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Archivio 14 Giugno 2017

GIUSEPPE DI SALVO: ILDEBRANDO PIZZETTI E IL FASCINO AMMALIANTE DEI SUOI “CANTI DELLA STAGIONE ALTA”

ILDEBRANDO PIZZETTI

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ILDEBRANDO PIZZETTI E IL FASCINO AMMALIANTE DEI SUOI “CANTI DELLA STAGIONE ALTA”

(AI NEOFASCISTI DI OGNI TEMPO CHE SPUTANO IGNORANZA)

 Ildebrando Pizzetti (Parma, 20 settembre 1880 – Roma, 13 febbraio 1968) è un grande compositore del Novecento; viene indicato come appartenente alla “Generazione dell’Ottanta” insieme a Franco Alfano (Napoli, 8 marzo 1876- Sanremo, 27 ottobre 1954), Ottorino Respighi (Bologna, 9 luglio 1879 – Roma, 18 aprile 1936), Gian Francesco Malipiero (Venezia, 18 marzo 1882 – Treviso, 1º agosto 1973) e Alfredo Casella (Torino, 25 luglio 1883 – Roma, 5 marzo 1947): si tratta di musicisti assai diversi l’uno dagli altri, ma ebbero in comune l’idea di fare evolvere “la musica italiana da due gravi insidie: il wagnerismo  -vero o presunto che fosse- e il passivo ricalco di gloriosi ma esausti modelli melodrammatici” (Roberto Pagano); oggi, Ildebrando da Parma, come lo chiamava Gabriele D’Annunzio, dai nostri teatri d’opera è ingiustamente dimenticato. E’ un bene culturale silenziato, per lui non ci deve essere pubblico. Dai post-fascisti (spesso in realtà si tratta di neofascisti) le sue musiche sono dichiarate, con parole mai per tutti pronunciate, “Non eseguibili”.

   L’ultima volta che il sottoscritto poté ascoltare una composizione di Pizzetti risale al 10 maggio 2002, 43^ Stagione Concertistica dell’Orchestra Sinfonica Siciliana, Teatro Politeama Garibaldi di Palermo.  Ascoltai per tre giorni consecutivi “I Canti della Stagione Alta”. Dirigeva il concerto il maestro Oleg Caetani; al pianoforte c’era la sua compagna, abilissima pianista, Susanna Stefani Caetani.

   Entrambi, nel settembre 1997, avevano già registrato per l’etichetta Marco Polo e Naxos, con la Robert-Schumann-Philharmonie, il sullodato Concerto di Pizzetti: a loro va il grande merito di questa curatissima prima registrazione mondiale; si tratta di una partitura di alto valore espressivo che, altrimenti, sarebbe rimasta sconosciuta a quanti amano la grande musica strumentale del nostro Novecento. Una registrazione che ha fatto scuola. E con l’economica etichetta NAXOS il brano venne giustamente divulgato come merita.  Personalmente ho diffuso il contagio regalandone dozzine di copie!

   Ebbene, in quei tre giorni indimenticabili del maggio 2002 (venerdì 10, ore 21:15;  sabato 11, ore 17:30; domenica 12, ore 11:00)  -e in ore, come abbiamo visto, ogni giorno diverse-  Oleg Caetani e sua moglie Susanna Stefani, Teatro Politeama sempre gremito, trionfarono con un ripetersi di applausi davvero scroscianti e con continui richiami al proscenio della pianista e del direttore con urla di “Bravi” rivolti anche all’Orchestra. Io ricordo! Nella seconda parte del Concerto venne eseguita “La Sagra della Primavera” di Igor Stravinskij.

   Da allora su Pizzetti a Palermo è calato il silenzio, quindici anni di silenzio: in questo silenziare Ildebrando Pizzetti, però, primeggia il Teatro Massimo di Palermo anche nella gestione del sovrintendente Francesco Giambrone e con le rinnovate sindacature dell’anti-mafioso Leoluca Orlando, l’11 maggio 2017 rieletto sindaco di Palermo per la quinta volta. Questi ha riaperto il Teatro Massimo dopo oltre vent’anni di chiusura. Ma quanti musicisti italiani e siciliani sono rimasti chiusi: in pratica costoro hanno la colpa di aver contribuito a censurare il Novecento strumentale italiano di altissimo valore espressivo e di grande interesse musicale, certamente in linea con le innovazioni estetiche europee e internazionali.

   Come mai ciò è potuto accadere? Molti antifascisti di oggi, in verità, sono prede di un’ignoranza assai sfacciata e hanno pose conformistiche con presunti richiami innovativi rivolti alla Seconda Scuola di Vienna, della quale non c’è utente capace di fischiettare un motivo o una semplice toccante melodia: hanno silenziato Pizzetti e la “Generazione dell’Ottanta” perché compositori con musica “degenerata” (ma, badate, loro non lo dicono!), in pratica hanno abrogato il Grande Novecento Strumentale Italiano; questi teatri non dovrebbero avere un soldo dal nostro Stato e forse, anche noi, non dovremmo più dare all’Ente Autonomo il nostro 5 per mille. Vedremo.

   E allora? Oltre all’incisione dei coniugi Caetani, ci sono due altre incisioni dei Canti fatte successivamente. Per ora voglio ricordare cosa scrisse il musicologo Roberto Pagano nel libretto di sala del Concerto del maggio 2002 da me sopra citato:

   -“I canti della stagione alta” sono il primo importante contributo del musicista al repertorio solistico con orchestra. Il brano venne presentato nel contesto della Seconda Mostra Nazionale di Musica Contemporanea che si tenne a Roma nell’aprile 1933. La bella esecuzione di Carlo Vidusso rese piena giustizia all’interessante partitura e il successo si ripeté a Firenze e a Milano, trasformandosi in trionfo quando i Canti vennero ripresi appena un anno più tardi da Walter Gieseking (Lione, 5 novembre 1895 – Londra, 26 ottobre 1956) alla Scala.

   Sì, il grande pianista francese di origini tedesche che venne accusato di collaborazionismo col Regime Nazista; occorre ricordare che il geniale pianista si iscrisse al Partito Nazionalsocialista e che il suo nome fu utilizzato e propagandato da Hitler nelle sue orrende teorie della razza. Ma come non capire che Walter Gieseking fu un grande pianista e un coraggioso artista capace di eseguire anche Schönberg, compositore non amato da Hitler? Certo neanche Pizzetti amò la dodecafonia, ma non ne  impedì mai l’esecuzione: Pizzetti venne definito da Mussolini “Un uomo spregevole”, ma il compositore dei Canti era colto, studioso, amante dei modi antichi e del Canto Gregoriano; e non si oppose mai all’estetica degli altri compositori, amava ampliare l’offerta della sua significativa produzione e diffondere il suo modo di rinnovare la musica.  Che dovremmo dire allora del grandissimo pianista svizzero Alfred Denis Cortot? Magari anche lui avesse interpretato i Canti della Stagione Alta di Pizzetti!!!

   Ma perché questo titolo assai originale? Secondo Roberto Pagano, sempre nel citato libretto di sala, nota: -Anche se Pizzetti non volle  mai chiarire le ragioni di una intitolazione così vicina a D’Annunzio, è facile supporre che l’opera tragga origine da quello stesso senso di contemplazione della natura che prevede il precedente “Concerto dell’estate”.

   Pizzetti, quindi, non volle mai chiarire le ragioni della sua dotta intitolazione. Cosa aveva da non rivelare? Pizzetti scrisse i suoi Canti a Villa Amonn di Oberbozen, fra il 12 luglio e il 3 settembre del 1930 e li dedicò a Giuseppe De Robertis (1888- 1963), uno dei suoi cari amici e collaboratore del periodico fiorentino “La Voce”: importante testata di critica politica e culturale, testata che si  caratterizzò per la vivace polemica sul conformismo della borghesia italiana d’inizio Novecento (altri collaboratori furono Giovanni Gentile, Giuseppe Lombardo Radice, Romolo Murri, prete radicale, Sibilla Aleramo…).

   Cosa avrebbe dovuto spiegare Pizzetti con le parole? L’ha fatto in musica in maniera alta e nobile: si tratta di una composizione molto ispirata, vi si racchiudono canti d’amore e di appagamento che solo i poeti sanno tradurre con parole non comuni; per Pizzetti, d’altra parte, parole e musica coincidevano.

   Ma come si struttura tecnicamente questo Concerto? Va da noi ricordato che la produzione di Pizzetti per solo pianoforte non va oltre gli undici titoli: la sua opera omnia pianistica  è stata incisa dal pianista Giancarlo Simonacci in due preziosi DC per l’etichetta “BRILLANT CLASSIC” nel marzo 2011 ( e ve la consigliamo per meglio conoscere la vena compositiva cameristica sia del giovane Pizzetti sia del Pizzetti più maturo); essa conferisce un maggior rilievo ai “Canti della Stagione Alta”; segnano gli estremi  della sua produzione pianistica  “Foglio d’Album” del 1906 (Pizzetti aveva 16 anni) e il “Preludio (L’ombra)” del 1944 (Pizzetti aveva 64 anni); Foglio d’Album è un brano dedicato ad Emilia Lombardini Massa: si tratta di un brano intenso e poetico; la delicata e dilatata interpretazione di Giancarlo Simonacci è magnetica, sublime; di notevole interesse è quella eseguita dal pianista Antonio Ballista.

   Ma ritorniamo a Canti e riportiamo cosa scrive il musicologo Riccardo Viagrande nel suo libro “Ildebrando Pizzetti, compositore, poeta, critico” (Casa Musicale ECO) alle pp. 118-119:

   -“Nei Canti della stagione alta” (…) l’intento programmatico si esprime nella forma del concerto solistico rivisto e riletto in modo originale e moderno. Eseguito il 2 aprile 1933 al Teatro Augusteo in un concerto, che prevedeva nel suo programma anche la Partita del ventinovenne Goffredo Petrassi, con l’orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia diretta da Bernardino Molinari e con il pianista Carlo Vidusso in qualità di solista, questo lavoro è formalmente un concerto per pianoforte e orchestra, nel quale il pianoforte non si produce in un confronto-scontro sul piano virtuosistico con l’orchestra, come avveniva nei lavori classico-romantici, ma dà libero sfogo a un canto spianato con l’orchestra che ora accompagna ora duetta con il solista in una scrittura che appare più teatrale che sinfonica. Il pianoforte sembra trattato, infatti, alla stregua della voce umana in un’opera lirica, mentre già nel primo movimento, Mosso e fervente, ma largamente spaziato, pur in una forma-sonata riletta in modo originale e variata, è abolito ogni tipo di contrasto dialettico tra il primo e il secondo tema i quali, al massimo, differiscono per alcune scelte di scrittura.

   Nel libro di Riccardo Viagrande la produzione pianistica di Pizzetti, purtroppo, non viene analizzata. Alessandro Zignani, invece, sui Canti così si esprime:

“Un vero Concerto per pianoforte e orchestra deprivato di ogni dialettica romantica tra virtuosismo del solista e sinfonismo, in nome di un progressivo smateriamento che raggiunge, nelle ultime pagine, l’aspetto di epifanie radianti sospese sull’orlo del silenzio” (“La Storia Negata, musiche e musicisti nell’era fascista”, Zecchini Editore, pag. 87).

Zignani dice e non dice e finisce per dire non dicendo: si ha la sensazione che abbia ascoltato solo il primo movimento. “Progressivo smateriamento”? Forse allude alla dissolvenza sonora e alle dinamiche espressive miranti alla contemplazione che appaga?  E’ forse “smateriamento” il Rondò-Allegro finale?

   Piero Santi, nella sua “Guida al repertorio di musica sinfonica” (GIUNTI-RICORDI) parla di “Attrattiva di una tavolozza orchestrale più ricca” e a pagina 621 nota:

-Questa, dopo “L’ultima caccia di Sant’Umberto” per orchestra e coro (1930), pare nuovamente solleticare la fantasia del musicista attivando una vena di lirismo impressionistico nei “Canti della stagione alta” per pianoforte e orchestra (1930), dove lo specifico interesse solistico non prevale mai sulla serena immagine naturalista.

   Ma chi sa decodificare in pieno, e con poche corrette parole, la poetica espressiva del Nostro Ildebrando? Un altro grande critico e compositore del Novecento, cioè Domenico De’ Paoli (Valdagno, 8 giugno 1894 – 1985). Questi in modo chiaro scrive:

   -Compositore del nostro tempo senza dubbio, ma che nessuna teoria preconcetta, nessuna tendenza estetica più o meno alla moda, nessuna modificazione (altro dire: arricchimento) al linguaggio musicale ha fatto sviare dalla meta che s’era prefissa, né dalla via che intendeva percorrere. Fra i compositori del tempo nostro è forse il solo, il cui sviluppo sia stato dominato da una coerenza, da un profondo bisogno di sincerità tanto da farne quasi un “isolato”. In lui l’espressione musicale nasce da una vera e sentita necessità interiore, nasce da un’emozione, e sotto questo aspetto si potrebbe dire che la più gran parte della sua produzione è autobiografica; ma di certo biografismo rifiuta il pittoresco, l’aneddotico, il sentimentalismo spicciolo e contingente. La musica di Pizzetti è autobiografica perché rispecchia la vita interiore dell’artista, purificata dalle scorie della cronaca quotidiana. Per questo la sua arte non ci lascia mai indifferenti: perché è sempre un’espressione umana, quindi autentica.

   A queste corrette e coerenti parole di Domenico De’ Paoli va aggiunta una precisazione: Pizzetti non fu il solo che componeva “con profondo bisogno di sincerità”;  lo seguì un suo allievo: Michele Lizzi di Agrigento! Ciò che De’ Paoli dice di Pizzetti si potrebbe ripetere per il grande compositore siciliano, autore di Pantea.

   Analizziamo ora i Tre Movimenti de “I Canti della Stagione Alta.

 PRIMO MOVIMENTO

Già nel Primo Movimento (Mosso e fervente, ma largamente spaziato) il clima sonoro è certamente evocativo, ma solo genericamente; l’atmosfera è tutta permeata da un “naturalismo ideale” tendente al valore assoluto del canto, a una specie di melodia sgorgante, veemente e sincera, dal profondo dell’anima; essa viene fuori senza infingimenti in un dialogo di strumenti musicali (corno dai richiami pastorali, note ribattute del pianoforte, fiati, archi…), i cui timbri ci catturano nell’aggraziata dinamica espressiva coinvolgendo la nostra mente e i nostri cuori. 

Nota Silvia Paparelli:

   -Sembra tutto teso alla ricerca di questa “spazialità”: la scrittura pianistica sfrutta spesso disegni monodici realizzati in ottava, si fa talvolta accordale, sperimenta soluzioni strumentali innovative(…). Gesti declamatori arcaizzanti, anti-virtuosistici sostituiscono, in breve, il vocabolario della gloriosa tradizione ottocentesca del pianismo “da concerto”, relegando paradossalmente i disegni idiomatici (arpeggi, scale, agilità) alle zone non tematiche (…). L’episodio iniziale torna una seconda volta (con il tema del flauto), dopo un evocativo passaggio dei legni su un tremolo delle viole divise e, infine, una terza, sorta di ripresa (ma in un tempo “un poco più largo che in principio”) dopo un’interessante sezione centrale, caratterizzata dallo sviluppo della parte pianistica e da una notevole duttilità ritmica, con qualche esempio di sovrapposizione metrica. (Si vedano le note nel CD LA BOTTEGA DISCANTICA, Canino- Ballista, Teatro Dal Verme di Milano, luglio 2008).

   E Marc Vignal aggiunge: “Le piano introduit sur un arrière-plan de cordes et de bois le thème principal  (de caractère modal) du premier mouvement, délicat et rhapsodique.  Un solo de flûte se fait entendre, relayé par le piano. Un thème chantant suit, au piano sur un fond de cordes (solos de violon) puis mêlé à des appels de cor. Le discours  s’anime peu à peu, avant de retomber dans le rêve. Fin sur des sonorités de cor”.

(Vedere note nel CD UNIVERSALMUSIC col pianista Aldo Ciccolini, direttore Friedemann Layer, registrazione luglio 2006, Orchestra Nazionale di Monpellier).  

   In questo Primo Movimento, dalla durata di circa 15 muniti, si sogna e si contempla. Il pianista Aldo Ciccolini, sempre Primo Movimento, nella sua incisione, vi inserisce una cadenza di circa 4 minuti e ne dilata, in modo interessante, spazialità sonore e tempi.

SECONDO MOVIMENTO: ADAGIO

Il Secondo Movimento è un Adagio. Nota Riccardo Viagrande:

-Si basa su un tema, interamente affidato al pianoforte nella parte iniziale, che ricorda le melodie lunghe di Bellini o degli adagi dei concerti di Chopin. Nella sezione centrale, Più mosso, di carattere contrastante, il pianoforte, dopo aver ceduto il testimone al fagotto e ai corni che intonano un tema di carattere accordale, si limita a riempire i momenti di pausa con eleganti florilegi. Nella sezione conclusiva il tema iniziale viene ripreso dagli archi, mentre il pianoforte varia, con eleganti arpeggi, il motivo dell’accompagnamento.  (Op. Cit. pp. 120-121).

   E Silvia Paparelli:

-Dalla dissolvenza del primo movimento si origina il secondo, un Adagio il cui tema principale è esposto inizialmente dallo strumento solista, anche qui trattato in modo decisamente anticonvenzionale. Un lungo passaggio monodico, “non forte, ma intenso e penetrante”, affidato alla sola mano destra apre il movimento. Il tema viene poi ripresentato dai corni e fagotti con “cineserie” pianistiche ornamentali. Un episodio centrale contrastante conduce, dopo una breve transizione affidata a viole e violoncelli (divisi) con interventi a solo di corno e tromba, alla ripresa dell’idea iniziale.  (…) Ancora una conclusione in dissolvenza, con un rapido mormorio dei bassi, porta, senza soluzione di continuità, all’attacco del movimento conclusivo… (intervento già citato nel CD Canino-Ballista). C’è qui un’atmosfera da Inno vitale. La durata? Nove minuti pieni!

TERZO MOVIMENTO: RONDO’: ALLEGRO

L’incisività di questo rondò allegro viene contraddetta da episodi espressi in tempo lento: alle sonorità assai animate, simili ad un galop, si aggiunge anche un Andante lento cameristico nel quale il solista è accompagnato semplicemente da un violino e da un violoncello fino all’esplosione della conclusione finale che torna a rendere ogni sonorità struggente materia.  Citiamo ancora Riccardo Viagrande:

“Legato senza soluzione di continuità al movimento precedente, il Rondò conclusivo (Allegro) è una pagina brillante nella quale convivono momenti di alto virtuosismo pianistico con altri di carattere lirico, come la splendida romanza senza parola (Andante lento), affidata al pianoforte, che costituisce uno degli episodi, o la catartica e solenne coda, Largo, che conclude il Concerto”. (Op. cit. pag. 121).

   E certo appaga la cadenza che precede la dirompente e lancinante conclusione (dopo la breve virtuosistica cadenza, appare irripetibile  il Miracolo Sonoro di Ildebrando da Parma!). L’Orchestra, alla fine, si muta in Fanfara e diffonde a più non posso la melodia (o Canto) centrale del Concerto nello spazio perché lo stesso Cosmo lo incida nei ricordi di ognuno e di ogni Mondo: sia esso sensibile o intellegibile. Capolavoro assoluto di tutti i tempi! Il Rondò ci regala altri dieci minuti di Altissima Musica da cui difficilmente ci si separa!!! E il bello è che la si canta o fischia al pari di una popolare aria d’opera! Quoi?! Sì, siamo di fronte all’Eternità!

Bagheria 13 giugno 2017

Giuseppe Di Salvo

  

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