ un’opera di una rivoluzionaria modernità dal punto di vista dei conflitti psicologici e sociologici, aspetti della vita umana resi sublimi da una competenza musicale profonda che affonda le sue radici nella migliore tradizione della Storia della Musica, tradizione che Lizzi affronta con una drammatica forza espressiva tendente a rinnovare la concezione estetica del melodramma del Novecento: rinnovamento che cogliamo nell’uso perfetto della polifonia corale, nell’orchestrazione, nella magia dell’ “Inno al sole”, nell’arrivo trionfante di Senocrate, nella forza espressiva che si coglie nei duetti dei due personaggi principali (tenore, soprano), nella scelta dei tempi, nel sapere andare oltre le “forme chiuse” pur rispettando le “forme espressive” funzionali alla realizzazione del dramma e con un uso delle armonie che, al nostro ascolto, generano sempre la socratica meraviglia e l’appagante catarsi.

   Per quanto riguarda  “L’Amore di Galatea”, ci sarebbe molto da dire sulla “diversità” di Polifemo. E ogni lettore potrebbe sviluppare le intelligenti e dotte riflessioni della professoressa Amalia Collisani. Ella, citando l’antropologo Lévi-Strauss, scrive: “La sostanza del mito  -infatti- non si trova né nello stile, né nel modo di narrare, né nella sintassi, ma nella storia che viene raccontata”. Esso è una “pura realtà semantica”. Invece la musica, nata dalla parola come per una cancellazione del senso, mette l’ascoltatore nella tensione del riguadagnarlo, del ricostruirlo: “…L’ascoltatore… si sente irresistibilmente portato a supplire questo senso assente…”. (Op. cit. p.32).  

   Come darle torto? L’ascoltatore diviene forza intellettuale attiva nel decodificare i messaggi del mito: proprio quello che stiamo cercando di fare!

   Il saggio della professoressa Collisani tende ad allargare gli orizzonti culturali, andando oltre la poetica dello stesso Lizzi e mettendone altre a confronto. Come non notare i suoi richiami al personaggio di Ulisse? Interessante il riferimento al Capitano Ulisse di Alberto Savinio [nome d’arte di Andrea Francesco Alberto de Chirico (1891-1952)], al Ritorno di Ulisse in patria di Luigi Dallapiccola, al silenzio stesso di Savinio che, come Schönberg ed Evangelisti, prova la “vertigine della libertà” di fronte al “quarto di tono”; il tutto detto per arrivare alla seguente conclusione: “Per finire torniamo all’Amore di Galatea quando, all’inizio del secondo atto, il sipario si alza sul mare in tempesta:

CORO: -Ammainate le vele!/ Attento, timoniere!/ Forza!/ Forza!/ Coraggio, svelti! Attenti alla gabbia!/ Presto, presto o finiremo sugli scogli!/ Il mare picchia!/ siamo salvi!/ Salvi!/ Salvi! 

 Ulisse: -Ecco la terra!

Ci troviamo calati in un’altra scena marinara che colpisce per il suo realismo a confronto con lo stile ricercato di Quasimodo. Sul turbine orchestrale  -accordi e scale cromatiche, tremoli, fortissimi e sforzati, biscrome sciolte di violini e viole- le esclamazioni dei compagni di Ulisse sono scandite come grida di ambulanti; ci mostrano l’abilità, gli sforzi, la concentrazione dei marinai. Ci sorprendono la sterzata stilistica e il fatto che anche in questo caso sia una scena di navigazione, come nell’Ulisse di Dallapiccola, a trascinarci dal suono poetico a quello realistico. Qui l’arrivo di Ulisse predatore, forse per quel tanto di autobiografico che Quasimodo vi proiettava; in Dallapiccola lo spostarsi dell’attenzione di Ulisse a Colombo a Schönberg: in entrambi il passaggio da una sonorità più astratta e stilizzata ad una rappresentazione onomatopeica, dalla musica al rumore, realizza un fuggevole  calarsi del mito nella vita, e ricongiunge entrambe le opere con il Capitano Ulisse di Alberto Savinio”. (Op. cit. pp. 44, 45, 46).

   L’espressione di Amalia Collisani “Grida di ambulanti” ci rimanda alla terza opera del maestro Lizzi, “La Sagra del Signore della Nave” (1971) e ai “berci dei venditori”, “abbanniatine” realistiche fatte davanti alla chiesetta, dove si svolge l’azione. Di quest’opera si parla meno nel libro, ne accenna la stessa Angela Bellia nel suo intervento. Eppure, in essa, non manca il richiamo al mito. Ciò avviene quando il “Giovane Pedagogo” dice al “Mastro-Medico”: “Insegno umanità, all’uso antico,/ al figlio del signor Lavaccara”. Il Mastro-Medico risponde: “Ricordi al suo discepolo che Maia/ è madre di Mercurio:/ ecco, da Maia/ è venuto maiale…”.

   Sono battute sarcastiche che fanno riflettere. Scuotono. Sino ad arrivare ad espressioni più crude per fendere il conformismo sociale. Cogliamo questa dirompenza ironica quando il Signor Lavaccara, indicando l’avvocato, dirà al Giovane Pedagogo: “Mi creda: quello lì/ è più animale/  della bestia che adesso mangerà”.  E il Giovane Pedagogo incalza: “Non lo dica!/ Un porco è tale e basta;/ mentre quello lì/ -non voglio contradirla-/ sarà magari un porco,/ ma è anche un avvocato;/ e quell’altro/ è porco ed è notaio; e questo che viene,/ porco e farmacista./ Vedete bene che c’è una differenza!”.

   La grandezza di Michele Lizzi, sia che ricorra al mito sia che ricorra alla cruda realtà, sta tutta nel suo dotto saper ridicolizzare ogni maschera ipocrita. E ha dovuto lottare con le opere, con la musica per affermare i suoi sentimenti più nobili allora impermeabili nel tessuto sociale che si nutre di apparenze e di imbellettata normalità. A purificare l’animo umano c’è il “Vexilla Regis” e il coro finale “Mio Gesù, con dure funi” e la sua incommensurabile sapienza polifonica che era mera “Liturgia Laica e Sacra” a servizio dell’Umanità non certo perfetta! Michele Lizzi, per me, si avvicinava alla santità. E’ morto 41 anni fa, era il 31 marzo del 1972. Ma questo 31 marzo 2013 è  anche giorno di Pasqua. E non risorge solo Cristo.

   Grazie ad Angela Bellia per averci regalato il grande valore, con le sue iniziative, di quest’altro nobile Passaggio. Chapeau!

Bagheria, 31 marzo 2013, Pasqua.

Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: MARZO LIZZIANO 2013. DUE ANNI CON MICHELE LIZZI*, COMPOSITORE DI AGRIGENTO (Parte Seconda)

Michele Lizzi e Giuseppe Di Salvo: Catania, 4 novembre 1971.

Balletto di famiglia e mio nascente senso dell’amore.

Dopo quel giovedì 5 marzo 1970, ho rivisto il maestro Michele Lizzi il venerdì 13 marzo 1970, sempre alla trattoria Croce di Malta gestita da mio padre.  Era stato un giorno di lavoro intenso. Il mio precedente lavoro alla Coop mi appariva come espressione vitale di un recente passato. E la mia non rivelata cotta per il ragioniere C. cominciava a svanire. A sera, rincasando, trovavo il letto come l’avevo lasciato la mattina. Mia madre, forse a ragione, aveva lasciato la casa. La convivenza con mio padre era litigio permanente. I nonni materni erano sempre attenti e affettuosi; il loro affetto era autentica e lacerante protezione: si percepiva anche nel silenzio. E, paradossalmente, quando lavoravo alla Coop mi sentivo più libero; lavorare con mio padre era come sposare una nuova povertà, un sacrificio umano e parentale da rinnovare col sudore: ero meno libero e infelice. Mi chiedevo: perché stare ancora con i miei? Non avevo ancora diciassette anni. E la maggiore età si raggiunge col ventunesimo anno di età.

Ma ritorniamo al maestro Lizzi. L’unica nota positiva di questo mio vitale periodo. Oggi il maestro Lizzi mi ha chiesto se avessi voglia di vedere qualche opera al Teatro Massimo di Palermo. Non nascondo di avergli taciuto qualche perplessità. Ancora non mi fidavo di questa nuova conoscenza. Il maestro Lizzi non guidava. Veniva accompagnato da due giovani  amici: lui capiva che mi attraevano. Erano svegli, simpatici. Avrei voluto accettare l’invito. Indugiavo. Lui capiva. Non forzava. Lasciava che le cose andassero come dovevano andare.

   Sabato 14 marzo 1970

Il lavoro nella trattoria di mio padre va a gonfie vele. Si lavora, eccome! L’aspetto più bello di questa mia esperienza lavorativa sta tutto nelle tante nuove conoscenze che si fanno. Mia madre è ancora dai suoi genitori, miei nonni. Non la vedo da otto giorni.

    Lunedì 16 marzo 1970

Certo è bello lavorare in trattoria e, a tarda sera, tornare a casa e fare anche il bucato. Si cresce lavando. Non era il tipo di vita che volevo. A circa diciassette anni si desidera stare con un’anima gemella; ero già orientato verso amicizie affettive maschili. Avevo già provato qualche innamoramento nei confronti di aitanti coetanei; ma erano sentimenti taciuti e destinati a sfumare: si restava frustrati, si era nell’impossibilità di dare forma e parola all’amore fra maschi. Era pura segregazione sentimentale, anche se la comunicazione erotica furtiva non mancava. Andavo a letto stanco, tutte le sere.

    Martedì 24 marzo 1970

Mia madre, come al solito, nei confronti di mio padre tenta rivalse per vie legali. Cosa le resta da fare? Lo ama. E’ il suo modo di comunicare a distanza e non prendere maltrattamenti. Mio padre sa recitare in silenzio. Sa come fare il finto tonto e ci riesce fumando Alfa senza filtro, sigarette orrende. Ho una sola speranza: vorrei rivedere il maestro Lizzi. Come cercarlo? Devo superare i timori ed entrare nelle porte nuove che Iddio ci apre. I due giovani che accompagnavano il maestro sessualmente mi attraggono, quello più bruno di più. Mi pare fosse quello stesso che l’ha accompagnato la prima volta. Ma i loro visi mi sfuggono. Ricordo solo se percepisco la materia, specialmente all’inizio di una conoscenza. Ma lui mi scruta con particolare interesse e quei due suoi amici l’hanno pure capito. Non so se sono complici o fanno finta di niente. La famiglia? Spesso è un trampolino di lancio verso l’ignoto e l’avventura. Noi siamo, in buona parte, la reazione alle nostre conflittuali origini. Certo non mi sento votato a realizzare cose cattive. Anzi!

    15 maggio 1970

Gli affari in Trattoria non vanno bene come all’inizio. Certo il caldo si avvicina. Vorrei migliorare il mio tenore di vita. Vivere i sentimenti che sento dentro. Come dirlo ai miei fratelli? Loro hanno le fidanzate. Le cambiano pure. E io? Io mi avvio a compire diciassette anni. Posso parlare di fidanzate che non ho? E come parlare di quelli che vorrei? Mio padre è pericoloso. Dovrò sfidarlo prima o poi. Mi sento diverso rispetto ai miei coetanei dello stesso sesso. Con alcuni di loro si gioca, ma poi cercano donne: tutto in me sfuma. Ci sono contatti sentiti. Ma domina tanto silenzio! C’è una società intera da sfidare. Occorre trovare le giuste forze. Come? Ho tanta nostalgia dell’estate scorsa. Come mi rendeva felice andare al mare col rag. della Coop! Un’amicizia che non si rivela per quella che è finisce per strozzarsi da sola. Le frustrazioni generano rabbia e odio. L’ho perso C., senza averlo mai trovato. Forse ci si inventa qualcosa che nell’altro neppure esiste. Eppure al mare nel silenzio e nelle parole non pronunciate ci si ritrovava. Chi doveva parlare prima? Gli affetti che non si rivelano si perdono per sempre. E si prova un diverso dolore rispetto alla perdita di quelli rivelati.  Ma i ricordi legati al lungomare di Aspra, stando silenziosi a due, non si cancellano: ciò che si tace si coglie negli sguardi, nel modo di respirare quasi sbuffando. Un linguaggio che stanca. Sono ricordi che illudono e creano momentanea felicità: si coglieva bene che anche qui, su questa terra, c’era anche spazio per sentimenti che non si potevano rivelare, per sentimenti taciuti.

    10 novembre 1970, ore 24, 20.

Tre mesi fa ho sentito suonare i miei diciassette anni.

Grazie al maestro Michele Lizzi, col mese di ottobre, ho ripreso a studiare. Mi sono iscritto al Conservatorio Vincenzo Bellini. C’è annessa la Scuola Media. Devo recuperare il tempo perduto. Passo bene le giornate. Lo studio mi giova. Stamane ho telefonato a Franco. Gli ho potuto finalmente parlare. Gli ho detto che avevo voglia di andarlo a trovare a F. di P., al Nord. L’ho conosciuto d’estate. E ho conosciuto anche le piattole sul suo petto. E del come estirparle. Si rideva di questa pulita innocenza. Era a conoscenza della mia amicizia col maestro Lizzi. Ma Franco appariva piuttosto problematico, aveva qualche borghese impedimento. Il maestro Lizzi era, invece, un audace punto di riferimento, un affetto non volubile. A Palermo lo andavo a trovare all’Albergo Regina, in Corso Vittorio Emanuele. Prima della Cattedrale. Era sempre accogliente e generoso. Di fronte al suo Albergo, c’era un Bar e spesso andavamo a prendere delle buone granite ai gelsi. Ma, inutile dirlo, ogni persona umana ha bisogno qualcuno da abbracciare nel corso del giorno. Con Franco gli abbracci erano ben diversi da quelli che potevo dare al maestro Lizzi. Ma quanto Franco era libero e sincero? I dubbi li avevo. Lo tradivo.  Perché mai? Non c’è tradimento che non sia legato alla mancanza di fiducia nell’altro, almeno io lo vivevo così, senza colpa. E’ l’assenza di palesata fede che ci spinge verso altri. La fede non erotica però io l’avevo. Era tutta racchiusa negli aspetti protettivi dell’autore di Pantea. Il maestro Lizzi me la cantava, alcuni passi me li faceva ascoltare al pianoforte. Non ero ancora cosciente che la sua prima opera fosse un capolavoro della storia della musica. Come le altre. Io non la conoscevo. Non conoscevo quel mondo nel quale dovevo addentrarmi senza neppure accorgermene. Il maestro Lizzi me lo presentava a piccole dosi. Intanto si avvicinavano le prove della Sagra del Signore della Nave, opera in un atto da poco dal maestro Lizzi completata. Doveva figurare nel Cartellone della Stagione Lirica 1970/71 del Teatro Massimo. Lo conoscevo da otto mesi. Un Faro per ogni mio futuro orientamento!

 

(Dal mio libro inedito: “MICHELE LIZZI, MUSICISTA CORONATO DI SILENZIO”). La Parte Prima è stata pubblicata il 5 marzo 2012.

*Michele Lizzi è un compositore agrigentino. Sulla sua data di nascita non c’è certezza, pare sia nato il 15 settembre 1915. Se n’è andato il 31 marzo del 1972, stroncato da un cancro alle vene biliari. Dopo, Vincenzo Bellini (ma il termine “dopo” è solo una connotazione temporale), non ho dubbi!, è fra i più grandi musicisti siciliani, italiani e le sue belle composizioni appartengono all’umanità e al mondo. Perché mai è stato dimenticato dai teatri dove le sue opere sono state acclamate con successo di critica e di pubblico? Io qualche risposta ce l’ho. Intanto, quest’anno, ricorre il 41° anniversario della sua morte. Lo ricorderemo noi con alcune pagine inedite legate al mio particolare vissuto col musicista agrigentino. Con verità dirompenti che non possono non fare scalpore!

Bagheria, 29 marzo 2013

Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: IL SETTIMANALE PUBBLICA LA MIA RECENSIONE DI NABUCCO ANDATA IN SCENA AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO.

“Il Settimanale di Bagheria”, già in tutte le edicole cittadine, pubblica la mia recensione del Nabucco di Giuseppe Verdi, opera andata in scena al Teatro Massimo di Palermo venerdì 22 marzo 2013. Da non perdere la Musicale Mia Novella. Grazie (G.D.)

Categorie:Classica, Lirica, Musica, Primo piano Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: PRIMAVERILI FOLATE (FILASTROCCA INEDITA)

Giuseppe Di Salvo a Isnello, 2011.

Mi chiamano Flora e vengo da Pola

non sono la serva di Donna Viola;

pieghe non faccio sui maschi al lavoro,

regina sono per l’altrui ristoro!

Con sovrana arte m’inchino al futuro:

il brando accolgo di chi l‘ha assai duro!

 

Bagheria, 26 marzo 2013

Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: RENATO PALUMBO, CON NABUCCO, DIRIGE IL “SOCIALISMO CANORO” AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO. SI APPLAUDE. IO SFERRUZZO E LODI TESSO A LEOLUCA ORLANDO.

Renato Palumbo, dal Libretto di Sala del Teatro Massimo di Palermo.

Quanta retorica in quest’anno del Signore 2013!? Ci avvolge di onde sonore legati a due bicentenari: quello della nascita di Giuseppe Verdi e di Richard Wagner. Che i due compositori citati siano due grandi geni nessuno può metterlo in discussione. La Storia (e in ispecie la Storia della Musica) non ha dovuto aspettare oltre due secoli per decretare il valore artistico sia del musicista tedesco sia di quello italiano de Le Roncole. E i teatri lirici di tutto il mondo rappresentano le opere di Wagner e di Verdi con scadenze ravvicinate, quasi annuali. Del resto  -è risaputo!-  “La Traviata”  (1853) di Verdi, dopo “Il flauto magico” di Mozart (1791 ), è l’opera più rappresentata nel nostro pianeta. E molti brani melodici di Wagner e Verdi sono sulla bocca di milioni di cittadini: per i due celeberrimi maestri, direbbe Saffo, non c’è affatto  -nel tessuto sociale e storico- “silenzio di memoria”. Ecco perché queste ricorrenze (bicentenari della nascita o della morte o altro ancora) si rivelano al nostro cospetto come non elegante retorica celebrativa. Celebrativa di che? E’ mai possibile che tanti nostri direttori artistici non sono in grado di ideare offerte culturali migliori nella qualità?
   Mi si vuole dire cosa intende celebrare il Teatro Massimo di Palermo col mettere in scena  -a distanza di soli tre anni e due mesi precisi- Nabucco di Verdi? Forse la nostra attenzione è stata destata venerdì 22 marzo 2013 da un Nabucco interpretato da cantanti fuoriclasse? Magari fosse stato così! Sarebbe davvero stato un evento verdiano, di rinnovamento interpretativo oltre che esecutivo, e vagamente celebrativo. E allora? Quest’ultima messa in scena di Nabucco ci ha solo comunicato quanto segue: il direttore d’orchestra Renato Palumbo ha saputo offrirci, con sapiente dignità, una specie di “socialismo canoro” all’interno del quale si sono espressi cantanti vocalmente attenti che facevano a gara nel cimentarsi in ruoli per i quali occorre ben altro spessore vocale e più incisiva vis interpretativa (tutti hanno tratteggiato un delicato canto intimistico in ispecie lo Zaccaria del basso Luiz Ottavo Faria, tranne a sfiatare un po’ nella Quarta Parte; il Nabucco del baritono George Gagnidze è stato assai delicato nei tratti cantabili della sua tessitura; l’Abigaille del soprano Anna Pirozzi  l’abbiamo pure apprezzata nel recitativo “Ben io t’invenni”, ma non ci ha convinti nell’intonare la cabaletta “Salgo già del trono aurato” e neanche dal punto di vista attoriale; l’Ismaele del tenore Gaston Rivero ha un buon registro centrale, ma salendo si percepiscono suoni imperfetti; piuttosto gradevole la vocalità sfoderata dal mezzosoprano Annalisa Stroppa nel ruolo di Fenena: ci ha vocalmente regalato una corretta interpretazione dell’aria “Oh, dischiuso è il firmamento”; e non hanno sfigurato i comprimari Stefania Abbondi nel ruolo di Anna, Manrico Signorini  -Gran Sacerdote di Belo- e Mario Bolognesi che interpretava Abdallo). Che vogliamo dire? Una cosa semplice: nessun cantante svettava, anche se -nell’insieme-  i livelli vocali di tutti sono stati discreti e, questa volta, non abbiamo percepito voci usurate come avvenuto nel corso della rappresentazione del 22 gennaio 2010.
   E ora ricordiamolo: Nabucco racchiude un corale canto di liberazione di un popolo oppresso, quello ebraico sconfitto dagli Assiri ormai al comando dei regnanti Babilonesi  e fatto schiavo da Nabucodonosor. A che (e a chi) serve rimembrare ciò? Quest’opera racchiude in sé storia, religione e musica (ma anche emozioni striate da sentimenti amorosi non certo irrilevanti) ed è imbevuta di cultura biblica: come si sentono in essa i libri del Vecchio Testamento! Ma oggi essa tende a farci valorizzare sempre più l’unico testo sacro a fondamento della democrazia: la Costituzione! C’è dunque qualcuno, nella nostra Palermo, che sa rendere coerente il messaggio verdiano con la società odierna? Sì! E’ Leoluca Orlando, sindaco del capoluogo siciliano. Questi, finito il semestre di commissariamento del teatro legato al nome del prefetto Fabio Carapezza Guttuso –poiché la città di Palermo figura fra i “Soci Fondatori” del Teatro Massimo-  ritornerà ad essere il Presidente del Consiglio di Amministrazione del Sommo teatro palermitano. E perché Orlando interpreta i valori democratici di un popolo oppresso? Semplice: quando Leoluca Orlando si cinge di floreali colori arancione per sostenere ed appoggiare il Pride Nazionale 2013 nella città di Palermo, profondo Sud, non fa altro che mostrare i valori contenuti negli articoli 2 e 3 della nostra Costituzione e invia al mondo (prima ancora che ai Palermitani) il seguente messaggio: tutti i popoli hanno diritto a vivere nella sostanza l’eguaglianza, anche il popolo LBGT! Non è questo messaggio costituzionale, in definitiva, l’essenza che spinge i veri Repubblicani a celebrare e ricordare l’uomo del Risorgimento Giuseppe Verdi? Ecco che significa “sovranità legata al popolo”.
   Ma ritorniamo a Nabucco di venerdì 22 marzo 2013. Lo abbiamo visto e ascoltato con curiosità. Come sferruzzando con un gomitolo di lana avente i colori dell’arcobaleno e serrato fra i caldi inguini. Di tanto in tanto, per evitare di annoiarci, davamo uno strattone al filo per renderlo più scorrevole fra le dita e i ferri serrati dalle nostre profumate ascelle. A memoria veniva fuori un tessuto temporale perfetto. Purtroppo l’ascolto non ci regalava forti emozioni, tanto che il gomitolo mai sgattaiolava allontanandosi d’impeto dalle nostre cosce. Anche quando abbiamo applaudito con insistenza il Coro che, come tradizione vuole, ha bissato l’ormai celeberrimo “Va, pensiero, sull’ali dorate”, l’immaginaria palla di lana restava lì, nel suo intimo caldo posto. Eppure il Coro, apparso ben curato dal nuovo maestro Piero Monti alla sua prima uscita pubblica all’interno del Teatro, non ha però uguagliato gli altissimi livelli interpretativi offertici in occasione del Primo Concerto verdiano diretto da Daniel Oren mercoledì 30 gennaio 2013 con la collaborazione del maestro Salvatore Punturo. E perché non rivisitare anche l’esecuzione di “Va, pensiero” nell’interpretazione di Gianandrea Gavazzeni effettuata alla Scala di Milano il 7 dicembre del 1966 quando le note finali tenute ad libitum le faceva accarezzare dalle armonie degli archi e non dalla consuetudine dei loro pizzicati? Un Coro, quello palermitano, che, in questo Nabucco, ci ha però regalato una più che degna esecuzione dell’Inno “Immenso Jehovah”, un canto corale “a cappella” con accordi orchestrali finali che rivelano le mature capacità drammaturgiche del 29enne Giuseppe Verdi; sì, un Inno dalle forti connotazioni liturgiche (e liturgia, nel suo richiamo etimologico, vuol dire “azione per il popolo”) che danno senso compiuto alla terza opera del Nostro. Jehovah rappresenta la Luce, il Faro di ogni risorgimentale Libertà. Ce lo dice la sapienza polifonica di Verdi e la stessa musicalità presente nei versi del testo di Temistocle Solera: “Tu spandi un’iride?…/ Tutto è ridente”.
   A questo punto, se il maestro concertatore Renato Palumbo avesse chiuso l’opera ci avrebbe fatto balzare e la palla di lana serrata fra i miei inguini sarebbe caduta a terra per la destata meraviglia. Che importa? Non si sarebbe, però, innalzato al Cielo l’alto livello interpretativo dell’opera verdiana? Ché interpretare un’opera non significa solo saper battere il tempo o dirigerla a memoria (o a mani nude come nel “Va, pensiero…”) o eseguirla rispettando i noti aspetti filologici; talvolta quelli “logici” hanno uno spessore più consistente; e non occorre tagliare la Scena Ultima nel corso della quale appare Abigaille morente, come del resto si fece alla Scala dopo le prime due rappresentazioni del marzo 1842 (con Prima il 9 dello stesso mese). Perché non ripristinare la coraggiosa lettura fatta al Teatro San Carlo di Napoli il 20 dicembre 1949 da Vittorio Gui quando ad interpretare il ruolo di Abigaille si cimentò la grandissima Maria Callas?
   In quell’occasione la giovane soprano americano di origini greche diede una delle sue significative lezioni nell’interpretare vocalmente e psicologicamente il furente personaggio dell’ “umil schiava” e cantò “Su me morente” dopo “Ah, torna Israello” intonato da un ineguagliabile Gino Bechi nel ruolo di Nabucco; e l’opera venne chiusa col grande coro di ringraziamento a Jehovah. E’ mai possibile che anche i registi si tengono lontani da questa interpretazione “logica”? E si limitano al minimalismo ideato dal regista Saverio Marconi? Regia, nell’occasione, ripresa da Alberto Cavallotti. Non abbiamo colto sbavature, per carità. Ma, per profanare il Tempio di Salomone, di grazia!, ridateci il cavallo col suo eventuale fumante stallatico!
Bagheria, 24 marzo 2013
Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: SUL SETTIMANALE I MIEI “VERSI DI UN SOPRAVVISSUTO A SETTE PAPI”: DA NON PERDERE!

Versi di un sopravvissuto a sette papi.

“Il Settimanale di Bagheria”, già in tutte le edicole cittadine, pubblica la mia poesia intitolata “Versi di un sopravvissuto a sette papi”. Da non perdere, a futura memoria! Grazie! (G.D.)

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GIUSEPPE DI SALVO: CONTRO IL CONFORMISMO SU PAPA FRANCESCO UN ARTICOLO DIROMPENTE DI HORACIO VERBITSKY

Papa Francesco

Prima dell’elezione di papa Francesco, quasi tutti i vaticanisti hanno ignorato il cardinale Bergoglio, non inserendolo fra i papabili. Ora si assiste ad una strana Sagra del Conformismo mediatico. Si amplificano banalità, gesti che non rivoluzionano nulla nella sostanza; abbiamo capito: al Potere piace! Noi siamo al semplice Fumo Vaticano condiviso dal Regime partitocratico. C’è sempre qualche eccezione, si tratta dello scrittore argentino Horacio Verbitsky. Vi invitiamo a leggere i suoi libri che denunciano il non limpido comportamento della Chiesa cattolica ai tempi della feroce dittatura militare di Videla negli anni Settanta. Qui vi invitiamo a leggere un articolo del giornalista argentino citato pubblicato da “Il Fatto quotidiano” il 19 marzo 2013 col titolo:

Papa Francesco, i due volti di Bergoglio tra fede e militari

di Horacio Verbitsky | 19 marzo 2013

La prima volta che scrissi dell’attuale papa Francesco fu nel 1999, quando assunse l’incarico di arcivescovo di Buenos Aires. Dissi che “a seconda della fonte che si consulti, è l’uomo più generoso e intelligente che abbia mai detto messa in Argentina o un machiavellico fellone che tradì i suoi fratelli spinto da un’insaziabile ambizione di potere. Forse la spiegazione risiede nel fatto che Bergoglio riunisce in sé due caratteristiche: è un conservatore estremo in materia dogmatica e possiede una manifesta inquietudine sociale. In entrambi gli aspetti somiglia a chi lo designò alla guida della principale diocesi del Paese, il papa Karol Wojtyla”.

La decisione del collegio cardinalizio è stata adottata con la consapevolezza che pesano su di lui gravi accuse di aver consegnato i suoi sacerdoti alla giunta militare. Già nel Conclave del 2005, aveva ottenuto una buona quantità di voti, nonostante il fatto che un dossier contenente parti della mia indagine su di lui fosse stato collocato in un centinaio di casellari dei cardinali da una qualche fazione che voleva sbarrargli il passo. Quando l’elezione era in una fase di impasse, Bergoglio decise di ritirarsi e di appoggiare Joseph Ratzinger. Nella prima conferenza stampa successiva al Conclave della settimana scorsa, il suo portavoce Federico Lombardi, gesuita come lui, ha convocato i giornalisti per dire loro che le accuse erano calunniose e provenivano da un giornale di sinistra anticlericale. È stata una cattiva giocata dell’inconscio, che il papa non è riuscito a controllare nonostante i suoi studi di psicologia. L’accusa di essere “di sinistra” è la stessa che Bergoglio fece 37 anni fa contro i sacerdoti Orlando Yorio e Francisco Jalics, che a conseguenza di ciò vennero sequestrati e torturati nel campo di concentramento clandestino della Marina argentina. Il papa non apprende né dimentica.

La realtà è che l’accusa a Bergoglio fu scritta da una delle sue vittime, Orlando Yorio, in una lettera inviata al superiore della Compagnia di Gesù nel 1977. E la sua caratterizzazione come il pastore che consegna le sue pecore al lupo la fece nel 1986 un uomo della Chiesa, Emilio Mignone, la cui figlia fu sequestrata insieme a quei sacerdoti ma, mentre loro furono liberati cinque mesi più tardi, la ragazza, una catechista di 22 anni, non è più ricomparsa. Il quotidiano Pagina12, la sinistra anticlericale a cui si riferisce il portavoce vaticano, riprese quel caso nel 1999. Questo accadde quattro anni prima dell’insediamento del presidente Néstor Kirchner, la qual cosa smentisce anche l’idea secondo cui qualunque critica al papa dev’essere attribuita al governo di Cristina Kirchner. Il Vaticano ha anche sottolineato che il sacerdote Francisco Jalics si era riconciliato con Bergoglio. In realtà, Jalics ha detto di essere in pace con Bergoglio e riconciliato con i fatti, che si era lasciato alle spalle. Ma si è rifiutato di giudicare il ruolo del papa in quei fatti. La riconciliazione è un sacramento che consiste nel perdonare il male. Lungi dal negare i fatti, li conferma. Se non fosse esistita l’offesa, Jalics lo avrebbe detto apertamente e non avrebbe avuto niente da perdonargli. Ricordo che esistono prove documentali del doppio gioco di Bergoglio, che trovai nell’archivio del Ministero degli Esteri mentre indagavo per uno dei miei libri. La prima è una lettera che Bergoglio presentò con timbro e firma chiedendo una procedura d’eccezione perché Jalics potesse rinnovare il suo passaporto dalla Germania, dove ancora oggi vive.

La seconda è la nota del funzionario che ricevette la richiesta e che suggerisce di rifiutarla a causa dei precedenti di Jalics, che non menziona. La terza è una breve nota dello stesso funzionario in cui racconta che Jalics e Yorio hanno legami con i guerriglieri e rapporti con le donne, che hanno disobbedito ai loro superiori e turbano la disciplina. E conclude che quelle informazioni gli vennero fornite dallo stesso padre Bergoglio, che come i Borboni reinsediati in Francia, non dimenticò né apprese nulla. Il suo pontificato si è aperto con una serie di gesti, di umiltà e rettitudine, come il suo ordine a Santa Maria Maggiore perché non si faccia più vedere il cardinale statunitense accusato di proteggere i preti pedofili di Boston, Bernard Law. Ma anche in Argentina ci sono preti pedofili, e Bergoglio ha protetto Julio César Grassi, condannato a 15 anni di carcere ma ancora in libertà per le pressioni della Chiesa. Come presidente della Conferenza episcopale, l’attuale papa affidò al giurista Marcelo Sancinetti l’incarico di scrivere un libro che proclama Grassi “innocente” delle imputazioni che gli vennero formulate per “abuso sessuale e corruzione di minorenni”, e nega persino che esista l’abuso sessuale infantile come tale, che equipara con i processi per stregoneria del Medioevo. Forse il problema di Francesco non è con il cardinale Law, ma con la legge che punisce la pedofilia.

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Speriamo di aver contribuito a formare il senso critico dei nostri lettori. Nell’attesa di vedere mosse più concrete di questo pontefice, al quale certo auguriamo buon lavoro. Ma senza distogliere l’attenzione critica e per cercare di non subire “lobotomie mediatiche”. All’erta! All’erta!

Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: VERSI DI UN SOPRAVVISUTO A SETTE PAPI

Giuseppe Di Salvo, 16 giugno 2010.

Nato sono e regnava Pacelli:

col piglio del Leone ruggivo

e pisciavo in aria

il rito bruciando del battesimo!

Così mamma mi disse.

A cinque anni amai

il bonario volto di papa Roncalli.

La sua voce era canto

striato da note divine:

rincorreva arpeggiate note-

perfetta armonia.

Ogni suo gesto svelava emozioni

benedette da lacrime.

Lottai negli anni di Paolo VI-

amori di fatto liberavo.

Papa Luciani un non divino gioco

perse: nel corso della lotta spirò-

era lucente notte.

Ebbi compassione

e mi sfiorò l’errore

nella mia sua vitale visione.

Denunciai l’etica di Wojtyla,

consumato attore che

al suolo di terre lontane

le labbra con evidenza dava,

ma il suo cuore batteva per lo IOR

e Degollado forte sempre baciava;

Ratzinger ha coperto di bianco

non rosee pelli-

la pedofilia predava…

smesso ha di contemplare

ogni gerarchica sporcizia:

ma in grado  era

di coniare nuova  moneta?!

Con Francesco

la mente va ai lanci degli angeli-

voli per desaparecidos:

c’erano ali per quei figli

non alati di Dio?

Cosa gli confessava Videla

nel prendere da lui

la Sacra Ostia?

Forse il Buongiorno del Sopravvissuto?!

Bagheria, 18 marzo 2013

Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: FRAMMENTI SU PAPA FRANCESCO, ALIAS JORGE MARIO BERGOGLIO, PER I VENTI CUCITORI DEL MIO PENSIERO.

GIUSEPPE DI SALVO AL TEATRO (2012)

Su papa Francesco, alias Jorge Mario Bergoglio.

La gente appare ammaliata dei gesti inconsulti e familiari di papa Francesco. Ama i suoi “Buongiorno”, “Buon pranzo” e altre frasi a tutti familiari. Papa Francesco vola come una libellula, si muove in modo sorprendente, inciampa, si riprende, sorride e ammalia gente di destra, di centro, di sinistra. Cosa produce in me? Per ora, visto che io sono un uomo lontano dal qualsiasi centro, dalla destra e dalla sinistra  -pur ad essa guardando con attenzione-, vedo l’evento come uno spettatore molto distaccato. Mi sento al teatro: osservo la scena dei “buongiorno”, dei gesti della psicologia della vita quotidiana che ammaliano i coristi (la folla). Colgo i messaggi criptati presenti in questa semplice teologia. Molto umana! Spontanea. Ma, inutile negarvelo, eventi clamorosi io a giorni mi aspetto. Troppa enfasi acceca. Chi meglio vuole comprendere il mio non emotivo pensiero non può che riflettere (o ricucire se vuole) le seguenti mie riflessioni di getto slanciate dopo l’elezione a papa del cardinale Bergoglio. Per ora non aggiungo altro. Ai mie venti lettori non resta che tessere pensieri sui miei frammenti. Buona riflessione. Amen!

Ecco come, in modo frammentario, mi sono espresso più volte su Facebook con tanti interessanti commenti che qui ometto:

1)      PAPA FRANCESCO I E’ SEMPLICE E DIRETTO. RICORDA PAPA LUCIANI. VEDREMO COME AFFRONTERA’ LE SFIDE PRESENTI IN QUESTO MONDO. E’ NON EUROPEO, MA E’ DEL MONDO, DI QUESTO VECCHIO MONDO! (13 marzo 2013).

 

2)      SU JORGE MARIO BERGOGLIO, dal sito ManduriaOggi: “Considerato un moderato dalla mente aperta, le sue posizioni dottrinali e spirituali rimangono tuttavia in linea con l’eredità di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, a loro volta pontefici conservatori. Bergoglio non ha potuto impedire che l’Argentina diventasse il primo Paese latinoamericano a legalizzare i matrimoni gay, o al presidente Cristina Fernandez di promuovere i contraccettivi e l’inseminazione artificiale. Molti critici lo accusano di non essersi schierato abbastanza con forza contro la dittatura militare che ha governato l’Argentina tra 1976 e 1983″.  CHI VUOLE, COME FRANCESCO I HA DETTO, PREGHI PROPRIO PER LUI! (13 marzo 2013).

 

3)      Quanto prima (…) ci sarà Francesco II. Come non capire che siamo innanzi a un papa di transizione? (13 marzo 2013).

 

4)      RESPONSABILITA’ DELLA CHIESA ARGENTINA SUI DESAPARECIDOS: JORGE BERGOGLIO NE ERA FORSE IMMUNE? O HA PECCATO ANCHE LUI COME IL NUNZIO APOSTOLICO PIO LAGHI? Attraverso le agghiaccianti testimonianze dei sopravvissuti e dei parenti dei desaparecidos, Horacio Verbitsky – uno dei più autorevoli giornalisti argentini, impegnato a denunciare i crimini del regime militare – ricostruisce per la prima volta la storia di questo terribile campo di concentramento finora nascosto al mondo. Con una prosa avvincente, Verbitsky parte da El Silencio per svelare retroscena inediti del rapporto che ci fu negli anni della “guerra sporca” argentina tra il regime militare e le gerarchie ecclesiastiche. L’inchiesta, che ha suscitato enorme clamore in Argentina, incrocia alcune delle figure più importanti del Vaticano, dal nunzio apostolico Pio Laghi al cardinale Jorge Bergoglio (l’attuale Papa Francesco), fino ad analizzare il ruolo di Papa Paolo VI. A trent’anni dall’inizio della sanguinosa dittatura argentina e dopo aver raccolto nel suo precedente libro “Il volo” la sconvolgente confessione di Adolfo Scilingo, che eliminò numerosi oppositori politici lanciandoli in mare dagli aerei, Verbitsky firma una nuova, coraggiosa e documentata inchiesta che getta luce sull’assordante silenzio della Chiesa rispetto ad una delle pagine più drammatiche della storia del Novecento. (13 marzo 2013).

 

5)      Al di là dei pregi e dei nei relativi al suo passato, da oggi in poi sarà valutato per quello che farà da Papa. (14 marzo 2013).

 

6)      ANCHE NEL COLORADO IL PARLAMENTO VOTA A FAVORE DELLE UNIONI CIVILI GAY, MENTRE NELLO STESSO GIORNO UN ALTRO PAPA OMOFOBO ESCE DALLE MURA DEL VATICANO. E NON E’ FRANCESCO! (14 marzo 2013).

 

7)      Del giornalista argentino Horacio Verbitsky, ex peronista, occorre leggere subito due suoi libri: “L’Isola del silenzio” e “Doppio Gioco”: così si capiscono meglio le origini teologiche di Francesco I e i suoi rapporti di divino collaborazionismo con la dittatura dei generali che dal 1976 in Argentina sterminò tanti oppositori politici gettandoli nell’oceano con la benedizione di tanti cappellani che facevano il repulisti dei dissidenti presenti anche all’interno della Chiesa. (14 marzo 2013).

 

8)      Già ha chiesto perdono per i crimini della dittatura: forse, viste le pesanti accuse contro di lui, avrebbe dovuto dimettersi da prelato e da rappresentante di Dio. Che con le dimissioni non abbia saputo anticipare Ratzinger la dice lunga sul “gioco” e il “Doppio Gioco” della Chiesa! (14 marzo 2013).

 

9)      I clericali vogliono tanti soldi. Francesco I saprà spogliarsi in modo unilaterale dei privilegi economici del Concordato? Quello dello IOR, per ora, ha il sapore del gioco delle tre carte. Col conformismo di sinistra e i vaticanisti asserviti che tessono inutili lodi. (14 marzo 2013).

Bagheria 18 marzo 2013

Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: 13 MARZO 2013, NEL COLORADO UNIONI GAY IN VATICANO UN PAPA OMOFOBO! MA CHE FRANCESCO!?

Giuseppe Di Salvo, 2012 a Bagheria

13/03/2013- Anche nel Colorado il Parlamento vota a favore delle Unioni Civili Gay, mentre, nello stesso giorno, UN ALTRO PAPA OMOFOBO ESCE DALLE MURA DEL VATICANO. E NON E’ FRANCESCO! ECCO LA VERA LIETA NOVELLA.

Dal sito Gay.it: 

-Anche lo stato del Colorado apre alle unioni civili gay. Il Parlamento ha approvato una legge che garantisce anche alle coppie omosessuali benefici, protezioni e responsabilità simili a quelle eterosessuali.

Le unioni civili sono state approvate dalla Camera dei Rappresentanti con ben trentanove voti a favore e ventisei contrari. Il Senato aveva già approvato la misura che ora passa direttamente sulla scrivania del governatore del Colorado, il democratico John Hickenlooper, per la firma ufficiale.

Il portavoce della Camera dei Rappresentanti del Colorado, Mark Ferrandino, gay dichiarato e portavoce della proposta ha dichiarato alla stampa:Questa norma è su tre aspetti semplici: sull’amore, sulla famiglia e sull’uguaglianza dinanzi alla legge.

Anche la direttrice esecutiva del National Gay and Lesbian Task Force ha rilasciato una dichiarazione sull’evento sottolineando, però, la differenza che c’è tra unioni civili e matrimonio ma che “comunque è un passo importante.”

Quando la legge sarà promulgata, entro il primo maggio, il Colorado diventerà il diciottesimo stato americano ad approvare le unioni civili anche per le persone omosessuali. Ad oggi, per via della costituzione dello stato, sono illegali i matrimoni gay mentre le unioni civili sono permesse.

Come si vede, gli apparati vaticani si divertono su come incantare il mondo attraverso ostentazioni formali e segnali di fumo in bianco e nero, il mondo laico va avanti nel serio percorso tracciato dagli insostituibili valori delle democrazie!

Giuseppe Di Salvo

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