Archivio

Archivio Settembre 2015

GIUSEPPE DI SALVO: SUL SETTIMANALE DI BAGHERIA LA MIA DIROMPENTE RECENSIONE DE LA BOHEME IN SCENA AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO

foto di IlBlog Giuseppe Di Salvo.

SUL SETTIMANALE DI BAGHERIA LA MIA DIROMPENTE RECENSIONE DE LA BOHEME IN SCENA AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO

 Il “Settimanale di Bagheria”, già in tutte le prestigiose edicole della città che vanta anche musici di pietra, pubblica la mia dirompente e attesa recensione de “La Bohème” di Giacomo Puccini andata in scena al Teatro Massimo di Palermo il 18 settembre 2015: recensione unica, vera, stridente, non allineata, davvero fuori da qualsiasi conformistico volantinaggio di regime. Da non perdere per meglio comprendere come si muove la nostra società.
Giuseppe Di Salvo
Categorie:Primo piano, recensione Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: BOHÈME AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO: TRIONFANO GLI ASPETTI BURLESCHI E IL SORRISO DANNO AL PRESIDENTE SERGIO MATTARELLA!

foto di IlBlog Giuseppe Di Salvo.MATTARELLA E ORLANDO AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO PER BOHÈME

BOHÈME AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO: TRIONFANO GLI ASPETTI BURLESCHI E IL SORRISO DANNO AL PRESIDENTE SERGIO MATTARELLA!

Come mai “La Bohème” di Giacomo Puccini è l’opera teatrale  -di tutto il genere teatrale- più rappresentata al mondo? Cosa ci vuol dire dal punto di vista sociologico questo evidente dato statistico? Si sa: Puccini canta l’amore, sentimento non domabile e interclassista. E lo fa infrangendo  lo specchio di Orfeo tanto caro a Jean Cocteau. Ce lo spiega in modo assai chiaro il musicologo Claudio Sartori nel suo libro “Puccini” del 1958:

   “Il teatro di Puccini, che  è sempre un fenomeno di intuizione, e ben di rado di riflessione: o lo si accetta, o lo si respinge.  E’ la ragione vera per la quale le opere di Puccini non hanno, né possono avere,  preludi strumentali, come non hanno né  possono avere prefazione”. (Op. cit. pag. 166, edizione Nuova Accademia).

   I famosissimi “quattro moschettieri bohémiens” (Rodolfo, Marcello, Schaunard, Colline) sono simpatiche proiezioni dello spirito borghese pucciniano “aperto, scanzonato, senza eccessivi pregiudizi, ma sempre solidamente borghese, non nel senso deleterio che oggi la parola ha assunto sotto la spinta propagandistica del gioco politico, ma nel senso sano ottocentesco di uomo quadrato, conscio della propria forza e dei propri limiti”. (Op. cit. pag. 141).

   Gli stessi personaggi che sia Giacosa sia Illica sia Puccini creano, traendoli da le “Scènes de la vie de Bohème” di Henri Murger  “sono tutti prodotti della borghesia, figli di commercianti della classe media che si ribellano alla vita rangée  della loro classe per inseguire un sogno d’arte (letteraria, musicale, pittorica, filosofica) che credono solamente raggiungibile nella rinuncia alle comodità offerte dall’ambiente benestante  familiare e soprattutto nella liberazione dai pregiudizi morali, economici, religiosi, politici che questo pretende da loro. E’ l’ultimo aspetto del romanticismo, che si ribella anche alla borghesia di costume e di sentire dalla quale era pur nato, e che morirà di questa rivolta; che si rifugia nel quartiere studentesco della vecchia Parigi per riallacciarsi a una tradizione ancora vivissima di cultura e di arte indipendentemente da qualsiasi schiavitù. (…)

   Sono giovani gli artisti e hanno bisogno di gioventù. E’ quanto offrono loro le sartine, le fioraie, le donne libere (non disoneste) di Parigi. E’ il contributo spirituale della città più vecchia e più giovane del mondo alla ribellione morale e artistica di tutta una classe,  tradotto in graziosissimi personaggi femminili senza pretese, senza cerebralismi, ma anche senza pregiudizi, senza inibizioni. (…) Mimì è veramente una civetta, ma lo è con animo prettamente maschile. Corre di avventura in avventura, come potrebbe fare un marito e come lui convinta di amare sinceramente la moglie tradita, ma tradita soltanto in superficie, soltanto fisicamente…”. ( Op. cit. pp. 135, 136, 137).

   In altre parole, anche le donne della Bohème sono visioni del reale sogno pucciniano che si protrae per tutta la sua lunga gioventù mai morta. E in questo continuo canto di sentimenti amorosi borghesi di rivolta, che dialogano sempre con Thánathos, sentimenti ben delineati, come abbiamo visto, da Claudio Sartori, si immergono sia gli animi “aristocratici” -nell’accezione nietzscheana del termine-  sia quelli popolani sia quelli dei bigotti che verso questo stile di vita borghese mirano e tendono.

   E ciò anche perché “La Bohème” è un capolavoro di arte illusoria che mescola con successo toni patetici e drammatici con altri accenti briosi, burleschi e ironici: il tutto viene rivelato sia dal lessico usato nel libretto sia dalle geniali invenzioni musicali codificate nella partitura dal compositore toscano.

   Palermo, fin dal 14 giugno 1897 (più di un anno dopo la Prima Mondiale torinese del 1° febbraio 1986 diretta da Arturo Toscanini) è stata sempre generosa nei confronti di “Bohème”: in quell’occasione venne diretta da Leopoldo Mugnone, artefice del primo vero trionfo della sullodata opera pucciniana, dopo l’incerto esito avuto a Torino. In quell’occasione Mugnone diede vita ad un insolito bis: esso comprendeva tre quarti abbondanti dell’intero Quadro Quarto, per la precisione da quando Musetta intona: “C’è Mimì… C’è Mimì che mi segue…”. Alla fine di questo inconsueto bis, piansero tutti: pubblico, i pochi musicisti rimasti e i cantanti che s’erano rivestiti come meglio poterono per inscenare la performance irripetibile.

    E di quest’ultima Bohème andata in scena al Teatro Massimo di Palermo venerdì 18 settembre 2015 in presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella cosa dire? Bohème è un dramma “tragicomico” o “dramma giocoso”. Ebbene, di questa esecuzione non siamo stati convinti dagli aspetti drammatici, ma di quelli “giocosi”; non ci ha convinti la direzione d’orchestra di Pier Giorgio Morandi: abbiamo trovato, qui e là, i suoni inutilmente ispessiti con gli interventi degli archi molto appesantiti (come risuonano ancora violente le sonorità orchestrali nel corso del duetto “O soave fanciulla”, per fare un solo esempio!) e con l’orchestra tendente a coprire e non mettere in evidenza le voci dei cantanti; non ci sono neanche piaciuti alcuni interventi irriverenti del flauto e tutta l’impostazione direzionale pesante e inutilmente intessuta da non opportuni accenti wagneriani;  l’Inno di Mameli, invece  -di fatto un’ouverture all’intera mondana serata in onore del Presidente della Repubblica, è stato eseguito in modo brioso ed impeccabile, coinvolgendo il numerosissimo pubblico presente all’interno del teatro: ed è venuto fuori anche un bel coro popolare intonato: chi va a riempire gli stadi quando gioca la nostra Nazionale dovrebbe così cantare “Fratelli d’Italia”!  Un’altra chicca del direttore Morandi l’abbiamo colta, nel Quadro Primo, quando Mimì, da poco entrata nella soffitta dei quattro bohémiens, sentendosi male dice a Rodolfo: “Il respir… quelle scale…”: a questo punto Mimì sviene, si sentono due lunghe note dell’oboe…; ebbene, dopo l’intervento di questo strumento ad ancia, Morandi ha creato una sospensione del suono per diversi secondi, prima che Rodolfo potesse dire: “Ed ora come faccio?…”. Questa assenza di suono l’abbiamo trovata davvero geniale: forse la perdita di coscienza non è comunicare col nulla?

   Il regista Mario Pontiggia ha curato bene gli aspetti attoriali legati alla vis comica dell’opera: tutto l’impianto scenico era tradizionale e gradevole. Il Quadro Secondo era ricco di colori, con masse ben coordinate, spettacolare; il coro delle voci bianche, curato dal maestro Salvatore Punturo, da elogiare; il Coro coordinato dal maestro Piero Monti, nell’insieme, assai dignitoso, ma qualche imprecisione si è colta nel Quadro Terzo. Dal soprano Maria Agresta ci aspettavamo di più; la sua Mimì non svettava per connotazioni belcantistiche (sbaglia chi pensa che in Puccini non ci sia belcanto: il canto espressivo lo è, il verismo di Puccini è legato al sogno e agli aspetti illusori che lo legano ancora al canto romantico!); e, nonostante sfoggi un bel timbro, ci è sembrata priva di rilevanti emissioni aggraziate e piuttosto sforzata nei momenti drammatici: con un’orchestra meno pesante come si sarebbe espressa? Anche il Rodolfo di Giorgio Berrugi non svettava: tenere a lungo la sillaba “dir” del verso “Vi piaccia dir”, senza prima aver sfoderato un canto di grazia con delicate emissioni melodiche alla Jossi Björling non onora il fraseggio e non serve a chi sa ascoltare; Puccini forse amava le note tenute? Lo avrebbe bloccato con una manata.

   La Musetta del soprano Lana Kos? Ben delineato vocalmente il suo celeberrimo Valzer, ma con qualche non convincente emissione nella zona sovracuta: veniva meglio fuori, però, la sua indole buona e stizzita. Il Colline del basso Gianluca Buratto sfoderava una voce possente, stentorea ma non venivano controllate bene le emissioni, anche se “Vecchia Zimarra” è stata intonata con sufficiente decenza; il Marcello di Vincenzo Taormina era convincente vocalmente nelle parti briose, piuttosto sforzato in quelle drammatiche; su tutti svettava per bellezza canora lo Schaunard del baritono Simone Del Savio: voce non voluminosa, ma ha un bel timbro, una sicurezza nelle emissioni davvero encomiabile, è stato perfetto nella sua non ascoltata aria declamata “Or vi dirò…”. E meno male che lui non sforzava la sua voce con quella orchestra che, a tratti, emanava irriverenti sonore sferzate! Come è stato abile nel togliersi di mezzo il pappagallo del lord inglese che non lo sopportava. E che tocco espressivo in quella pronuncia quasi effeminata della parola “incominciam!”; e quei verbi all’infinito che erano mere carezze sonore! E che “presenza bella”! E quale “Conium  maculatum”, velenosa erba delle Ombrellifere! Meno male che questo baritono ha avuto una grande forza nel declamare il verso: “Il diavolo vi porti tutti quanti!”. Un modo elegante ante litteram di mandare tutti “affanculo” con risate davvero presidenziali!

   Ma di questa Bohème da Crociera non si può tacere del basso Benoît, un altro bravo personaggio ben interpretato da Marco Camastra. Ci si trova innanzi ad un ulteriore aprosdóketon, arriva improvvisamente il padrone di casa e vuole riscuotere i soldi dell’affitto dai quattro amici. Si tratta di una vera e propria pochade: qui il regista ha ben esplicato coi gesti la dabbenaggine dei quattro bohémiens che ricorrono alla morale che contestano per cacciare il vecchietto; ebbene, Marco Camastra ha delineato un Benoît borghese pieno di vanità maschilista, immoralità, ipocrisia; è stato visto al Mabil (il cabaret-bordello Bal Mabille, noto locale notturno della Parigi ottocentesca); il vecchietto confessa, fa vanto dei suoi attributi sessuali, ricorre al neologismo sopracapi per indicare le corna messe dalle donne magre…; in quella soffitta c’è tutto un linguaggio ricco di metonimie e altre figure retoriche che servono da velo sia a una certa sessualità frustrata sia a una omosessualità sublimata; un linguaggio che si esporta anche au dehors: forse Colline non preferisce una pipa e un testo greco (Orazio del resto viene citato) per gioire nella famosa notte di Natale?

   Per finire, se la Bohème di Palermo del 1897 diretta da Leopoldo Mugnone viene rievocata perché la stazza dei cantanti principali coinvolgeva tutti in un pianto collettivo, questa edizione del 18 settembre 2015 diretta da Piergiorgio Morandi verrà ricordata per il tanto caldo che distruggeva le unità aristoteliche e per gli aspetti comici venuti fuori in maniera davvero dirompente. Anche Mattarella ha sorriso. Figuratevi io!

Bagheria, 23 settembre 2015

Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: SUL SETTIMANALE DI BAGHERIA MICHELE LIZZI NEL SUO CENTENARIO DELLA NASCITA PRENDE, ALTISSIMO, IL VOLO!

SUL SETTIMANALE DI BAGHERIA MICHELE LIZZI NEL SUO CENTENARIO DELLA NASCITA PRENDE, ALTISSIMO, IL VOLO!

IL MIO ARTICOLO SU MICHELE LIZZI NEL 100° ANNIVERSARIO DELLA NASCITA!IL MIO ARTICOLO SU MICHELE LIZZI NEL 100° ANNIVERSARIO DELLA NASCITA!

“Il Settimanale di Bagheria”, già in tutte le più prestigiose edicole della Città dei Mostri che anche immortali musici di pietra intelligenti comprende, sta andando a ruba. Perchè mai? Pubblica, fra tanti altri testi, il mio articolo sul 100° anniversario della nascita del grande compositore agrigentino Michele Lizzi, colpevolmente dimenticato e silenziato da tutti i teatri italiani per manifesta mediocrità nel valorizzare i figli geniali della propria terra da parte di chi dirige i teatri. Il silenzio di Agrigento risuona su tutte le altre mute città musicali dove un tempo le opere di Lizzi vennero rappresentate con successo e splendore. Noi siamo grati a tutta la critica musicale che, in modo compatto, conosce il valore del grande musicista dell’artistica e storica Valle dei Templi. Continuiamo a rompere questo omoertoso silenzio dei vari dirigenti dei teatri siciliani e non. E’ il nostro modo culturale di fare davvero antimafia. A testa altissima. E con democratico vanto. Vi conosciamo. Ce ne ricorderemo al momento del Divino Voto: non di castità, si capisce! Se almeno gli estimatori di Lizzi sapeserro votare!

Giuseppe Di Salvo

Categorie:MICHELE LIZZI, Musica, Primo piano Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: E DIVIENE AUREO L’ANNO (POESIA INEDITA)

E DIVIENE AUREO L’ANNO (POESIA INEDITA)

La scuola,
assenti gli alunni,
si pensa.
Con loro-
dirompenti, vivaci, calmi…-
si aricchisce
di tinte nuove
colte in ridenti
e crescenti volti
che creste rinnovano.
Si anima.
Scuote.
E diviene aureo
l’anno!

Bagheria, 16 settembre 2015

Giuseppe Di Salvo

Categorie:poesia, Primo piano, SCUOLA Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: VERSI PER MIA MADRE (POESIA INEDITA)

VERSI PER MIA MADRE (POESIA INEDITA)

MIA MADRE ED IO, ANNI CINQUANTAMIA MADRE ED IO, ANNI CINQUANTA

Nei pomeriggi di settembre

spesso m’appari

e dai giacigli mi sollevi

e l’invito m’offri

a cercar nella volta la luna

Ricordo il tuo passo-

per vocianti vie-

tendente a ravvivare

gl’illusori moti del sole

Voce ch’io sento

Madonna nel mio Altare

Fra i tuoi ulivi ti reincarni-

rami argentei con verdi olive grosse

pascenti aride zolle

Crepata è quella terra su cui-

eccitata-

ti lasciavi talvolta cadere

Dopo otto anni

ogni umana sembianza

a te s’avvicina

Non c’è rosa o fiore

da te non ricamato

che sul marmo sopravviva

Qui col tempo tutto avvizzisce-

Madre-

ma di te splende il ricordo

Dov’io vivo col segno -

o con l’altrui pulsare-

esso linfa è assai dilaniante

Si espande!

Bagheria, 16 settembre 2015

Giuseppe Di Salvo

Categorie:poesia, Primo piano Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: ELENA MAUTI NUNZIATA, GRANDE MIMI’ A PALERMO, DA INVITARE OGGI NEL PALCO REALE. SI TRATTA DI NOBILI MODELLI!

ELENA MAUTI NUNZIATA, GRANDE MIMI’ A PALERMO, DA INVITARE OGGI NEL PALCO REALE. SI TRATTA DI NOBILI MODELLI!

LA GRANDE MIMI' DI ELENA NUNZIATA!LA GRANDE MIMI’ DI ELENA NUNZIATA!

Una grande Mimì, l’unica grande che io abbia ascoltato dal vivo, è stata, il 23 febbraio del 1982, il soprano Elena Mauti Nunziata: eravamo al Teatro Politeama di Palermo.  Si distinse da sola. Fu “La Bohème” di Puccini che, almeno nel personaggio protagonista femminile, eguagliò a Palermo quella del 1975 che vide protagonista il tenore di Pordenone Beniamino Prior. Da allora poche altre Bohème hanno inciso significativamente a Palermo per bellezza di canto e stile espressivo. Ci fu, con la Nunziata, anche la dignitosissima Musetta di Margherita Guglielmi.

Scriveva Fabrizio Carli su “L’Ora” di Palermo: “Elena Mauti Nunziata era un’eccellente Mimì. Piega la bella, voce calda e corposa, in sfumature espressive intense, ma mai plateali, sempre attenta a rendere con bella credibilità (agevolata anche da un sapiente gioco scenico per nulla artificioso) il dramma del personaggio”. 

   Il soprano Elena Mauti Nunziata, chi oggi se ne ricorda?, cantò al Teatro Massimo di Palermo per oltre venti anni, dal 1965 alla fine degli anni Ottanta. Si distinse in molti ruoli: io l’apprezzai in Madama Butterfly (1984) e ne La Rondine (1986) di Puccini  oltre che nella Bohème citata. Mi ricordo i suoi pianissimi filati in zona acuta, il suo timbro luminoso, il suo modo di svettare in Butterfy quando intonova: “Amiche, io son venuta…”; e quella Rondine impeccabile mai più riascoltata. Poi anche su questa grande donna cadde il silenzio, nonostante si distinse in molti altri ruoli belliniani, verdiani, donizettiani… Si evidenziò anche ne “Il Gattopardo” di Angelo Musco (1967), “Ifigenia” di Pizzetti (1968) e in molti altri coraggiosi ruoli di compositori contemporanei mai più dal Teatro rappresentati. E non sono in pochi a ricordarla anche in una celeberrima edizione de “I Puritani” al fianco del grandissimo Alfredo Kraus. Ecco un’altra grande donna da ricordare. Perchè i Dirigenti del Teatro Massimo non la invitano in occasione dell’imminente Bohème? Io vorrei poterla applaudire accanto a Giambrone e Orlando seduta con onore nel Palco Reale! Hanno onorato il canto, il belcanto, la musica tutta e Palermo.

Giuseppe Di Salvo

Categorie:Classica, Musica, Primo piano Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: LA LIBIDINE FANTASTICA, OSSIA IL DESIDERIO OMOEROTICO, NEL DETTATO MUSICALE DI MICHELE LIZZI*

IL LIBRETTO DI PANTEA DI MICHELE LIZZIIL LIBRETTO DI PANTEA DI MICHELE LIZZI

LA LIBIDINE FANTASTICA, OSSIA IL DESIDERIO OMOEROTICO, NEL DETTATO MUSICALE DI MICHELE LIZZI*

Prima di Empedocle la ricerca filosofica era orientata verso la natura e i suoi elementi principali. I maggiori filosofi della scuola Ionica, infatti, venivano definiti come “fisiologi”.  A questi succedettero altri pensatori, come i Pitagorici e gli Eleati, che individuavano nei principi teorici astratti gli elementi fondamentali della loro speculazione. Empedocle di Agrigento (492-432 a. C.) individuò in quattro elementi fondamentali l’esistenza di ogni cosa. Questi elementi sono legati fra loro da due forze: ODIO e AMORE, repulsione e attrazione. Gli opposti di Empedocle sono due impulsi istintivi e irrazionali. Per questa sua irrazionalità, Empedocle si distacca dai Pitagorici e dagli Eleati.

   Ma ciò che più m’interessa dire in questo scritto è il fatto che Empedocle operò anche guarigioni miracolose e che svegliò persino una donna che giaceva da tre giorni in letargia senza polso e respiro. Perciò egli venne considerato come un essere soprannaturale, come un mago e taumaturgo. La donna risvegliata da Empedocle si chiamava Pantea, e tale è il titolo di un dramma lirico in tre atti musicato da Michele Lizzi, musicista agrigentino. Il dramma porta il sottotitolo “Nel mistero della rincarnazione”.

   Venne riportato in versi da Gerlando Lentini che lo ricavò dalla notizia riportata nelle “Memorie storiche agrigentine” di Giuseppe Picone e nello Empedocle di Ettore Bignone. Questi scrive: “Empedocle aveva risuscitato una donna della sua città che da tre giorni più non respirava. Era la guarigione accorta d’una catalessi; ma la folla ne fece un miracolo”.

   Pantea, dunque, ritorna a vivere, dopo un breve viaggio nell’aldilà. Un viaggio ricco di fascino. Pantea nel suo canto finale dice: “Un’occulta bellezza ha quella vita”. L’Ade si presenta come un momento di liberazione dal male. Liberazione che Pantea narra quando ritorna a vivere. Questo è il tema della rincarnazione, che Lizzi maturò e realizzò in musica durante la sua brillante carriera artistica. Pantea, il cui valore merita attenzione profonda per i contenuti morali, poetici, filosofici e musicali; essa rivela coraggiosamente quanto di più bello c’era nella concezione estetica di Michele Lizzi, cioè la caduta nella libidine fantastica. Sì, Pantea è dunque la rappresentazione in dramma lirico di una caduta nella libidine fantastica del desiderio omoerotico. In Pantea c’è la realizzazione dell’umiltà, la ricerca estetica in un mondo arcaico ancora tutto da scoprire, la sofferenza e l’amore umano, eros che, nel cuore di Lizzi, era sempre ricco e lievitante.

   Nelle primissime battute dell’opera emerge chiaro il pensiero filosofico di Empedocle. Carcino chiede ad Empedocle: “Come non t’è al lato/ Pantea, la tua discepola che presto/  andrà sposa a Senocrate? Diversa/ è da ogni altra fanciulla. Oh, lei felice/ che, come te, può spingere lo sguardo/ nel mistero e conosce le cause/ d’ogni cosa!”.

   Ed Empedocle così risponde: “Felice chi, appagato/ tal desiderio, libero d’affanni,/ vola ne l’aria a fondersi col ritmo/ dell’universo”.

   Ed Enofilo aggiunge: “Ciancie, o buon Carcino!/ Alla malora tutte le dottrine:/ l’Amore che unisce e l’Odio che divide/ ogni cosa, il rinascere degli Orfici,/ sono chimere. Viver, quasi incomba/ la morte ogn’ora, è bello; alzar palagi,/ come se eterni; cogliere il piacere,/ che la vita distilla in ogni tazza,/ e dopo, il nulla”.

   Amore e Odio, Amore e Morte si equivalevano in Lizzi, che considerava l’Amore come una colpa tragica da vivere per poi essere scontata con la morte. Il desiderio omoerotico di Lizzi è da cogliere in questi versi cantati appassionatamente da Pantea: “L’affanno che ho patito,/ il mio affanno oggi ha un nome, essere donna/ e non goder di ciò che a donna è dato./ Aggrapparsi all’amore e udir distinto/ Ade che chiama”.

   L’Amore di Michele Lizzi è canto corale sublime dei richiami dell’Ade con connotazioni musicali di altissima sapienza. Ecco come si rivela la libidine fantastica: come richiamo dell’Ade che risolve ogni attrazione erotica di questa Terra.  Per Lizzi ESSERE significava realizzare la libidine fantastica;  NON ESSERE rinunciare alle sue reali pulsioni.  

   Michele Lizzi morì di cancro il 31 marzo 1972. D’allora mi accorsi che la rincarnazione è elaborazione della nostra fantasia. Ma, in Pantea, il personaggio Carcino ne rappresenta l’antitesi. Prova ne siano i seguenti versi già citati: “COGLIERE IL PIACERE/  CHE LA VITA DISTILLA IN OGNI TAZZA/  E DOPO, IL NULLA “.

   Nel nome di tale piacere ho maturato l’idea di portare alla luce, senza più nasconderlo, questo mio breve vissuto: bella e irripetibile alata esperienza!

Giuseppe Di Salvo

 

*Questo mio articolo è stato scritto il 2/7/1977 e letto a “Radiostereonda” nella città di Bagheria nello stesso periodo. Michele Lizzi era morto da oltre cinque anni.  Io ero vicino ai ventiquattro.

Oggi, in occasione del centenario della nascita del musicista agrigentino, per renderla sempre più festosa, lo ripropongo. Anch’esso viene svegliato da una lunga catalessi. E, mi auguro, servirà d’aiuto ai musicologi per meglio decodificare il linguaggio musicale criptato di Michele Lizzi.  Le note sono espressione autentica del nostro pensiero, ma esso non sempre può essere reso esplicito tramite le parole. Si devono valutare i tempi. E qualche volta li ho pure anticipati.

(G. D.)

  

 

GIUSEPPE DI SALVO: BENIAMINO PRIOR, TENORE LIRICO DI RILIEVO, GRANDE INTERPRETE DI BOHEME AL POLITEAMA DI PALERMO NEL 1975

BENIAMINO PRIOR, TENORE LIRICO DI RILIEVO, GRANDE INTERPRETE DI BOHEME AL POLITEAMA DI PALERMO NEL 1975

BENIAMINO PRIOR CON AUTOGRAFO NEL LIBRETTO DI SALABENIAMINO PRIOR CON AUTOGRAFO NEL LIBRETTO DI SALA

Sì, era Beniamino Prior che, quel giorno di martedì, 15 aprile del 1975, quarant’anni e quattro mesi addietro circa, ore 21:00 (perchè non ripristinare questo nobile orario per le Prime?), al Teatro Politeama di Palermo, chiuso già da alcuni anni (due stagioni per l’esattezza!- ma la chiusura si protrarrà per diversi lustri, purtroppo!) il Teatro Massimo, interpretò uno dei Rodolfi più significativi dalla Bohème di Giacomo Puccini; furono bravi tutti gli interpreti maschili. Rodolfo svettava su tutti: Prior era bello, aitante, vocalmente dotato, ma destinato nell’ingiustizia del dimenticatoio. Ci si chiede: quanto facciamo noi stessi per esseri schivi e passare inosservati? Io un Rodolfo così, dal vivo, non l’ho più ascoltato. Si doveva coronare di alloro per quella felicissima e assai applaudita interpretazione!

Prior ritornò a Palermo per una Lucia nel successivo mese di agosto con la Deutekom al Teatro del Parco di Villa Castelnuovo. Non vidi quell’edizione e non vidi più neanche Prior. Non lo si vide più a Palermo. Era dotato di forza espressiva e di squillo, come testimonia la registrazione della famosa aria “Che gelida manina” da La Bohème di Livorno di un solo anno seguente (1976). Potete ascoltarla cliccando su questo link: https://youtu.be/2C7CYPjSy0g.  Allora fu una festa. Certo gli nuocevano quelle “r” marcate (in ispecie nell’emissione finale) che avrebbe dovuto sfiorare con le labbra e rendere impercepibili. Ma che finezza di canto irripetibile! Va onorato. Si è fatto apprezzare in tutto il mondo. E noi oggi lo ricordiamo meritatamente!

Giuseppe Di Salvo

Categorie:Classica, Musica, Primo piano Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: MICHELE LIZZI TRIONFA IN RETE NEL GIORNO DEL SUO CENTENARIO DELLA NASCITA!

MICHELE LIZZI TRIONFA IN RETE NEL GIORNO DEL SUO CENTENARIO DELLA NASCITA! MA ANCHE PRIMA E DOPO!

In questi ultimi giorni (dal 4 settembre 2015 in poi!) ci sono state decine di migliaia di contatti nei miei Blog (Tiscali e Facebook), in ispecie giorno 5 settembre 2015: tanta gente (decine di migliaia di contatti per onorare il 100° anniversario della nascita di Michele Lizzi!) quindi ha potuto seguire gli articoli postati, articoli che io e altri studiosi abbiamo dedicato al maestro Michele Lizzi nel suo centenario della nascita. Ce ne rallegriamo. La rete ha una capienza maggiore di qualsiasi teatro. Ma una cosa va detta subito, al di là degli inconvenienti e dei probabili malintesi di chi si muove per tenere viva la memoria del grande compositore agrigentino: TUTTI I TEATRI, TUTTI I CONSERVATORI, TUTTI I GRUPPI CONCERTISTICI, E LA STESSA AMMINISTRAZIONE AGRIGENTINA, HANNO COLPEVOLMENTE SILENZIATO UN COMPOSITORE SICILIANO E DEL MONDO. E NON HANNO GIUSTIFICAZIONE ALCUNA, SE NON IL CANTO DELLA LORO VERGOGNA. BUON CENTENARIO, GRANDE MAESTRO MICHELE LIZZI! 

Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: MICHELE LIZZI VIENE RICORDATO DAL QUOTIDIANO “LA SICILIA” CON UN ARTICOLO DI GASPARE AGNELLO

MICHELE LIZZI VIENE RICORDATO DAL QUOTIDIANO “LA SICILIA” CON UN ARTICOLO DI GASPARE AGNELLO

L'ARTICOLO DI GASPARE AGNELLO SU MICHELE LIZZIL’ARTICOLO DI GASPARE AGNELLO SU MICHELE LIZZI

Michele lizzi: nel giorno del centenario della nascita, il quotidiano “La Sicilia”, nel supplemento della città di Agrigento, pubblica un articolo di Gaspare Agnello per rievocare la memoria del grande compositore della Valle dei Templi col titolo su quattro colonne: “CENTO ANNI FA NASCEVA IL MUSICISTA MICHELE LIZZI”.

A Bagheria ”La Sicilia” sta andando a ruba. Chi vuole può ancora trovarne qualche copia, ma si appresti! Nota dolente di Gaspare Agnello: “…Michele Lizzi in vita ebbe tanti successi, oggi è stato dimenticato dal mondo musicale siciliano e italiano”.  L’evento rende onore a Gaspare Agnello che, insieme al sottoscritto, Angela Bellia, Rita Capodicasa, Lilia Cavaleri e numerosi altri, in questi decenni ha contribuito a tenerne viva la memoria con diverse iniziative.

Giuseppe Di Salvo