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Archivio Agosto 2013

GIUSEPPE DI SALVO: I REFERENDUM E IL GIOCO POLITICO PSICHEDELICO DELLE TRE CARTE DELLA PARTITOCRAZIA “APPESTATA”.

GIUSEPPE DI SALVO: I REFERENDUM E IL GIOCO POLITICO PSICHEDELICO DELLE TRE CARTE DELLA PARTITOCRAZIA “APPESTATA”. 

E’ tutta la classe politica che occorre cambiare, i referendum da questi partitocrati, e cioè dagli eredi di Vassalli, Craxi & c., vengono vissuti come momenti palliativi, illusori e derisori. Cioè nobili contenuti politici con effetti psichedelici. I partitocrati politicamente “appestati” (calzante linguaggio pannelliano che si ispira a Camus) li firmano e sempre i partitocrati “appestati” dalla non sempre onorevole gestione del Potere, se il popolo decide in un modo, poi se li adeguano in un altro. Chi sono questi partitocrati? Sono là, governano con la Bonino. Non è il gioco delle tre carte!?

Giuseppe Di Salvo

 

Effetti referendari psichedelici!

Effetti referendari psichedelici!
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GIUSEPPE DI SALVO: SUL SETTIMANALE IL XX CAPITOLO (VOLUME II) DELLA GLORIOSA STORIA DEL FUORI! DI PALERMO! DA NON PERDERE!

SUL SETTIMANALE IL XX CAPITOLO (VOLUME II) DELLA GLORIOSA STORIA DEL FUORI! DI PALERMO! DA NON PERDERE!

Ritorna, dopo tre settimane di ferie, in tutte le edicole cittadine, “Il Settimanale di Bagheria”. Ci troverete anche il Capitolo XX (Volume II) della Gloriosa Storia del FUORI! di Palermo. Con questo Capitolo si chiude il racconto ben ordinato e documentato delle lotte fatte dai militanti del FUORI! palermitano nell’anno 1977. Le lotte del 1976 sono state pubblicate negli anni precedenti. E il 1978? Sarà un anno ricco di eventi. Come il 1979 e il 1980 e il 1981. Ma rimando l’appuntamento alla prossima primavera 2014. Intanto i Mostri (alludo a quelli di pietra di Villa Palagonia) e gli Eunuchi (non alludo a chi aspetta un anno per sfilare in qualche Pride) stanno a guardare e a riposare. Buona lettura. Grazie. Affrettatevi perchè già sta andando a ruba. E vi potrebbe mancare nella vostra preziosa collezione.

Giuseppe Di Salvo

 

Il Capitolo XX (Volume II) della Gloriosa Storia del FUORI! di Palermo sul Settimanale.

Il Capitolo XX (Volume II) della Gloriosa Storia del FUORI! di Palermo sul Settimanale.
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GIUSEPPE DI SALVO: L’ULTIMA CENA* (A LIBERO GRASSI)

GIUSEPPE DI SALVO: L’ULTIMA CENA* (A LIBERO GRASSI)L’ULTIMA CENA*: RICORDANDO LIBERO GRASSI, DALLA MAFIA AMMAZZATO ALLE ORE 7,30 DEL 29 AGOSTO 1991

 

Filava bianco formaggio

sul terrazzo

e,  tutt’intorno,

si dissanguavano i palazzi:

l’astro di fuoco calava,

radiavano i saluti

e con grazia moriva il giorno.

In alto ridevano

le prime stelle.

I Liberi posavamo alteri.

 

Ricordo  – a cena-

le danze delicate

del vino:

s’inebriavano i bicchieri.

Citavamo l’eco dell’impresa

e le auree fortezze

delle mafie.

Salutammo insieme

l’ora Ventitré.

Di Libero  -Pina-

ricordo piedi protetti

da sandali

e voce volta a correggere

i refusi del tempo.

Sei nella storia:

chi vive ruba

linfa agli amici

ed io svolazzo come farfalla

tra fiori che espandono nettare

e onore.

Canto la vita,

ogni vita… (mpei! mpei!! mpei!!! mpei!!!!)

che gli spari hân tolto

al fertile labbro del mondo.

                                                                                   

Bagheria, 08/07/04  ore 15,00

Giuseppe  Di Salvo

 

*Poesia da me letta in occasione della presentazione del mio primo libro di poesie “Ventitré” all’ interno del locale “Pivo” di Bagheria. Era una cena conviviale e Rosamaria Spena recitava alcune mie poesie tratte dal libro che si presentava. Eravamo circa cento pesone, uomini e donne, quasi tutti amici e amiche. Presenziava Pina Grassi, moglie di Libero. Libero è stato ammazzato dalla mafia alle 7,30 del 29 agosto 1991.

G.D.

 

Libero Grassi: a futura memoria ché la memoria ha futuro!

Libero Grassi: a futura memoria ché la memoria ha futuro!
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GIUSEPPE DI SALVO: ANCHE IL FOGLIO CRITICA LA POLITICA ESTERA DI EMMA BONINO

GIUSEPPE DI SALVO: ANCHE IL FOGLIO CRITICA LA POLITICA ESTERA DELLA BONINO

Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 29/08/2013, a pag. 3, l’editoriale dal titolo “Bonino e le basi della politica estera”. CI SIAMO, COME AL SOLITO, RIVOLTI AL SITO “INFORMAZIONE CORRETTA” A CUI RIMANDO PER MAGGIORI APPROFONDIMENTI.

 

Prendere una posizione senza prendere nessuna posizione. Non avere una linea e poi fingere di averne una solidissima. Sostenere i diritti umani e fischiettare di fronte alla violazione dei diritti umani. Promuovere la necessaria unità dell’Europa e poi romperne l’unità. Declinare l’atlantismo per una vita e poi fare gli atlantisti con i droni degli altri. Da qualsiasi punto di vista la si voglia osservare, la decisione del governo italiano, e del ministro degli Esteri Emma Bonino, di non intervenire in Siria, di subordinare l’azione militare al sì delle Nazioni Unite, di non mettere a disposizione le proprie basi militari, di rimanere neutrali di fronte alla scelta degli Stati Uniti, della Francia, dell’Inghilterra e persino della Turchia di agire in Siria per fermare il massacro portato avanti dal presidente Assad non è soltanto un bluff strategico, da struzzo che di fronte alle decisioni importanti infila la testa sotto la sabbia, ma è anche, senza volere esagerare, un formidabile suicidio politico. La questione è semplice, ed è inutile girarci attorno: condannare genericamente i crimini di guerra di un regime nascondendosi dietro le decisioni dell’Onu e rinunciando ad avere un peso e un ruolo all’interno di un’operazione militare che riguarda un teatro di crimini di guerra che per di più si trova a duemila km dal nostro paese è sintomo di un analfabetismo politico che risulta essere ancora più sorprendente se a esplicitarlo è un tenace difensore dei diritti umani come il ministro Bonino – che appena qualche anno fa, di fronte all’intervento italiano in Kosovo, ricordava ai neutralisti e ai pacifisti che voler “professare la pace dinanzi a un macellaio ha lo stesso spessore politico-culturale del famoso facciamo l’amore non la guerra degli anni Sessanta”. Intendiamoci: il profilo dell’intervento che gli Stati Uniti guideranno nelle prossime ore all’interno della Siria di Assad ha molti punti di debolezza, è privo di un disegno utile a tracciare una strategia di lungo termine e presenta differenze con l’esperienza kosovara (l’esercito dei ribelli siriani, si sa, non è esattamente il Kosovo Liberation Army). Per questo, infatti, il vero problema oggi non è “se” intervenire in Siria ma è “come” e “quando” farlo. “Doing nothing – ha detto ieri Tony Blair – would mean Syria’s disintegration, divided in blood, with the countries around it destabilized and waves of terrorism rolling over the region”. Intervenire senza un progetto, ovvio, rischia di essere inutile. Ma non fare nulla, nascondersi dietro l’Onu, dissimulare la propria incertezza dietro la parola “condanna” è vile, direbbe Blair, significa uccidere la Siria, e mettere in pericolo la sicurezza del nostro paese più ancora di quanto potrebbe fare una guerra combattuta per provare a cambiare e ad abbattare un regime sanguinario.

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CHI VUOLE VISITI IL SITO “INFORMAZIONE CORRETTA” TROVERA’ MOLTI IMPORTANTI  ARTICOLI DI POLITICA ESTERA CHE SONO UN’IMPORTANTE FINESTRA PER MEGLIO CAPIRE LE VICENDE DEL MONDO.

G.D.

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GIUSEPPE DI SALVO: TOCCANTE DISCORSO DI BARACK OBAMA NEL 50° ANNIVERSARIO DELLA MARCIA DI MARTIN LUTHER KING

GIUSEPPE DI SALVO: TOCCANTE DISCORSO DI BARACK OBAMA NEL 50° ANNIVERSARIO DELLA MARCIA DI MARTIN LUTHER KING

“Con la marcia del 1963 l’America è divenuta più libera e giusta, non solo per gli afro-americani ma anche per i latinos e i gay”.

    Lo afferma con un toccante ed emozionante intervento il presidente americano Barack Obama durante le celebrazioni per il 50° anniversario del discorso di Martin Luther King

‘I Have a Dream’

    . ”Ci sono stati esempi di successo fra i neri americani”  afferma Obama, sottolineando che la marcia su Washington del 1963 ci insegna che ”non siamo intrappolati nella nostra storia, ma che siamo i maestri del nostro destino”.

Ecco ora lo storico discorso “I HAVE A DREAM” pronunciato il 28 agosto del 1963 da Martin Luther King. Viene qui riportato perchè i giovani se ne ricordino e perchè Martin Luther King ha pagato con la vita il suo nobile impegno politico.

G.D.

**************************

-Oggi sono felice di essere con voi in quella che nella storia sarà ricordata come la più grande manifestazione per la libertà nella storia del nostro paese.

Un secolo fa, un grande americano, che oggi getta su di noi la sua ombra simbolica, firmò il Proclama dell’emancipazione.

Si trattava di una legge epocale, che accese un grande faro di speranza per milioni di schiavi neri, marchiati dal fuoco di una bruciante ingiustizia.

Il proclama giunse come un’aurora di gioia, che metteva fine alla lunga notte della loro cattività.

Ma oggi, e sono passati cento anni, i neri non sono ancora liberi.

Sono passati cento anni, e la vita dei neri é ancora paralizzata dalle pastoie della segregazione e dalle catene della discriminazione.

Sono passati cento anni, e i neri vivono in un’isola solitaria di povertà, in mezzo a un immenso oceano di benessere materiale.

Sono passati cento anni, e i neri ancora languiscono negli angoli della società americana, si ritrovano esuli nella propria terra.

Quindi oggi siamo venuti qui per tratteggiare a tinte forti una situazione vergognosa.

In un certo senso, siamo venuti nella capitale del nostro paese per incassare un assegno.

Quando gli architetti della nostra repubblica hanno scritto le magnifiche parole della Costituzione e della Dichiarazione d’indipendenza, hanno firmato un “pagherò” di cui ciascun americano era destinato a ereditare la titolarità.

Il “pagherò” conteneva la promessa che a tutti gli uomini, sì, ai neri come ai bianchi, sarebbero stati garantiti questi diritti inalienabili: “vita, libertà e ricerca della felicità”.

Oggi appare evidente che per quanto riguarda i cittadini americani di colore, l’America ha mancato di onorare il suo impegno debitorio.

Invece di adempiere  questo sacro dovere, l’America ha dato al popolo nero un assegno a vuoto, un assegno che é tornato indietro, con la scritta “copertura insufficiente”.

Ma noi ci rifiutiamo di credere che la banca della giustizia sia in fallimento.

Ci rifiutiamo di credere che nei grandi caveau di opportunità di questo paese non vi siano fondi sufficienti.

E quindi siamo venuti a incassarlo, questo assegno, l’assegno che offre, a chi le richiede, la ricchezza della libertà e la garanzia della giustizia.

Siamo venuti in questo luogo consacrato anche per ricordare all’America l’infuocata urgenza dell’oggi.

Quest’ora non é fatta per abbandonarsi al lusso di prendersela calma o di assumere la droga tranquillante del gradualismo.

Adesso è il momento di tradurre in realtà le promesse della democrazia.

Adesso é il momento di risollevarci dalla valle buia e desolata della segregazione fino al sentiero soleggiato della giustizia razziale.

Adesso é il momento di sollevare la nostra nazione dalle sabbie mobili dell’ingiustizia razziale per collocarla sulla roccia compatta della fraternità.

Adesso é il momento di tradurre la giustizia in una realtà per tutti i figli di Dio.

Se la nazione non cogliesse l’urgenza del presente, le conseguenze sarebbero funeste.

L’afosa estate della legittima insoddisfazione dei negri non finirà finché non saremo entrati nel frizzante autunno della libertà e dell’uguaglianza.

Il 1963 non é una fine, é un principio.

Se la nazione tornerà all’ordinaria amministrazione come se niente fosse accaduto, chi sperava che i neri avessero solo bisogno di sfogarsi un pò e poi se ne sarebbero rimasti tranquilli rischia di avere una brutta sorpresa.

In America non ci sarà né riposo né pace finché i neri non vedranno garantiti i loro diritti di cittadinanza.

I turbini della rivolta continueranno a scuotere le fondamenta della nostra nazione finché non spunterà il giorno luminoso della giustizia.

* Ma c’é qualcosa che devo dire al mio popolo, fermo su una soglia rischiosa, alle porte del palazzo della giustizia: durante il processo che ci porterà a ottenere il posto che ci spetta di diritto, non dobbiamo commettere torti.

Non cerchiamo di placare la sete di libertà bevendo alla coppa del rancore e dell’odio.

Dobbiamo sempre condurre la nostra lotta su un piano elevato di dignità e disciplina.

Non dobbiamo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica.

Sempre, e ancora e ancora, dobbiamo innalzarci fino alle vette maestose in cui la forza fisica s’incontra con la forza dell’anima.

Il nuovo e meraviglioso clima di combattività di cui oggi é impregnata l’intera comunità nera non deve indurci a diffidare di tutti i bianchi, perché molti nostri fratelli bianchi, come attesta oggi la loro presenza qui, hanno capito che il loro destino é legato al nostro.

Hanno capito che la loro libertà si lega con un nodo inestricabile alla nostra.

Non possiamo camminare da soli.

E mentre camminiamo, dobbiamo impegnarci con un giuramento: di proseguire sempre avanti.

Non possiamo voltarci indietro.

C’é chi domanda ai seguaci dei diritti civili: “Quando sarete soddisfatti?”.

Non potremo mai essere soddisfatti, finché i neri continueranno a subire gli indescrivibili orrori della brutalità poliziesca.

Non potremo mai essere soddisfatti, finché non riusciremo a trovare alloggio nei motel delle autostrade e negli alberghi delle città, per dare riposo al nostro corpo affaticato dal viaggio.

Non potremo mai essere soddisfatti, finché tutta la facoltà di movimento dei neri resterà limitata alla possibilità di trasferirsi da un piccolo ghetto a uno più grande.

Non potremo mai essere soddisfatti, finché i nostri figli continueranno a essere spogliati dell’identità e derubati della dignità dai cartelli su cui sta scritto “Riservato ai bianchi”.

Non potremo mai essere soddisfatti, finché i neri del Mississippi non potranno votare e i neri di New York crederanno di non avere niente per cui votare.

No, no, non siamo soddisfatti e non saremo mai soddisfatti, finché la giustizia non scorrerà come l’acqua, e la rettitudine come un fiume in piena.

Io non dimentico che alcuni fra voi sono venuti qui dopo grandi prove e tribolazioni.

Alcuni di voi hanno lasciato da poco anguste celle di prigione.

Alcuni di voi sono venuti da zone dove ricercando la libertà sono stati colpiti dalle tempeste della persecuzione e travolti dai venti della brutalità poliziesca.

Siete i reduci della sofferenza creativa.

Continuate il vostro lavoro, nella fede che la sofferenza immeritata ha per frutto la redenzione.

Tornate nel Mississippi, tornate nell’Alabama, tornate nella Carolina del Sud, tornate in Georgia, tornate in Louisiana, tornate alle baraccopoli e ai ghetti delle nostre città del Nord, sapendo che in qualche modo questa situazione può cambiare e cambierà. Non indugiamo nella valle della disperazione.

Oggi, amici miei, vi dico: anche se dobbiamo affrontare le difficoltà di oggi e di domani, io continuo ad avere un sogno.

E’ un sogno che ha radici profonde nel sogno americano.

Ho un sogno, che un giorno questa nazione sorgerà e vivrà il significato vero del suo credo: noi riteniamo queste verità evidenti di per sé, che tutti gli uomini sono creati uguali.

Ho un sogno, che un giorno sulle rosse montagne della Georgia i figli degli ex schiavi e i figli degli ex padroni di schiavi potranno sedersi insieme alla tavola della fraternità.

Ho un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, dove si patisce il caldo afoso dell’ingiustizia, il caldo afoso dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e di giustizia.

Ho un sogno, che i miei quattro bambini un giorno vivranno in una nazione in cui non saranno giudicati per il colore della pelle, ma per l’essenza della loro personalità.

Oggi ho un sogno.

Ho un sogno, che un giorno, laggiù nell’Alabama, dove i razzisti sono più che mai accaniti, dove il governatore non parla d’altro che di potere di compromesso interlocutorio e di nullification delle leggi federali, un giorno, proprio là nell’Alabama, i bambini neri e le bambine nere potranno prendere per mano bambini bianchi e bambine bianche, come fratelli e sorelle.

Oggi ho un sogno.

Ho un sogno, che un giorno ogni valle sarà innalzata, ogni monte e ogni collina saranno abbassati, i luoghi scoscesi diventeranno piani, e i luoghi tortuosi diventeranno diritti, e la gloria del Signore sarà rivelata, e tutte le creature la vedranno insieme.

Questa é la nostra speranza.

Questa é la fede che porterò con me tornan­do nel Sud.

Con questa fede potremo cavare dalla montagna della disperazione una pietra di speranza.

Con questa fede potremo trasformare le stridenti discordanze della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fraternità.

Con questa fede potremo lavorare insieme, pregare insieme, lottare insieme, andare in prigione insieme, schierarci insieme per la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi.

Quel giorno verrà, quel giorno verrà quando tutti i figli di Dio potranno cantare con un significato nuovo: “Patria mia, é di te, dolce terra di libertà, é di te che io canto.

Terra dove sono morti i miei padri, terra dell’orgoglio dei Pellegrini, da ogni vetta riecheggi libertà”.

E se l’America vuol essere una grande nazione, bisogna che questo diventi vero.

E dunque, che la libertà riecheggi dalle straordinarie colline del New Hampshire.

Che la libertà riecheggi dalle possenti montagne di New York.

Che la libertà riecheggi dagli elevati Allegheny della Pennsylvania.

Che la libertà riecheggi dalle innevate Montagne Rocciose del Colorado.

Che la libertà riecheggi dai pendii sinuosi della California.

Ma non soltanto.

Che la libertà riecheggi dalla Stone Mountain della Georgia.

Che la libertà riecheggi dalla Lookout Mountain del Tennessee.

Che la libertà riecheggi da ogni collina e da ogni formicaio del Mississippi, da ogni vetta, che riecheggi la libertà.

E quando questo avverrà, quando faremo riecheggiare la libertà, quando la lasceremo riecheggiare da ogni villaggio e da ogni paese, da ogni stato e da ogni città, saremo riusciti ad avvicinare quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, protestanti e cattolici, potranno prendersi per mano e cantare le parole dell’antico inno: “Liberi finalmente, liberi finalmente.

Grazie a Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente”.

 

Barack Obama e Martin Luther King.

Barack Obama e Martin Luther King.
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GIUSEPPE DI SALVO: RIFLESSIONI DI ANGELO PEZZANA SULLA POLITICA ESTERA DI OBAMA

NOI AMIAMO OBAMA PER QUANTO RIGUARDA I DIRITTI CIVILI CHE HA CONTRIBUITO A REALIZZARE NEGLI USA: E CI RIFERIAMO SOPRATTUTTO AI DIRITTI DEI GAY. MA QUI RIPORTIAMO DELLE RIFLESSIONI DI ANGELO PEZZANA, TRATTE DAL SITO “INFORMAZIONE CORRETTA”, SULLA  POLITICA ESTERA DEL PRESIDENTE. BUONA LETTURA.

 

Gli errori dell’America

Lettera a Barack Obama

La domanda che tutti gli opinionisti in Europa si fanno oggi è come il Presidente degli Stati Uniti d’America abbia potuto non imbroccarne nessuna in politica estera. La domanda che invece ci poniamo noi è come la maggior parte degli opinionisti abbiano potuto – come è tragicamente avvenuto – non essersi accorti subito degli errori che Obama stava commettendo, uno dopo l’altro, e i risultati si vedevano subito, non occorreva essere strateghi per accorgersene.Finora non ne ha preso atto, non ha detto agli americani ‘scusate, ho sbagliato tutto, ma adesso ho capito’. Vediamo se di fronte alle critiche che gli stanno piovendo addosso ne prenderà atto. Difficile però dire se ci farà partecipi della sua nuova strategia, sempre che ne abbia una.  Rivediamo la lista delle occasioni mancate, soprattutto nel Medio Oriente:

1) Egitto: ignoranza assoluta della storia del paese, dal suo primo discorso al Cairo, all’appoggio dei Fratelli Musulmani, fino all’insistenza con la quale ha chiesto che rientrassero a far parte del governo dopo l’allontanamento di Morsi

2) Arabia Saudita: si è schierato con i suoi nemici, malgrado sia l’alleato musulmano finora più fedele

3) Iran: offerte continue di dialogo, nella speranza di ottenere un rapporto diverso, ignorando la realtà dittatoriale del paese

4) Turchia: dichiarazioni di amicizia con Erdogan, al punto da far chiedere da Kerry le scuse di Netanyahu per la vicenda della Mavi Marmara, scuse rilasciate obtorto collo, che avrebbero riaperto i rapporti fra Israele e Turchia. E’ avvenuto il contrario, Erdogan ha accusato Israele di essere dietro alla guerra civile siriana, con un linguaggio pieno di anti-semitismo che persino Obama non potuto fare altro che condannare.

5) Siria: dopo due anni e più di 100.000 morti, la Casa Bianca non ha mai espresso una valutazione credibile, lasciando che la Russia, alleata di Assad, continuasse ad armarlo senza mai intervenire sull’argomento

6) Libano: con Hezbollah al potere effettivo, ogni giorno si registrano stragi di civili, nella sostanziale assenza politica americana

7) Veniamo a Israele: mentre tutto il Medio Oriente è sconvolto da guerre civili, rivoluzioni, terrorismo, lo Stato ebraico è – come abbiamo scritto più volte in questi giorni – un’oasi di pace, anche se per ora relativa. Che fa allora Obama ? Preme, attraverso Kerry, affinchè Israele – al prezzo della propria sicurezza – si liberi di Giudea e Samaria per destinarli a diventare lo Stato palestinese, come se questo potesse portare la pace, mentre invece è vero il contrario. Attualmente, senza il controllo militare di Israele, Giudea e Samaria farebbero la fine di Gaza, mettendo in pericolo non solo Israele ma tutto il mondo. Una prova ? l’attacco contro l’esercito israeliano dell’altro giorno, avvenuto alle 5,30 della mattina, mentre IDF entrava nel villaggio palestinese di Kalandiyah per arrestare un terrorista. Ad accoglierlo c’erano circa 500 giovani sui tetti delle case-  data l’ora era evidentemente tutto pre-organizzato – che hanno messo in pericolo la vita stessa dei soldati israeliani, come si vede nel video che IC ha in home page. E quelli sarebbero i territori giudicati pronti per un vicinato pacifico ? Obama sembra essersi specializzato nel dare consigli mortali agli stati amici. Se continua, è la fine dell’impero americano così come l’abbiamo conosciuto, una grande democrazia, alla quale dobbiamo anche noi italiani la nostra libertà dalla dittatura.

Angelo Pezzana

P.S.: Ecco alcune dichiarazioni del Primo Ministro Benjamin Netanyahu e del Ministro della Difesa Moshe Ya’alon, che chiariscono la posizione di Israele nei confronti della crisi siriana:

Bibi Netanyahu:-Lo Stato di Israele è pronto per affrontare qualsiasi scenario-La guerra civile siriana non è affare nostro, ma, se attaccati, risponderemo con forza-Le probabilità che Assad attacchi Israele sono considerate ‘basse o molto basse’-Assad sa che se attaccasse Israele sarebbe la fine del suo regime-Israele sostiene in ogni caso una azione militare internazionale, perché sarà un chiaro messaggio all’Iran in merito alla sua produzione di armi di distruzione di massa-E’ importante che la comunità internazionale si renda conto dell’importanza di una azione comune.

Moshe Ya’alon:-Da Teheran si estende un asse del male, passa da Damasco e raggiunge Beirut-Il mondo democratico deve capire oggi quali crimini contro l’umanità questo asse del male può provocare-Siamo coscienti delle minacce che vengono lanciate contro Israele,anche se non siamo coinvolti in nessun conflitto che insanguina il Medio Oriente. Chi pensa di poterci attaccare, troverà la risposta nella forza di Tzahal.

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Tolta l’inghilterra e la Francia ci si chiede: perchè temporeggia l’Italia e l’Europa per quanto riguarda la Siria?

G.D.

Angelo Pezzana

Angelo Pezzana
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GIUSEPPE DI SALVO: IN MEMORIA DI SALVATORE RIZZUTO ADELFIO CHE TANTO AMO’ LA NON CASTITA’ DI EMMANUEL MILINGO!

GIUSEPPE DI SALVO: IN MEMORIA DI SALVATORE A. CHE TANTO AMO’ LA NON CASTITA’ DI EMMANUEL MILINGO!

Partecipare ad una riunione all’aperto a Palermo nel lontano autunno del 1976 non significa avere partecipato alla nascita del FUORI! palermitano. Salvatore A. ha fatto parlare di sé (chi non vuole che si parli di sé per giuste cause?), ma certo per ben altri motivi: le iniziative legate, per esempio, alla libreria “AltroQuando” da lui con onore gestita (io ci andavo di tanto in tanto come “ignoto” cliente per comprare qualche libro con connotazioni gay ormai fuori mercato…) a Palermo. Mentre papa Ratzinger sfilava a Palermo nel 2010, chi non avrebbe fatto propaganda per l’esplicita non castità di mons. Emmanuel Milingo? Al FUORI! di Palermo si vide pochissime volte. Ne fu perenne critico. E non si vide mai, dico mai, alle nostre manifestazioni all’aperto nel corso delle eclatanti lotte di quegli anni nella città di Palermo contro le varie realtà antigay. Aveva allora la coscienza del gay che non riusciva a portare, però, FUORI! tutto se stesso. Oggi va onorata la sua coraggiosa lotta contro il triste evento che gli ha tolto prematuramente la vita: non possiamo che inchinarci  al rispetto e alla compassione. Non sappiamo bussare alla porta sempre aperta della retorica, ma la sua vita spezzata ci arreca tristezza. Ogni vita reca sostegno a diverse persone: la salutiamo col dovuto rispetto per chi bene la conserva nella memoria. A suo modo. Nel tempo e anche FUORI! dal tempo.

Giuseppe Di Salvo

Salvatore A.: così voleva si chiamasse nel 1976.

Salvatore A.: così voleva si chiamasse nel 1976.
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ANGELINO ALFANO ED EMMA BONINO COLLEZIONISTI DI MEGAFLOP DA GOVERNO DI BASSISSIME INTESE

ANGELINO ALFANO ED EMMA BONINO COLLEZIONISTI DI MEGAFLOP DA GOVERNO DI  BASSISSIME INTESE

Scrive Giancarlo Perna su “Il Giornale” di lunedì 26 agosto 2013 a proposito della vicenda kazaka gestita da Emma Bonino:

“Neppure è uscita bene dalla rocambolesca faccenda del rimpatrio violento della kazaka Alma Shalabayeva e bimba, nonostante fossero in gioco i diritti umani  che sono il forte della Bonino. Ammettiamo che il 31 maggio (giorno del fattaccio), come ha detto il presidente Letta, il governo fosse all’oscuro di tutto. E’ un fatto, però, che ventiquattro ore dopo i ministri erano informati. Noi invece abbiamo dovuto aspettare metà luglio. Ci sarebbe già da chiedersi le ragioni di tanto ritardo ma ciò che colpisce è che, dopo il lungo silenzio, è partita un’ammuina in cui Bonino si è distinta più di chiunque.

Il ministro si è mosso su due piani. Il primo è stato accertare le condizioni di Shalabayeva e figlia ad Astana (capitale kazaka).  Si è tenuta freneticamente in contatto con la nostra ambasciata, dando l’impressione di metterci l’anima. Il tutto con furia, come se i fatti fossero appena accaduti e non vecchi di cinquanta giorni. A questo punto, le autorità locali hanno dichiarato che le due potevano tornare a Roma, purché l’Italia ne garantisse la reperibilità. Era il trionfo di Emma che raggiungeva lo scopo di tutelare i diritti umani e attenuare la figuraccia dell’espulsione. E lei che ti fa? Ignora la proposta kazaka e molla le due ad Astana, poiché in Italia la vicenda si era ormai sgonfiata. L’altra pensata boniniana  -dare addosso all’ambasciatore kazako, reo di avere imbambolato le autorità italiane per intrappolare Shalabayeva- prese presto la stessa piega. Prima denunciò le ingerenze e prevaricazioni del diplomatico, facendo intendere che poteva espellerlo. Poi, lo convocò d’urgenza. Ma poiché erano passati cinquanta giorni dalla faccenda, l’urgenza suonava ridicola. Per di più, essendo l’ambasciatore partito per le ferie in Kazakistan, la convocazione precipitò comicamente nel vuoto. Così, la vicenda finì nel dimenticatoio e l’imperizia di Emma tra le cose da ricordare.”

Fin qui le riflessioni di Giancarlo Perna che si possono condividere o no. Comunque ci si chiede:- Come mai il giornalista Perna ignora il comportamento e la colpevole imperizia politica del Ministro dell’Interno Angelino Alfano nella stessa vicenda, ministro che non si accorge dei balletti politici kazaki nel territorio italiano? Che sicurezza offre agli Italiani questo Ministero dell’Interno? Altro che imperizia! Forse Angelino Alfano ha tenuto un comportamento politico esemplare o si doveva semplicemente dimettere? E perché non l’ha fatto? Già… non sapeva nulla. Ecco allora chi è Perna? Un onorevole giornalista di parte partitocratica che naviga a destra. Tace sulle responsabilità politiche del vicepremier Alfano e tende a colpire la ministra Emma Bonino (anch’ella onorevole partitocrate al Governo delle Larghe Intese per rinviare ogni decisione politica sugli Italiani e non) non politicamente “appestata” (come dicono i radicali di Pannella) e, quindi, sedicente gaudente del presunto piacere dell’onestà di pirandelliana memoria. Vuole capire Giancarlo Perna che a noi Italiani non servono le maschere ipocrite e il conseguente gioco delle parti?

Giuseppe Di Salvo

 

Angelino Alfano e Emma Bonino

Angelino Alfano e Emma Bonino

GIUSEPPE DI SALVO: PER GIANCARLO PERNA IN POCHI MESI LA BONINO HA COLLEZIONATO FLOP E BRUTTE FIGURE!

GIUSEPPE DI SALVO: PER GIANCARLO PERNA IN POCHI MESI LA BONINO HA COLLEZIONATO FLOP E BRUTTE FIGURE!

OGGI, LUNEDI’ 26 AGOSTO 2013, GIANCARLO PERNA SU “IL GIORNALE” RITORNA A SCRIVERE CRITICAMENTE SU EMMA BONINO CON UN ARTICOLO INTITOLATO “PER LA BONINO UN FLOP TIRA L’ALTRO”. E’ UNA CRITICA CHE VIENE DALLA DESTRA PARTITOCRATICA, UNA DESTRA CHE, AL PARI DI ANGELINO ALFANO, E’ AL GOVERNO DELLE LARGHE INTESE PROPRIO COME LA BONINO. MA PER CAPIRE CHE “GUERRA” SI GENERA ALL’INTERNO DELLA PARTITOCRAZIA AL POTERE, OCCORRE LEGGERE UN ALTRO ARTICOLO DI PERNA PUBBLICATO, SEMPRE SU “IL GIORNALE”, APPENA QUATTRO MESI FA. BUONA LETTURA. PER LE RIFLESSIONI DI OGGI, VI RIMANDO AL GIORNALE DI BERLUSCONI CHE E’ NELLE EDICOLE.

 

 

 

Emma la furbacchiona: occupa poltrone da 37 anni

Macché nome nuovo: dal Parlamento alla Ue, ha collezionato incarichi e privilegi

 

Giancarlo Perna      – Lun, 15/04/2013 – 07:50

 

Mentre gli altri papabili per il Quirinale stanno acquattati, la radicale Emma Bonino si agita da matti.

Va capìta. È dal lontano 1976 – trentasette anni fa! – che per la prima volta resta senza poltrona. Tutto a causa della batosta elettorale di Amnistia e libertà, la lista sua e di Pannella, che, inchiodata a una percentuale da trigliceridi (0,3), li ha tagliati fuori.

Se ora non trova subito uno strapuntino su cui sedere, Emma rischia una crisi di astinenza. Di qui, la foga che mette per salire al Colle.

Da tempo, batte la grancassa. Ogni giorno, dozzine di sondaggi la dichiarano favorita per le sue personali virtù e il suo essere donna. Pilota una squadra di ammiratori che ne sostengono la candidatura. Sono della compagnia di giro, la stilista Anna Fendi, l’astroscienziata Margherita Hack, Renzo Arbore, Lucrezia Lante della Rovere, Franca Valeri. Hanno mandato una lettera al Corsera per «Bonino presidente», Alessandro Gassman, Sergio Castellitto, Gianmarco Tognazzi, altri così. Gira sulla Rete un video con diversi divi dello spettacolo che recitano, ammiccanti, slogan più o meno stupidotti, pro Bonino. Si va dal: «Ora al Quirinale c’è la possibilità di avere una donna, talmente straordinaria che andrebbe bene anche se fosse un uomo» di Rocco Papaleo (attore) a: «Il nuovo presidente della Repubblica? Me lo immagino durante il discorso di fine anno: senza cravatta!» di Valeria Solarino (attrice).

Al vociare si aggiunge Marco Pannella il quale, ogni volta che trova un microfono, ripete che la massa degli italiani null’altro vuole che Bonino al Quirinale. Se qualcuno ne dubita, com’è successo nella radiotrasmissione la Zanzara – dove il conduttore ha ricordato il recente 0,3 elettorale di Emma – Marco spacca a pugni lo studio, non tanto per difendere Bonino quanto per la rabbia di sentirsi rinfacciare il fiasco di cui è largamente corresponsabile.

In diversi ambienti Emma ha buona stampa. Si ricordano le battaglie laiche e quelle pacifiste. Salì alla ribalta, nei primi anni Settanta, per gli aborti che procurava con una pompa di bicicletta, raccogliendo i feti in un vaso che contenne marmellata. Era il suo modo di combattere alla luce del sole gli aborti clandestini. Sull’onda di queste performance, fu eletta alla Camera nel 1976 con la prima pattuglia radicale entrata in Parlamento (lei, Pannella, Mauro Mellini, Adele Faccio).

Per lo spirito energico e l’alone che circonda i radicali, Bonino è considerata un’idealista che combatte buone battaglie. Senza entrare nel merito di questa impressione, va però aggiunto che ha fatto notevoli giravolte per continuare a godere ininterrottamente dei privilegi propri dei politici. Dal debutto parlamentare, a 28 anni, ai suoi attuali 65, Bonino – come il più logoro personaggio della casta – ha vissuto di poltrone e prebende. Quando Casini e Fini entrarono a Montecitorio (1983), lei era lì da sette anni; all’arrivo di D’Alema e Veltroni (1987), era già veterana da undici. Emma ha fatto, tra Camera e Senato, sette legislature, toccando il massimo pensionistico. Vanno aggiunte le quattro stagioni al Parlamento di Strasburgo, quattro anni come commissario Ue e due da ministro di Prodi (2006-2008). La sua vita politica, come quella di Pannella, è distinta in tre periodi. Durante la prima Repubblica erano autonomi. Poi, con il bipolarismo, si sono schierati prima con il Cav, poi con la sinistra.

Nel 1994, Emma fu rieletta alla Camera sotto le insegne di Forza Italia e della Lega Nord. Il Berlusca la volle poi commissario Ue agli Aiuti umanitari. Finita l’esperienza, la ricandidò come parlamentare Ue. Dopo dieci anni abbondanti di centrodestra, Bonino e Pannella passarono a sinistra continuando a prosperare con i nuovi amici. Solo nelle elezioni di febbraio si sono messi in proprio, deragliando. Da commissario europeo (1995-1999), Bonino fu travolta dallo scandalo della collega Edith Cresson che aveva elevato il proprio dentista a un alto incarico. Si scoprì che non era il solo abuso e che gli imbucati erano ovunque. Anche da Emma che amministrava il denaro per Paesi infelici come Bosnia e Ruanda. La commissione Santer, unica nella storia Ue, dovette dimettersi in anticipo. Emma rientrò in Italia e, orfana di poltrone, avviò all’istante una campagna per conquistare il trono del Quirinale basandola, da vera impunita, sui suoi meriti Ue. Prevalse però Ciampi. Era il maggio 1999. In giugno, con perfetto tempismo e i voti del centrodestra, tornò all’Ue come deputato.

Per i lunghi soggiorni esteri, le si accredita una visione globale. In verità, il suo mentore in materia è George Soros, noto speculatore internazionale (suo l’attacco alla lira del 1992), filantropo a tempo perso. George è iscritto al Pr ed Emma si abbevera ai suoi scritti mondialisti. La fama boninana di esperta internazionale poggia su tali letture. In questi ambiti scivolosi, Bonino ha trascinato anche Pannella, con cui – più in generale – ha rapporti nevrastenici. Passano giorni a ingiuriarsi, per poi ritrovare l’armonia in nome della ditta radicale di cui sono i padroni. Emma ha una tecnica sperimentata quando nel Pr i dibattiti prendono una piega sgradita. Seduta al tavolo di discussione, raccoglie non vista la borsetta che ha ai piedi della sedia, se la stringe sottobraccio pronta a uscire di scena e finge un malore. Quando gli altri gridano allarmati: «Emma che hai?», si accascia da fare pena e si fa portare a casa, centrando l’obiettivo.

Nel 2006, Bonino passò al centrosinistra. Mesi prima, aveva detto di Prodi: «Ha il cervello piatto». Ma, cambiata casacca, gli si mise attorno e diventò ministro delle Politiche europee nel suo governo, con Di Pietro, un manettaro che ai radicali dovrebbe fare orrore, e con marxisti incalliti, tipo Paolino Ferrero, che a liberali come Pannella e soci dovrebbero dare l’orticaria. Emma invece si adattò perfettamente alla sinistra. Ogni tanto si concedeva un’impennata radicale, ma sotto sotto faceva capire ai nuovi sodali che si potevano fidare. Per fornirne la prova, nella scorsa legislatura, Emma e i radicali hanno addirittura autorizzato l’arresto preventivo di diversi parlamentari, calpestando la loro storia libertaria. Il caso peggiore fu quello di Alfonso Papa del Pdl, dato in pasto al solito Woodcock, con la scusa – spiegò Emma per tutti – che non c’era fumus persecutionis. Così, tradendo se stessi, mostrarono pure di essere ciechi. Oltre al fumo c’era infatti anche l’arrosto, come stabilì poi la Cassazione che dichiarò illegittimo l’arresto per «insussistenza dei presupposti».

Se vogliamo una donna al Quirinale perché cominciare da questa furbacchiona?

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A chiusura dell’articolo di oggi su “Il Giornale”, invece, Giancarlo Perna nota: “Per quali meriti, dunque, Bonino guida gli Esteri?”. Ma si è chiesto Perna, allo stesso modo, per quali motivi Alfano guida il suo Ministero dell’Interno?  Esteri o Interni, a mio avviso, pari sono nei flop. E’ tutto il Governo delle Larghe Intese un vero ed eclatante flop! Con lo sciame insopportabile delle vicende giudiziare legate a Berlusconi che non riesce ad esternare l’onorevole capacità politica di mettersi da parte. Per il bene dell’Italia e degli Italiani che non amano questa politicamente “appestata” partitocrazia. Ma perchè non fate un girotondo terapeutico intorno al Mondo?

Giusesppe Di Salvo

 

Emma Bonino

Emma Bonino

GIUSEPPE DI SALVO: IN MEMORIA DEL PITTORE ADOLFO GAUDIOSO UN “SORRISO CHE SI ESTENDE”

GIUSEPPE DI SALVO: IN MEMORIA DEL PITTORE ADOLFO GAUDIOSO UN “SORRISO CHE SI ESTENDE”

IN MEMORIA DEL PITTORE ADOLFO GAUDIOSO UN “SORRISO CHE SI ESTENDE”

Il 12 luglio 2013 se n’è andato all’età di 72 anni il pittore Adolfo Gaudioso. Pochi si ricordano della sua arte pittorica, eppure Adolfo Gaudioso negli anni Settanta allestì diverse mostre personali e collettive sia a Bagheria sia in altre città siciliane e non: Palermo, Alcamo, Corleone, Marineo, Termini Imerese, Casteldaccia…, vincendo numerosi premi fra cui il Primo Premio Regionale Palazzo Cutò “Il Sacro nell’Arte 1977 Bagheria”.

Il pittore nacque a Piazza Armerina (Enna) il 15 marzo del 1941. Rimase orfano a 10 anni. Lasciò la scuola ed emigrò giovanissimo a Torino. Si dedicò al mestiere di indoratore, coltivando anche l’innata passione per la pittura. Si sposò con Elvira Trapani, donna Bagherese e qui visse per decenni. Sui suoi quadri si sono espressi i poeti Ignazio Buttitta, Castrense Civello, Giacomo Giardina; e critici come Raffaele De Grada, Giacomo Baragli, G. Lo Manto, Francesco Carbone e altri. Adolfo Gaudioso rappresentò paesaggi, nature morte, scene di vita animate da personaggi striati da un’intrinseca connotazione di espressione religiosa assai popolana.

Scriveva Vincenzo Gennaro: “Vi sono aspetti nella sua pittura che a volte fanno pensare ad un espressionismo all’inglese, ma  che più semplicemente affondano le loro radici in tutto lo spessore della vena neorealistica”.

Il poeta futurista Castrense Civello nel 1979 lo definì “pittore d’istinto che guarda alla vita con pienezza lirica di sentimenti, con partecipazione espressiva totale”.  E inoltre aggiungeva: “Adolfo Gaudioso crede nella possibilità di raccontare nella pittura e di comunicare il segreto di Giotto, leggendo nel grande, meraviglioso libro della natura”.

Ed ecco ora alcuni versi del poeta Giacomo Giardina sulla pittura di Gaudioso, versi datati novembre 1978:

 

Il sorriso s’estende

 

prende e inquadra il paesaggio

 

del nostro pittore fantasioso Gaudioso:

 

risalta come confettura decorata…

 

che in realtà trasfigurata è

 

viva campagna siciliana in prospettiva!

 

(…)

 

Alberi, casette, ruscelli, colline, marine:

 

qui la montagna di Ciminna,

 

là Capo Zafferano… in fondo il Convento!

 

I colori dolci e forti del cielo

 

liricamente si fondono

 

al mondo terreno con l’arancione

 

il giallo il verde il rosso:

 

un mondo sano sì che contesta i deturpatori

 

che sfregiano in permanenza

 

vita e sapienza ecologica dei nostri avi!

 

Con questi versi del poeta Giacomo Giardina noi inarchiamo un abbraccio all’Arte  e all’Artista che pure s’espande alla moglie Elvira e ai figli Rino, Marinella, Giuseppe e a tutti i famigliari e amici più intimi. L’estate se ne va e, con essa, come avviene da sempre anche nelle altre stagioni, ci lasciano  ricordi e affetti. E si continua a vivere grazie alla memoria che rinnova la vita e dà il giusto restauro alle nostre espressioni artistiche.

 

 

 

Bagheria, 24 agosto 2013

 

Giuseppe Di Salvo

 

Adolfo Gaudioso: "La ragazza e la droga" (particolare), maggio 1981.

Adolfo Gaudioso: “La ragazza e la droga” (particolare), maggio 1981.

 

Da sinistra: il pittore Giovanni Castiglia, Adolfo Gaudioso (al centro) e il poeta Giacomo Giardina ad Alcamo Marina nel 1973.

Da sinistra: il pittore Giovanni Castiglia, Adolfo Gaudioso (al centro) e il poeta Giacomo Giardina ad Alcamo Marina nel 1973.
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