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Archivio Ottobre 2016

GIUSEPPE DI SALVO: GABRIELE FERRO, ÁNGELES BLANCAS GULÍN E IL CORO FANNO SVETTARE “JENUFA” DI LEÓŠ JANÁCEK AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO

foto di IlBlog Giuseppe Di Salvo.LEOS JANACEK

GABRIELE FERRO, ÁNGELES BLANCAS GULÍN E IL CORO FANNO SVETTARE “JENUFA” DI LEÓŠ JANÁCEK AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO

Jenufa di Leóš Janácek è ritornata a Palermo dopo 37 anni, ma questa volta al Teatro Massimo, il 23 ottobre 2016. Il teatro non era particolarmente gremito e, dopo il Primo Atto, si sono visti altri posti vuoti.  Ma tanta altra gente è rimasta fino alla fine e ha decretato, con prolungati applausi e urla di “bravo”, il meritato successo di un’opera che, a mio avviso, resta il capolavoro del compositore ceco, sua “Missa Glagolitica” citando e rispettando.

   Personalmente ho apprezzato l’equilibrata direzione di Gabriele Ferro; la buona resa espressiva del Coro curato da Piero Monti, Coro che ha tolto un po’ di torpore per l’infelice postazione dei cantanti protagonisti e non (Jenufa, nonna Buryjovka, Laca…) in spazi un po’ antistanti al proscenio e con tutte quelle porte-gabbie che infastidivano anche gli aspetti visivi  fin dall’inizio: avrei preferito più nudità scenica con al centro le rotanti pale del mulino che avrebbero reso più esplicite le ripetute sonorità dello xilofono dietro le quinte evocanti ritmi ambientali e il pulsare delle ansie di Jenufa e Laca; si sarebbe meglio evidenziata così la voce del contralto Gabriella Sborgi, credibile dal punto di vista attoriale, ma una delle voci meno coinvolgenti della serata, appena adeguata nel ruolo della nonna; la stessa cosa dicasi per il tenore Martin Šrejma nel ruolo di Steva Buryja: personaggio dalle mille indecisioni che non sa (e non vuole) risolvere le tante frustrazioni che lo legano ad un rapporto incestuoso con la cugina Jenufa che lo ama non riamata; si rifugia nel vino, ma questa volta nel vino tracannato da Steva non c’è affatto verità: i suoi rapporti con le donne vengono messi in evidenza per la sua incapacità di  costruire con loro legami affettivi duraturi; e rifugiarsi nel vino è come dire: “Meglio il vino che le donne”. E queste donne che si legano a quanti si rifugiano nel vino qualche confuso sentimento materno certamente lo avranno o no? Non ci ricordano quelle donne che sposano i gay e li amano, pur sapendolo, anche se poi questi ultimi vanno in cerca di ben altro vino? Dicevamo il Coro… Sì, nel Primo Atto, è intervenuto in modo assai mirabile per svegliarci da ogni incomprensibile scena. Perfetto? No. Per questioni linguistiche si perdona qualche sbavatura. Gli Altri comprimari? Tutti bravi attori, ma vocalmente non molto incisivi,  baritono Italo Proferisce nel ruolo di Stárek compreso.

   Complimenti al bel tenore slovacco Peter Berger: sempre dentro nel positivo ruolo di Laca; della sua emarginazione “parentale”, se così si vuol dire, ha fatto piena virtù; il suo amore per Jenufa è vero; il suo percorso di sofferenza viene trasformato in perenne atto d’amore per quella donna che pure ferisce al viso (quanto involontariamente?): la ferita non rende brutta Jenufa, ma  dà un ulteriore alibi a Steva per rifiutarla insieme al figlio che la Sacrestana saprà rimandare al cospetto del suo Dio; Peter Berger ha modulato la sua voce sempre nel rispetto della “melodia del canto e del parlato” così come l’ha concepita il compositore: un Laca perfetto! Impeccabile vocalmente e avvincente e convincente in tutti e tre gli atti. Come non mettere in evidenza la sua forza espressiva quando, nel Terzo Atto, minaccia la folla che voleva linciare Jen?fa (“Che nessuno si azzardi a toccarla! Vi potrebbe costare la vita!”)?

   Il soprano Ángeles Blancas Gulín, nel ruolo della Sacrestana, ha dato il meglio di sé nel Secondo Atto (esemplare!): personaggio tragico per eccellenza, motore austero di tutta l’opera, la Gulín è stata la protagonista assoluta della serata; abilissima tragedienne nell’ideare ed esternare mimicamente l‘allucinazione apparentemente insensata che la spinge a commettere l’infanticidio; la sua levatura drammaturgica risiede nei suoi ben curati gesti, poi nelle sue emissioni vocali ricche di forza espressiva: davvero mostra una vocalità ben adeguata al ruolo; talvolta perde mordente nei “recitativi melodici”, ma il suo profilo  -nei momenti in cui la sua vocalità è coronata da assoluto silenzio- finisce per rivelare un dipinto davvero eloquente: impeccabile quando col viso, meditando, esprime il suo lungo canto senza parole: trionfa l’espressionismo di stampo tradizionale: si vede la Grecia e non l’espressionismo di stampo germanico. La sacrestana è Leóš Janácek: personaggio terribilmente vero!

   Il soprano Andrea Dankova nel ruolo di Jenufa? Ha sfoderato un timbro luminoso: il suo è stato davvero “belcanto” sia in tutto il drammatico Secondo Atto sia nei momenti elevati del perdono e della comprensione della matrigna sia nella ritrovata gioia finale: riesce, alfine, a capire dove sta il vero amore; va detto, però, che nei momenti di forza drammatica, la sua voce si assottiglia e perde mordente; soprano lirico puro di tutto rispetto: come non vederla perfetta nel ruolo di Micaela nella Carmen di Bizet? Non a caso ha dato il meglio di sé nel Secondo Atto, quando ha intonato “Salve, o Santa Regina”: e, per carità, non si associ questo canto a Desdemona nell’Otello di Verdi! Si tratta di due preghiere completamente diverse: sia per contesto sia per caratteristiche vocali e fonetiche! E l’opera? UN CAPOLAVORO!

   La regia di Robert Carsen? Tolta la parte claustrofobica iniziale (il rosmarino proietta felicità e doveva essere evidenziato di più!), in seguito ci è piaciuta: in ispecie per la cura dei gesti espressivi e della mimica dei cantanti e per la semplicità disarmante del Secondo Finale; v’era appena la terra e lo spazio, un evidente specchio in cui far riflettere il trionfo di due anime semplici in amore: Laca e Jenufa. Con quella pioggia che è battesimo tendente a purificare i protagonisti dalle colpe del mondo: tutte annidate nel Super Io censorio che ogni amore diverso sempre reprime.

   Con Jenufa, Janácek canta la dirompente forza del peccato: la donna messa incinta dall’irrilevante figura del cugino problematico e incestuoso. I personaggi più interessanti, ingenuità di Jenufa rispettando, sono Laca e Kostelnicka Buryjovka, la Sacrestana. In questa donna austera si proietta Janácek e musicalmente egli definisce il peccato. Esplichiamolo con la consapevolezza del grande musicologo Paul Collaer (Boom, Belgio, 8 giugno 1891 – Bruxelles, 10 dicembre 1989):  

   “Che cos’è il peccato, se non un’infrazione alle leggi, ai dogmi e alle idee ricevute e accettate nel quadro di una concezione morale? Janácek ha il senso del peccato, cosa che implica la necessità di un’autocritica. Il peccato rivela la tendenza dell’individuo a spezzare certe convenzioni: oppone a certi dogmi le idee e il comportamento naturali. L’individuo sarà perciò posto a conflitto con la maggioranza conservatrice, come la creazione originale si oppone alle convenzioni accademiche. E’ il dramma tipico dell’anima slava; il dramma de L’idiota di Dostoievski come quello dei personaggi di Guerra e Pace di Tolstoi (…). La luce verrà quando l’individuo creatore avrà convinto la collettività”.

   E che dire dei grandi momenti magici dell’opera? Di quel meraviglioso canone vocale  -e strumentale-  legato alla fine della scena Quinta del Primo Atto (“Ogni coppia deve superare i suoi dispiaceri”)? Pagina piuttosto estranea all’opera? No! E’ il recupero della tradizione che lancia molto avanti l’opera! E quel Secondo Finale? Quando Jenufa, rivolgendosi a Laca, dice: “Se ne sono andati… Vattene anche tu!”. E, anche in questo caso, non c’entra niente Puccini! Qui si apre il vero miracolo melodico dell’opera che la rende immortale: si tratta di circa tre minuti e trenta secondi di musica di alto contenuto emozionale che ci cattura e commuove:  alludo alla melodia sprigionata dai violini; la felicità espressiva viene affidata al recupero di sonorità “modali” di origine sacra: il vero amore non è forse legame religioso, unico legame benedetto da Dio che si incarna nella musica?

   Scrive ancora Paul Collaer: “Il prendere in considerazione il canto popolare antico ha spinto Janácek verso la modalità, come era accaduto a Bartók: non si tratta, per entrambi, di ritornare alla pratica dei modi ecclesiastici o greci antichi, ma di creare dei modi continuamente rinnovati, secondo l’impulso della fantasia e in funzione delle necessità espressive”.

   Ecco il “peccato” di Janácek: mettere a nudo i peccati degli altri, musicisti e critici musicali limitati compresi!

Bagheria, 28 ottobre 2016

Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: IL SETTIMANALE DI BAGHERIA” DANZA NELLE EDICOLE CITTADINE: UN NUMERO DA INCORNICIARE. CI SI RITROVA CON L’ARMONIA!

“IL SETTIMANALE DI BAGHERIA” DANZA NELLE EDICOLE CITTADINE: UN NUMERO DA INCORNICIARE. CI SI RITROVA CON L’ARMONIA!
Sta danzando, in tutte le più ambite edicole della città che riflette l’IO “mostruoso” (con le grandi connotazioni geniali) di ognuno di noi, “Il Settimanale di Bagheria”. Perchè mai? Contiene una mia strepitosa intervista fattami dalla bella, giovane e bionda Barbara Correnti. Si ricorda il 40° ANNIVERSARIO DELLA FONDAZIONE DEL FUORI! DI PALERMO; vi si racconta, inoltre, della “magia del mio teatro invisibile”, ossia del senso tragico della società nei miei intensi anni di lotte politiche e culturali; già, le lotte con le quali ho contribuito a smussare il senso tragico che era dentro di noi per rendere ogni cittadino più libero e davvero alato. Gli amici edicolanti mi dicono che il Settimanale sta andando a ruba. Sono in tanti che, notando la mia immagine in prima pagina, si aggrappano alla copia e la comprano. Sono sicuro che le vive notizie tirano più di quelle meno vive. Io ringrazio chi mi legge, perchè, in qualche modo, legge parte di se stesso, grazie ai miei aurei riflessi. Ma mai farò le mie intime rivelazioni!
Nello stesso numero si trova la mia recensione del Concerto diretto da Gabriele Ferro il 6 ottobre 2016 al Teatro Massimo di Palermo con musiche di Mahler. Non credo che resteranno copie nelle edicole. Come si sa, con me sempre si gode: la catarsi è appagamento mentale. Neanche Aristotele ha conosciuto quella vera. I filosofi lasciamoli parlare. Chi va oltre le parole riferisce rivelazioni care agli Dei!
Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: JENUFA DI LEOS JANÁCEK PER LA PRIMA VOLTA AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO?

22 Ottobre 2016 1 commento

JENUFA DI LEOS JANÁCEK PER LA PRIMA VOLTA AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO?
Sì, Jenufa di Leos Janacek non è stata mai rappresentata al Teatro Massimo di Palermo. Tanto è vero che anche molti melomani non solo non se ne ricordano, ma non conoscono la stessa esistenza dell’Opera del compositore ceco. Niente di male: nessuno è perfetto. Ora, però, il Teatro Massimo tende a colmare questa lacuna: e peccherà chi non andrà a vedere ed ad ascoltare questo capolavoro. Va detto che le musiche di Leos Janacek raramente (o quasi mai) vengono eseguite nella nostra città. Si vede che, probabilmente, le “volpi astute” legate alle agenzie, che nei Teatri fanno il bello e il cattivo tempo, non lo ritengono produttivo. E, invece, i vari Direttori Artistici, loro sì!, dovrebbero andare un po’ in giro per il mondo, a cominciare dalle strade della propria città e della propria regione, per vedere che capolavori della musica classica nostrani restano tacitati. La cultura lirica, diciamolo, non è legata all’arte che rinnova i popoli, ma a quello che offrono i “pacchi” delle varie agenzie. Altrimenti come si spiegherebbe la collaborazione con gli altri Teatri in fatto di allestimento e regie?
Va ricordato, inoltre, che Jenufa venne rappresentata al Teatro Politeama Garibaldi di Palermo il 30 maggio del 1979 con un cast ceco di tutto rispetto. Dirigeva Jirí Pinkas (1920-2007)   -e altri- e ci furono ben otto rappresentazioni. Era chiaramente la Stagione del Teatro Massimo al Politeama spostata per la nota storica chiusura del principale teatro cittadino. Quindi risale ad oltre 37 anni fa.
Ora c’è una grande occasione da non perdere. E sono amabili quei musicologi che vengono chiamati a commentare l’opera; ma sono più adorabili quegli altri che tendono a tirare fuori tante altre opere, anche siciliane di grandi musicisti di Casa Nostra, che, purtroppo, baciano il silenzio.
E’ PECCATO NON ANDARE A VEDERE JENUFA!!!
Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: IL SETTIMANALE DI BAGHERIA” PUBBLICA LA MIA LUNGA RECENSIONE SULLA “MADAMA BUTTERLY” ANDATA IN SCENA A TRAPANI IL 30 SETTEMBRE 2016.

IL SETTIMANALE DI BAGHERIA” PUBBLICA LA MIA LUNGA RECENSIONE SULLA “MADAMA BUTTERLY” ANDATA IN SCENA A TRAPANI IL 30 SETTEMBRE 2016.
Sul “Settimanale di Bagheria”, già in tutte le edicole musicali e non della città dalle pietre flautate, pubblica la mia recensione dell’opera Madama Butterfly andata in scena al Luglio Musicale Trapanese il 30 settembre 2016. E c’è una chicca (da me coperta) nel titolo che non vi rivelo: anche gli errori di stampa rendono preziosa questa recensione che vi svela su Giacomo Puccini cose mai dette. Andate in edicola: vedremo chi scopre l’errore. Per il resto l’impaginazione è superba e questo saggio sulla Buterfly (leggasi Puccini) e sull’edizione di Trapani, se letto, vi renderà imperitura la vostra vita amorosa. Con celestiali e lunghi appagamenti!
Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: GABRIELE FERRRO, IL TITANO E DEL COME SI MALE INTERPRETANO I “LIEDER EINES FAHRENDEN GESELLEN” DI MAHLER!

PER I 4 “LIEDER EINES FAHRENDEN GESELLEN” DI GUSTAV MAHLER OCCORRE OGGI UN CONTROTENORE CON EMISSIONI BRUNITE E COI TACCHI A SPILLO DA MOSTRARE SUL PROSCENIO PER DARE DAVVERO SENSO ALL’ “IO ERRANTE”. GABRIELE FERRO FA TRIONFARE L’ORCHESTRA DEL TEATRO MASSIMO DI PALERMO CON LA SUA MAGISTRALE DIREZIONE DELLA PRIMA SINFONIA, NOTA COME IL “TITANO”.
Diciamolo subito: giovedì, 6 ottobre, 2016, al Teatro Massimo di Palermo, non ci è piaciuto il baritono David Stout quale interprete dei 4 “Lieder eines fahrenden gesellen”, nonostante ce l’abbia messa tutta la volontà di piegare il suo non flessibile strumento vocale alla duttile emissione che quei quattro delicati lieder richiedono; e anche il supporto orchestrale non ci è apparso adeguato. Noi siamo abituati ad ascoltarli da interpreti che hanno segnato la storia; ne cito due: il grande mezzosoprano Janet Baker e il baritono assai nobile, sia vocalmente sia come persona, Dietrich Fischer-Dieskau; e per comprendere il grande messaggio ritmico (che è aritmia rispecchiante stati d’animo conflittuali) codificato da Mahler, si ascolti Fischer-Dieskau sorretto al pianoforte da Leonard Bernstein, nella versione cameristica, cioè la prima versione di questi lieder.
Arnold Schönberg amava Mahler e in un suo saggio al compositore dedicato scrisse: “… Tutto quanto in seguito lo caratterizzerà è già presente nella Prima Sinfonia: qui si manifesta già la sua natura melodica, la melodia che egli così meravigliosamente dipana fino a dispiegarla al massimo. Qui c’è la sua devozione alla natura e ci sono i suoi pensieri di morte”. Queste parole vennero scritte quando il tempo di Mahler non era ancora venuto.
Oggi noi diciamo che tutta la musica sinfonica di Mahler è proiezione dei suoi lieder precedenti: in quei canti c’è già tutto Mahler, compositore destinato a creare un ponte innovativo, collegando tradizione ad innovazione: si tiene aggrappato all’Ottocento con impeto nostalgico che ci commuove, ma apre al Novecento e ai supporti della musica zingara, boema, Orientale.
Il lied mahleriano non mira all’equilibrio fra voce e strumenti, il lied di Mahler si distingue per i testi da lui scelti o creati; e sotto l’apparenza della melodia popolare diventano valori psicologici universali.
Questo lo ha capito anche Leonard Bernstein: fra i primi compositori ad avere intuito che il “tempo di Mahler”, alfine, è arrivato, già 56 anni fa. E allora? Oggi si devono affidare questi “Canti dell’ IO errante” (molto meglio di “uno in cammino”, come vuole Quirino Principe) ad un controtenore con emissioni brunite e coi tacchi a spillo da mostrare sul proscenio sia che venga accompagnato al pianoforte sia che venga seguito dalla versione orchestrale. E perchè mai? Solo chi vive la “diversità” riesce ad esprimerla e a coinvolgerci. Basta con questi cantanti che non sanno cogliere il grande messaggio intrinseco in queste composizioni che hanno cambiato la musica nel tempo!
Giustamente applaudito, invece, Gabriele Ferro, dopo aver diretto la Prima Sinfonia nella Seconda Parte del Concerto. Io ho gridato “bravi” ai “corni” e alle percussioni, in ispecie al maestro alla grancassa; e poi a tutta l’orchestra.
Dico inoltre che il brano “Blumine” non l’avrei eseguito come ouverture alla serata: esso deve fare parte integrante della Prima Sinfonia, come era alle origini. Ha avuto senso il 18 giugno 1967, al Festival di Aldeburgh, avere ripreso il brano da solo, dopo 73 anni, da parte di Benjamin Britten, altro compositore che amava Mahler, mettendolo in cammino per altre innovazioni. Lo ha capito bene Zubin Mehta nel 1986 e così ha inciso la Prima Sinfonia con la Israel Philarmonic Orchestra. Ma la passione per Mahler da parte di Gabriele Ferro va onorata.
Hitler non amava l’ebreo Mahler. Gli Hitler di oggi non amano chi è andato anche oltre Mahler. E trovano alleati nei musicologi di regime: quello fascista e quello antifascista, due facce diverse di una stessa medaglia. Quanto amo l’uso dell’oboe in Mahler e del corno inglese! A proposito: ho voglia di ascoltare Ildebrando Pizzetti! E i suoi Canti della Stagione Alta! O la Sinfonia in La. L’oboe lo ritrovo nel Concerto dell’estate del grande Ildebrando da Parma! E altrove.
Andiamo oltre lo stesso Ferro!
Applausi!
Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: DARIO FO SE N’E’ ANDATO. NE ONORIAMO LA MEMORIA ANCHE SE NON SEMPRE ABBIAMO CONDIVISO CIO’ CHE DICEVA.

DARIO FO SE N’E’ ANDATO. NE ONORIAMO LA MEMORIA ANCHE SE NON SEMPRE ABBIAMO CONDIVISO CIO’ CHE DICEVA.
Dario Fo se n’è andato. Ho appreso la notizia a Scuola dal mio collega Fabrizio. Aveva 90 anni. La notizia, quindi, è come una non notizia quando una persona, nota o non, è avanti negli anni. Noi onoriamo il giullare che non è mai divenuto cortigiano. Onoriamo la sua libertà mentale, anche se quanto da lui detto non sempre da noi è stato condiviso, ma qui non è il momento diparlarne. Onoriamo l’uomo che nei suoi alti monologhi intesseva all’italiano espressioni dialettali di alta musicalità ed efficacia comunicativa. Lo ascoltavamo, da ultimo e in rete, nei comizi del Movimento Cinque Stelle: avevamo un percorso politico comune, lui certo più fedele, io più eretico e imprevedibile come non può esserlo un etero della sua stazza.
Del suo premio Nobile (o Nobel)? Che volete che mi importi!? Importa, invece, all’Italia e agli Italiani. Ma la stessa cosa si può dire per Pirandello, per Quasimodo, Grazia Deledda, Montale…
Non è il Nobel che fa l’uomo grande. Ma la sua capacità d’urto, l’intento di scrostare abitudini e luoghi comuni sia di stampo clericale sia di stampo laico. E si è più grandi ancora quando si scrostano i propri. Non ci ha dato certo una piccola lezione!
Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: “IL SETTIMANALE DI BAGHERIA” PUBBLICA IL CAPITOLO VENTESIMO (LIBRO TERZO) DELLA GLORIOSA STORIA DEL FUORI! DI PALERMO

“IL SETTIMANALE DI BAGHERIA” PUBBLICA IL CAPITOLO VENTESIMO (LIBRO TERZO) DELLA GLORIOSA STORIA DEL FUORI! DI PALERMO
“Il Settimanale di Bagheria”, già in vendita in tutte le più illuminate edicole della città dei mostri di pietra e non solo!, pubblica il Capitolo XX (Libro Terzo) della Gloriosa Storia del FUORI! di Palermo. Con questo Capitolo si chiude il Libro Terzo. Tutti i capitoli sono presenti nel mio sito TISCALI. Sono negli archivi de “Il Settimanale” di Bagheria. Sono su FACEBOOK. Si aspetta solo un audace editore e si otterrà un libro assai utile ai riceratori seri che vogliano raccontare in modo davvero scientifico la Storia del Movimento Gay in Italia e, soprattutto, in Sicilia o nel Regno delle Due Sicilie. Presentatevi in edicola e riceverete i germogli che prolungano qualsiasi vita. Grazie! Col Libro Quarto ci sarà tanto altro scalpore! Ma occorre aspettare alcuni mesi.

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GIUSEPPE DI SALVO: REFERENDUM COSTITUZIONALE? VOTERO’ NO!!!

VOTARE NO AL REFERENDUM COSTITUZIONALE SERVE A SPEGNERE LE MOTIVAZIONI IMBECILLI. IL “NO” TRIONFERA’! LA COSA MI DIVERTE E MI PIACE RICORDARLO!
Il No trionferà perchè io voto come Salvini e non come la signorina Boschi legata agli interessi dei banchieri.
Il No trionferà perchè io voterò come il Movimento Cinque Stelle: il pessimo populismo è quello legato alle balle di Renzi con quest’Europa dei banchieri che trova i soldi solo quando si tratta di fottere i cittadini e creare illusioni, dopo averli tenuti, grazie ai kapò non eletti da nessuno, in povertà per decenni!
Io voterò NO, come Brunetta che politcamente non amo, perché ad un Referendum si è votato sempre per confermare o no una scelta; ed io questa riforma costituzionale non la amo affatto: scritta male si applicherà peggio.
Io voterò NO come D’Alema e come gli ex SEL, meglio evitare di fare l’attuale nome, perchè ho sempre amato il sistema elettorale di tipo anglosassone: più senatori e deputati, con meno soldi, ma legati al territorio. E resto stupito come tanti confusi, radicali o ex, ora si rifugiano nel delirio politico di Renzi, portavoce di JB Morgan: si vede che il liberismo li acceca! E del sistema anglosassone non glien’ è fregato mai nulla.
Io voterò NO come molti esponenti del Family Day (lo era anche Renzi un tempo!) perchè voglio si arrivi al più presto ai matrimoni anche per le coppie dello stesso sesso e con adozioni, ma non voglio brutte riforme che, queste sì, affosseranno del tutto l’Italietta neo-fascista dalla partitocrazia appestata (sì, uso il linguaggio di Pannella!).
Io voterò NO perchè me ne fotto di come voteranno molti Radicali (o ex) che a Monti e alla partitocrazia “appestata” hanno votato tutto, legge Fornero compresa.
Voterò NO perché, se Renzi è coerente, dopo se ne deve andare a casa: ha bisogno del meritato riposo. Anche le balle di Pinocchio hanno bisogno, a naso, un tartufo davvero rinnovato.
IO VOTERO’ NO E INVITO (A NOZZE) A VOTARE NO SIA CHI STA A DESTRA SIA CHI STA A SINISTRA SIA CHI STA AL CENTRO!
IO VOTERO’ NO: LA COSA MI DIVERTE! AMO RICORDARLO!!!
Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: MARCELLO MOTTADELLI A TRAPANI DIRIGE UNA BUTTERFLY CON ELEGANZA CAMERISTICA E TRIONFA!

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MARCELLO MOTTADELLI ALLA 68ESIMA STAGIONE LIRICA 2016 DELL’ENTE MUSICALE TRAPANESE  DIRIGE CON ELEGANZA L’OPERA GIAPPONESE DEL MAESTRO TOSCANO. ORIENTE ED OCCIDENTE IN  “MADAMA BUTTERFLY”: GIACOMO PUCCINI E ANNA CORIASCO.

E’ valsa la pena, venerdì 30 settembre 2016, andare a Trapani, Villa Margherita, Teatro Giuseppe Di Stefano, ore 21:00 per assistere alla rappresentazione di Madama Butterfly di Giacomo Puccini diretta da Marcello Mottadelli.  Volevo sentire la rilettura di quelle note del “duetto d’amore” del Primo Atto dove ogni connotazione agogica, di fatto, cripta un nome: Corinna! Chi era costei? Da sempre quasi tutti gli studiosi di Puccini hanno parlato e parlano di questa sua giovane amante: non ne parla mai, invece, il suo amico pretino Pietro Panichelli.  Don Pietro nel suo libro “Il pretino di Puccini” (Nistri-Lischi Editori), nel Capitolo VII dedicato all’ “Epoca di Butterfly”, sa raccontare in dettaglio l’incidente automobilistico dal maestro avuto in quel periodo durante il quale viveva l’attrazione per la diciassettenne Corinna citata; ebbene, il pretino ricorda che, quando Puccini rinvenne, le sue prime parole furono: “Povera Butterfly, piccina mia”. Noi esplichiamo: si tratta linguisticamente di una “metonimia”; in verità Puccini, con quelle parole, avrebbe voluto dire: “Povera Cori, piccina mia!”. Puccini chiamava Corinna, in modo affettuoso, “Cori”.

   Ne parla, invece, il musicologo  Claudio Sartori (Brescia, 1º aprile 1913 – Milano, 11 marzo 1994) nel suo libro “Puccini” (Nuova Accademia Editrice), ma forse non ne sa e quindi non ne rivela il nome. Sartori scrive: “C’era stato uno dei tanti amori extraconiugali di Puccini, che parve minacciare di farsi più serio del solito e proprio per una donna che valeva meno del solito”. Il merito di Sartori è quello di riportare integralmente la lettera di Giulio Ricordi, l’editore di Puccini: una vera austera e moralistica reprimenda nei confronti del compositore. Ne citiamo un passo saliente: “Ma è mai possibile che un uomo come Puccini, che un artista il quale fece palpitare e piangere milioni di persone colla potenza e col fascino delle proprie creazioni, sia divenuto trastullo imbelle e ridicolo fra le mani meretricie di femmina volgare e indegna?…” (Op. cit. pag. 65).

   Non ne parla Luigi Ricci nel suo libro “Puccini interprete di se stesso” (Ricordi Editore); solo dell’incidente automobilistico è opportuno parlare, incidente che avvenne la sera del 25 febbraio del 1903: Puccini ritornava da Lucca a Torre del Lago.  Al volante c’era il 18enne Guido Barsugli. Ingannato dall’oscurità, a cinque chilometri da Lucca, il giovane fecce cadere l’automobile in un campo sottostante alla strada da un’altezza di cinque metri.  Puccini rimase sotto la macchina. Si salvò. Ma si ruppe la tibia. Fu lunga la sua convalescenza.

   Insomma, dell’identità di Corinna (da taluni viene codificata anche col termine Corinne) se ne parlerà apertamente solo decenni dopo la morte di Puccini, morte avvenuta, come si sa, nel 1924.

Corinna è la sarta torinese Maria Anna Lucia Coriasco (1882-1961): il nomignolo viene fuori dal seguente gioco linguistico: le ultime tre lettere del nome ANNA precedute dalle prime quattro lettere del cognome CORIASCO; ne segue che CORI + NNA CORINNA. L’identità di questa ragazza è stata rivelata nel 2007 dallo scrittore tedesco Helmut Krausser. Il compositore conobbe la diciassettenne nel 1900 sul treno Milano-Torino; lo aveva preso per poter assistere alla prima rappresentazione di Tosca al Teatro Regio del capoluogo piemontese. Elvira, che ancora Puccini non aveva sposato, lo venne a sapere. Seguì uno scandalo. E, come già detto, dovette intervenire anche Giulio Ricordi per mettere a posto le cose e cercare di domare l’ “insana” passione del compositore. La relazione con Cori durò proprio fino al giorno dell’incidente automobilistico (25/02/1903), quindi circa tre anni.

   Questa attrazione sessuale e affettiva per Corinna è tutta codificata nel “duetto d’amore” di Butterfly che chiude il Primo Atto, ma di fatto permea, per la sua drammaticità e  tragicità, l’intera opera.  Scrive Vincenzo Ramón Bisogni nel suo libro “Giacomo Puccini” (Zecchini Editori):

“Corinna sarebbe stata corista presso lo stesso Teatro Regio; ma a prestar fede a qualche altra fonte (…) si sarebbe trattato di una studentessa di magistero, più giovane di una ventina d’anni rispetto al Giacomo quarantunenne che, bello lui, bella lei, se ne innamorò a prima vista, come se, a ruoli invertiti, fosse lui lo studentello e lei la detentrice di una fama da non porre a repentaglio. Fu lui a coprirla di lettere compromettenti; fu ancora lui a confidare a più di un amico questo colpo di fulmine pressoché serotino”. (Op. cit. pag. 137).

   E, a quanto pare, il compositore le promise pure di sposarla. Corinna era minorenne. La giovane si rivolse in seguito ad un avvocato. Allora si era maggiorenni a 21 anni. E Puccini dovette versare alla ragazza una cospicua somma per metterla a tacere.

 VITA ED ARTE IN BUTTERFLY COINCIDONO

   Citiamo ora Alberto Cantù. Questi nel suo libro “L’universo di Puccini” nota: “Trattasi in realtà di Maria Anna Lucia, torinese, certo   -di cognome  fa Coriasco-  e diciassettenne o poco più ma figlia di fornai, cucitrice e soprattutto prostituta per clienti facoltosi (lo scoprono gli investigatori privati incaricati da Puccini di seguire la sua Cori quando il caldo della passione si è raffreddato”. (Op. cit. pag. 112).

   Il rapporto con Cori copre proprio il lasso di tempo in cui viene ideata e composta Madama Butterfly.  Puccini il 27 dicembre 1903, una settimana dopo aver concluso Butterfly, sposa la compagna Elvira, rimasta vedova del primo marito e assieme alla quale vive “more uxorio” dalla metà degli anni Ottanta. Dal punto di vista sociale lo “scandalo” Corinne venne così tacitato e risolto. Ma nota ancora Alberto Cantù: “Tra il 1990 e il 1903 Puccini conosce dunque una delle tante relazioni connaturate al suo eros fluttuante, alla sua incapacità di stabilire un rapporto duraturo; nello stesso lasso di tempo concepisce e ultima Butterfly. Il rapporto con Corinne, che di anni ne ha più dei quindici netti netti di Cio-Cio-San (Puccini è quarantaduenne), e la stesura dell’opera giapponese coincidono”. (Op. cit. pag. 112).

   Più avanti Cantù si spinge oltre: “E’ forte, in questo caso, la tentazione di individuare uno stretto binomio vita-arte; di leggere la seconda come conseguenza della prima anche per il traumatico epilogo della relazione. Fatto sta che in Butterfly incontriamo il primo  e diluviale duetto d’amore e un approfondimento dell’animo femminile senza precedenti (e senza seguito) nella drammaturgia del musicista”. (Op. Cit. Pag. 113).

   Noi aggiungiamo che Puccini ricorre a Madama Butterfly (e certamente era al corrente del racconto di Pierre Loti, scrittore gay che conosceva bene il Giappone; anzi, era stato tenente di vascello della marina francese proprio a Nagasaki, arrivando a prendere, senza contare le sue avventure coi maschietti del luogo, come moglie una geisha per qualche mese; ebbene, questi scrisse “Madame Chrysantème” da cui la storia di Madama Butterfly prende origine per poi essere codificata nel libretto di Illica e Giacosa, dopo che nel luglio del 1900 Puccini vide a Londra  il dramma di Long e Belasco che dal racconto di Loti ben divaria) per mettere in evidenza il relativismo del valore delle leggi nella dimensione dello spazio politico e geografico: Puccini contrappone i legali “quindici anni netti netti” di Cio-Cio- San per una legale relazione in Giappone (leggasi Oriente) coi diciassette anni di Corinna non ritenuti adeguati per la legge italiana ai fini di una relazione considerata nell’Italia di allora socialmente scandalosa e immorale (leggasi Occidente). E’ proprio con la musica che Puccini risponde al moralismo ipocrita dei tanti Giulio Ricordi. Ma questi, per sua fortuna, la sonora pedata datagli artisticamente da Puccini non la riesce a capire.

   Ritorniamo ora all’ “eros fluttuante” di Puccini; esso è tutto codificato nel duetto d’amore che chiude il Primo Atto di Madama Butterfly; lì c’è Puccini, la passione sensuale e sessuale dal maestro vissuta; ce la rivela magistralmente nel suo duplice aspetto: nel modo in cui la vive Cio-Cio-San (essenza femminile) che, in questo caso, ama con devozione Pinkerton; e nell’altro modo in cui l’attrazione erotica viene sentita dal tenente americano (attrazione temporanea ben resa esplicita con le parole “grado di cottura”): e qui siamo all’essenza di una passione temporanea maschile in cui, paradossalmente, Puccini finisce per identificare i sentimenti dell’amata Corinna. In pratica: Cio-Cio-San proietta gli inattuati sentimenti amorosi di Puccini, Madama Butterfly è Giacomo Puccini. Non a caso è l’opera che Puccini ha amato di più!

   E Pinkerton incarna Corinna, la quale, a suo modo, rappresenta un’avvenuta “emancipazione” della donna (se così si vuol dire), una specie di libertà sessuale raggiunta ai confini col meretricio.

   Non a caso, tempo rubato intuendo, da “Viene la sera” in poi comincia in Butterfly quella che possiamo definire “luna di miele” fra i protagonisti resa a tutti palese con ostentato orgoglio.  Come non notare le lussuriose melodie sprigionate dagli archi con indicazioni dinamiche che non consentono nessuna certa durata del tempo? E in quel rallentando presente in “Butterfly… rinnegata;/ rinnegata e felice” non si coglie forse la voglia di donarsi tutta con ritmi sonori espressi in modo tenero e delicato? Non v’è in ogni nota l’attesa per l’imminente amplesso che avvince ed eccita? E quel “vogliatemi bene” intonato da Cio-Cio-San (un bene da bambino: che nobile ambiguità!) come non identificarlo con le vibrazioni del violino che lascia su di noi il senso delle amorose carezze corporee, carezze che desideriamo da chi amiamo? E l’incalzare delle seducenti parole di Pinkerton (che animano e rendono concitato il tempo quando afferma: “Ti sento palpitante. “Sei mia”, parole che si fondono con quelle di Butterfly: “Sì, per la vita”) non rappresenta forse un orgasmo canoro e musicale a scena aperta, un orgasmo amoroso da mostrare a tutti, l’unico orgasmo musicale  mai espresso da altri compositori?  E quelle percussioni e ottoni che ci fanno vivere musicalmente l’avvenuta lacerazione dell’Imene? E il silenzio seguente che diffonde il momentaneo appagamento dei sensi e l’avvenuta pace che non prevede durata?

   Ebbene, a Trapani, venerdì 30 settembre 2016, al Teatro Giuseppe Di Stefano, Villa Margherita,  Marcello Mottadelli tutto ciò sembra avere compreso e ce lo ha reso musicalmente evidente, attento nel curare i numerosi aspetti dinamici e agogici della partitura che sono richiami emotivi tipici di chi vive, in questo caso, sentimenti amorosi;  ha mostrato grande attenzione nel capire dove è codificata la delicatezza dell’ “eros fluttuante” (che è ansimare, godere, annullarsi nella gioia dell’amplesso) di cui prima abbiamo parlato: in poche parole ci ha regalato l’eleganza cameristica della musica e insieme il sapere in quale momento della partitura il suono doveva andare ispessito. E la sua grande abilità è stata nel farlo comprendere in poco tempo ai giovani musicisti che animavano l’Orchestra: li abbiamo visti tutti coinvolti, trascinati dall’entusiasmo, grati al loro maestro concertatore. L’eleganza espressiva ha trionfato perché gli esecutori hanno interiorizzato bene il senso da dare al suono! E ciò indipendentemente dalla completa presenza strumentale che richiede la partitura di Butterfly.  Va detto che mai si raggiunge la perfezione, ma è già un miracolo che quei giovani musicisti hanno fatto propria l’idea da esprimere e comunicare.  Ecco i segnali positivi che arrivano da Trapani, un teatro di provincia di tutto rispetto.

   Il termine “eleganza” deriva dal latino “elegans” che richiama “eligere”, cioè “scegliere”, “eleggere”: e a Trapani è stata scelta ed eletta la grazia e la semplicità. Col dovuto successo! La regia di Stefania Panighini, dal punto di vista visivo, ha bene reso esplicito il resto. Della regista condividiamo quando scrive: “Tutto si può comprare: la donna, la messinscena del matrimonio, la casa. Nessun romanticismo, nessuna spontaneità. L’amore, quello invece non si compra e non si vende, talvolta lo si può solo subire fino a morire”.

   Eros e Thánatos si equivalgono in Puccini che considerava l’amore come una colpa tragica da scontare con la morte. E talvolta si tratta di semplice morte interiore.

   Ben curato il Coro da parte del maestro Fabio Modica: ha intonato il celeberrimo “canto  a bocca chiusa” in modo davvero incisivo e Marcello Mottadelli ha attenuato il pizzicato degli archi rendendo quelle linee melodiche gradevoli (da tempo aspetto chi quei pizzicati eliminerà del tutto: devono rimanere, invece, nella scena della lettera letta da Sharpless: lì scandiscono il tempo e l’ansia di Butterfly): ma questo raffinato Coro a bocca chiusa che chiude il Secondo Atto ha la forza espressiva di una berceuse, una poetica ninnananna tendente a fermare il tempo, essa non ha bisogno dei pizzicati degli archi e dell’intervento dei flauti; non occorre la sordina, è necessario silenziarli del tutto gli archi, ché si tratta di un canto d’attesa senza tempo, non vuole nessun pulsare, tutto è già intrinseco nella melodia sorretta dalla viola d’amore; Puccini l’ha voluto etereo, inafferrabile, tanto che ha tolto baritoni e bassi dal Coro: sono sicuro, il Maestro di Lucca oggi toglierebbe anche qui pizzicati!

Ed eccoci alla protagonista, il soprano giapponese Yasko Sato: una rivelazione! E’ un soprano lirico assai convincente nel ruolo di Cio-Cio-San, forse la più fresca Cio-Cio- San del panorama attuale. Voce morbida, bel timbro, emissione sempre in avanti sorretta da un buon uso del fiato. E va sottolineato che la Sato è un artista di altissimo livello. Ogni sua parola viene pronunciata con una correttezza fonetica degna della tradizione italiana. Il suo talento attoriale, a tratti, supera anche quello vocale. Una fuoriclasse. Nel Primo Atto la sua vena prettamente lirica si è elevata con una freschezza  luminosa e gioviale: v’è la tessitura alla sua voce congeniale; nel Secondo Atto la sua forza drammatica viene espressa con dignità, e il suo “Un bel dì vedremo” ben eseguito si è rivelato il brano con cui, nel corso di tutta la serata, purtroppo ha perso mordente, in ispecie nell’acuto finale quasi per niente tenuto; nel Terzo Atto viene fuori l’attrice, ma vocalmente non riesce a dare il tocco espressivo della “tragedienne” e in “Tu, tu, piccolo Iddio” la Sato finisce col dare un’interpretazione intimistica e protettiva. Siamo sicuri che, in seguito, curerà meglio anche  il fraseggio e le sfumature espressive.

   Il Pinkerton del tenore Dario Prola mette in evidenza il dinoccolato physique du rôle che si addice al tenente americano “alto, forte e bello”. Prola possiede un timbro limpido, omogeneo; la tessitura centrale si percepisce calda e sensuale; i suoi acuti gradevoli; il registro grave ci sembra dignitoso ed ogni sua nota è emessa con gusto ed eleganza: non notiamo mai nulla di forzato; e nel duetto d’amore qui stracitato è il suo canto a rendergli nudo il corpo.

   Buono lo Sharpless del baritono Francesco Vultaggio. Discreta la Suzuki di Alessandra Palomba. Di buon livello tutti i comprimari: Enrico Rinaldo (zio Bonzo), Giovanni La Comare (il Principe Yamadori), Nicola Pamio (Goro) e gli altri.

Per chiudere: dal Luglio Musicale Trapanese ci arriva, altissima, a fine settembre, con l’inno delle cicale, un’esemplare rappresentazione di Butterfly che è  anche un’ammaliante lezione. Ossia: del come fare tendenza con la semplicità e col dare freschezza floreale e interpretativa a note partiture!

Bagheria, 3 ottobre 2016

Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: SUL “SETTIMANALE DI BAGHERIA” IL CAPITOLO XIX (LIBRO TERZO9 DELLA GLORIOSA STORIA DEL FUORI! DI PALERMO: VI SI PARLA ANCHE DI HARVEY MILK!

“IL SETTIMANALE DI BAGHERIA”, PUBBLICA IL CAPITOLO DICIANNOVESIMO (LIBRO TERZO) DELLA GLORIOSA STORIA DEL FUORI! DI PALERMO. VI PARLO ANCHE DI HARVEY MILK.
Già in tutte le NOTE edicole della città dei mostri, Bagheria, moltissima gente ha potuto leggere il Capitolo Diciannovesimo (Libro Terzo) della Gloriosa Storia del FUORI! di Palermo. Si parla anche dell’assassinio di Harvey Milk. Chi vuole, forse, girando le edicole può trovare qualche altra copia. Altrimenti ai ricercatori restano le emeroteche. I ricercatori? Parlo degli storici seri, naturalmente, da tempo hanno autentiche fonti. Con le mie non scontate documentazioni e riflessioni, garantisco, si gode in ogni ora del giorno e… della notte!
Giuseppe Di Salvo

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