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Archivio Luglio 2014

GIUSEPPE DI SALVO: STO DALLA PARTE DI ISRAELE PERCHE’ E’ UNO STATO CHE STA DALLA PARTE DELLE LIBERTA’ E DELLA RAGIONE!

STO DALLA PARTE DI ISRAELE PERCHE’  E’ UNO STATO CHE STA DALLA PARTE DELLE LIBERTA’ E DELLA RAGIONE!

Sto dalla parte di Israele non perchè è militarmente più forte (e meno male!), ma perchè si muove nel giusto; sto dalla parte di Israele perchè i militari sono vestiti con le uniformi tipiche degli onorevoli combattenti e non amo i terroristi di Hamas perchè sono travestiti da civili. Sto dalla parte di Israele perchè uno Stato sovrano bersagliato da missili ha il diritto di difendersi; sto dalla parte di Israele perchè le azioni militari sono fatte da postazioni militari, e non come agisce Hamas che custodisce il suo nutrito arsenale di guerra proprio all’interno delle case dei civili, delle scuole, e nei numerosi tunnel scavati coi soldi anche di noi europei. Sì, sto dalla parte di Israele perchè gli Arabi, quasi tutti gli Arabi, con l’eccezione dell’Egitto e della Giordania, almeno per ora, vogliono l’eliminazione fisica dell’unico Stato democratico presente in Medio Oriente. Sto dalla parte di Israele perchè i fanatici neonazisti di Hamas hanno perso il senso del vivere umano e prendono soldi dall’Iran per comprare armi, Iran dove gli omosessuali vengono impiccati! Sto dalla parte di Israele perchè la Jihad e i fanatici Jihadisti (leggasi Fratelli Musulmani) lapidano donne adultere e massacrano  dissidenti politici, mentre a Tel Aviv gli oppositori alla Destra possono manifestare tranquillamente senza essere trascinati dai motorini. Sto dalla parte di Israele perchè quasi tutti coloro che appoggiano Hamas sono dei poveri frustrati affetti da cecità e hanno bisogno delle lettighe degli psicoanilisti.                           

Sto dalla parte di Israele perchè è da pazzi sostenere che ad Israele non si devono vendere armi, mentre i terroristi di Hamas possono riceverli pure in regalo per colpire a morte il popolo israeliano. Sono votato al sionismo perchè gli antisionisti sono persone dal pensiero debole e producono e diffondono razzismo antiebraico in ogni parte del mondo. Sono dalla parte di Israele perchè amo i popoli liberi, Palestinesi compresi che dovrebbero ribellarsi contro i neonazisti di Hamas in una rivolta collettiva senza pari.

Sto dalla parte dei gloriosi soldati Israeliani, sempre militarmente riconoscibili, perchè devono distruggere lanciamissili e gallerie: da lì i terroristi di Hamas progettano diabolici piani di invasione a danno del popolo di Israele. Sto dalla parte di Israele perchè nel mondo si fa tanta confusione tra verità e menzogna, fra occupazione e dittatura islamista, fra ottimi ragazzi ventenni pronti a morire per difendere la propria casa e il proprio libero Stato e un’immagine di soldato senza pietà completamente inventata. E non m’importa dei mediocri che si irritano. Sto dalla parte di Israele perchè non sono ipocrita e perchè so che, al di là di qualche umana imperfezione, gli Israeliani in lotta hanno ragione!

Giuseppe Di Salvo 

GIUSEPPE DI SALVO: CARLO BERGONZI, ULTIMO PERFETTO TENORE DI FORZA DEGNO EREDE DI ENRICO TAMBERLICK

CARLO BERGONZI, ULTIMO PERFETTO TENORE DI FORZA DEGNO EREDE DI ENRICO TAMBERLICK

Ascoltai dal vivo Carlo Bergonzi (Polesine Parmense, 13 luglio 1924 – Milano, 25 luglio 2014) per la prima volta al Teatro Politeama di Palermo ne “La forza del destino” di Giuseppe Verdi il 18 maggio 1974, mancavano meno di tre mesi al mio 21° compleanno, Bergonzi, invece, era quasi cinquantenne. Ebbene, il suo Don Alvaro non si “incise” in modo significativo nelle mie tracce mnestiche: ho il vago ricordo di un’interpretazione vocalmente misurata nel registro centrale, curata nell’accentazione, ma con dure emissioni nel registro acuto; e poi, scenicamente e vocalmente, ancora nessuno riusciva a farmi cancellare dalla mente la bella presenza di Alfredo Kraus da me ascoltato al Teatro Massimo nella Lucia di Lammermoor di Donizetti tre anni prima. Bergonzi divise quelle nove recite col tenore Benito Maresca (San Paolo, 1934 – ivi, 11 giugno 2011), dirigeva Fernando Previtali (Adria, 16 febbraio 1907 – Roma, 1 agosto 1985), ma le ultime quattro recite vennero dirette da Loris Gavarini (1925-1983).

   Carlo Bergonzi altre volte cantò a Palermo: per la prima volta il 26 novembre del 1952, tre recite al Teatro Politeama, Stagione Lirica Autunnale, interpretava Canio (tenore) de “I pagliacci” di Ruggero Leoncavallo, dirigeva Giuseppe Santarelli; aveva da un anno (1951) cambiato registro, va ricordato che iniziò a cantare, nel 1948, con voce di baritono. Ritornò a Palermo, Teatro Massimo, il 20 gennaio 1961: interpretò Riccardo de “Il ballo in Maschera” di Giuseppe Verdi (4 recite), dirigeva Tullio Serafin; e il 23 marzo dello stesso anno interpretò il ruolo di Don Alvaro (tre recite divise con Angelo Lo Forese, Milano, 27 marzo 1920, un altro bravo tenore di forza ma con spinte contraltine che nel 1948 debuttò con voce di baritono per poi nel 1950 passare nel registro tenorile) de “La forza del destino”, dirigeva il croato Lovro von Matacic (Sussak, 14 febbraio 1899 – Zagabria, 4 gennaio 1985).

Come mai sono arrivato ad apprezzare, in seguito, Carlo Bergonzi dopo le perplessità che mi aveva suscitato nel 1974 a Palermo? Semplicemente ascoltando le sue incisioni e cercando di capire, con lo studio, come mai la sua voce, in molte sue interpretazioni di personaggi operistici ascoltati in disco, riusciva quasi sempre a farmi commuovere.

Rodolfo Celletti mi insegnò, leggendo il suo libro “La grana della voce”, che il primo Bergonzi ricorreva alla “N” rinofona. Gli esperti di canto sacro la definiscono “pronuncia canonicale”, in ispecie quando si doveva intonare “Ndominus noster”  o “Ndeus pater”:  da ciò sarebbe derivata la pronuncia “Ndammi il braccio, o mia piccina”. Ma, in seguito, Bergonzi corresse questa “N” rinofona. Lo si ascolti proprio nella “Bohème” di Giacomo Puccini del 15 febbraio 1958 al Metropolitan di New York con la grande Licia Albanese: vi cogliamo un Rodolfo appassionato, emotivamente coinvolto e coinvolgente, certamente fra i migliori di quegli anni e degli anni Sessanta e Settanta; diretti da Thomas Schippers (Portage, 9 marzo 1930 – New York, 16 dicembre1977) al Metropolitan diedero vita ad una grandissima ed indimenticabile interpretazione del duetto “O Soave fanciulla”: vi si coglie una sensibilità interpretativa difficilmente eguagliabile. Bergonzi Pucciniano dunque? No, semplicemente ispirato dall’alito divino: e definiamo “divino” -per allontanarci dai luoghi comuni- qualsiasi interprete che col suo canto, scuotendoci dentro, ci spinge al dolce e pungente graffio della commozione; ecco, Bergonzi, cesellava col suo canto ogni parola, ogni nota, ogni emissione; non era bravo attore, ma la sua forza espressiva (e registica, direi!) era tutta racchiusa nel suo modo di cantare che difficilmente lasciava l’ascoltatore con l’occhio asciutto; la sua voce era ammaliante e, al pari di un medium, ti coinvolgeva in una trance o estasi emotiva da cui uscivi fuori solo alla fine del suo canto; ecco espresso il nostro senso del “divino”!Nell’espressione “C’è freddo fuori!” si percepisce quasi un prolungamento temporale della frase, come a volerci trasmettere un attaccamento affettivo e ambientale da cui non ci si vuole staccare; e quell’  “Amor, amor” che chiude il Primo Atto è coronato da un acuto finale ben tenuto dai due cantanti che lacera davvero i cuori di chi ascolta: ci si immerge nella situazione d’amore nascente che non vuole mai arrivare alla fine del tempo nel tempo; Bergonzi, dunque, non è stato un tenore verdiano (sarebbe molto riduttiva per lui questa fastidiosa etichetta!), è stato semplicemente “divino”: tutto il suo canto ci faceva andare oltre la percezione umana del tempo, la sua voce la mutava in percezione psicologica di non-tempo e si entrava negli spazi infiniti divini. Questi aspetti si ripetevano quando nel Terzo Atto intonavano “Ci lascerem alla stagion dei fior!”. Essa, per tenere eterno il legame, non doveva mai arrivare, il loro canto (quello di Carlo Bergonzi e di Licia Albanese) arrestava il tempo e i pizzicati dell’arpa, ben curati in primo piano da Schippers, scandivano il ritmo di un tempo senza fine. Grandi! Da urlo infinito!

Le critiche al canto di Bergonzi? Certamente ci furono: voce senza attrattive timbriche, costruita, senza acuti e perfino le sue “S” erano strisciate all’emiliana. A sua difesa noi citiamo Enrico Stinchelli: “Eppure pochissimi tenori nel Novecento hanno potuto competere quanto a stile, tecnica di respirazione e fonazione con il cantante parmigiano. Il suo perfetto legato e la vigoria dell’accento ne hanno fatto un ideale Duca di Mantova, Riccardo, Radames, Don Alvaro, Canio, Pinkerton, per non dire del suo inarrivabile Don Carlo, cesellato frase per frase. Pur non avendo mai posseduto acuti  squillanti a causa di un’eccessiva preoccupazione nel voler coprire i suoni di passaggio, Bergonzi è riuscito a dominare anche i passaggi vocali più scabrosi, esibendo arcate di fiati emozionanti (per esempio nell’aria Quando le sere al placido dalla Luisa Miller o nella grande scena del carcere di Jacopo nei Due Foscari) e una grande varietà e fantasia nel fraseggio, degno erede in questo di Aureliano Pertile”. (Da “Le stelle della lirica”, pag. 53, Gremese Editore).

E noi, in riferimento ai suoi anni d’oro, cioè tutti gli anni Sessanta e i primissimi anni Settanta, aggiungiamo che Carlo Bergonzi  -più per la sua potenza vocale o per la bellezza timbrica-  si è imposto per la sua tecnica raffinatissima, certamente meglio curata rispetto ai suoi colleghi contemporanei; si è pure distinto per le sue grandi capacità stilistiche ed espressive, cogliendo in pieno lo spirito del canto romantico, come già detto, non solo verdiano: ricordiamo il suo eroico Pollione al Metropolitan il 4 aprile 1970, il suo svettante Manrico a Mosca il 15 settembre 1964, il suo mirabile  Edgardo -in ispecie in “Tombe degli avi miei” e “Fra poco a me ricovero”) a Tokio nel 1967. Amò Verdi e seppe andare oltre Verdi! E rivaleggiò, nel fraseggio spesso superandoli, sia con Del Monaco sia con Corelli.

Per il sottoscritto resta un grande ed impeccabile “tenore drammatico o di forza”; e chiudiamo il nostro sentito saggio su Carlo Bergonzi onorandolo con una citazione di un celebre esperto di canto dell’Ottocento, Heinrich Panofka (Breslau, 3 ottobre 1807- Karlsruhe, 18 novembre 1887). La citazione di Panofka era rivolta al grande tenore Enrico Tamberliick (Roma, 16 marzo 1820 – Parigi, 13 marzo 1889) che fu il primo interprete di Don Alvaro. Riportiamola su Bergonzi:

“Questo cantante arriva spesso ad essere sublime per passione ed espressione; e in certi momenti s’innalza tanto con la perfezione del porgere o del rappresentare da trascinare all’entusiasmo e al delirio. Allora egli è per noi la più nobile manifestazione dell’arte vocale, il modello più perfetto, il prototipo dei tenori di forza”.

   Sì, con molte sue interpretazioni (e per Verdi qui cito proprio la sua memorabile interpretazione “La vita è inferno all’infelice” da La forza del destino, opera da cui siamo partiti; ma ci riferiamo alla serata del 7 dicembre del 1965 al Teatro alla Scala!), Carlo Bergonzi ci ha fatto piangere, urlare e positivamente delirare, quando il delirio è solo catarsi senza fine. Ne avessimo oggi di questi cantanti! Non ci resta che aspettare, con altrettanta forza!, qualcuno che ci spinga ancora a questo tipo di delirio! Ne onoreremo la voce, sempre a futura memoria!

 

Bagheria, 29 luglio 2014

Giuseppe Di Salvo

ONORE A CARLO BERGONZI!ONORE A CARLO BERGONZI!

GIUSEPPE DI SALVO: SUL SETTIMANALE IL MIO CAPITOLO QUINTO (VOL. III) DELLA STORIA DEL FUORI! DI PALERMO DEDICATA A NINO GENNARO

GIUSEPPE DI SALVO: SUL SETTIMANALE IL MIO CAPITOLO QUINTO (VOL. III) DELLA STORIA DEL FUORI! DI PALERMO DEDICATA A NINO GENNARO

“Il Settimanale di Bagheria”, già in tutte le disponibili edicole della Città dei Mostri che rispecchiano le frustrazioni altrui, pubblica il mio Capitolo Quinto (Volume Terzo) della Gloriosa Storia del FUORI! di Palermo tutta dedicata al compianto drammaturgo Nino Gennaro. Ho riscontro popolare del come vengono seguiti questi miei capitoli e le persone che incontro, amici e conoscenti, soprattutto etero!, mi rivelano che attendono trepidanti e incuriositi la nuova scadenza: eccovela! Alzate i tacchi, nei miei capitoli del FUORI! ci sono tante verità che non hanno mai osato dire il loro nome; io vi ho rilevato solo i co(gnomi), cioè la vera essenza delle cose. E i nomi di chi ha fatto, facendola evolvere, la storia. Buona lettura. Grazie!

Giuseppe Di Salvo

IL MIO QUINTO CAPITOLO (VOLUME III) DELLA STORIA DEL FUORI! DI PALERMO.IL MIO QUINTO CAPITOLO (VOLUME III) DELLA STORIA DEL FUORI! DI PALERMO.

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GIUSEPPE DI SALVO: SALVATORE INCANDELA INTERVIENE SUI “POSTEGGIATORI” E SULLA CANZONE PARTENOPEA

SUI POSTEGGIATI CANTI PARTENOPEI DEGLI ABILI “POSTEGGIATORI” E I SUI GRANDI E SICURI LUOGHI DELLA CANORA MEMORIA

Facciamole alcune riflessioni semplici. Il Regno delle due Sicilie ha prodotto molte belle melodie, ormai divenute classiche, che costituiscono un grande patrimonio canoro caro alle persone di tutto il mondo, in ispecie a Napoletani, Siciliani  e tanti altri Italiani viventi all’estero: in Germania, in Francia, in altre nazioni europee, negli USA o in Sud America, le canzoni napoletane e quelle siciliane rappresentano legami emotivi delle persone emigrate con le loro terre d’origine; e chi ascolta questi testi, nel proprio intimo sentire, si lacera, si commuove e l’occhio alza verso il Cielo che si rivela sempre vergine nell’accogliere l’umana commozione.

Proprio nel 1835 avvenne la prima audizione canora a Piedigrotta, a Napoli, luogo in cui, nella notte fra il 7 e l’8 settembre  -in occasione della festa dedicata alla Vergine-  tutti i cittadini partenopei si abbandonavano ad una specie di pellegrinaggio festoso. E da lì, da Piedigrotta, nel 1839, prese il volo la celeberrima canzone “Te voglio bbene assaje”, interpretata in modo toccante da Raffaele Sacco e dalla critica, come insegna Giuseppe Di Salvo, considerata la prima canzone classica napoletana: e, in questo caso, il termine “classico” si sposa con significati assai nobili, e cioè “alta poesia” con note composte da musicisti ispirati, sensibili, colti.

Il successo della canzone fu travolgente: almeno 180.000 furono le copielle vendute (cioè i fogli col testo e la musica di questa canzone) e – allora come oggi – non c’è napoletano, in ogni parte del mondo, che non la sappia cantare. E la stragrande maggioranza degli Italiani ne conosce almeno il refrain. Per divulgare la canzone napoletana si stampavano le “copielle” di cui abbiamo parlato; e sempre l’amico Giuseppe Di Salvo ci ha ricordato l’alta funzione che avevano i “posteggiatori”, ossia quegli abili e dotati cantanti ambulanti assai popolari che si esibivano in tutti i quartieri napoletani, in luoghi chiusi o aperti, interpretando le canzoni di Piedigrotta, accompagnandosi con un semplice strumento (mandolino, chitarra, calascione, triccheballacche…) ed erano vocalmente destri nell’evidenziare la dinamica dei colori espressivi, più o meno espliciti, presenti nel testo.

Quindi i veri “luoghi sicuri” erano i percorsi vagabondi indicati dalle strade, cioè i luoghi dell’anima, ossia gli spazi all’aperto o al chiuso che i celeberrimi “posteggiatori”  -volta per volta- sceglievano, generando così altri contesti sonori non necessariamente legati al volto della Vergine. Che ottimo “posteggio” sonoro è la casa di Giuseppe Di Salvo (ma anche altri luoghi da lui scelti o indicati) per ascoltare, e facciamo questo esempio!, il grande Roberto Murolo con la sua chitarra proprio nel brano “Te voglio bbene assaje”; ma la stessa cosa si potrebbe dire per Enrico Caruso, Tito Schipa, Jussi Biörling, Ferruccio Tagliavini, Beniamino Gigli, Jan Kiepura, Alessandro Ziliani, Aureliano Pertile, Joseph Schmidt, Mario Del Monaco, Luciano Pavarotti, Franco Corelli, José Carreras,  per non parlare del nostro grande Giuseppe Di Stefano che, in quanto a stile espressivo, la sua lezione canora, in ispecie alla fine degli anni Cinquanta e all’alba dei Sessanta, è stata davvero magistrale: oggi ne sa qualcosa il giovane Vittorio Grigolo al cui bel disco intitolato “Arrivederci” rimandiamo, e si potrebbe continuare anche con le numerosi interpreti femminili: chi si ricorda della bella voce di Consiglia Licciardi che nell’estate del 1989 nella nostra Piazza Madrice, in occasione della Festa di San Giuseppe, ha cantato?!

Perché non creare oggi anche i “posteggiatori” raggruppati in Coro pronti a cantare in luoghi ben sicuri e confortanti e ventilati delle città? I “siti sicuri”, e lo vuole la Vergine!, sono i vivibili luoghi in cui vagano le anime. La vera verginità che dura è l’emozione che segna le nostre anime erranti. Chi non la trova, per fare un altro esempio alla Sicilia legato, nella voce di Rosa Balistreri dal sottoscritto spesso ascoltata nella Vergine Casa dello stracitato Giuseppe Di Salvo? O in quella del grande Roberto Alagna? Nel canto, singolo o corale, ci deve essere sempre il trionfo dei limiti e dell’umiltà: solo così si vive la catarsi e lo stesso sudore, se c’è, diviene manifestazione che  -dentro e fuori- l’incorporeo purifica. Altrimenti siamo al “divertimento” dato dall’evento da “posteggiare” nel dimenticatoio che uccide ogni memoria.

Bagheria, 22 luglio 2014

Salvatore Incandela

CANTA NAPOLI IN OGNI LUOGO!CANTA NAPOLI IN OGNI LUOGO!

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GIUSEPPE DI SALVO: AMO MOLTO ISRAELE E AMO ANCHE CHI AMA I BAMBINI PALESTINESI MORTI, MA NON AMO HAMAS E NEANCHE I JIHADISTI!

GIUSEPPE DI SALVO: AMO MOLTO ISRAELE E AMO ANCHE CHI AMA I BAMBINI PALESTINESI MORTI, MA NON AMO HAMAS E NEANCHE I JIHADISTI!

Io amo chi ama i Palestinesi, bambini donne e uomini adulti, che cadono nella striscia di Gaza (ma amo di più i Palestinesi ammazzati, anzi trucidati, dai terroristi di Hamas!). Non amo i missili che Hamas, i terroristi di Hamas, lanciano nello stato democratico e liberale di Israele; missili postati fra la gente palestinese che non può esercitare nessuna opposizione, anche se questa gente sa che diventerà bersaglio del fuoco non certo amico;  amo di più gli arabi che vivono, al sicuro, nello stato di Israele; e amo molto Israele perché lì le adultere non vengono lapidate, i gay non vengono ammazzati e le persone non vivono secondo lo stretto dettato coi significati atavici espressi dai rabbini fanatici che oscillano la testa contro il Muro del Pianto; non amo le guerre, ma non amo per niente chi vuole distruggere lo Stato di Israele; amo pesare e valutare: e la mia bilancia tende per l’unica democrazia liberale presente in Medio Oriente. Risparmiatevi dunque dal farmi vedere bambini palestinesi morti; dite solo ai terroristi di Hamas che io non li amo e che loro conoscono solo le vie per farsi arrivare i missili dall’Iran per lanciarli contro Israele: amo la logica e non capisco perché i missili passano e gli aiuti umanitari no.

Giuseppe Di Salvo 

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GIUSEPPE DI SALVO: L’ALBA DEI RICORDI (POESIA INEDITA)

Giuseppe Di Salvo

Nel sogno

l’acqua

m’inarca

Sorretto sono

dai ponti dei ricordi

La cresta-

al risveglio-

sul mio petto

del Cosmo

è mano ridente-

mia madre appare

e-

a lungo-

tesse freschi aliti

che ristorano

Sfilano-

numerose-

immagini di volti noti

e mi serrano

in vortici

che i moti rallentano

Fra fitte e pulsioni

mi desto-

occhi cisposi-

e bianchi denti sento

stringere la mia collottola

Mordono con l’impeto

delle onde pazze

di gelosia

Solo il sale mi lasciano-

ahi, come brucia!-

dell’Amore

 

Bagheria, alba del 19 luglio 2014

Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: BERLUSCONI, LA GIUSTIZIA AD PERSONAM E LE DEMAGOGICHE COMMISSIONI D’INCHIESTA!

GIUSEPPE DI SALVO: BERLUSCONI, LA GIUSTIZIA AD PERSONAM E LE DEMAGOGICHE COMMISSIONI D’INCHIESTA!

Berlusconi assolto? Evviva! Qualcuno chiede una Commissione d’inchiesta. Per fare cosa? Forse per ricordare agli Italiani tutte le leggi ad personam  -utili a Berlusconi e alle politiche delle Larghe Intese- non ultima quella sulla concussione approvata da Monti che già aveva portato alla prescrizione tre manager nel caso Filippo Penati? Gli uomini delle Larghe Intese si amano fra loro (che onore!), ma non amano le condizioni di chi realmente viene torturato nelle nostre patrie galere. E allora? Anche questa è un’assoluzione storica legata alle Intese formulate da intelletti ristretti, intelletti di Casta. Ricordiamolo: il giustizialismo giacobino nasce quando la classe al potere si cinge di privilegi e calpesta i diritti civili e umani dei cittadini che considera noiosi sudditi. Berlusconi gioisca pure con i politici delle Intese, ma la Giustizia in sé giace: lo sanno coloro che seguono il percorso della vera libertà  e giustizia per tutti.

Giuseppe Di Salvo 

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GIUSEPPE DI SALVO: SUL SETTIMANALE IL CAPITOLO IV (LIBRO III) DELLA STORIA DEL FUORI! DI PALERMO: CONOSCERETE MEGLIO LA MAFIA!

GIUSEPPE DI SALVO: SUL SETTIMANALE IL CAPITOLO IV (LIBRO III) DELLA STORIA DEL FUORI! DI PALERMO: CONOSCERETE MEGLIO LA MAFIA!

“Il Settimanale di Bagheria”, già in tutte le più evolute edicole della Città dei Mostri che si mostrano, pubblica il mio Capitolo Quarto (Libro Terzo) della Gloriosa Storia del FUORI! di Palermo, Primo Movimento di liberazione Gay nel Regno delle Due Sicilie col titolo “Maria Di Carlo e Nino Gennaro del 1978″: chi vuole conoscere la vera storia della Mafia non può perderlo; cominciate a leggere il Settimanale da pagina 80, solo così capirete meglio tutto il resto. Grazie! (G.D.)

IL MIO CAPITOLO IV (LIBRO III) DELLA STORIA DEL FUORI! DI PALERMO.IL MIO CAPITOLO IV (LIBRO III) DELLA STORIA DEL FUORI! DI PALERMO.

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GIUSEPPE DI SALVO: MATTEO SALVINI, DOPO TANTA DIVULGATA OMOFOBIA LEGHISTA, FINALMENTE E’ DA BACIARE CON BACI GAY!

Le stravaganti proposte di Gianluca Buonanno, sindaco di Borgosesia, piccolo comune nel vercellese, continuano a destare grande clamore. Il segretario nazionale della Lega Nord, Matteo Salvini, è intervenuto sull’ipotesi di Buonanno di voler multare con 500 euro le effusioni gay in pubblico, attaccando il parlamentare compagno di partito. Finalmente, anche all’Interno della Lega Nord  -ma questa volta a esprimere una positiva divergenza di opinione sui gay è proprio il bel Segretario leghista- le divergenze  tra due diverse concezioni per affrontare il tema inerente ai diritti degli omosessuali vengono fuori in modo dirompente. Ha dichiarato Matteo Salvini:  “Sbagliano quei leghisti che usano i gay con proposte assurde per farsi pubblicità. Penso a Buonanno che va dicendo che non ci si bacia in mezzo alla strada e vuole punire chi lo fa. Sono cazzate, uno si bacia dove vuole“.  Matteo Salvini, segretario della Lega Nord, ha dichiarato ciò a La Zanzara su Radio 24 attaccando il collega di partito Gianluca Buonanno, europarlamentare e sindaco di Borgosesia  (Vercelli). Buonanno aveva annunciato di voler multare con 500 euro i baci gay in pubblico. “Non ha alcun senso - dice Salvini – è una cazzata e basta“.  Bravo, Salvini, ora occorre che qualcuno ridemensioni le tue “cazzate” antigay per farle (di)venire pro gay: io ci sono, questione di pelle!

Giuseppe Di Salvo

MATTEO SALVINI, A PELLE, SVEGLIA SUI GAY ANCHE LA LEGA!MATTEO SALVINI, A PELLE, SVEGLIA SUI GAY ANCHE LA LEGA!

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GIUSEPPE DI SALVO: TOTI D’AMICO E L’OPER(AZIONE) NARRATIVA “MELINA CANTINERI”, RACCONTO POLIZIESCO PRESENTATO AL LIDO “LE PALME” DI ASPRA

TOTI D’AMICO E L’OPER(AZIONE) NARRATIVA “MELINA CANTINERI”, RACCONTO POLIZIESCO PRESENTATO AL LIDO “LE PALME” DI ASPRA

Venerdì 11 luglio 2014, ore 21:00, al Lido “Le Palme” di Aspra, è stato presentato il libro “Melina Cantineri” di Toti D’Amico. Nico Bellone, mio ex alunno e ora pimpante animatore, ha presentato gli eventi della serata in un ambiente ben ventilato, curato e con una luna piena svettante nel cielo che rendeva “solare” l’happening. Ha cantato la bella Joline Terranova, alla chitarra acustica c’era Ninni Arcuri: ben timbrata la voce della cantante, bravissimo il chitarrista, belle le canzoni degli anni Settanta-Ottanta che certamente, se fosse stata con noi (anzi idealmente c’era, ché la si è fatta uscire dal testo!) sarebbero piaciute pure al personaggio del racconto, cioè a Melina Cantineri; poi Toti D’Amico, emotivamente coinvolto, anche per la numerosa presenza di amici e parenti accorsi (oltre 200 persone!) ha chiamato sul palco Beppe Zaso (questi ha ben coordinato gli interventi), Rosamaria Spena col suo gruppo di voci recitanti, Maria Russo, donna sempre in gamba legata ai ruoli “funzionari” e funzionali della nostra Polizia di Stato e il sottoscritto, presentato come “intellettuale” divoratore di libri e, io aggiungo, certamente non organico.

Il bravo team delle voci recitanti ha letto con maestria alcune pagine del libro di Toti D’Amico (con una Rosamaria Spena sempre all’altezza, nonostante le inevitabili avversità che fanno parte della vita di chi intensamente la vive); toccante l’identificazione tutta al femminile di Maria Russo col personaggio Melina Cantineri, nel racconto, nuova dirigente del Commissariato di Santa Lucia (luogo ideale nel testo di D’Amico): già a molti colleghi maschi veniva difficile “digerire” la presenza delle poliziotte all’alba degli anni Ottanta (ed ecco i tempi in cui si svolgono le azioni del racconto), se poi la donna, all’interno della polizia, era anche capace dirigente, capirete come veniva colpita la mentalità maschilista dei bei maschietti, all’interno delle famiglie, quasi sempre votati al comando. Col tempo si sono fatti davvero passi significativi in senso evolutivo all’interno della nostra società: e la testimonianza dal vivo di Maria Russo ci faceva passare alla nuda realtà, da cui qualsiasi forma artistica sempre origina; sicché la figura reale di Maria Russo si intrecciava con molti aspetti del vissuto letterario di Melina Cantineri: del resto, non è stato così anche per i gay dichiarati nell’esercito? Basti pensare che, in Italia, quel fascista articolo 28 contro i gay è stato “rivisto”, per così dire, solo alla fine degli anni Settanta, grazie alla presenza dei Radicali di Pannella in Parlamento; era un articolo che, se stigmatizzato  nel congedo di un gay, a questi veniva impedito di accedere nei ruoli pubblici dello Stato. Con le lotte si cambia.

Nel racconto di Toti D’amico questi aspetti discriminatori sono appena accennati, il suo racconto poliziesco verte tutto sulle grandi capacità investigative della protagonista femminile. Il testo, al di là dello stile espressivo, della forma e della grafica ortografica (aspetti che al lettore possono creare alcune riserve), si muove con un ritmo narrativo davvero incalzante che coinvolge l’attenzione di chi legge;  questi, nel corso della lettura, certamente non si annoia e, anzi, non si riesce a staccare dal testo: il piacere della lettura è tale da provare, insieme, due opposti sentimenti: si vuole leggere (e qui sta il piacere!) tutto d’un fiato, ma si prova il contemporaneo “dispiacere” del distacco.

Nel racconto si parla di rapine strane: all’emporio, alla gioielleria, alla pizzeria, al distributore di carburante…, tutte rapine per le quali l’ex dirigente, dottor Ciannicchia, non indagava: in realtà erano richieste mafiose di pizzo. Può una relazione extraconiugale con una rumena (e con un figlio ammazzato!) fermare le indagini? Ecco l’importanza dell’azione dirompente di Melina Cantineri: deve indagare, lottare, lacerare resistenze ambientali e familiari; ma i personaggi positivi sono tanti: cambiano mentalità tutti i suoi colleghi e, alla fine, anche il padre mafioso di Santa Lucia si rivela personaggio di aiuto fattivo per Melina. Da qui viene fuori, però, un’altra non esplicita denuncia sociale contro altre discriminazioni: come mai Melina è nei ruoli dirigenziali della polizia se ha un padre mafioso? Può, come voleva il teatro greco, la colpa dei padri pesare geneticamente sulla carriera dei figli? Nella realtà, quali figli di mafiosi ci sono nella Polizia di Stato? Contano i geni o la vocazione professionale? Ecco perché Melina Cantineri è un racconto che artisticamente ci spinge in avanti: pur muovendosi in un ambiente picco-borghese, il racconto mira a rinnovare la stessa borghesia: e anche la simpatica signora Maria Russo, al riguardo, ha saputo dare  -in modo coerente-  la sua illuminata risposta. Le sequenze del racconto sono caratterizzate da rapide scene simili, per dinamismo, a molte scene dei racconti pirandelliani: c’è, nel periodare di D’Amico, una innata “sicilitudine” di fondo e le considerazioni finali, col magico superamento della cecità di Melina, ci ricordano la “cecità” di José Saramago. Anche le battute conclusive sono affidate a Melina: “Sto benissimo, vi vedo, vi vedo tutti! E soprattutto vedo il mio papà!”

   Mi fermo qui: mi limito a dire che l’intero racconto ci invita a intendere e a comprendere, cioè ad “intelligere”, a dare la giusta luce finale: la luce tipica degli intellettuali che illuminano. Per fare ciò si aggiornino anche i significati del lessico che usiamo; scrive Pietrangelo Buttafuco nel suo libro “Buttanissima Sicilia”: “Non c’è colpa, in Sicilia, che non disperda segni e significati del linguaggio”; vero (anche se lui stesso si disperde in idiozie a proposito dell’omofobia sicula che, a suo dire, non ci sarebbe, in questo cambi mestiere!): la stessa Melina Cantineri è metafora di un evento, anche linguistico, ideale espresso con tanti significati alterati, ma sempre legati alla nostra “buttana” realtà!

Alla fine c’era un bel rinfresco con dolci organizzato da Sam. E ho fatto tanti bei gradevoli incontri: animata e gradevole serata d’estate!

Bagheria, 16 luglio 2014

Giuseppe Di Salvo

Caterina Guttuso: TrasformazioneCaterina Guttuso: Trasformazione

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