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Archivio Gennaio 2017

GIUSEPPE DI SALVO: ALFREDO GIORDANO E IL CANTO D’ONORE INNANZI AL BARONE SCARPIA DELLA MAGISTRATURA ANTIMAFIA. IL TEATRO MASSIMO E’ PROPRIO UN METATEATRO!

ALFREDO GIORDANO E IL CANTO D’ONORE INNANZI AL BARONE SCARPIA DELLA MAGISTRATURA ANTIMAFIA. IL TEATRO MASSIMO E’ PROPRIO UN METATEATRO!
Sulla gentilezza da sempre a me mostrata da Alfredo Giordano, ex direttore di Sala del Teatro Massimo, non ci possono essere dubbi; era una gentilezza amicale che confinava col rispetto. E da sempre ho colto lo stesso rispetto da parte di Antonio Renna e di Paolo Lo Cicero; Antonio (così lo chiamano gli amici e non Antonino) oltre a lavorare nella biglietteria del Teatro Massimo, ha la passione per il canto, essendo la sua voce d’impostazione tenorile. Le tre persone citate da me meritano riconoscimenti e gratitudine per la gentilezza e la professionalità mostrate. E si sono sempre comportate da amici onorevoli. Lo dice una persona che ama l’Opera, da sempre abbonata al turno Prime del Sommo Teatro palermitano, dacché ha riaperto i gloriosi battenti, bonus renziano o no: me lo sono sempre potuto permettere.
Ebbene, Alfredo Giordano mesi addietro è stato arrestato per mafia. Negava. Diceva che si trattava di un equivoco che avrebbe chiarito. Ora si pente e collabora nelle vesti di dichiarante. Prima deduzione: è proprio vero che la Mafia è infiltrata ovunque! Uomini d’onore che cambiano il modo di viverlo questo “onore”. Con le sue rivelazioni, tutte da accertare, tira in ballo un caso di usura che coinvolgerebbe Renna e Lo Cicero, due suoi amici dipendenti del Teatro: Renna e Lo Cicero avrebbero, stando alle dichiarazioni di Giordano, fatto un prestito ad usura di 30 mila euro all’immobiliare Giorgio Girgenti; i due impiegati del botteghino avrebbero messo rispettivamente 20 mila e 10 mila euro: nel giro di sei mesi, il debitore Girgenti avrebbe dovuto restituirne 50 mila. Girgenti sostiene invece che sarebbe stato solo Giordano a offrire il prestito ad usura. Ma il dichiarante insiste: “Si confonde con un altro episodio”.
Intanto i dirigenti del Teatro, in attesa di accertamenti, spostano i due dipendenti dal botteghino in altri uffici. La CGIL interviene e difende a spada tratta i due dipendenti accusati di usura. Pare invece, se abbiamo letto bene i giornali, che i soldi siano stati prestati a Giordano per comprare casa. E’ un intreccio che la magistratura dovrà chiarire. Perché suscita in noi qualche interesse questo fatto di cronaca?
E’ onorevole che i mafiosi si pentano, passando dall’Onorata Società all’Onorevole Pentimento (fatto).
Non ci sarebbe niente di onorevole se le accuse di usura da parte di Giordano a due suoi colleghi risultassero false.
Noi cittadini, in questi casi, ci dobbiamo mettere nelle mani eccellenti della Magistratura: siamo al metateatro nei confronti del quale non servono i nostri pareri estetici. Personalmente vanto qualche parente acquisito, dichiaratosi pluriomicida, pentito di Mafia; ora “amici” (il plurale è da me usato per amplificare) legati a Cosa Nostra in veste di “Dichiaranti” che parlano innazi a Scarpia senza avere subito torture, se non la privazione della libertà; di Antonio Renna e Paolo Lo Cicero, altri amici nati con la frequentazione del Teatro, aspettiamo i necessari chiarimenti; di costoro conservo con onore i loro atteggiamenti amicali nei miei confronti sempre corretti.
Giambrone sul Giornale di Sicilia, sotto i citati fatti di cronaca, vanta i suoi anni di gestione col bilancio in attivo. Noi amanti dell’opera possiamo valutare bene o no esteticamente una rappresentazione, e il Macbeth di apertura lo abbiamo, nel complesso, valutato discreto. Certo, mi piacerebbe invitare a cena Giordano, Renna e Lo Cicero: amo i simposi e il mio olfatto sa discriminare le diverse cromature dell’Onore; ma siamo agli aspetti sociologici e psicologici dei personaggi; quelli penali hanno altre cromature: ed è giusto che se ne occupino gli altri. I togati. Vedremo. Ma i miei baci per tutti posso certo inviarli! I baci sono sempre onorevoli: prima, durante e dopo ogni altrui pentimento!

Bagheria, 29 gennaio 2017
Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: L’AMORE PER IL CALCIO, L’INTER, IL PALERMO: TANTA ACQUA AL BARBERA. E CURVE VUOTE: CON OASI NEL DESERTO!

L’AMORE PER IL CALCIO, L’INTER, IL PALERMO: TANTA ACQUA AL BARBERA. E CURVE VUOTE: CON OASI NEL DESERTO!

Il mio amore per il Teatro d’Opera non si discute e neanche quello per la Musica; né può essere discusso il mio amore per la poesia e per la pedagogia, nonostante, dopo quarant’anni (insegno dal 1977) anelo al giusto riposo con tanta voglia di cestinare la Legge Fornero e tutti i liberisti alle banche e ai banchieri asserviti; né può passare inosservata la mia inclinazione amorosa per il calcio, altra forma di poesia col corpo in azione: andare allo stadio risveglia in me forti emozioni positive simili a quelle che provo quando salgo la scalinata del Teatro Massimo di Palermo; e, come ogni amante del football, ho l’amore (non amo la parola tifo!) sia per l’Inter (senza ricorrere al noto luogo comune “Amala!”, si tratta di un incentivo in me perfettamente intrinseco) sia per la Nazionale italiana.
Amo viaggiare se ne ravviso l’impulso e non mi rifugio nei viaggi per celare frustrazioni; ma quando l’Inter è ospite al Barbera di Palermo, penso subito a fornirmi di biglietto (come si apprezzano gli auto-regali!) per occupare un bel posto in Tribuna, quella coperta, naturalmente!
Sicché, anche domenica 22 gennaio 2017, non potevo mancare al Barbera. Vi arrivo sempre un’ora e mezza prima; devo parcheggiare e le strade laterali di via Sampolo, per caso, mi riservano sempre un sito; mentre mi avviavo allo stadio (ne devo fare di strada!), la pioggia segnava debolmente l’aria circostante e alcune gocce mi accarezzavano a tratti; si giunge alla zona dei controlli, si passa, poi si ripropongono i controlli prima di entrare allo stadio; una volta entrato, si deve depositare l’ombrello prima di avviarsi alla seggiola.
Sorpresa: il Barbera appariva quasi deserto, non c’era quasi vita nella curva Nord; in quella Sud gruppi di tifosi palermitani la animavano, la stessa cosa si notava nella Gradinata (altrimenti nomata tribuna Monte Pellegrino) dirimpetto alla costosa Tribuna Coperta.
Sappiamo delle difficoltà in cui versa per ora il Palermo e mi dispiacerebbe se finisse in serie B: non avrei la stessa pulsione per andare a Milano per l’Inter. Vedere i Nerazzurri in televisione, del resto, mi piace. E mi auguro che i Palermitani tornino ad incitare i calciatori rosanero. Ho con me il binocolo safari. Ad un certo momento sento una voce chiamare: “Maestro!”. E’ don Angelo Tomasello, prete bagherese interista. Lo vado a salutare nella parte bassa della Tribuna. Mi accoglie con un sorriso davvero divino. Ci salutiamo, dopo aver scambiato alcune parole in riferimento al periodo natalizio da poco trascorso.
E avviene che accanto a me vengono a sedersi alcuni interisti provenienti in pullman dal messinese. Escono i calciatori per allenarsi: il mio binocolo viene azionato senza che io determini i miei movimenti: osservo Handanovic, il nostro amabile portiere che qualche volta vorrei veder ridere; poi osservo Brozovic, il preferito dalla Dea: si riscalda, si tocca…, si stira… Si commenta coi vicini di seggiola, anche loro interisti. Alle 15:00 si inizia. I primi dieci minuti sono un continuo pressare del Palermo, la porta protetta da Handanovic è dalla parte opposta rispetto alla mia postazione, ma vedo bene; l’Inter appare piuttosto svogliata, sa aspettare. Piove. La non affollata Curva rende più intimistica la visione. Un gruppo di tifosi palermitani, a Nord, lancia slogan fendenti contro Zamparini. Non c’è bel calcio. Il Palermo nel suo modello tattico (3-5-1-1) si muove con generosità e ci mette il cuore: i loro falli sono piuttosto consistenti e… quanti ammoniti! Dopo il gol subito, Corini prova un 3-4-3: ma non serve a nulla!
L’Inter imposta il suo 4-2-3-1, ma non svetta. Il primo Tempo si chiude 0-0. Anche la pioggia cessa per un po’. Tregua. Il Secondo Tempo è tutto un diluvio. I calciatori scivolano sul campo erboso. E capita anche di assistere a qualche duro fallo: Ansaldi, il migliore in campo, sarà espulso al 35° minuto del S. T.; e anche Gazzi, quasi a fine partita: anche lui il migliore in campo per il Palermo.
Al 10° minuto del Secondo tempo per l’Inter entra il portoghese Joao Mario e al 20° realizza il bel gol per la vittoria dell’Inter. Il Barbera tutto esulta. Il diluvio continua. La partita si avvia alla fine. Cielo cupo. L’arbitro Irrati da Pistoia è, tutto sommato, corretto. Al Barbera mi sentivo come a San Siro, dove non sono mai stato. I Palermitani ancora sperano. E io pure. Ci sarà tempo per la salvezza? Saranno gli Emirati Arabi ad aiutare economicamente Zamparini? Calcio globale. Al fischio finale, ci si ritira con la pioggia incessante: è purificazione per tutti “A las cinco de la tarde”!
Rientrato a Bagheria, verde e caldo e col miele sarà il mio tè!

Bagheria, 23 gennaio 2017
Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: CON L’ “ACTION PAINTING” DI EMMA DANTE, MACBETH DI GIUSEPPE VERDI INAUGURA LA STAGIONE LIRICA 2017 DEL TEATRO MASSIMO DI PALERMO: MARKO MIMICA, IL VOCALMENTE DOTATO!

IL BASSO CROATO MARKO MIMICA: IL VOCALMENTE DOTATO!

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MACBETH DI GIUSEPPE VERDI INAUGURA LA STAGIONE LIRICA 2017 DEL TEATRO MASSIMO DI PALERMO: L’”ACTION PAINTING” E IL “DRIPPING” REGISTICO DI EMMA DANTE? IL VERO SONNAMBULISMO! SU TUTTO E TUTTI SVETTA IL CORO.

Sabato 21 gennaio 2017 si è inaugurata la stagione operistica 2017 del Teatro Massimo di Palermo col Macbeth di Giuseppe Verdi. E’ la sesta volta, dal 1960, che il Teatro palermitano propone questo titolo e ben due volte con cui inaugura la stagione operistica: la prima volta risale al 14 gennaio 1960 (ed era anche la prima volta che Macbeth vedeva le scene palermitane!) con una grandissima Leyla Gencer nel ruolo della Lady; la seconda è la rappresentazione di cui ora parleremo; due volte, 1976 e 1988, il Macbeth venne rappresentato al Teatro Politeama perché il Teatro Massimo contemplava i suoi anni di chiusura.
Che dire della rappresentazione 2017? Ormai tutti fanno il canto delle regie, fumo negli occhi per coprire il vuoto espressivo dei cantanti che, in genere, quelli che in questi anni di gestione Giambrone arrivano a Palermo, non vanno mai oltre una competenza vocale discreta, con le dovute eccezi0ni. E allora cominciamo col parlare della regia di Emma Dante: utilizza il palcoscenico e altri spazi come grandi siti vuoti da riempire con la tecnica espressionistica astratta della “Action Painting”; non c’è logica narrativa nella costruzione delle scene, ma episodici “arredamenti scenici” policromatici costruiti col DRIPPING, cioè con una “non rappresentazione”; gli spazi vengono ricoperti con mobilia d’occasione, con una dilatazione selvaggia di materiale animato da abili mimi e con pennellate visionarie tendenti ad esplicare, in qualche modo, l’espressionismo ante litteram intrinseco nella partitura di Verdi; allo stesso modo si è mossa la coreografia creando forme e ridde quasi incorporee: ma con un gran vuoto incolmabile che è stato anche un notevole difetto, cioè l’aver tolto quei circa dieci minuti di ballabili, con quell’ “Allegro-Adagio-Allegro” che richiede l’uso del clarone, un vero e proprio capolavoro musicale e strumentale all’interno di questa “non opera” verdiana; questo secondo ballabile interrompe tutte quelle danze diaboliche, dando luogo ad un Adagio calmo e severo con un’Ecate, Dea della Notte, che certo aziona il vero canto di Eros (altro che continue nascite di streghe tendenti a conservare l’eretica stirpe!), Eros assente nell’olocausto continuo della sanguinaria coppia regale e dei loro asserviti sicari; togliere il “Divertissement” è un atto impuro sia della Regia sia del Concertatore: allo spettatore-ascoltatore viene tolta la possibilità di apprezzare quella grande innovazione musicale verdiana consistente nell’aver ideato un suono, cupo e severo, all’unisono col coinvolgimento del clarinetto basso, del violoncello, del fagotto, impasto sonoro che diviene elegia in una partitura intrisa di sangue e di sonorità spesso laceranti o appena accennate e confinanti col silenzio.
Macbeth è la decima opera di Verdi, lui la riteneva, allora, la più amabile e la dedicò al suo stimato mecenate Antonio Barezzi, mecenate che poi divenne anche suocero, in quanto padre della prima moglie di Verdi dalla quale ebbe due figli: ben presto moglie e figli estinti (“Ora eccole questo Macbeth che io amo a preferenza delle altre mie opere, e che quindi stimo più degno di essere presentato a lei. Il cuore l’offre: l’accetti il cuore, e le sia testimonianza della memoria eterna, della gratitudine e dell’affetto che le porta il suo affezionato Giuseppe Verdi”).
Come si sa, di Macbeth Verdi redasse due allestimenti: 14 marzo 1847 (Firenze) e 19 aprile 1865 (Parigi). La rappresentazione palermitana del 21 gennaio 2017 ha tolto forza espressiva alla logica francese del Grand Opéra (la felice ridda dei ballerini in movimento con l’assenza di musica non supplisce affatto alla mutilazione di circa dieci minuti dei ballabili di altissimo livello, per i motivi, in parte, da me già detti!) e ci ha proposto una sintesi di due finali del Macbeth (“Pietà, rispetto, amore” e “Mal per me che mi affidai”) con un accattivante “Inno alla Vittoria” intonato dal coro dei Bardi che, questo sì!, riusciva a colmare con intelligenza ogni angolo del Teatro, rendendo più mistica la stessa Buca Orchestrale dalla quale venivano fuori con grazia espressiva le voci delle donne che intonavano: “…A chi ne liberò/ Inni cantiamo di gloria”; vera magia del Dripping corale! Sicché a tutto il team registico -sia pure con le lacune omissive evidenziate e con le spine dei fichi d’India non certo scozzesi e neanche siciliani- diamo il seguente voto: 8; al Coro un bel 9 (non diamo il 10 e lode perché nel Concertato del Primo atto -anche se abbiamo apprezzato quell’ “O gran Dio” a cappella davvero sussurrato in modo ammaliante- non sempre nella successiva quartina attacchi e durata delle note si sono percepiti compatti da parte di chi agiva con la voce); a Gabriele Ferro diamo 8 per onore alla carriera: grande maestro, ma certi suoni ci suono parsi un po’ troppo ispessiti (in ispecie nel breve Preludio): avremmo voluto un po’ più di verdiano “non suono”. E i cantanti? Siamo al “Si salvi chi può”!
Vocalmente spiccava il Banco del bel giovane basso Marko Mimica: questo ragazzo fa notevoli progressi ogni volta che lo ascoltiamo; ha cesellato una buona interpretazione della nobile progenie della stirpe dei re non sanguinari; bravo anche dal punto di vista attoriale: il più applaudito, e giustamente! La regia, mi pare, abbia un po’ trascurato gli aspetti attoriali dei cantanti interpreti: quello della Lady del soprano Anna Pirozzi è stato davvero irrilevante; vocalmente ci è parsa fuori ruolo, e lo diciamo con rispetto e franchezza: rimpiango perfino gli acuti laceranti di Oliva Stapp del 1976! Scena del brindisi? Non svettante! Agilità sul Concertato del Secondo Atto? Erano “dripping” vocali di fusa di una regina dalle connatazioni davvero feline! Il Sonnambulismo? Abbiamo meglio apprezzato la veglia dei due “cantanti-pertichini” senza alcun riferimento al re: e alludo alla connotazione musicale!
Il Macbeth del baritono Giuseppe Altomare che ha sostituito l’indisposto Luca Salsi? Ci ha convinti nel canto sussurrato e nella zona centrale della sua tessitura, ma quando si spostava verso l’alto la sua voce si percepiva piuttosto velata e priva, quando ci voleva, dell’adeguato spessore. Appena sufficienti le altre voci: dicasi del Macduff del tenore Vincenzo Costanzo e del Malcom di Manuel Pierattelli.
Complimenti al mimo che ha interpretato il re Duncano: all’interno della regia evocante un’Arena-Spazio dei nostri tempi; Emma Dante riesce ad ingaggiare una lotta epica con materiale umano mobile anche quando non vive più: il corpo inerte del re Duncano ci è apparso come un dipinto di Andrea Mantegna, una nuova crocifissione del nobile Potere reso davvero incisivo nel suo espressionismo dal Dripping dei mimi. Teatro gremito. Applausi. E’ sempre un evento! E, tutto sommato, da andare a vedere! Non fosse altro per gli inguini unidimensionali di alcuni mimi e per l’apparizione degli otto Re che rompevano il diabolico raggruppamento del numero tre. Complessivamente: 7+
Bagheria, 22 gennaio 2017
Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: CHE EMOZIONE VEDERE OGGI SUL “GIORNALE DI SICILIA” MICHELE LIZZI, IL PIU’ GRANDE COMPOSITORE SICILIANO DELLA SECONDA META’ DEL NOVECENTO!

CHE EMOZIONE VEDERE OGGI SUL “GIORNALE DI SICILIA” MICHELE LIZZI, IL PIU’ GRANDE COMPOSITORE SICILIANO DELLA SECONDA META’ DEL NOVECENTO!
Nell’imminenza dell’inaugurazione, col Macbeth di Verdi, della Stagione Operistica 2017 del Teatro Massimo di Palermo, con intelligenza, Simonetta Trovato, sul “Giornale di Sicilia” datato venerdì 20 gennaio 2017, pubblica un interessante articolo intitolato “LE INAUGURAZIONI DI UN TEMPO”. Ci sono otto foto in bianco e nero davvero incisive. Forse in qualche didascalia si coglieranno imprecisioni. Ma alla mia vista balza con gioia ed emozione la foto numero 5: da sinistra c’è Salvatore Quasimodo, il soprano Ivana Tosini, il mezzosoprano Mirella Parutto – e non Michela!?- (la prima interpretava Galatea, la seconda la Ninfa Astra) e il compositore agrigentino Michele Lizzi; non giriamoci intorno, il più grande compositore siciliano e italiano della seconda metà del Novecento! Salvatore Quasimodo scrisse il libretto de “L’AMORE DI GALATEA”, Michele Lizzi la musica. La prima avvenne il 12 marzo del 1964. Successivamente questo capolavoro verrà ripreso al Bellini di Catania e, dopo la prematura morte del compositore (alba anni Settanta), anche al Teatro Greco di Siracusa. Le opere del maestro Michele Lizzi ebbero ovunque grande successo di critica e di pubblico. Paolo Emilio Carapezza, Lilia Cavaleri, Angela Bellia e altri critici seri, anche recetemente, ne hanno fatto un grande richiamo. Da allora il silenzio. Un imbarazzante silenzio da parte di tutti i teatri, soprattutto dei teatri siciliani (del Teatro Massimo di Palermo il maestro Lizzi era componente del Consiglio di Amministrazione). Dorme anche il Conservatorio di Palermo dove Lizzi insegnò composizione polifonica. Non mi consola ricordare che anche Macbeth venne silenziata per decenni: era una “contro opera” con declamati che andavano oltre il tradizionale modo di intendere il canto e si riallacciava alle origine del “recitar cantando” e alla “parola scenica” riportata in scena proprio dalla grande Maria Callas; Lizzi, allievo di Pizzetti, amava tanto Verdi: entrambi i compositori hanno appreso molto da quel lontano declamato; ma le trenodie e i cori di Ildebrando da Parma e di Michele Lizzi sono capolavori sonori di tutti i tempi; la trenodia di Lizzi in Pantea ha i colori della Cappella Palatina di Palermo. Speriamo che il Teatro Massimo sappia rispolverare questi citati capolavori da decenni dormienti. Grazia e grazie a Simonetta Trovato e a chi le ha fornito questa foto rievocante immagini sotto le quali si nascondono colori espressivi e poetici che occorre fare risuonare!
Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: A RITA CAPODICASA IL NOSTRO PLAUSO PER LE SUE NON CONSUETE RICERCHE SULLE DONNE COMPOSITRICI!

A RITA CAPODICASA IL NOSTRO PLAUSO PER LE SUE NON CONSUETE RICERCHE SULLE DONNE COMPOSITRICI!
Rita Capodicasa ha un grande merito (sulle sue qualità di pianista e di interprete si può e si deve discutere: dai meritati complimenti alle riflessione critiche sulle sue esecuzioni sempre in evoluzione e in azione), il suo grande merito, dicevamo, è quello di portare alla ribalta compositrici che giacevano nell’oblio; e non è per il solo richiamo alle musiciste donne (già questa è attività di ricerca degna di lode!), ma anche, e forse soprattutto, per la corretta valorizzazione della creatività musicale delle donne, le quali, anche in musica, sono tante; Cecile Louise Stephanie Chaminade ha trovato stimoli sacri nella musica di Bizet, ma il suo stile vagamente caratterizzato di colori musicali spagnoli ci richiama anche Emmanuel Chabrier; La Chaminade venne apprezzata da Ambroise Thomas, ma in modo maschilista; questi della compositrice parigina ebbe a scirvere: “Questa non è una donna che compone, ma un compositore che è una donna”; forse è un complimento un po’ equivoco, ma certo dirompente. Conta comunque ricordare che Cecile Chaminade fu la prima donna ad essere stata insignitadella “Légion d’honneur”. Rita Capodicasa non si rifugia nell’Ottocento, ma mette in evidenza la grande modernità di questa compositrice: basti fare bene attenzione alla parte armonica delle sue composizioni. NOI CONFERIAMO A RITA CAPODICASA IL NOSTRO PLAUSO PER LE SUE NON CONSUETE RICERCHE!

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GIUSEPPE DI SALVO: UN SALUTO COMMOSSO A GERGES PRETRE! RICORDIAMO IL GRANDE DIRETTORE DA NOI VISTO ED ASCOLTATO L’ULTIMA VOLTA AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO NEL MAGGIO 2004.

UN SALUTO COMMOSSO A GERGES PRETRE! RICORDIAMO IL GRANDE DIRETTORE DA NOI VISTO ED ASCOLTATO L’ULTIMA VOLTA AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO NEL MAGGIO 2004.
Se n’è andato il 4 gennaio 2017 un altro grande direttore d’orchestra: Georges Prêtre all’età di 92 anni. Era il direttore preferito da Maria Callas verso la fine della sua carriera. Con lui ha inciso Carmen in studio per la EMI ed è una direzione che non può mancare a chi ama questo dirompente personaggio di Bizet: in sala d’incisone la Callas non aveva complessi legati alle sue caviglie, e potè realizzare il suo sogno di cantare tutta l’opera e con una lettura della partitura da parte di Georges Prêtre che rappresenta un ulteriore punto di riferimento per ogni direttore.
Georges Prêtre amava Verdi e il repertorio francese, ma sapeva guardare anche alle due Scuole Viennesi. Era bello e “attirant” da giovane. E piaceva vederlo sul podio.
Al Teatro Massimo di Palermo lo vedemmo dirigere dal vivo, mi pare, in occasione del tradizionale concerto del 1° maggio 2004; dirigeva la prestigiosa Orchestra “Nord Deutsche Rundfunk Simphonierorchester Hamburg”. V’erano in programma musiche di Brahms/Schonberg: Quartet; Richard Strauss: Der Rosenkavalier, Suite; Ravel: Bolero. Ci fece alcuni bis. Fu un evento: allora il maestro aveva ottanta anni. Il Teatro balzò all’impiedi per tributargli il giusto trionfo.
C’eravamo! E ci siamo anche oggi per onorarne la memoria e il suo modo serio di intendere l’Arte musicale. E l’interpretazione tendente a rigenerare le partiture. Anche quelle più note.

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GIUSEPPE DI SALVO: IL CODICE ETICO, I PROBIVIRI, E LA BRAMOSIA DI POTERE CHE ACCECA ANCHE LE STELLE

IL CODICE ETICO, I PROBIVIRI, E LA BRAMOSIA DI POTERE CHE ACCECA ANCHE LE STELLE
Io non ho mai amato i Partiti Politici. E neanche i Movimenti: sempre partiti sono con altro ipocrita nome. Ma so che in democrazia i partiti ci vogliono. Concorrono a celebrare le elezioni, alto aspetto della vita democratica nel corso della quale ogni cittadino va anche ad esprimere la sua Sovranità Popolare. Essa, come dice la nostra Costituzione, appartiene al popolo. Ecco l’unico “Codice” che ogni cittadino deve rispettare, insieme alle codificate leggi dello Stato che da esso derivano. Ora, In Italia, ma anche negli altri stati democratici, i processi sono regolati secondo leggi codificate uguali per tutti. Noi abbiamo tre gradi di giudizio; e l’avviso di garanzia si deve intendere, fin dall’inizio, una tutela per ogni cittadino che lo riceva, anche se si tratta di un cittadino noto pentastellato.
Beppe Grillo lo sa, lo ha sempre saputo, ma finge, con una votazione in rete, di scoprirlo adesso. Quando fa il “giustizialista”, diciamolo!, non è populista. Se si muove secondo Costituzione populista lo è perchè la “Sovranità” appartiene al popolo. In Grillo c’è una vis comica che va certo capita, in ispecie quando la esprime in teatro e lì lui muove la sua opportuna maschera. Ma, in politica, la Giustizia non appartiene alla Rete e neanche alle consultazioni telematiche: la Giustizia, il Potere Giudiziario è un ordine dello Stato e i processi li fanno i Tribunali sparsi nel territorio italiano.
E allora? I partiti tutti (movimenti inclusi che partiti sono!) presentino ai cittadini i loro programmi elettorali con obiettivi politici chiari e ben definiti da attuare nel caso alcuni di loro dovessero vincere le elezioni.
Demagoghi sono coloro che cambiano le leggi elettorali ogni volta che si va a votare. La partitocrazia ha in mano l’informazione col partitocrate di turno che provoca vomito in molte persone ogni volta che appare in televisione. E la vera stampa libera non deve avere finanziamenti pubblici. “Il Fatto” quotidiano ne è un nobile esempio, indipendentemente da ciò che in esso si scrive.
In questi anni, gli esponenti del Movimento Cinque Stelle hanno fatto un’opposizione mai vista prima in Italia. Si può condividere o no, ma hanno lottato. Governano decine di comuni e alcune grandi città. Dove arrivano trovano debiti e macerie. Ce la mettono tutta. Ma l’agire politico del Movimento non può andare dietro alla sintomatologia del Teatro ove la vis comica è necessaria per l’attore principale; tattica e strategia, e le conseguenti azioni, hanno distinte unità aristoteliche; esse, in questo caso, non coincidono col tempo e con le regole del palcoscenico; il vero leader politico cura la regia rispettando le leggi dello Stato e presenta programmi con obiettivi politici miranti a “rinnovare” le leggi. Il “codice etico” dei partiti è per me un’opinione, una brutta opinione; come lo “stato etico” di fascista memoria. E non esiste “partito libertario”: ogni partito ha le sue regole e i suoi statuti da rispettare. Personalmente non ne condivido alcuno. Ma le leggi dello Stato si devono applicare perché valgono per tutti. E tanti, come me, hanno lottato per cambiare o abrogare quelle leggi che non piacevano. Lo abbiamo fatto in modo nonviolento, senza danneggiare terzi, senza il fascino fascista dei Tribunali popolari; altra cosa è la giuria formata da alcuni cittadini scelti secondo la legge e coordinata da un magistrato.
Gli “avvisi di garanzia” sono strumenti della Giustizia; i Tribunali del popolo, da noi, per fortuna, non esistono. Grillo faccia ciò che vuole sui suoi palcoscenici, anche quelli presenti sulle piazze. Ma la Giustizia è ben altra cosa; essa viene attuata dalla Magistratura. Ci piaccia o no; ci piacciano o no i loro stipendi agganciati a quelli dei Parlamentari; i partiti politici hanno un solo compito: quello di riformare anche la Giustizia. Ma occorrono seri programmi per vincere le elezioni ed attuarli. I trucchi della rete sono mutevoli sfogatoi. La politca non partitocratica non vuole maschere. Deve offrire democrtatici programmi da attuare. Altrimenti ogni Potere finisce per accecare. In primo luogo chi vuole accecare gli altri.
Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: ALLA PARROCCHIA SAN GABRIELE ARCANGELO DI PALERMO MI APPARE UN SIMPATICO ASINELLO: GIA’ QUESTO E’ UN MIRACOLO PER QUESTE CREATURE QUASI ESTINTE.

ALLA PARROCCHIA SAN GABRIELE ARCANGELO DI PALERMO MI APPARE UN SIMPATICO ASINELLO: GIA’ QUESTO E’ UN MIRACOLO PER QUESTE CREATURE QUASI ESTINTE.
Io non amo partecipare alle funzioni religiose rituali. E in qualsiasi Parrocchia esse avvengano. Tranne rare eccezioni. E’ periodo di presepi e di tanti “presepi viventi”. Ho conosciuto tanti presepi artistici fatti con statue di gesso o di altro genere. Da Tommaso Di Salvo, a Bagheria e a Santa Flavia, ne ho visti di spettacolari. La tradizione è l’anima dei popoli. La bellezza di questi presepi viventi sta, oggi, al di là dell’aspetto prettamente religioso, nel vedere gli asini quasi estinti. E già questo è un piccolo miracolo. Oggi ho fatto una visita fugace, intorno alle ore 17:00, alla Parrocchia San Gabriele Arcangelo di Palermo animata da Don Angelo Tomasello. L’asino era lì, c’erano anche due graziosi pocellini… E la gente, formata prevalentemente da fedeli del luogo, accorreva per vedere il presepe vivente, oggi, fra l’altro, era l’ultimo giorno dell’evento. Don Angelo è un mite prete di Bagheria. Non c’era. Sarebbe arrivato, mi è stato detto, ore dopo. Questa Parrocchia, visto il freddo e la zona un po’ diroccata (siamo alle spalle di Villa Serena), col suo campanile laterale posto a destra rispetto ai tre portoni della facciata a quell’ora chiusi, emanava accoglienza e calore. Riecheggia nel mio orecchio il vocio dei bambini e la visione della paglia con quel caratteristico odore prossimo allo stallatico. Richiami di vita contadina estinta nelle vicinanze di una Circonvallazione dove l’opulenza delle auto in corsa faceva da metallico e urticante contrasto. La tradizione, dunque, resta un nobile arcaico richiamo. Un rito da onorare: con quale sentita intimità?. Rientrato a Bagheria, Corso Umberto, ho ritrovato altre scene di un altro presepe vivente: e un asino un po’ più pasciuto. La Religione oggi vestiva i panni dei legami antropologici. Cultura di tutto rispetto.
Ma, al di là della Circonvallazione, nella zona di Margifaraci popolata a partire, mi pare, dal sedicesimo secolo, respiravo tempi legati ad una piccola comunità un po’ più rurale.
La Parrocchia sorgerà, ovviamente, molto tempo dopo, nel 1956 assieme agli insediamenti di edilizia popolare della zona.
Nel sito della Parrocchia leggiamo: “Il primo parroco di questa comunità è Don Giuseppe Germanà che rimane in carica fino al 1978, gli succede Don Francesco Allegra che serve la comunità fino al 1984 anno in cui viene sostituito da Don Francesco Romano, collaborato nel servizio da Don Filippo Tuzzolino.
Nell’anno 2014 la gestione della parrocchia passa a Don Angelo Tomasello”.
Buon lavoro, Don Angelo: la gente del luogo sorrideva. Sarà anche per la tua impronta di persona schiva e mite. Non sempre mi accade di notare ciò! Laicamente.
Giuseppe Di Salvo

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 Don Angelo Tomasello così ha commentato il mio breve racconto:
Grazie Maestro Giuseppe, hai per me parole belle e te ne sono grato. Ammiro da sempre la tua intelligenza non comune e la tua capacità di dire le emozioni con le parole più giuste. Mi spiace non averti potuto incontrare, ma ti sono grato del tuo dono per me. A la prochaine fois. Spero di incontrarti per un caffè nello Stratonello bagherese.
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