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GIUSEPPE DI SALVO: NINO GENNARO E LE INARCATE PAROLE DI UN MARTIRE. CORLEONE GLI INNALZI UN MONUMENTO!

NINO GENNARONINO GENNARO

NINO GENNARO E LE INARCATE PAROLE DI UN  MARTIRE. CORLEONE GLI INNALZI UN MONUMENTO!

(CAPITOLO QUINTO DEL LIBRO TERZO DELLA GLORIOSA STORIA DEL FUORI! DI PALERMO, PRIMO MOVIMENTO DI LIBERAZIONE GAY NEL REGNO DELLE DUE SICILIE)

Sono circa settanta le poesie di Nino Gennaro raggruppate nella sua raccolta “Rivoluzione culturale Meridionale”: vanno dal 1968 al 1978, un decennio di versi codificati quando Nino aveva 20-30 anni. Da me conosciuto nella sede del FUORI! di Palermo in pieno inverno 1978, Nino mi regalò le sue poesie nel corso della primavera seguente, io avevo 25 anni, lui 30. Erano state prima ciclostilate, poi fotocopiate in 34 fogli A3 agganciati con gli spilli della spillatrice.

Ho già detto che Nino mi ricordava i cantastorie estinti, ne fu uno degli ultimi degni eredi: ma non recitava o scriveva usando il vernacolo, anche se termini del dialetto corleonese fra i suoI versi certamente si trovano, Nino scriveva in lingua italiana incurante delle regole, ma sempre attento al senso e alla logica del messaggio che intendeva trasmettere al prossimo.

In alcuni suoi testi è evidente l’uso del “remix” (o rmx), ossia Nino metteva in atto variazioni espressive utilizzando  alcune parole già codificate in precedenti poesie in successivi testi o contesti poetici; erano variazioni miranti a fissare un’idea o un concetto; esempio ne sia il suo canto del “Padrerotico”: “Tu padrerotico dei miei coglioni/ guardone dei mie cazzi”; un padrerotico tematico che ritroveremo nella sua poesia intitolata “Lager”: “…I ragazzi/ stretti abbracciati/ (…) si parlano si toccano/ si danno calore/ di galera (…)/ e aiutano il padre/ non si sentono soli/ non hanno padrerotico…”.

   Il padrerotico, è chiaro, era il padre padrone che si identificava con la repressione. Come si vede, siamo innanzi ad una poesia che dà calci alla punteggiatura, il verso è libero e, spesso, le parole sono ripetitive; c’è il crepuscolo della forma, ma il contenuto mira ad essere sempre aurorale.

Le sue riflessioni in prosa, talvolta, ci riportano agli aforismi del filosofo rumeno Emil M. Cioran (Rasinari, 8 aprile1911 – Parigi, 20 giugno 1995) e vi cogliamo una semplice filosofia di vita con parole tendenti alla catarsi e a rinnovare il pensiero. Nel suo capitoletto intitolato “Marcellino Montaigne” Nino Gennaro scrive: “La vita è bella- possa la ribellione succhiare al petto della schiava madre (…). Non ho visto intelligenze morire (…). Abbiamo scartato il suicidio(…). Meglio è finirla e uscire e vedere il mio padrerotico”. Anche qui ritorno l’uso del remix, ancora variazioni sul concetto di padrerotico.

Nella sua “Guerra fra maschi e froci” afferma: “Perché pretendere rapporti preferenziali con l’amico del cuore che neppure così lo chiamate che è anche amico de cazzo?”.  Come si vede non si cura l’armonia formale, viene codificata l’espressione che più s’avvicina alla parola parlata e ai luoghi popolani legati alla sua divenuta popolare “verbalità”.  Ecco perché Nino ci ricorda gli aforismi di Cioran. Ne citiamo uno per evidenziarne la forza contenutistica. Scrive Emil Cioran: “E’ l’umanità tarata a costituire la materia della letteratura. Lo scrittore si rallegra della perversione di Adamo, e prospera solo in quanto ciascuno di noi la assume e la rinnova”.

Emil Cioran, come si vede, cerca di rinnovare la “società tarata” ricorrendo ad un raffinato linguaggio aulico; Nino Gennaro, invece, fa fare salti di qualità alla “perversione di Adamo” ricorrendo ad un voluto linguaggio “pornolalico”: era il nostro linguaggio d’attacco per cercare di rompere gli schemi linguistici repressivi di allora e, diciamolo!, Nino non si inventava un bel nulla, esprimeva e codificava parole pornolaliche che erano (e in parte ancora oggi sono) sulla bocca di tutti. Ma il senso evolutivo di queste parole, nel corso della storia, era dato dall’aggraziata sonorità dell’intonazione; chi le esprimeva senza grazia (o, peggio, le pronunciava come a non farsi sentire per lo stupido e borghese pudore) era il violento repressore contro cui con le stesse parole, ma con altri toni, si combatteva.

Certo, Nino Gennaro, per il suo modo di usare le parole, nel contenuto, potrebbe essere accostato  anche a taluni “scrittori dell’assurdo”: un cantastorie come lui non cantava del resto l’assurdità, secondo le menti convenzionali e conformistiche, di un modo “marginale” di esistere? Quante volte il periodo poetico vive, deliberatamente, il rifiuto del costrutto sintattico e logico e finisce per abbandonarsi ad una successione di eventi legati fra loro da stati d’animo ed emozioni in apparenza privi di significato? E ci sovviene Bernard-Marie Koltès (1948-1989): questi, al pari di Nino, indagava sul razzismo, sulla violenza contro i “diversi”, sulla dirompenza sociale del desiderio omosessuale; come Nino sarà divorato dall’HIV; ma l’assurdo sta tutto in ciò che la società soffoca e non vuole che venga alla luce; e lo scrittore è artista solo se con le sue parole riesce a portare alla luce, consegnando alla realtà da lui descritta nuova dignità etica,  l’ “assurdo” modo di vivere (striato da repressione sociale violenta al cui interno vengono generati anche abominevoli delitti) da parte di tanti cittadini che la società, con la sua ipocrisia, vuole a tutti i costi censurare o celare. Nino, cantastorie di strada e per le strade, ci è riuscito, è poeta: né grande, né piccolo, semplicemente poeta, grande nella sua straziante umiltà; ha usato le parole come ponti evolutivi per facilitare e rendere gradevole il passaggio mentale di tutti.  La sua bella poesia “Finocchiaro” ne rappresenta l’esempio immediato. Quei versi sono nudi, non trovate metafore, non c’è ombra di linguaggio figurato: tutto il realismo racchiuso in quei lunghi dieci versi è la vera metafora della vita: è parola che vuole andare oltre il senso di quel vissuto espresso con quelle parole. Si tratta di versi descrittivi che trovano la giusta eco nelle parole del francese Cyril Collard (1957- 1993). Questi nel suo romanzo autobiografico “Les nuits fauves” (1991), fra l’altro, scriveva:

“Per poterci incontrare, noi ombre tra ombre, bisognava che, oltre alla finezza dei nostri sensi tattili, distinguessimo dove si trovavano i corpi nell’oscurità del luogo infernale. Bisognava dunque che le ombre dei nostri corpi fossero più nere della notte stessa. Se era così, era perché ognuno vedeva in un corpo concupito, la cui densità di nero lo faceva spiccare sul nero meno denso dell’atmosfera, la proiezione del proprio corpo. Ma se vi era un’ombra proiettata, vi era dunque una fonte di luce, lassù,  alla superficie. Questa luce, equivalente per me a quella del sole, ci era donata dai fauve”.

   Eccoli ora alcuni versi di Nino Gennaro: “Dolce è morire”: si tratta di un frammento con ossimoro. Nino con la poesia “Cipressi” riprende il tema della morte. Citiamola:

Cipresso

figura austera

raccolta

ostile

come l’umano dolore

ogni tomba

un cipresso

ogni tomba

mille segreti

ogni tomba

mille pene inconfessate

taciute per sempre

Qui Nino sfodera metafora (figura austera), similitudine (come l’umano dolore), anafora (ogni tomba), verso breve: il tutto per una comunicazione semplice e immediata. E ora riportiamo e vediamo come lacera la poesia “Anamnesi”:

La mia infanzia di odalisca

di femminella di piscialetto

La mia adolescenza di Narciso

di finocchio di schizofrenico

La mia gioventù di dannato

di perseguitato di malato

 

Ecco il cantastorie dell’assurdo che dilania le nostre anime. Chiudiamo le citazioni con un vero e proprio capolavoro, s’intitola “Sono la vittima di”:

Sono la vittima di un disegno più grande

immane

smisurato

mostruoso se vogliamo

ma bello e d’ingegno

e a questo io m’inchino

In questa poesia i versi si alternano: quello lungo si contrappone a versi formati da una sola parola: si tratta di variazioni di ritmo espressivo che rispecchia le emissioni drammatiche del fiato. Ma Nino sa, come lui dice:  “Il piacere addolcisce i muscoli. Le mani e i piedi diventano corde di delicati strumenti”. Non è dunque geniale cantastorie che fa vibrare le corde di ogni anima?

Nino Gennaro non nasce da un grembo materno, è figlio della terra; nasce dalle zolle aride di Corleone (Sul pianoro è afa/ le alture sovrastanti/ gravate da un cielo di piombo/ private di ogni contorno/ sono vapore grigio…). Io ho fiducia in questa sua madre-terra corleonese; le zolle riconoscono in Nino il figlio ripudiato da gente che non lo capiva, altri cittadini vittime del conformismo. Nino, da vivo, venne di fatto esiliato come compaesano immondo. Chi conosce il dolore e il pentimento? La catarsi sta nell’arte che evolve i popoli. L’errore e l’errare non sono aspetti dell’eterno. Nino Gennaro Merita una statua proprio all’ingresso di Corleone. Fu poeta e, talvolta, anche geniale poeta. Parlò contro l’oppressione e l’ingiustizia. Dal 1978 sono passati 36 anni: ci sono tre saggi a Corleone? Penso di sì! E sanno già che Nino Gennaro è un monumento non ancora innalzato. Non c’entra più la mafia e nemmeno l’antimafia. Ci vuole solo un coraggioso atto d’amore che onore renda a tutti i corleonesi: Nino Gennaro è il vostro specchio e la vostra intelligenza. Con un monumento innalzato a Nino non farete altro che amplificare una ritrovata generosità un tempo, e con altra mentalità, purtroppo andata perduta!

(Quinto Capitolo del Libro Terzo della gloriosa Storia del FUORI! di Palermo, Primo Movimento di Liberazione Gay nel Regno delle due Sicilie: e sempre audace editore da anni cercasi!)

Bagheria, 1 luglio 2014

Giuseppe Di Salvo

  1. Serena
    29 Gennaio 2017 a 19:32 | #1

    Ciao Giuseppe! Arrivo un po’ tardi, ma ho letto questo post solo oggi e mi e’ piaciuto un sacco!!! Ti posso scrivere in privato per chiederti qualche informazione in più sulle poesie di Nino Gennaro, per favore…? :)

  2. giuseppe di salvo
    31 Gennaio 2017 a 20:13 | #2

    Cara Serena,
    su Nino Gennaro io ho scritto più di un articolo. Basta che tu digiti in altro la voce “Nino Gennaro” (a destra del mio Blog Tiscali, là dove si attiva la ricerca) e troverai tutto quello che io so di Nino. Poi mi puoi trovare su Facebook (IlBlog Giuseppe Di Salvo), chiedimi pure l’amicizia: ma non credo di potere aggiungere altro. Nino fu davvero un amico, anche se aveva idee politiche diverse dalle mie. Ciao,
    Giuseppe Di Salvo

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