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Archivio Febbraio 2014

GIUSEPPE DI SALVO: RENZI, IL GIRO DELLE SCUOLE, I CONTRATTI BLOCCATI E LA CARTA IGIENICA.

GIUSEPPE DI SALVO: RENZI, IL GIRO DELLE SCUOLE, I CONTRATTI BLOCCATI E LA CARTA IGIENICA.

Matteo Renzi sta cominciando a girare le scuole? Invece di girare perchè non si impegna a rinnovare il contratto a tutto il personale della Scuola? in questi quattro anni i loro stipendi congelati hanno perso notevolmente potere d’acquisto; le condizioni economiche degli insegnanti sono davvero pietose! Perchè non ripristina gli scatti di anzianità bloccati dai suoi amici partitocrati: può esistere una professione insegnante decente se non viene valorizzata come si deve dal punto di vista economico? Su, Renzi, occorre sbalordire gli stessi sindacati che hanno condiviso le attività tendenti ad allargare l’offerta formativa, attività che non si possono realizzare per la decurtazione dei fondi. E’ da qui che bisogna partire se vogliamo che la Scuola dia il giusto slancio alla rinascita dell’Italia. Basta coi tagli a danno della professione docente. E, ancora: si vogliono creare nuovi posti di lavoro? Allora bisogna mettere le mani in quella assurda legge che non permette agli insegnanti ultrasessantenni di andare in pensione. Dimenticavo: Renzi gira le scuole… Ci vada fornito di materiale di facile consumo e di carta… igienica.

Giuseppe Di Salvo

Categorie:politica, Primo piano, SCUOLA Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: RENATO PALUMBO ECCELLE AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO CON LA SUA DIREZIONE DI OTELLO: TEMPESTA (OMO)EROTICA DI TRE MILITARI CHE NON CONOSCONO IL SERENO!

RENATO PALUMBO ECCELLE AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO CON LA SUA DIREZIONE DI OTELLO: TEMPESTA (OMO)EROTICA DI TRE MILITARI CHE NON CONOSCONO IL SERENO!

Al Teatro Massimo di Palermo, l’Otello di Giuseppe Verdi non veniva rappresentato dal 9 dicembre1999, cioè da 14 anni, 2 mesi e 12 giorni rispetto alla rappresentazione del 21 febbraio 2014. E, dacché il Teatro è aperto, in media, questa penultima opera di Verdi si rappresenta ogni sette anni circa. Dell’Otello del 1999 cosa ricordiamo? Certamente la bella presenza scenica del tenore argentino josé Cura, ma non il suo spessore vocale: voce dal bel timbro brunito, ma priva di volume drammatico e di luminosità negli acuti; e una Desdemona affidata a una Katia Ricciarelli ormai vocalmente in declino che comunqueci regalò un dignitoso canto espresso quasi in sordina. E poco altro.

E di questo Otello? Al di là degli aspetti oscuri e insieme “vulcanici” della regia di Henning Brockhaus, ci è piaciuto soprattutto l’intero Atto Primo: l’uragano orchestrale iniziale, emotivamente, ci coinvolge sempre e il direttore d’orchestra, Renato Palumbo (che ha ben curato ogni sfumatura espressiva presente nella partitura) ha saputo  -con intelligenza-  progressivamente ispessire i suoni orchestrali, portandoci col pensiero al linguaggio tempestoso presente nel “Dies Irae” del Requiem.

Nota Riccardo Muti nel suo libro VERDI, L’ITALIANO :  Otello “è l’opera nella quale Verdi, che era un grande esperto nel riuscire a evocare le situazioni, scrive la più maestosa tempesta che sia mai stata composta in musica, più potente persino di quella dell’ouverture dell’ Olandese volante di Wagner, in cui il compositore tedesco con le sue note riesce a rendere le onde e i gorghi con cui la nave si alza e poi si inabissa. L’Otello si apre davvero con la forza impetuosa della natura. Verdi teneva moltissimo a questi elementi, soprattutto agli elementi del mare. E’ importante però capire che qui Verdi descrive non solo un fenomeno naturale, ma anche, e soprattutto, una tempesta dell’animo; per farlo si serve di ogni strumento a sua disposizione, incluso l’organo, come un pittore che adoperi l’intera tavolozza”. (Op. cit. pag. 157, ed. Rizzoli).

Come dargli torto? Noi, dal punto di vista emotivo, veniamo catturati dall’intervento del Coro  -sempre in piena tempesta-  quando esso supplicando intona: “Dio, fulgor della bufera!”; è una preghiera collettiva che, nel corso di quei vortici tempestosi, seduce l’ascoltatore: un vero e proprio gioiello corale musicalmente cesellato con perfezione. E, insieme all’Orchestra, il Coro diretto da Piero Monti ci ha regalato i momenti sonori più intensi e ben curati della serata.

L’ “Esultate!” del tenore Gustavo Porta sembrava ovattato, privo di forza e mancava di squillo: la prima doccia fredda al nostro ascolto all’interno di un contrasto orchestrale e corale striato dall’impeto di sonorità davvero vulcaniche.  Eppure, nel corso della Scena Terza del Primo Atto  (duetto d’amore fra Otello e Desdemona), Gustavo Porta, vocalmente, riesce a dare il meglio di sé con le sue sfumature liriche; e ciò grazie all’incedere dei quattro violoncelli che permettono al tenore di non forzare le emissioni e di esprimere il suo delicato canto “di grazia”;  questo duetto è un elegiaco notturno; alla riuscita del quale ha, in primo luogo, contribuito la bella voce del soprano Julianna Di Giacomo, una Desdemona molto convincente nei momenti lirici, non priva di forza espressiva in quelli drammatici, dignitosa nei suoi declamati, ma molto lineare in tutta la Scena Terza del Quarto Atto (“Mia madre aveva una povera ancella”): qui la sua vocalità è essenziale, non sfodera capacità belcantistiche di particolare rilievo.

Dignitoso, ma non sempre adeguato, lo Jago del baritono Giovanni Meoni: ha un bel timbro e un fraseggio con sfumature che ammaliano, ma non c’è spessore vocale e, alla fine, il suo nobile “Credo” viene coperto dalla veemenza orchestrale. La stessa forza espressiva non si è colta (e ci riferiamo ai due protagonisti maschilli) nella celeberrima cabaletta  “Sì, per il ciel marmoreo”: essa, nelle note finali che accompagnano il “Dio vendicator”, ha bisogno di voci più potenti e tonitruanti.

Il Cassio di Giuseppe Varano sarebbe stato bene non denudarlo, era più attraente in costume: rievocava certamente quella bellezza femminea di cui si parla sia nel testo di Shakespeare sia nel libretto di Boito. Ma vocalmente questo tenore, più comprimario di tutti gli altri comprimari, non c’era: sembrava cantasse con della bambagia in bocca che non gli permetteva di espandere nello spazio il suono. E gli altri? Voci non belle. Anzi! Rancida la voce del Lodovico di Manrico Signorini, molto esile quella del Montano di Maurizio Lo Piccolo, modeste le emissioni di Emilia di Anna Malavasi, priva di rilievo quelle di Pietro Picone. Ma erano là. Mah! Ci è parso più apprezzabile, invece, il silenzioso canto dei mimi che, coi gesti, esternavano gli aspetti misogini racchiusi nella psiche dei protagonisti maschili.

DELLA MISOGINIA DEI TRE PROTAGONISTI MASCHILI, DELL’ OMOEROTISMO CONSCIO E NON RIVELATO E DEL FAZZOLETTO UTILE AGLI UMIDI, INTIMI E NON SVELATI UMORI

 

Sappiamo Che Cassio suole infilarsi nel letto di Jago (altrimenti questi sarebbe mai stato credibile al cospetto di Otello quando gli racconta la scena del sogno?); sappiamo pure che Jago ci racconta del come Otello si sarebbe infilato nel suo letto per sedurgli la moglie Emilia; e conosciamo anche la tensione emotiva che c’è fra Otello e Jago e Cassio: tutto ciò non denota una sequenza di pulsioni omoerotiche certamente vissute fra i tre amici, non rivelate e, quindi, represse? E perché mai Verdi e Boito, a differenza di William Shakespeare, lasciano Emilia, dopo le sue rivelazioni, in vita? Emilia, nell’Otello dello scrittore inglese, viene ammazzata da Jago e lei, morente, vuole essere messa accanto a Desdemona: Verdi ha voluto celare questi alti sentimenti di sororità fra donne perché cozzavano con la misoginia dei tre protagonisti maschi; infatti, nella schietta amicizia non c’è mai infelice omoerotismo soffocato o represso.

Otello, Cassio e Jago hanno un forte legame emotivo e la loro follia misogina nasce dall’infelicità di non poter narrare, come Desdemona, anche gli aspetti più metafisici dell’amore romantico che sa tendere anche alla rinuncia pur di affermarsi e trionfare; l’amore erotico (anzi omoerotico) dei tre amici non si poteva narrare e neanche palesare; eppure, i tre si amano, si plagiano, vanno a letto insieme… Sono emotivamente instabili e…  delirano! Altro che gelosia! E’ femminicidio di tre militari amanti del tutto frustrati. E per giunta uno è nero (Otello), un altro bello e dai lineamenti femminei (Cassio) e,  infine, Jago finisce per incarnare il ruolo del “villain” cattivo come rivalsa contro gli stessi amici e contro una società che i suoi sentimenti reprime. Ecco perché finisce per credere “in un Dio crudel che l’ha creato simile a sé” e “crede l’uomo gioco d’iniqua sorte/ dal germe della culla/ al verme dell’avel”.

La prova? Riportiamo come in Verdi viene descritta la scena del sogno. Così Jago la racconta ad Otello: “Era la notte. Cassio dormia, gli stavo accanto./ Con interrotte voci tradia l’intimo incanto./ Le labbra lente, lente, movea, nell’abbandono/ del sogno ardente; e allor dicea, con flebil suono:/ Desdemona soave! Il nostro amor s’asconda./ Cauti vegliamo! L’estasi del cielo tutto m’innonda./ Seguia più vago l’incubo blando; con molle angoscia,/ l’interna imago quasi baciando, ei disse poscia:/ il rio destino impreco che al Moro ti donò./ E allora il sogno in cieco letargo si mutò”.

   Nell’opera di Giuseppe Verdi ciò che è chiaro nell’Otello di Shakespeare viene reso implicito. E allora non ci resta che citare lo stesso sogno descritto da Jago nell’ Atto Terzo, Scena Terza,  del geniale scrittore inglese nella traduzione di Salvatore Quasimodo (augurandoci che la sua traduzione dall’inglese non abbia rovinato Shakespeare come il poeta siciliano ha fatto con le sue brutte versioni dei lirici greci):

“Qualche sera fa ho dormito con Cassio, ma un terribile mal di denti mi impediva di prendere sonno. Certuni hanno l’anima proprio sulle labbra e nel sonno balbettano i loro affari. E Cassio è uno di questi. Nel sonno lo sentivo dire: -Dolce Desdemona, bisogna essere prudenti, nascondere il nostro amore.

   Poi mi afferrava una mano e stringendola gridava: -Soave creatura!

E mi baciava con violenza, come se avesse dovuto strappare i baci con tutte le radici dalle mie labbra. Poi mi premeva una gamba sulla coscia, e sospirando mi baciava ancora e gridava: -Maledetto destino che ti ha dato al Moro!”.

   Era, questo, un sogno, un segno creato dal geniale scrittore inglese o forse no? E Jago, ricordiamolo, non è che un abile critico!

Già nel primo grado, la gelosia  -a noi descritta da Freud come normale e competitiva-  è in alcune persone una esperienza emotiva bisessuale: ciò vuol dire che oltre al dolore per la donna amata e all’odio per il maschio rivale (Cassio), concorre anche l’afflizione per l’uomo amato (amore mai inconscio -noi non ci crediamo-  ma certamente “conscio” che, però, non si rivela!) e l’odio per la donna sentita come rivale e da maltrattare: tanto molte donne la Sindrome di Stoccolma l’hanno bene interiorizzata! E se la “godono” pure.

Inoltre, Freud ci ricorda che la gelosia delirante “corrisponde a una omosessualità che ha seguito il suo corso e prende giustamente posto tra le forme classiche di paranoia. Come tentativo di difesa contro un impulso omosessuale troppo forte, essa potrebbe essere, nel caso dell’uomo, così descritta: non sono io che lo amo, è lei che lo ama”.

Ora, si possono condividere o no queste riflessioni di Freud (noi invitiamo semplicemente a meditarci sopra: in base al vissuto di chi legge, visto che tutto è relativo), ma una cosa è certa: i legami omo-affettivi fra Otello, Cassio e Jago sono molto forti e segnati dal tempo di convivenza comune -che richiamo all’omosessualità di circostanza e ipervirile!-  (e va ricordato che nella tragedia che si rappresenta non c’è tempo cronologico, ma solo tempo psicologico!) e le implicazioni omoerotiche restano tutte sotto traccia (cioè in qualche modo criptate e affidate al “senso” da dare all’interno del testo); lo  stesso coinvolgimento emotivo di Otello per Desdemona è solo amore per l’ammirazione e la devozione innocente che ella gli tributa in modo sempre coerente e con perfetta fede cristiana; ma l’amore per il potere e per l’avventura guerriera spingono Otello ad amare di più  (anche in senso omofilo) i suoi ufficiali, più dello stesso amore sessuale legato al suo ufficiale letto coniugale.

Sicché “il fazzoletto” (“parola” ripetuta da Jago con suadente voce orgasmica e insinuante e da Otello, invece, in modo ossessivo) finisce per diventare il simbolo del letto e degli amplessi dove si asciugano certi nostri (anzi loro!) “intimi e umidi umori”. E’ mai possibile che nessun regista operistico riesca a rendere visibili, espliciti questi “umidi umori”? Ci girano intorno. Ai crateri dei vulcani che si aprono e chiudono si dovrebbero sostituire altre umane aperture: al maschile e al femminile. L’appagamento erotico, sono convinto!, farebbe sventolare ben  più appaganti fazzoletti! E con gaudio. Il fazzoletto non è feticcio da oscillare come bianca bandiera del male, proiezione del buio delle menti e della notte. Se Jago è il “villain” che tutto muove è perché le sue trame ben tessute fanno venire fuori le tendenze omofile soffocate e rimosse. La società repressiva e la morale educastrante, vere proiezioni del male!,  vengono impietosamente attaccate.  Avanti tutta, vindice Jago!

 

Bagheria, 23 febbraio 2014

Giuseppe Di Salvo

Libretto di sala di Otello al Teatro Massimo di Palermo.

Libretto di sala di Otello al Teatro Massimo di Palermo.

GIUSEPPE DI SALVO: SUL SETTIMANALE LA MIA RECENSIONE DEL LIBRO “PHILOMENA” DI MARTIN SIXSMITH

SUL SETTIMANALE LA MIA RECENSIONE DEL LIBRO “PHILOMENA” DI MARTIN SIXSMITH

“Il Settimanale di Bagheria”, già in tutte le migliori e affollate edicole di Bagheria, pubblica la mia recensione del libro Philomena di Martin Sixsmith, libro da cui è stato tratto il bel film di Stephen Frears. Un libro da leggere per capire meglio il film del regista inglese. Papa Francesco ha incontrato Philomena, noi da secoli abbiamo incontrato la morale alternativa -nel volto e nelle belle vite di moltissime persone- a quella della chiesa che ha prodotto tacitate shoah: chi oggi ai giovani parla dei roghi dell’Inquisizione, per fare un esempio? La mia Nuovissima Novella, striata di vitale essenza religiosa, non ha alternative! Correte, dunque, e leggete: e diffidate da ogni clericale imitazione!

Giuseppe Di Salvo

La mia recensione del libro Philomena.

La mia recensione del libro Philomena.
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GIUSEPPE DI SALVO: MATTEO RENZI, EREDE DEMOCRISTIANO DELLA PRIMA REPUBBLICA

MATTEO RENZI, EREDE DEMOCRISTIANO DELLA PRIMA REPUBBLICA

Orbene, Matteo Renzi avrà al più presto l’incarico da parte di Giorgio Napolitano per formare il nuovo governo. Enrico Letta, il Nipote, è dunque crollato. Chi se ne ricorderà, nonostante i ringraziamenti di cortesia da parte di Renzi? Il sindaco di Firenze, da mesi anche segretario del Pd, ha avuto la stragrande maggioranza di voti  -all’interno della Direzione del suo partito-  sul suo documento politico: e, così, di fatto, ha cacciato Letta.

Innanzi a questi giochi in apparenza democratici non si può fare a meno di pensare alle staffette politiche tipiche dei democristiani della Prima Repubblica e dei politici appartenenti a quei penta o esapartiti che si univano per governare: ma almeno quelli, pur cambiando, partorivano capi di governo eletti dai cittadini: erano certamente a loro immagine!

Siamo al caos. Con un presidente della Repubblica che cerca l’armonia politica  -al di là del nome da lui gradito o scelto-  con governi di Larghe Intese. Un tempo erano “compromessi storici” o “alleanze consociative” col manuale Cencelli. Ma oggi la frittata non ci sembra cambiata: è solo girata.

Diciamola tutta:  Matteo Renzi dal punto di vista politico non ci piace; è un rottamatore da rottamare a sua volta. E ce lo dice il suo modo di muoversi per fare la riforma elettorale; la sua proposta, condivisa con Berlusconi, da molti giuristi viene definita più porcata della porcata precedente. Cosa a noi non piace, per esempio? L’idea di voler fare del Senato altro. Forse il Senato negli USA fa altro rispetto alla Camera o serve da filtro per cercare di migliorare le leggi passate nella Camera bassa?  In Italia, stando alla logica di Renzi, si dovrebbero abrogare entrambe le Camere. E perché  mai? Esse servono a legiferare o a votare continui Decreti Leggi? E poi quante leggi anticostituzionali, firmate da Napolitano, hanno partorito? Il Porcellum, la Giovanardi-Fini, per  non parlare delle tante leggi salva-Berlusconi. Quanta abile demagogia e propaganda partitocratica. Non siamo ipocriti. E non facciamo a Matteo Renzi neanche i rituali auguri perché governi bene questa nostra Italia. Del resto già i deputati renziani hanno votato ogni legge che ci ha tartassati sia al governo Monti sia a Letta. Che credibilità può avere oggi?

Gli Italiani continuano ad assistere ad una Sagra delle Imposture politiche: esse servono solo a salvaguardare il potere partitocratico sfiatando fumo ed illusioni di cambiamento  negli occhi degli Italiani per accecarli. La nostra qualità di vita economica e politica verrà peggiorata. E allora? Occorre soffiare con più determinazione sul vento della democratica rivolta ed appoggiare ancor di più il Movimento Cinque Stelle che, in questa fase di decadenza e volgarità politica, rappresenta l’unica speranza di cambiamento per le sorti degli Italiani e dell’Italia.

Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: SUL SETTIMANALE LA MIA RECENSIONE DEL CONCERTO DI ALEXANDER ROMANOVSKY AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO

GIUSEPPE DI SALVO: SUL SETTIMANALE LA MIA RECENSIONE DEL CONCERTO DI ALEXANDER ROMANOVSKY AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO

 ”Il Settimanale di Bagheria”, già in tutte le edicole cittadine, pubblica la mia recensione del concerto eseguito dal pianista ucraino Alexander Romanovsky  il 1° febbraio 2014 al Teatro Massimo di Palermo. Da non perdere l’originale Musicale Novella. Alle edicole per tenere viva la memoria dei grandi! Grazie. (G.D.)

La mia recensione del concerto di Alexander Romanovsky.

La mia recensione del concerto di Alexander Romanovsky.
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GIUSEPPE DI SALVO: I NEOFASCISTI PARTITOCRATI, I DISFATTISTI E GLI ANTIEUROPEISTI CHE DICONO DI AMARE L’EUROPA.

Oramai gli esponenti della partitocrazia italiana si parlano addosso: adottano un linguaggio brutta copia del peronismo di destra, quindi neofascista; i partitocrati, distrutta e disfatta l’Italia, ora, contro gli oppositori usano il termine “disfattista” (vedi Letta): un termine che usava Mussolini per criminalizzare gli oppositori. E Giorgio Napolitano, tanto applaudito in Europa (e la Lega  -dopo tutti i porcellum,  leggi repressive a danno dei tossicodipendenti e degli immigrati comprese- invece di contestare se stessa-  sbraita contro Napolitano che quelle loro brutte leggi ha sottoscritto  -e adesso chiede inutili amnistie!-: ingrati!), dopo aver permesso a Monti, a Berlusconi, a Bersani di tartassare gli Italiani, da oggi va dicendo che le politiche di austerità devono cessare. Forse Napolitano vive con 500 euro al mese? Ecco perché Berlusconi viene mantenuto sempre in vita dagli esponenti del Pd: è a loro immagine. Una ulteriore prova? Casini è la pecorella smarrita di tutte le stagioni. Da tempo, perduto il centro di gravità imbellito a parole e nei fatti di cattolicesimo illiberale, sopravvive con pose partitocratiche minoritarie di stampo utilitaristico; perché mai? pensa sempre come salvare la sua allargata “famiglia” legata alle poltrone e al potere, incurante degli illiberali lidi politici contro le famiglie, tutte le altre famiglie d’Italia, che demagogicamente dice di difendere. Come? Appoggiando le politiche di tutti i partitocrati tartassatori benedette dal migliorista Giorgio! Innanzi a questo impietoso stupro politico attuato con odio  – sì, questo è odio!-  contro gli Italiani, è ora di dire basta e di appoggiare gli unici coraggiosi oppositori che all’interno del Parlamento fanno in modo eroico l’opposizione di cui gli Italiani, almeno per il momento, hanno opportunamente bisogno: e mi riferisco agli esponenti del Movimento 5 Stelle.  Occorre ridare dignità economica e civile a un popolo che non merita questi demagoghi ed impostori partitocrati di ogni ordine e grado. Per l’Italia. Non per la loro neofascista Italietta!

Giuseppe Di Salvo 

GIUSEPPE DI SALVO: ALEXANDER ROMANOVSKY COL SUO VIRTUOSO LIRISMO TRAGICO CONQUISTA PALERMO

DEDICO QUESTA MIA RECENSIONE AD ANNAROSA MEDRI CHE TANTO STIMA ALEXANDER ROMANOVSKY. E SO CHE DA FAENZA CON LA MENTE ELLA ERA A PALERMO.

Il trentenne pianista ucraino, Alexander Romanovsky, col suo virtuoso lirismo tragico va oltre lo stesso Sergej Rachmaninov e conquista il pubblico del Teatro Massimo di Palermo che lo applaude per circa quindici minuti con ripetute richieste di bis (addirittura c’era chi chiedeva il bis della lunga cadenza del Primo Movimento del Terzo Concerto per pianoforte e orchestra di Rach e ci dispiace solo che non ce lo abbia concesso).

Al Teatro Massimo di  Palermo sabato 1 febbraio, dunque, si è aperta la Stagione concertistica 2014 con un vero e meritato tripudio nei confronti del giovane pianista russo, Alexander Romanovsky, ormai nostro stimato “cittadino” italiano, che ha eseguito come mai avevamo visto e udito (andando oltre le stesse intenzioni esecutive del compositore russo e quasi reincarnandone lo spirito) il Concerto n. 3 per pianoforte e orchestra in re minore op. 30. di Sergej Rachmaninov. E ci sono stati ben due bis (con Chopin il suo tocco soave sulla tastiera ci portava alla mente un altro giovane pianista russo tragicamente scomparso, Yuri Egorov,  e a quanto notava Jan Brokken nel suo libro “Nella casa del pianista” a Egorov dedicato, e cioè: “Per un pianista concertista la cosa più importante non sono le note  -quelle sono scritte su carta e lui le conosce a memoria-  ma le migliaia di scelte che deve compiere nell’ambito delle possibili sfumature”).

Ecco l’impressione che ci ha trasmesso Romanovsky, rivelandosi genio e insieme  “monstrum”, ossia fuoriclasse della tastiera; quando si siede non è un automa che esegue meccanicamente con tecnica impeccabile, ma con quel frullio di note che tiene a memoria cerca sempre di creare o determinare nuovi effetti sonori: sia si tratti di ricreare qualche tocco virtuosistico sia si immerga nell’estemporanea scoperta di una delicata sfumatura lirica sia voglia esplodere in veementi toccate drammatiche o tragiche; da questa continua ricerca in azione nasce la sua umiltà che ammalia e incanta chi l’ascolta.  Questa sua genialità si coglie soprattutto dal vivo, anche se noi lo avevamo intuito ascoltando in disco i “suoi” studi e le “sue” Variazioni su un tema di Corelli sempre di Sergej Rachmaninov.

La genialità interpretativa di Romanovsky, quindi, va oltre le interpretazioni dei pianisti di scuola sovietica, è quella stessa, nel caso del Terzo Concerto di Rach eseguito a Palermo, che si poteva cogliere nella ricerca di sfumature continue attuate dal grande occidentale Van Cliburn certo molto amato in Russia.  Romanovsky è grande sia quando sulla tastiera esprime le “agilità di forza” [(pensate vocalmente al canto di agilità della Callas per avere un riferimento sul piano vocale) -e ce lo ha rivelato nella magistrale esecuzione della lunga cadenza del Primo Movimento (lunga cadenza che lo stesso Rach evitava)]- sia quando si abbandona, quasi in trance, agli aspetti più lirici ed intimistici del Secondo Movimento (Intermezzo: Adagio) con quelle folate dal tratto rapsodico sprigionate dagli archi che fendono il cuore. Del resto proprio Rachmaninov affermava: “Volevo che il pianoforte cantasse la melodia come l’avrebbe cantata un cantante”.  E, memore di questa lezione, Romanovsky cerca colori e timbri melodici che di più si avvicinano ora alla voce di Enrico Caruso  ora a voci dalle cromature inventate sulla tastiera.

Abram Chasins, citato nel libro su Rachmaninov da Piero Rattalino, diceva che gli aspetti più favolosi del modo di suonare di Rachmaninov erano “l’eloquenza melodica e il virtuosismo drammatico”.  Il che  -spiega Rattalino-  “in termini di tecnica, significa suono cantabile di tipo teatrale e agilità di forza”.  E’ su queste basi teoriche e su queste riflessioni che si fonda la maestria e la creatività di Romanovsky. Dal Secondo al Terzo Movimento si passa senza soluzione di continuità (Finale, alla breve): si ripresentano spunti tematici del Primo Movimento, ma vengono rielaborati da un virtuosismo davvero impressionante, virtuosismo da Romanovsky affrontato in modo impeccabile e coinvolgente. Nella sua esecuzione, Romanovsky è stato sorretto da un’orchestra curata e diretta dal maestro ungherese Stefan Soltesz.  E, diciamola tutta, questa esecuzione del Terzo Concerto di Rach da parte di Romanovsky rimarrà incisa nella memoria del pubblico palermitano perché era un’interpretazione dal tocco sonoro religioso che legava esecutori, interprete ed ascoltatori in una specie di abbraccio cosmico: esso ci rendeva perfettamente incorporei come l’amore che sgorgava, generoso, da quei materici tocchi che rendevano eterea la percezione del suono, dilatando o annullando, in ognuno di noi,  anche la percezione del tempo.

Prima del Terzo Concerto di Rach, era stato eseguito “The Raven”, un elegiaco brano di Jaromír Weinberger (1896-1967), per violoncello solo, archi, clarinetto basso e arpa. Applauditissima, e con merito, la violoncellista Kristi Curb del Teatro Massimo.  Questo brano assai delicato serve da avamposto musicale; infatti, dello stesso autore, c’è programmata l’opera “Svanda duák” nel mese di ottobre 2014. Seguiva la Quarta Sinfonia di Brahms. Ma chi scrive era già altrove.

Bagheria, 2 febbraio 2014

Giuseppe Di Salvo

 

Il trentenne pianista ucraino Alexander Romanovsky.

Il trentenne pianista ucraino Alexander Romanovsky.
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GIUSEPPE DI SALVO: SUL SETTIMANALE LA MIA RECENSIONE DI FEUERSNOT DI STRAUSS AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO

GIUSEPPE DI SALVO: SUL SETTIMANALE LA MIA RECENSIONE DI FEUERSNOT DI STRAUSS AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO

“Il Settimanale di Bagheria”, già in tutte lle edicole bagheresi, pubblica la mia recensione dell’opera Feuersnot di Richard Strauss andata in scena al Teatro Massimo di Palermo sabato 18 gennaio 2014. Da non perdere la Veritiera Musicale e Rara Novella. Diffidate dalle recensioni di regime e dalle approssimazioni. In fretta! Copie quasi esaurite. Grazie. (G.D.)

La mia recensione di Feuersnot di Strauss.

La mia recensione di Feuersnot di Strauss.
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