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Archivio Novembre 2014

GIUSEPPE DI SALVO: SON IO POETA SE… (POESIA INEDITA)

Nei suoi versi il poeta-

con parole che suonano-

tesse il suo tempo-

annulla pulsioni

Nelle ore s’incide lo strazio

e talvolta danza la gioia

Ma i versi son canti

rivolti al battito eterno-

acciuffano anime

che pure amano

forme corporee

mutanti nel tempo

Il poeta inarca

tinte atemporali

con accesi segni informali

come nella nascente aurora

Son io poeta se in quelle luci

mi rinnovo

pur con ridenti striature nostalgiche

che al passato mi legano?

Bagheria, 29 novembre 2014

Giuseppe Di Salvo

Categorie:poesia, Primo piano Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: SUL SETTIMANALE LA MIA DIROMPENTE RECENSIONE DI TOSCA CHE IN RETE HA AVUTO MIGLIAIA DI CONTATTI!

“Il Settimanale di Bagheria”, già in tutte le più prestigiose edicole cittadine, pubblica la mia non allineata recensione di Tosca andata in scena al Teatro Massimo di Palermo il 16 novembre 2014. Già su Facebook e sul sito Tiscali a me intestato il mio articolo ha avuto migliaia di contatti (oltre 10.000!!!): la gente ha apprezzato, avendolo pure scritto, quello che la critica di regime non vi dice perchè conformista e puritana. E’ stata una Tosca modesta con una perla belcantistica cesellata dal soprano Hui He col suo “Vissi d’arte” intimistico e toccante giustamente bissato. Ora anche  “Il Settimanale” sta andando a ruba. La gente è attratta dalle mie rivelate verità erotiche che pure sono presenti nella musica di Giacomo Puccini. Correte in edicola e conservate a futura memoria questa recensione: farà epoca e servirà a molti coraggiosi registi per svelare ai vostri occhi altre “recondite armonie” che da sempre i conformisti vi tacciono. Buona lettura: anche la musica deve svegliare le menti e non lasciarle abbandonate all’ascolto fatto per abitudine che non serve all’arte musicale e neanche alla società che va rinnovata da mani a sera e senza sosta. Grazie.

Giuseppe Di Salvo

LA MIA RECENSIONE DI TOSCA SUL SETTIMANALE DI BAGHERIA!LA MIA RECENSIONE DI TOSCA SUL SETTIMANALE DI BAGHERIA!

Categorie:Lirica, Musica, Primo piano, recensione Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: SO CHE LA MORTE VIENE (VARIAZIONI SU UN CANTO NAPOLETANO MUSICATO DA H. W. HENZE, ALLA CUI MEMORIA DEDICO)

SO CHE LA MORTE VIENE (VARIAZIONI SU UN CANTO NAPOLETANO MUSICATO DA H. W. HENZE, ALLA CUI MEMORIA DEDICO)

Da sempre so
che la morte viene
e anche i belli
si viene a pigliare
Tu, volto assai grazioso,
poniti un pensiero:
questa tua bellezza
a chi la vuoi lasciare?
Donala a chi-
qui in terra-
più bene ti vuole.
Se è per me…
io non ti voglio male.
.
-Ben presto alla terra
la donerò e non a te-
cuore di cane!

Bagheria, 22 novembre 2014

Giuseppe Di Salvo

HANS WERNER HENZEHANS WERNER HENZE

Categorie:Lirica, Musica, Primo piano Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: HUI HE SVETTA AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO CON UN “VISSI D’ARTE” D’INCANTO. MA SI APPLAUDE UNA TOSCA MODESTA!

HUI HE SVETTA AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO CON UN “VISSI D’ARTE” D’INCANTO. MA SI APPLAUDE UNA TOSCA MODESTA!

Fra i momenti musicali più belli da noi ascoltati in Tosca, opera di Giacomo Puccini andata in scena al Teatro Massimo di Palermo, domenica 16 novembre 2014, c’ è stata certamente la celeberrima Cantata intonata fuori scena dal soprano Hui He e dal Coro del Teatro Massimo nel Secondo Atto, prima della raccapricciante e crudele sequenza che ci inoltra nella tortura del volterriano Mario Cavaradossi e, per riflesso, in quella psicologica di Tosca: “Che v’ho fatto in vita mia?! Sono io che così torturate!…/ Torturate l’anima… Sì, l’anima mi torturate!?”.

   E dire che i 15 versi della Cantata sono di pessima qualità; non sono stati scritti dai due librettisti Luigi Illica e Giuseppe Giacosa. Questa Cantata, nell’Opera di Puccini, è legata a una notizia storica dalla verità mutante: la Battaglia di Marengo del 14 giugno del 1800, battaglia che in un primo momento sembrava fosse stata vinta dal generale austriaco Melas, ma che alla fine vinse Napoleone grazie all’intervento dei rinforzi del suo generale Louis Desaix  (Ayat-sur-Sioule, 17 agosto 1768 – Marengo, 14 giugno 1800 ) che però vi perse la vita.

Nel dramma “La Tosca” di Victorien  Sardou (Parigi, 5 settembre 1831 – Parigi, 8 novembre 1908), infatti, la corretta notizia storica giunge proprio nel Secondo Atto prima che la Cantata abbia inizio, e addirittura viene sospesa in un modo che sa di “comico pirandelliano”, c’è cioè la risata legata all’ “avvertimento del contrario”, comicità che nasce dal contrasto fra apparenza e realtà. In Puccini, invece, la Cantata serve per far da contrasto alla tensione drammatica: è musicalmente una pagina corale delicata che cattura e tende a purificarci dalla tensione sadica di Scarpia, tensione che si coglie sin dall’apertura del Secondo Atto pucciniano (ma anche dagli accordi iniziali dell’Opera): “Tosca è un buon falco!…/ Certo a quest’ora/ i miei segugi le due prede azzannano!”.

   Diciamo subito che lo Scarpia del baritono Alberto Mastromarino non ci ha convinti e gli stessi aspetti tragici dell’opera il soprano Hui He non li ha saputi ben mettere in evidenza con la vis drammatica che la partitura richiede: ella ci è apparsa modesta sia dal punto di vista attoriale sia vocalmente; la Hui He non ha la forza espressiva del soprano drammatico, né quella della graffiante tragedienne; non ci sembra adeguata, quindi, nel ruolo di Tosca.

Ma perché la nostra mente va alla sospesa Cantata del dramma di Sardou? Semplice: un corriere fa arrivare nelle mani della regina Maria Carolina una lettera dove il generale austriaco Melas fa sapere di essere stato sconfitto dall’esercito napoleonico. La regina addirittura sviene. Da Capréola e Trivulzio (personaggi assenti nell’opera di Puccini) viene chiesto da un balcone alla folla vociante nella piazza di tacere perché Napoleone ha battuto le forze austriache alleate dei papalini. Ed è qui che la scena volge verso l’aspetto comico pirandelliano: la folla ululante non sente, non comprende, continua ad emettere urla di gioia e ad applaudire, gridando: “Vitoria! Vittoria!”.

Scrive Victorien Sardou a chiusura del suo Secondo Atto: “La musica e le grida non han cessato di aumentare sulla piazza, malgrado i gesti di Trivulzio, Capréola e altri, che si precipitano di nuovo sul balcone per far tacere la folla. Sipario”.

   Perché citiamo questa situazione comica che, nella nostra riflessione, finisce per diventare umorismo con un altrettanto amaro pirandelliano “sentimento del contrario” che nasce da una più ponderata riflessione  generante una sorta di compassione da cui si origina un sorriso di comprensione? Lo diciamo con estrema chiarezza: non sempre una rappresentazione di Tosca di Giacomo Puccini ha esiti interpretativi “vittoriosi”, quindi felicemente adeguati. Questa edizione di Tosca diretta da Daniel Oren è stata piuttosto modesta; dal punto di vista esecutivo ed interpretativo girava solo intorno agli onori della mediocrità: il tenore Stefano Secco, nel corso di tutto il primo atto, non aveva un felice controllo delle sue emissioni; le voci del basso Carlo Striuli (Angelotti) e del baritono Fabio Prevati (Sagrestano) venivano così percepite: la prima stridula e rancida, la seconda inutilmente enfatica e priva della grazia gigionesca del sagrestano; da oltraggio al nostro organo percettivo; l’orchestra diretta da Oren emetteva sonorità inutilmente ispessite che andavano oltre qualsiasi sensata connotazione espressionistica; il “Te Deum” ci è sembrato del tutto scollato rispetto al contesto e, ahimè,   il monologo di Scarpia (“Tre sbirri… Una carrozza…”) mancava di logica erotico-espressiva, sì che nessuno poteva avvertire la chiara eiaculazione sadica (o orgasmo raggiunto in veglia al pari di una polluzione notturna legata alla visione-sogno della persona bramata) che il baritono deve certamente avere proprio quando, riavutosi, intona: “Tosca, mi fai dimenticare Iddio!”. Di fatto, Scarpia  -nel pronunciare le frasi: “L’uno al capestro,/ l’altra fra le mie braccia”-  è in preda a una eclatante “ejaculatio praecox”  mentale che non riesce a controllare: è l’unica cosa spietatamente vera in un bel contesto sonoro apparentemente sacro legato ad una scena d’insieme tipica del Grand Opéra!

Innanzi a tanta mediocrità nel decodificare l’Opera (con una regia di Mario Pontiggia del tutto convenzionale e, nella cura espressiva dei cantanti, quasi assente), il pubblico, come succede per le opere che contengono romanze stranote, in Sala e nei Palchi e nel Loggione, contento, applaudiva come in un happening al pari di quel pubblico in piazza che nel dramma di Sardou gridava “Vittoria” mentre invece i seguaci dei papalini erano stati sconfitti. In pratica, si applaudiva il trionfo della modestia e della mediocrità. Con una differenza: nessuno diceva loro di tacere. Era teatro nel Teatro dai risvolti davvero paradossali e comici. La vera tragedia! Chi può togliere a noi il gusto della risata nel vedere tanto spontaneo teatro nel Teatro? Senza contare che anche l’orchestra aveva uno strumento in più: il continuo sbuffare e sibilare del maestro Oren che proprio non riesce a trattenere il suo impeto ululante che nuoce alle sonorità elevate dai maestri dell’Orchestra.

Nel Secondo Atto abbiamo apprezzato l’unica meravigliosa perla della serata: il soprano cinese Hui He ha intonato un “Vissi d’arte” ben cesellato con eleganti connotazioni intimistiche e con delicatezza belcantistica davvero encomiabile; e anche l’Orchestra diretta da Oren ha vissuto il suoi momenti più felici, accarezzando la soavità di quel canto che difficilmente si ascolta dal vivo; le luci del Teatro si sono accese con luminosità delicata quasi a vigilare sulla magia di quell’evento canoro. Qui il discorso si è fatto serio. Tutti abbiamo applaudito con forza. E Hui He ha pure con generosità bissato. E chi se ne frega, a questo punto, se il corso del dramma veniva spezzato. Forse il dramma, quella sera, era mai stato con bella evidenza rappresentato? Un “Vissi d’arte” degno di un grande recital: per i momenti drammatici di Tosca, però, (tutta la seconda parte del Secondo Atto) ci vuole ben altro: la forza espressiva di una tragedienne che in questo allestimento è venuta a mancare!  L’ultima Tosca a Palermo (Teatro Massimo)  ben diretta musicalmente è stata quella di Omer Meir Wellber del 18 settembre del 2011; e la più significativa interpretazione di Tosca degli ultimi decenni a Palermo ce l’ha regalata il giovane soprano rumeno Cellia Costea, venerdì 13 maggio 2011 al Teatro Politeama, un’interpretazione di Tosca davvero avvincente e convincente: sfoderò una voce luminosa e corposa e, sebbene in “Vissi d’arte” non riscontrammo grandi sfumature belcantistiche, possiamo ben dire che si distinse per la sua bella presenza scenica, per la sua voce densa, rotonda e dal timbro roseo intenso; ed era  dotata anche di notevole forza espressiva; nei momenti drammatici dell’opera (vedi scena della tortura di Cavaradossi pilotata dalla cinica regia di Scarpia), la cantante  diede il meglio delle sue capacità interpretative.

Nel Terzo Atto di questa produzione del Teatro Massimo, invece, abbiamo apprezzato i violoncelli e il clarinetto. Stefano Secco, all’interno dell’happening, ha pure bissato “E lucevan le stelle”: e, visto com’era partito nel Primo Atto, non male, appena dignitoso, ma niente di straordinario.  E che dire di quel prelato che dragava con irrequiete movenze effeminate? Leggeva versi sacri o cercava qualche afflitto da consolare? Meno male che non cantava, altrimenti perdeva la grazia delle sue movenze.

L’happening mi ha fatto conoscere nel foyer (nel corso dell’intervallo fra il Primo e il Secondo Atto) il maestro viennese Wolfgang Scheidt, che giorni prima aveva diretto un Concerto al Politeama: era ammaliato nel sentire i miei commenti su quanto avevamo ascoltato e visto. Ridente e divertito. E la serata ha avuto un dolce seguito: Wolfgang, Fifa, Annarosa (queste due ultime mie amiche) ed io abbiamo fatto un po’ di strada insieme. Poi Fifa è andata via. Io, Annarosa e il maestro Scheit abbiamo proseguito fino all’una di notte andandocene da Spinnato, parlando di Mozart e Verdi. Abbiamo piacevolmente prolungato le ore, i luoghi e i tempi di Tosca. Ed è il caso di citare, in chiusura, le parole latine di Spoletta: “Judex ergo, cum sedebit,/ Quidquid latet apparebit,/ Nil inultum remanebit”. E cioè: “Quando il giudice siederà, apparirà tutto ciò che è celato, e niente resterà senza giudizio”.

Amen

 

Bagheria, 20 novembre 2014

Giuseppe Di Salvo

 

Il soprano cinese Hui He.Il soprano cinese Hui He.

GIUSEPPE DI SALVO: A BAGHERIA CAMBIANO I SINDACI, MA I CUMULI DI ERBACCE NELLE SCUOLE RESTANO. ALCUNI DA ANNI!

A BAGHERIA CAMBIANO I SINDACI, MA I CUMULI DI ERBACCE NELLE SCUOLE RESTANO. ALCUNI DA ANNI!

Noi sappiamo che amministrare la Cosa pubblica non è cosa facile. E diviene cosa complicata quando assistiamo a un cambiamento amministrativo repentino al di là delle nostre stesse aspettative. Ma alcune cose le abbiamo dette e oggi ne aggiungiamo un’altra. I cortili delle scuole cittadine dovrebbero essere ripuliti dalle erbacce nei primissimi giorni di settembre, prima dell’inizio delle lezioni. Ma non avviene quasi mai. E non è avvenuto con l’Amministrazione pentastellata guidata dal sindaco Patrizio Cinque, dal sottoscritto, fra l’altro, come lui sa, votato.  Diciamo ciò perchè nel corso dei primi giorni di novembre -quindi tardi!- questa pulizia relativa alle erbacce c’è finalmente stata, e parlo della Scuola Giuseppe Bagnera.  Ma i cumuli di erbacce e immondizia rastrellati sono ancora là senza che, dopo oltre dieci giorni, nessuno venga a toglierli. Come mai? Dirò di più. C’è ancora un cumulo dietro la palestra che risale all’anno scorso, quando il sindaco era Lo Meo. Che dire? Cambiano i sindaci e i colori politici di chi deve amministrare, ma i cumuli di erbacce rimangono lì: perchè onorare così le vostre memorie, signori Amministratori? Si tratta di Scuole, luoghi in cui vengono i figli di tutti, anche i vostri. Per togliere questi cumuli forse dobbiamo aspettare un altro cambiamento politico? Si tratta di piccole cose. Ma occorre cambiare anche questi antipatici sintomi!

Giuseppe Di Salvo

CUMULI DI ERBACCE AL BAGNERA!CUMULI DI ERBACCE AL BAGNERA!

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GIUSEPPE DI SALVO INTERVISTATO DA MARTINO GRASSO SULLA COPPIA GAY REGISTRATA DAL SINDACO PATRIZIO CINQUE A BAGHERIA

Giuseppe Di Salvo: “A Bagheria gli omosessuali devono uscire dalle tenebre. Devono ribellarsi!”

giuseppe di salvodi Martino Grasso

Sulla trascrizione del matrimonio fra i due omosessuali Gianfranco Aiello e Olivier Grasser abbiamo intervistato Giuseppe  Di Salvo, 61 anni, omosessuale storico, maestro  elementare.
Di Salvo è stato anche consigliere comunale negli anni 80 e ha fondato il Fuori, primo movimento palermitano che rivendicava i diritti omosessuali negli anni 70/80.
Con Di Salvo abbiamo anche parlato dell’attuale condizione degli omosessuali a Bagheria e di come è cambiato il modo di approcciarsi della città.

Cosa pensa della trascrizione del matrimonio omosessuale da parte del sindaco di Bagheria?
“Innanzi tutto, occorre dire: “Viva gli sposi!”. O i “diversamente uniti”. E auguri a Gianfranco e al suo compagno per la loro convivenza d’amore in Francia legalizzata. Lo sposo gay bagherese non lo vedevo da tempo. Patrizio Cinque ha fatto un atto simbolico di estrema civiltà. La sua trascrizione ha un grande valore politico legato al simbolo, cioè al Registro in sé. Fino a quando in Italia non ci sarà una legge sulle unioni fra persone dello stesso sesso, questi registri rappresentano solo civili azioni di rivolta. Si ispirano all’articolo 65 della Legge n. 218 del 1995: i sindaci devono registrare i matrimoni contratti all’estero, ma nella legge non viene indicato l’orientamento sessuale degli sposi. E avviene che alcuni sposi gay si rivolgono anche ai tribunali. E abbiamo sentenze contrastanti in materia. Questa legge è legata anche a questioni di “ordine pubblico”. Ecco perché il ministro Alfano si è rivolto, sbagliando, ai prefetti per fare annullare queste trascrizioni. E’ omofobia partitocratica allo stato puro. Alfano farebbe meglio ad occuparsi del tritolo nascosto dalle mafie per tentare di far saltare in aria alcuni magistrati che indagano sulla trattativa Stato-Mafie. E ancora: i parlamentari italiani tutti già godono dei privilegi delle unioni di fatto. Forse i prefetti italiani sono andati a circondare le due Camere?”

gianfranco aielloQual è la situazione attuale degli omosessuali a Bagheria?
“Bagheria, grazie alle lotte dei pionieri  -me stesso, Piero Montana, Antonio Belvedere…- si è sensibilmente evoluta, come molte altre città italiane, per quanto riguarda il rispetto nei confronti degli omosessuali. Chi si ricorda delle antiche omofobiche “abbanniatine” che i froci subivano per le strade proprio da molti “maschiacci” che poi a tarda sera ci cercavano per avere rapporti fuggevoli? L’omofobo, spesso -molto spesso- è una criptochecca in cerca di dialogo sessuale. Occorrerebbe un “Museo del turpiloquio” offensivo per ricordare le vergogne sociali antigay dei decenni passati: istigazioni al suicidio, omicidi, emigrazione sentimentale, isolamento, linciaggio… Erano, allora, le vere questioni di ordine pubblico. Noi siamo grati alla Polizia bagherese e anche alle forze politiche progressiste della città che ci hanno appoggiati nelle nostre lotte nonviolente per la liberazione di tutti.”

Perché a Bagheria molti vivono nell’ombra senza dirlo apertamente?
“Oggi le difficoltà che i gay devono affrontare sono un po’ quelle di tutti i cittadini: lavoro, unioni legalizzate, cioè famiglie con problemi economici da affrontare. Anche se nessuno può cancellare dal desiderio umano le spinte promiscue. Ma questo vale sia per gli etero sia per i gay. Certo, qualche imbecille omofobo si trova ancora. Nessuno potrà mai cancellare questi frammenti razzistici di idiozia.
E ci sono ancora, purtroppo, molti omosessuali che vivono nelle tenebre. Devono ribellarsi. Ognuno scelga il suo stile. Noi pionieri non avevamo modelli quando ci siamo rivoltati contro l’oppressione. Ce li siamo costruiti col dolore, col pianto, col lutto interiore legato alla perdita delle persone che amavamo perché alla luce il rapporto d’amore era impossibile… e, soprattutto con tanto coraggio! Oggi i gay non hanno alibi. Anche se sappiamo che il “venir fuori” è ancora un atto di coraggio. Ma oggi i gay i punti di riferimento li hanno. E la Polizia c’è anche per la tutela della loro dignità. Fuori gli attributi, quindi, è basta auto-repressione che genera infelicità! L’essere umano ha il diritto di vivere felice!”

Come è cambiata la situazione a Bagheria rispetto a quando lei lo hai dichiarato apertamente?
“Io mi sono dichiarato pubblicamente nella lontana primavera del 1976 al Circolo l’Incontro animato anche da Peppuccio Tornatore nel corso di un dibattito sull’aborto. Mesi dopo, a Palermo, fui fra i fondatori del FUORI! siciliano, fra i più attivi d’Italia. Coi Radicali di Pannella che furono i primi ad aprire le loro sedi per ospitare le lotte dei gay. Ci fu scalpore. Oggi trovo tanta gente di allora che apprezza ancora quel lontano mio intervento di circa 40 anni fa, ripeto 40 anni fa! Oggi i gay sfilano a miglia nei Gay Pride. Ed è, tutto sommato, anche un modo per nascondersi fra i volti della folla. Ma i pionieri gay sanguinanti nell’anima hanno aperto per tutti tante brecce contro il muro razzista dell’omofobia. Siamo stati come i bersaglieri che solo con la cultura sfondavamo porte omofobiche non proprio pie!”

Dopo che lo ha dichiarato come è cambiata la sua vita?
“Senza l’ipocrisia dipinta nel volto si vive meglio. Si vive, come tutti, come si può e non come si vuole. Ma si vive con gioia!La gente non ama mascheroni ipocriti ambulanti. E non vogliamo compassione. Vogliamo vivere le nostre legittime passioni. Siamo noi che accettiamo il percorso di liberazione degli altri. Noi vogliamo vivere con dignità e come la Costituzione liberale vuole. Niente tolleranza formale, dunque. Siamo noi che ancora tolleriamo molti oligofrenici omofobi.”

Lei lavora come maestro alle elementare. L’essere gay come ha condizionato il suo lavoro?
“Il mio lavoro di insegnante? Mi avvicino ormai all’età pensionabile. Insegno dal 1977. Da quando militavo nel FUORI! ed ero quasi ogni giorno sulla stampa locale e non solo. Quindi tutti sapevano di questo bel gay che rubava tanti cuori e tanti mariti. Quante donne gelose! Le persone ti valutano per la qualità del lavoro che fai e non per la tua vita privata o per quello che sei. Noi gay siamo ovunque: a scuola, e anche fra i banchi di scuola -da piccolo io stesso non ero là?- negli ospedali, nelle chiese cattoliche e non, nei teatri, nel cinema, fra gli operai, fra i magistrati, fra gli avvocati, fra i giornalisti, fra gli operai, fra i politici (io stesso sono stato come sai Consigliere comunale a Bagheria)… E siamo anche, non vi scandalizzate, vi prego- anche fra le varie mafie, anche fra le mafie partitocratiche. Il desiderio omosessuale è interclassista: non è di destra, né di sinistra e passa anche per il centrodestra ipocrita di Alfano. E a Bagheria, va detto, anche le varie Mafie lo hanno sempre rispettato negli altri. Le nostre Mafie non sono ottuse. Vanno condannate e combattute per altro, cioè per i loro atti criminali. Ma quale gay ha subito persecuzioni per il suo essere gay in città da parte delle varie cosche? Anzi, posso testimoniare che hanno contribuito a fare cessare le discriminazioni a nostro danno. Poi, al di là dei nostri onorevoli passi, la Mafie locali sanno che io non amo le loro scelte. E cerco di mostrarlo con l’esempio, cioè con la legge interiore. Io tratto con la civiltà delle leggi e lotto contro le leggi ingiuste per cambiarle in meglio. Come per il divorzio, come per l’aborto alla luce del sole contro l’aborto clandestino; esso mieteva tante vittime proprio fra quelle donne che si affidavano alle mammane o ai medici ipocriti cattolici che li esercitavano clandestinamente per arricchirsi. Vergogna. I gay in ogni settore sociale hanno dato un grande contributo per la crescita di tutti. Del resto molti miei ex alunni sono oggi bravi attori, brillanti avvocati, economisti competenti, architetti, cioè sono legati a tanti nobili mestieri. Molti sono pure etero felicemente sposati. E vogliono che i loro figli vengano educati da me. Provo gioia per aver lasciato questi segni. Certo qualcuno è finito pure nelle pagine della cronaca nera. Ma noi il rispetto delle regole lo insegniamo a tutti. Poi la responsabilità penale, come si sa, è individuale. Lo Stato educhi e ri-educhi! Gli storici, in seguito, valuteranno le nostre azioni e quelle del Ku Klux Klan omofobo. Aspettiamo solo qualche Pontefice -e prima o poi avverrà!- che in ginocchio chieda scusa ai gay per i danni dalla Chiesa loro arrecati. E sono tanti. Noi, credenti e non, crediamo nella nostra coscienza che riflette la luce di Dio per tutti espansa nei cieli!
Noi amiamo gli sposi di Dio. Ma amiamo anche chi sposa le persone in carne ed ossa: la comunicazione sessuale è dialogo fra anime affini elettive che si attraggono e si completano. Ce lo ha insegnato Platone col mito. Noi lo viviamo nella realtà. Vivano, dunque, tutti gli sposi che formano legittime famiglie. Generano gioia!”

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L’INTERVISTA E’ STATA PUBBLICATA STAMANI NEL SITO “LA VOCE DI BAGHERIA” ED E’ FIRMATA DA MARTINO GRASSO. SI REGISTRANO MIGLIAIA DI CONTATTI E TANTE CONDIVISIONI SU FACEBOOK: UN TRIONFO!

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GIUSEPPE DI SALVO: LA TOSCA AL TEATRO MASSIMO? IL TRIONFO DELLA MODESTIA E DI UNA PERLA BELCANTISTICA DI HUI HE!

LA TOSCA AL TEATRO MASSIMO? IL TRIONFO DELLA MODESTIA E DI UNA PERLA BELCANTISTICA DI HUI HE!

La Tosca al Teatro Massimo di Palermo? Quella di domenica 16 novembre 2014 è stata una edizione “unni rura e unni muodda”!, cioè un’edizione in cui ha trionfato la modestia e la mediocrità esecutiva che a molti è piaciuta. Una Tosca fra le meno belle viste e ascoltate in questi ultimi decenni in città. Va dato atto al soprano Hui He di aver cesellato un “Vissi d’arte” dall’ottima grazia intimistica con connotazioni belcantische d’incanto: un “Vissi d’arte” fra i più belli da me ascoltati al teatro dal vivo. Giustamente bissato. Ma dov’era la forza espressiva della tragedienne? Hui He porti il suo magnetico “Vissi d’arte” in concerto. Da ottimo soprano lirico puro lasci in pace questo melodramma di Puccini. Seguirà la mia recensione che farà scalpore!

Giuseppe Di Salvo  

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GIUSEPPE DI SALVO: A BAGHERIA PATRIZIO CINQUE VALORIZZA LE UNIONI GAY. L’ORDINE PUBBLICO? ALFANO VIGILI SUL TRITOLO MAFIOSO!

A BAGHERIA PATRIZIO CINQUE VALORIZZA LE UNIONI GAY. L’ORDINE PUBBLICO? ALFANO VIGILI SUL TRITOLO MAFIOSO!

Apprendiamo da fonti giornalistiche telematiche che, giorni addietro, il sindaco Patrizio Cinque ha codificato la prima trascrizione nel Registro di Stato civile del Comune di Bagheria di un matrimonio fra persone dello  stesso sesso, accogliendo così un’istanza di trascrizione del matrimonio omosessuale celebrato all’estero, richiesta formulata dall’architetto Gianfranco Aiello, di origini bagheresi, che ha sposato, con rito civile, lo scorso 31 dicembre 2013, a Strasburgo, il dottor Olivier Michel Grasser. Noi sappiamo che questi gesti dirompenti hanno semplicemente un valore simbolico, ché in Italia la partitocrazia non ha mai legiferato sulle unioni di fatto (tutti i parlamentari, invece, godono dei privilegi che negano agli  altri cittadini; e anche i diversamente uniti “onorevoli” delle nostre Camere hanno la possibilità di trasmettere ai loro conviventi  -donne o uomini- reversibilità di pensione e tutto quanto spetta ad una coppia etero fuori dal parlamento sposata). L’omofobo Alfano ha poche settimane fa diramato una circolare per fare intervenire i prefetti nei confronti di quei sindaci che attuano il Registro delle Unioni Civili anche per i gay. Va dato merito a Patrizio Cinque per questo atto amministrativo prevalentemente “simbolico”, ma di grande rilevanza politica. La trascrivibilità del matrimonio fra persone dello stesso sesso celebrato all’estero è regolata dall’articolo 65 della Legge n. 218 del 1995, legge che non specifica l’orientamento sessuale della coppia. I prefetti potrebbero intervenire solo in caso di “ordine pubblico”. Quando mai una unione gay lo porrebbe? Non dovrebbero allora tutti i prefetti d’Italia fare un girotondo intorno alle nostre istituzioni parlamentari visto che là c’è qualche Scalfarotto che dei privilegi delle coppie gay gode come i tanti altri parlamentari gay e non? La verità è che il vero problema del nostro ordine pubblico ci sembra l’ipocrisa del ministro Afano? Il quale si dovrebbe occupare e preoccupare di più del tritolo che i mafiosi starebbero preparando per fare saltare in aria qualche magistrato che indaga sulla trattiva stato-mafia. Non si usi l’omofobia per distrarre l’opinione pubblica da pericoli di altri veri e più gravi problemi di “ordine pubblico” assai più probabili. Sulle legittime unioni gay, lo sappia il ministro Alfano, non c’è più niente da trattare. Vogliamo gli stessi diritti (i cittadini uguali di fronte alla legge lo vogliono!) che i parlamentari hanno. Altrimenti, con tutti gli  strumenti democratici a nostra disposizione, non ci resta che cacciarvi a pedate dai posti istituzionali che occupate con priviligi tipici della casta partitocratica arrogante con mentalità davvero mafiosa.  Vergogna. COMPLIMENTI AL SINDACO PATRIZIO CINQUE. Non c’è bisogno di citare il voto in rete. Un sindaco certe idee di civiltà o le ha o non le ha. E fa bene, avendole, ad applicarle.

Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: MALERBA, PENTITI DI MAFIA, DEPORTATI NON RIPORTATI E STATO PERDENTE!

SERGIO FLAMIA, COLLABORATORE DI GIUSTIZIA.SERGIO FLAMIA, COLLABORATORE DI GIUSTIZIA.

MALERBA, PENTITI DI MAFIA, DEPORTATI NON RIPORTATI E STATO PERDENTE!

Ho da tempo consigliato di leggere il libro “Malerba” scritto dal giornalista Carmelo Sardo e Giuseppe Grassonelli, quest’ultimo fondatore della Stidda, reo confesso, pluriomicida. E sapete perché? Le confessioni di Malerba, cioè dell’ergastolano Giuseppe Grassonelli, rappresentano un continuo richiamo alla nostra “malagiustizia” e a certe nostre non buone leggi. Devo confessare una mia impressione generale: non nascondo  -nonostante il voluminoso libro Malerba mi abbia coinvolto, toccato e commosso- le mie più che umane resistenze nel pensare che una persona come Giuseppe Grassonelli possa essere un giorno riconsegnata in libertà alla società; poi ho ritenuto queste mie resistenze come delle barriere psicologiche del tutto ingiuste da superare; l’essere umano, per quanto criminale sia, non può essere ingabbiato nel concetto anticostituzionale di “fine pena mai”. Lunga pena sì, pluridecennale sì, rieducativa sì; ma una pena, prima o poi, deve pure finire. Nessuna persona, in uno stato davvero democratico, dovrebbe finire i suoi giorni in galera; sarebbe una forma altra di pena di morte. No a tutte le mafie, dunque! Ma uno Stato civile deve andare oltre il  “fine pena mai”; deve costruire sempre, e per tutti i detenuti, barlumi di speranza; ogni persona detenuta, espiata la giusta pena, deve pensare di poter  ritornare a(ri)vivere all’aria aperta.

   In Italia abbiamo l’artico 4 bis. Molti giuristi dicono che esso sia stato partorito da una mente diabolica. Vero. In Italia, sappiamo, il carcere a vita non è costituzionale. Come mai il 4 bis lo diventa? Semplifichiamo: secondo le leggi italiane, non contano i morti ammazzati da parte dei killer mafiosi per stabilire chi deve avere il carcere a vita. E’ il detenuto che decide se vuole rimanere per tutta la vita in carcere o avere la possibilità di accedere ai benefici collaborando con la giustizia (e fra i benefici ci sarebbe anche il “fine pena”). In questo modo il termine “ostativo” non sarebbe più sinonimo di “carcere a vita”. Se collabori con la giustizia, in pratica se fai il pentito, come per magia il termine “ostativo” finisce per assumere le connotazioni di costituzionalità.

Perché diciamo ciò? Citiamo ancora Malerba, pagina 356 del libro: “Un giorno venne a trovarmi in quell’isolamento atroce (Asinara: negli anni Novanta inferno in terra, dirà poche righe prima) un magistrato molto importante. Mi parlò con toni pacati, garbati, come se parlasse a suo figlio. Provò a convincermi a collaborare con la giustizia. Mi prospettò sconti di pena, protezione ai miei familiari, e una vita nuova con generalità nuove e perfino uno stipendio. Voleva però che parlassi anche di politica, che facessi nomi. Ma io non avevo niente da offrirgli. Lo lasciai parlare e lui, come era venuto, se ne andò”.

   Giuseppe Grassonelli ci dà col suo libro una confessione raccapricciante della mentalità omicida, ma la sua testimonianza letteraria rappresenta anche il riflesso delle nostre leggi non sempre in perfetta linea col dettato della nostra democratica Costituzione. Grassonelli non ha niente da dire alla Magistratura se non quanto ha detto e scritto. Non ha nomi di politici da fare. Per lui, di conseguenza, l’ergastolo deve rimanere ostativo. Di fronte a tanta onestà non ci può essere “fine pena” per lui. Strano!

Ci si chiede: può mai sposarsi la morale col 4 bis? L’immoralità di chi ha ammazzato può trasformarsi in moralità da condividere socialmente col popolo sovrano se un killer collabora con la giustizia?

Tutti ormai sanno del collaboratore di giustizia Sergio Flamia di Bagheria. Noi non diamo giudizi morali, esprimiamo solamente dubbi e ci facciamo delle domande: quale machiavellica concezione della “giustizia” rende accettabile in un qualsiasi criminale che collabora i suoi precedenti comportamenti di spietato assassino? Forse ciò contribuisce davvero a sconfiggere le mafie? O ci si trova innanzi a lotte di potere all’interno del nostro Stato e i pentiti vengono usati come strumenti per ingrandire il potere di alcune componenti istituzionali dello Stato stesso? Forse un collaboratore (o pentito) non sta di fatto “trattando” con chi ha il nobile fine di sconfiggere le mafie, anche quelle partitocratiche?

E certo ci si chiede: di quali benefici gode Sergio Flamia o chi per lui? I sui figli, le sue nuore, i suoi nipoti, sua moglie, tutti sono stati “deportati”, nel senso che non vivono più a Bagheria! Sono al sicuro. I mafiosi non pentiti (quanti ne restano?) potrebbero vendicarsi. Ho virgolettato il termine “deportati” perché c’è chi sceglie di collaborare e c’è chi subisce le conseguenze di tale scelta. In città restano altri parenti diretti: forse lo hanno disconfermato? E magari tutti i parenti di Sergio Flamia allontanati per sicurezza da Bagheria sono passati a miglior vita. Non lo sappiamo. Dico ciò perché Sergio Flamia e sua moglie  e lui stesso sono miei nipoti e pronipoti: persone adorabili che mi hanno sempre rispettato, Sergio compreso. Ai suoi figli, quando erano piccoli  -e lui spesso in galera-  io cantavo pure la ninnananna e conosco tanti loro lancinanti dolori; R. -da grande- amava venire con me ai Concerti: non è questa morale che commuove? Togliere tre famiglie dal loro ambiente, per quanto sia una condizione opportuna, è sempre una sconfitta: è una “morte sociale”. Tutti i “deportati” hanno lasciato qui parenti di primo e di altro grado: padri, madri, fratelli, sorelle…

E può verificarsi, come si è verificato per M., moglie di un mio pronipote figlio di Sergio Flamia, che qualche parente citato passi ad altra vita.  Possono i “deportati” essere “riportati” per alcune ore nel loro ambiente per onorare le immagini di chi non c’è più o si deve prima valutare la “sicurezza” di una tale operazione? Io non riesco a capacitarmi: non riesco a capire più cosa sia giusto o ingiusto. Quando il mafioso tratta con lo Stato? Prima di pentirsi o dopo il pentimento? Non sono forse aspetti diversi di una stessa medaglia di questo Stato? Se lo Stato non è capace di assicurare la “sicurezza” ai “riportati ad ore” non è come ammettere che, di fatto, le Mafie hanno vinto su tutti i fronti?

Ecco perché mi piace e mi commuove Malerba e per lui io sostengo davvero la fine dell’ergastolo ostativo: la letteratura è vita, arte che svetta sul bieco conformismo, sui Servizi Segreti (che pure servono a tutti gli stati!) e sulla stessa doppia morale (se non quadrupla) di uno Stato, quello italiano, che si trova politicamente al di là della decenza di qualsiasi concezione estetica. Dell’etica? A chi importa? Se morale è ciò che tale appare a ciascuno! Viva allora in tutti i cuori il sincero racconto-verità di Giuseppe Grassonelli: certamente lacera, ma i suoi desideri sono degni di chi ha sani gli attributi: sia in alto sia in basso! Malerba è solo una signora rinnovata erba su cui tessere e pascolare.

Bagheria, 9 novembre 2014

Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: “ALLA MIA NAZIONE” UNA POESIA DI PIER PAOLO PASOLINI SCONOSCIUTA AI PIU’!

Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico,

ma nazione vivente, ma nazione europea:

e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,

governanti impiegati di agrari, prefetti codini,

avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,

funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,

una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!

Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci

pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,

tra case coloniali scrostate ormai come chiese.

Proprio perchè tu sei esistita, ora non esisti,

proprio perchè fosti cosciente, sei incosciente.

E solo perchè sei cattolica, non puoi pensare

che il tuo male è tutto il male: colpa di ogni male.

Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.

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Pier Paolo Pasolini (Da Nuovi epigrammi 1958-59)

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Come si vede, Pasolini è sempre vivo ed attuale! (G.D.)

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