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Archivio Febbraio 2015

GIUSEPPE DI SALVO: UN OSCAR PER “THE IMITATION GAME”: VINCE GRAHAM MOORE LA MIGLIORE SCENEGGIATURA! COMPLIMENTI!

UN OSCAR PER “THE IMITATION GAME”: VINCE GRAHAM MOORE LA MIGLIORE SCENEGGIATURA! COMPLIMENTI!

Graham Moore, Oscar 2015 per la sceneggiatura del film The imitation Game!Graham Moore, Oscar 2015 per la sceneggiatura del film The imitation Game!

LO SCENEGGIATORE GRAHAM MOORE, VINCITORE DELL’UNICO OSCAR PER IL FILM “THE IMITATION GAME” SI DICHIARA ”STRANO E FIERO”.

Graham Moore vince l’unico Oscar per la migliore sceneggiatura non originale per il film su Alan Turing The Imitation Game.

L’Oscar che Graham Moore ha vinto rappresenta una specie di premio di consolazione dato a The Imitation Game, film che, altrimenti, sarebbe rimasto a bocca asciutta nonostante le otto candidature. Appena lo scrittore sceneggiatore è salito sul palco, un po’ stordito, ricevendo il premio dalle mani di Oprah Winfrey,  ha fatto  dimenticare ogni dubbio sul valore del premio attribuitogli: il suo discorso è stato toccante e da applausi.  Ha detto: “Abbiamo vinto tutti”, ringraziando tutto il cast. Poi ha aggiunto: “Alan Turing non è mai riuscito a salire su un palco come questo, mentre io sì e questo non è giusto”. Turing è il matematico protagonista del film che decodificò i codici della macchina nazista Enigma: eroe di guerra, i suoi meriti furono taciuti a lungo perché omosessuale. Anzi, fu anche condannato per omosessualità e morì suicida dopo mesi di estrogeni assunti per la castrazione chimica imposta dalla legge inglese. “Quando avevo 16 anni”, ha confessato Moore, “ho cercato di uccidermi perché mi sentivo strano. A quelle persone che si sentono strane dico di continuare a sentirsi così: un giorno magari  sarete voi a salire su questo palco”.

Complimenti a Graham Moore!

Giuseppe Di Salvo

Categorie:Cinema, Oscar Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: ABDEL FATTAH AL SISI BOMBARDA L’ISIS CON IDEE PIU’ CHIARE DEI CONFUSI NON-INTEVENTISTI

ABDEL FATTAH AL SISI BOMBARDA L’ISIS CON IDEE PIU’ CHIARE DEI CONFUSI NON-INTEVENTISTI

Il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi chiede al Consiglio di Sicurezza Onu di “adottare una risoluzione per un intervento internazionale in Libia”. Nell’intervista al quotidiano governativo egiziano Al-Ahram, al Sisi ha sostenuto che “non c’è altra scelta” alla luce “dell’accettazione da parte del popolo e del governo libico e il loro appello all’Egitto ad agire in questa direzione”. E allora diciamola tutta: al Sisi  ha idee chiare e strategia ben definita.  HA GIA’ SCONFITTO I FRATELLI MUSULMANI CHE AVREBBERO TEOCRATIZZATO L’EGITTO. HA RISTABILITO L’ORDINE IN QUELLA NAZIONE MARTORIATA DALLA DELUDENTE PRIMAVERA ARABA. E COME ESULTAVANO IN NON-INTERVENTISTI DI SINISTRA! INTERVENIRE CONTRO I NEONAZISTI DELL’ISIS E’ L’UNICA POLITICA ESTERA DI SINISTRA. LO CAPISCE PERFINO LA DESTRA. ORA AL SISI  BOMBARDA L’ISIS, PERCHE’ HA CAPITO CHE E’ UNA MINACCIA PER TUTTO IL MEDIO ORIENTE, EGITTO COMPRESO. E GIUSTAMENTE FA PRESSIONI PER UN INTERVENTO INTERNAZIONALE, PER FERMARE L’AVANZATA DI QUESTI SPIETATI NEONAZISTI PANARABICI IN LIBIA: L’ISIS VUOLE IMPOSSESSARSI DELL’ARMAMENTO LASCIATO IN EREDITA’ DA GHEDDAFI. Poverino, quest’ultimo è stato prima sodomizzato e poi ucciso. Mica era la sola Fallaci che sapeva della sua stravelata omosessualità! Ma chi di moralismo legato ad Allah colpisce con la stessa arma viene poi torturato e imputridisce!

Giuseppe Di Salvo

Categorie:Politica Estera, Primo piano Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: IL QUADRO NERO APRE LA STAGIONE CONCERTISTICA 2015 DEL TEATRO MASSIMO DI PALERMO. RIFLESSI DI UN REGIME ARTISTICO-MUSICALE CHE SI PROIETTA NEL NULLA. MEGLIO DIRIGERE IL SILENZIO!

LA VUCCIRIA DI RENATO GUTTUSO.LA VUCCIRIA DI RENATO GUTTUSO.

IL QUADRO NERO APRE LA STAGIONE CONCERTISTICA 2015 DEL TEATRO MASSIMO DI PALERMO. RIFLESSI DI UN REGIME ARTISTICO-MUSICALE CHE SI PROIETTA NEL NULLA. MEGLIO DIRIGERE IL SILENZIO!

La Vucciria, il popolare mercato rionale di Palermo, da decenni trova grande risonanza artistica, per così dire, grazie al quadro del pittore bagherese Renato Guttuso. Noto anche come “Il quadro nero”, questo dipinto, scriveva il critico Cesare Brandi: “E’ tenuto insieme, come una musica dalla tonalità, da quel nero di fondo e visibile solo nei contorni”. (E’ col  “Quadro Nero” che si è aperta, il 7 febbraio scorso, la Stagione Concertistica 2015 del Teatro Massimo di Palermo). Guttuso preciserà: “E’ un quadro nero, sembra cioè dipinto sopra un fondo nero. Voglio dire: a un certo punto, mentre dipingevo, mi sono accorto come tutta quella abbondanza di vita contenesse, nel fondo, un senso distruttivo. Senza che io ci pensassi o volessi, tale tela esalava un sentimento di morte”. E Roberto Andò, con una semplice domanda, esplica ancora in questo modo il dipinto: “Quando la Sicilia, l’Italia intera sono diventate una grande natura morta?”.

Il quadro di Guttuso risale al 1974, a 45 anni fa. La Vucciria di oggi non è più quella degli anni Settanta, e da tempo! Ma il bello è che non lo era neanche quando l’ha dipinta Guttuso. Questi ha dipinto una sua mentale “Vucciria”, vi piaccia o no. Io vi posso assicurare che, all’alba degli anni Settanta, la Vucciria era, invece, una grande e dinamica natura viva animata da tantissima gente: erano ricchi di vita e di vitalità sia i venditori stabili sia quelli ambulanti e, cosa non percepita da Guttuso, vivevano nelle loro bocche anche le esposte merci; esse avevano slancio nelle abbanniatine, linguisticamente ben colorite e colorate, di quei popolani venditori; era un linguaggio molto più intenso di quello che con monotonia esprime lo stesso Camilleri nei suoi racconti; era linguaggio estemporaneo e non v’era fonetica studiata a tavolino; ogni loro espressione lanciata con impeto era ricca di metafore e accenti tipici dei quartieri popolari palermitani, un linguaggio che si tramandava con compiacente invenzione ed emozione spontanea ed estemporanea; un linguaggio che si legava ai tanti aspetti della vita quotidiana e legato alla forza della percezione del tempo presente. I venditori, come avviene ancora oggi in qualche mercatino, percepivano le caratteristiche di molti passanti e coi loro berci creavano metafore con parole ricavate dalle loro merci per ben indicare la presenza di alcune persone, donne o uomini, di cui volevano evidenziare una linguistica ed immediata  divertente caricatura. Il loro immaginario era davvero dirompente, fresco, raramente offensivo, ma semplicemente ridente ed accogliente.

Sicché, per fare qualche esempio, se passava una donna con seni ben forniti, si potevano udire abbanniatine di questo genere: “Pigghiativilli sti mulinciani, tunni sunnu e duri!!!” (“Prendetevele queste tornite melanzane, tonde sono e dure!!!”): erano espressioni vocaliche lanciate di getto al pari, nella pittura, della “Action Painting”. Un linguaggio immediato da Pop Art.

Un giorno, per le strette strade della Vucciria, passeggiavamo io, Castrenze e Angelo Tomasello: dovevamo andare in via Materassai a trovare la Matapolla, un gay che abitava da quelle parti (proprio alla Vucciria alcuni arrusi avevano comprato casa e ognuna di queste case era luogo di incontro fra finocchi e venditori del luogo, e non solo!); ebbene, come non ricordare quella voce del fruttivendolo che, nel vederci, strillava: “Frischi, frischi sunnu i me finuocchi!!!” (“Freschi, freschi sono i miei finocchi!!!”). E spesso, sapendo dove andavamo, seguiva un carnoso ristoro. Che inguini generosi! E noi, da brave educande, dicevamo come non fare permanere lo smegma nel canale balano-prepuziale.

Questi pochi esempi bastano per dirvi che la Vucciria di Guttuso contiene solo pose di frustrati piccolo-borghesi che con la vitalità del luogo non avevano niente a che fare. La Vucciria viveva nel taglio del polipo, nei pezzettini di formaggio che -come ostie- molti cascavaddari ci mettevano in bocca nell’attesa di offrirci altro tipo di salame non esposto: era questa la viva Vucciria che odorava di popolo! Quella di Guttuso rappresenta i riflessi assai lenti e ritardati di tanti borghesucci di sinistra (identici mentalmente a quelli di Centro e di Destra) che sanno porgerci solo studiate pose e il loro meno studiato istinto di morte.  Può piacere o no il dipinto di Guttuso con quelle nature morte importate e con quei dodici personaggi che non rispecchiano i vivi ritmi del luogo; ma va ricordato che tutto lì era rapido movimento e solo a tarda sera i gatti e i cani comunicavano l’avvenuta quiete.

Roberto Andò, animando questo “Quadro Nero”, va oltre la nobile “volgarità” (nel senso che non da quel volgo deriva) delle azioni intrinseche nella Vucciria del pittore bagherese; e certo a molti piccolo borghesi in posa può anche piacere il volto emaciato dell’uomo con la dolcevita gialla indossata in piena estate: quel freddo interiore non è proprio della Vucciria, viene lì inserito, ma è importazione di altri ambienti mentali alla Vucciria completamente estranei. La Vucciria di Guttuso è mera posa da snob: in questo senso è grande! Non è verismo, è semmai realtà mentale “volgarmente” alterata. E non è neanche cultura progressista: è surrealismo conforme ai colori tipici di un “espressionismo astratto”, nel senso che si astrae dalla vera vociante realtà. Non c’è nulla di vero in quella staticità espressiva, non sono vere neanche le carni macellate che non sanguinano; la vera Vucciria è macelleria lancinante e sanguinante. Tutto, nel quadro di Guttuso, viene pianificato a priori, il getto non è mai spontaneo.

Marco Betta, con le sue musiche, si adegua ai ritmi del dipinto. Scrive: “Le principali parti di questa composizione provengono da appunti e da frammenti ricavati dal ritmo delle immagini e dai colori del quadro, un’unica struttura sonora continua che nella sua evoluzione disegna una sottile e illusoria filigrana armonica che cela corrispondenze musicali col film, col testo e coi personaggi del quadro”.

Le semplici parole di Betta rievocano concetti. Ma in che modo questi concetti generano poi musica? Io, e lo dico francamente, avrei voluto 55 minuti di musicale silenzio!

Dario Oliveri, nel Libretto di Sala, scrive: “La musica del Quadro Nero è forse la più ascetica e austera  che Marco Betta abbia mai composto, quella in cui è più evidente  -sotto certi aspetti-  l’influsso di Morton Feldman: rispecchiando l’idea drammaturgica di dilatare a dismisura un solo sguardo, un solo istante, la musica assume il carattere di un processo graduale…”.

Noi abbiamo avuto una diversa percezione: a dilatarsi a dismisura nella musica di Betta è stata solo la noia! Va da sé: rispettiamo chi ama questo linguaggio musicale, ma noi apparteniamo a coloro che, di fronte a queste noiose musiche, preferiscono l’armonia del silenzio o una più semplice Gymnopédie di Erik Satie: è la consistenza e la brevità del brano che dilata il tempo, e non la lunga monotonia che caratterizza il linguaggio musicale di Morton e dei suoi seguaci che si configurano anche somaticamente nella sua immagine. Ogni persona ha un modo diverso di percepire il tempo, il realismo e la stessa Vucciria. Anche il rifarsi all’ Espressionismo Astratto di Morton è una sua “volgare” posa in cui il musicista americano vuole ingabbiare gli allocchi.  Noi siamo attratti da ben altri stabili volatili. Non amiamo il minimalismo espressivo di lunga durata che rotola nel Nulla. E sappiamo con quali vere musiche ammobiliare le nostre menti: sull’ambientazione di Morton e dei suoi seguaci preferiamo pisciarci sopra: chi non trova nel getto delle sue auree urine la musicalità derivante dall’ Action Painting? Non siamo masochisti, ma, musicalmente, sappiamo essere diversamente sadici. Betta avrebbe dovuto fare dirigere al direttore Tonino Battista ben altra originale composizione, con la quale esprimere davvero,  con raffiche di pause coronate, quel tanto ventilato e non attuato “grande silenzio palermitano”,  (ma meglio guttusiano), sottotitolo del quadro del pittore bagherese. Perché, in questo caso, l’evento fumava solo di retorica, altro modo di percepire l’essere prossimo al Nulla!

Bagheria, 12 febbraio 2015

Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: IN MEMORIA DI NINO MISSERI, DI DON ARMANDO TRIGONA DELLA FLORESTA E DELL’AGAPE CRISTIANA

DON ARMANDO TRIGONA DELLA FLORESTA!DON ARMANDO TRIGONA DELLA FLORESTA!

MEMORIA DI NINO MISSERI, DON ARMANDO TRIGONA DELLA FLORESTA E L’AGAPE CRISTIANA

Se amiamo dobbiamo girarci e guardare, come ha fatto Orfeo, il volto amato di Euridice. Se Amore lo vieta è perchè questo vuole. Il Mito siamo noi, esseri più che umani con tante passioni. La morte avviene per altri motivi meno mitici. E’ un fatto. Conobbi Nino Misseri all’alba degli anni Settanta. Era bello. Di poche parole. Aveva una devozione per Don Armando Trigona Della Floresta. Era suo stretto amico. E non c’era danza di Furie che in lui distogliesse l’attenzione nei confronti di Don Armando. Questi mi volle conoscere mentre io sgambettavo in pieno giorno e in pieno sole lungo il Corso Umberto di Bagheria. Agitò il clacson e io, avendolo riconosciuto, mi avvicinai alla sua macchina. Don Armando aveva un aspetto aristocratico con occhi rivolti verso le cose e le persone umili. Gentile. Mi diede un breve passaggio giusto per parlare un po’. Io, per celia, gli davo del “voi”, lo vedevo come un uomo liberale dell’Ottocento. Era anche una forma di innocente retorica nei confronti di una persona più avanti negli anni e prete. Chi non lo conosceva a Bagheria? Chi non ricorda ancora oggi la sua Trasfigurazione e la sua casa aperta della Montagnola?

   Mesi dopo il primo incontro, ce ne furono altri. Un giorno mi invitò a vedere a Palermo il film di Ken Russell “Donne in Amore” tratto dal romanzo di D. H. Lawrence. C’era con noi anche Nino Misseri, suo “figlioccio”  -così linguisticamente in quegli anni si presentavano gli amici piuttosto “intimi”. Le perpetue erano perpetue. I “figliocci”, negli umani legami affettivi, rappresentavano altro. Orfeo non poteva dire altro dell’altro Orfeo, però poteva guardarlo. Gli ostacoli non erano legati al Mito, ma al Costume e ai Mascheroni benedetti dalla Santa Ipocrisia sempre in azione. Credo ci fosse con noi un altro loro amico.

Dopo aver parlato dell’omoerotismo sublimato nella scena di lotta simulata al fine di toccarsi davanti al Camino -fiamme compiacenti- fra i due amici Gerald e Birkin coi loro corpi nudi, i due sessi maschili naturalmente penzolanti, nel loro rifugio di montagne innevate,  io chiesi a Don Armando Della Floresta per chi avesse mai sentito una forte amicizia nella sua vita. Don Armando (che era a conoscenza della mia amicizia col maestro agrigentino Michele Lizzi) con naturalezza, evitando ogni inutile parola, prese con la sua destra la mano di Nino e la portò in alto con la grazia che, nonostante i non lineari caratteri di tutti i presunti “peccatori”, con certezza gli veniva dalla forza cristiana racchiusa nel concetto di AGAPE. L’amicizia c’è se è vissuta con la forza dell’Amore che -per tutti gli Dei- prende e comprende.

Don Armando Trigona ormai non è più da diversi lustri. Aveva interiorizzato il senso delle diverse appartenenze e le onorava nella vita quotidiana: famiglia di origine, Chiesa, amicizia interclassista eletta ad interesse religioso, vale a dire a notevole legame, per quanti avessero come lui lo sguardo proustiano protetto da AGAPE. Il 6 febbraio 2015, anche Nino Misseri, suo “figlioccio”, è venuto meno, dopo avere affrontato  per mesi -con la dignità che tutti gli riconosciamo- la lotta vana per la brutta malattia presentatasi. Padre Salvatore Lo Bue, nel suo pacato e toccante discorso di commiato nella Chiesa di Santa Flavia, oggi 7 febbraio 2015, ha detto che nei suoi momenti di vita finale Nino aspettava un amico che non vedeva da anni. Armando gli si è presentato nel giorno del suo onomastico. Il nome rappresenta una variante del nome Ermanno, dal germanico hari e man, “uomo di guerra”. Secondo altri deriverebbe dalle parole hard o hart “duro, forte” e man “uomo” con il significato di “uomo forte”. Don Armando era un uomo che sapeva vivere e lottare.

L’onomastico si festeggia il 6 febbraio in memoria di Sant’Armando (più corretto Sant’Amando) di Maastricht. AGAPE riportò il “figlioccio” fra le mani del suo “padrino” per potersi beare dei Campi Elisi. Oggi Padre Lo Bue incarnava la vera AGAPE cristiana e ne spargeva l’essenza con parole che grande fanno la Comunità Cristiana che egli rappresenta. La piccola folla che riempiva la Chiesa ne è rimasta ammaliata. Io commosso. Sono orgoglioso che questo messaggero del divino sia bagherese come me! Nino Misseri amava Milva. Lasciando la Chiesa, mi risuonavano le parole della sua nota canzone “Quattro vestiti” che Nino tanto amava, canzone che si conclude col seguente verso: “Un solo amore!”. Nino, porgi il mio saluto a Don Armando Della Floresta. E buon viaggio nel Cosmo! Chiudo citando proprio D. H. Lawrence di Donne in Amore:

“Coloro che muoiono e pur morendo fanno ancora dono del loro amore, della loro fede, non possono dirsi morti perchè vivono ancora nelle persone che hanno amato. Gerald avrebbe potuto ancora vivere in spirito con Birkin, anche dopo la morte avrebbe potuto vivere col suo amico una nuova vita”.

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Bagheria, 7 febbraio 2015

Giuseppe Di Salvo

Categorie:Memoria, Primo piano, RICORDI, Società Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: LEONARDO SCIASCIA SULLA “NATURA MORTA” O “QUADRO NERO” DI RENATO GUTTUSO AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO

LEONARDO SCIASCIA, GRANDE LUCE CONTRO L'ANTIMAFIA, AFFRESCO NERO DI REGIME!LEONARDO SCIASCIA, GRANDE LUCE CONTRO L’ANTIMAFIA, AFFRESCO NERO DI REGIME!

LEONARDO SCIASCIA SULLA “NATURA MORTA” O “QUADRO NERO” DI RENATO GUTTUSO AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO

ALTRE SCANDALOSE E VIVE VUCCIRIE: ASPETTIAMO UN COMPOSITORE CHE MUSICHI LA POLEMICA SCIASCIA-GUTTUSO-BERLINGUER SUL CASO MORO. SENZA NULLA TOGLIERE AL VALORE ARTISTICO DELLA “VUCCIRIA” E AI DODICI PERSONAGGI CHE VANNO OLTRE I DODICI SUONI! LA SECONDA SCUOLA DI VIENNA NON C’ENTRA NIENTE. I TASTI NERI DI REGIME, SI’!

RIMPRENDIAMO DA RADIO RADICALE ALCUNE POLEMICHE PER LA STORIA ANCORA VIVE E NON SFONDI NERI CHE SANNO DI MORTE! (G. D.)

DA RADIO RADICALE.ITAffare Moro: ancora una polemica, tra Sciascia e Guttuso. Di Sciascia Leonardo, 1 settembre 1980

GUTTUSO DICE A SCIASCIA: NON MI DOVEVI TIRARE IN BALLO: SMENTIRE TE O IL MIO SEGRETARIO, CHE BELLA ALTERNATIVA…

REPLICA SCIASCIA: DEVO CHIEDERE SCUSA: PER AVER CREDUTO CHE NEL NOSTRO RAPPORTO DI AMICIZIA VIGESSE IL CODICE DELLA VERITA’.

SOMMARIO: Poiché il pittore Guttuso, intervistato da “La Repubblica”, si dichiara sorpreso di essere stato chiamato a testimone da Sciascia, comportatosi in tal guisa da “mafioso”, Sciascia replica con una lettera al giornale in cui si stupisce che sia stato definito mafioso l’aver chiesto a Guttuso di scegliere tra “smentire” lui oppure il segretario del suo partito, Berlinguer.

(NOTIZIE RADICALI, 1 settembre 1980 – LA REPUBBLICA, 30 agosto – 1 settembre 1980)

Roma 1 settembre ‘80 – N.R. – La polemica che oppone il deputato radicale e scrittore Leonardo Sciascia e il segretario del PCI, Enrico Berlinguer (scaturita, com’è noto, da una querela di questo nei confronti di quello), si arricchisce d’un nuovo capitolo.

La vicenda, com’è noto, vede tra i protagonisti anche il pittore comunista Renato Guttuso, recentemente intervistato dal quotidiano “La Repubblica”. Nel corso dell’intervista, tra l’altro, Guttuso afferma:

“Con Leonardo ci conosciamo da tanti anni, sento molta affezione per lui. Ma ha talmente paura di essere mafioso, che alla fine lo diventa. Non voglio adesso ripescare l’episodio. Però come gli è venuto in mente di mettermi in mezzo, di chiamarmi a testimone. Io dovevo smentire lui o smentire il segretario del mio partito: che bella alternativa. E’ una cosa che io nei confronti di un amico non avrei mai fatto”.

Prontamente ha replicato Sciascia, in una lettera inviata allo stesso quotidiano.

Sciascia, tra l’altro afferma:

“… La mia mafiosità dunque, consisterebbe nel fatto che io l’ho messo in mezzo, che l’ho chiamato a testimone, che l’ho costretto alla scelta o di smentire me o di smentire il segretario del suo partito. Non passa per la mente a Guttuso che la scelta in cui l’ho posto è quella tra la verità e la menzogna. Non credo sia necessario aggiungere altro. Dovrei forse, per Guttuso, aggiungere delle scuse: per aver creduto che nel nostro rapporto di amicizia vigesse il codice della verità e non quello della omertà e della falsa testimonianza. Ma – mafiosamente – non me la sento”.

Categorie:Arte, Musica, Società Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: FILASTROCCA CICCOLINA* (OSSIA IL TRIONFO DELL’ORTOEPIA!)

FILASTROCCA CICCOLINA* (OSSIA IL TRIONFO DELL’ORTOEPIA!)

C’è chi cuce,
c’è chi cuoce
e c’è cibo
che non cuoce.
..
C’è chi ha il becco,
chi non ne ha,
chi ha la bocca
e il baccalà!
..
Cuoce il cuoco
l’uccellino
il bel nonno
non è chino!
..
Lallabella
lalalalà
chicchicichì
e Ciccio è là!
..

Giuseppe Di Salvo

 *Questa mia filastrocca per bambini della Scuola Elementare (oggi Primaria) è stata scritta alla fine degli anni Settanta. E’ composta con le sole vocali e altre poche lettere dell’alfabeto (b, l, n, h, c, digramma ch), vale a dire con sole dieci lettere. E’ il risultato di un percorso didattico tendente a fare assimilare agli alunni i segni dell’alfabeto nei quattro caratteri gradualmente. La filastrocca sintetizza un divertente rinforzo. Ed è pure ridente farla drammatizzare. Gli alunni più rapidi nell’apprendimento la imparano per primi, gli altri, anche i più lenti, la imparano con l’ascolto degli altri compagni e, successivamente, quando arrivano all’assimilazione dei dieci segni presentati, attuano anche loro un pedagogico rinforzo. Ma c’è di più. Sono quattro strofe con versi prevalentemente quaternari, tranne il quarto verso della seconda strofa, il secondo della quarta strofa (5 sillabe) e il quarto della stessa (pure 5 sillabe) e qualche altra ritmica (o a-ritmica) variazione. La rima è libera (ci sono rime baciate, ma prevalgono quelle incrociate). In pratica, c’è una intrinseca musicalità che ne facilita l’apprendimento. Oggi la uso ancora. E sapete perchè? COL RECITARLA E DRAMMATIZZARLA A VOCE ALTA CORREGGE TANTI DIFETTI DI PRONUNCIA E TRIONFA L’ORTOEPIA!

Giuseppe Di Salvo