YURI TEMIRKANOV AMMALIA E TRIONFA AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO

Yuri Temirkanov ammalia il pubblico del Teatro Massimo di Palermo con il lacerante lirismo della Seconda Sinfonia di Rachmaninov. Applausi, boati, urla di “bravo”, e ”bravi” rivolti anche all’Orchestra Filarmonica di San Pietroburgo; una giusta ovazione al clarinettista che si è distinto nell’adagio (noi lo coroniamo di baci sulla fronte!): un meritato trionfo! A presto l’omaggio-recensione del nostro Giusesppe Di Salvo.

La Redazione del Blog di Giuseppe

 

GIUSEPPE DI SALVO: TUTTI AL TEATRO MASSIMO PER ACCOGLIERE IL GRANDE YURI TEMIRKANOV

Yuri TemirkanovYuri Temirkanov, grande direttore d’orchestra russo, venerdì 27 gennaio, 2012, alle ore 20,30, sarà ospite al Teatro Massimo di Palermo insieme all’Orchestra Filarmonica di San Pietroburgo. Chi ama la musica non può permettersi di perdere questo evento. Il maestro Temirkanov l’utima volta è venuto a Palermo circa due anni fa, e precisamente lunedì  22 marzo 2010.  Allora era in compagnia del grande pianista Roustem Saitkoulov e, insieme, eseguirono in modo encomiabile il Concerto n. 2 in Do minore per pianoforte e orchestra op. 18 di Sergej Rachmaninov; nella Seconda Parte Yuri Temirkanov ci regalò un’interpretazione di spiccato valore comunicativo della Suite Sinfonica “Shéhérazade” di Nicolaj Rimskij-Korsakov che mi spinse a parlare di “Teologia Sonora”.

   Noi amiamo le nude mani del maestro Temirkanov e siamo certi che anche questa sera ce ne usciremo appagati sia per i brani tratti da “Romeo e Giulietta” di Sergej Prokoviev sia per la più complessa partitura ricca di lacerante lirismo presente nella Seconda Sinfonia in Mi minore, op. 27, di Rachmaninov: un capolavoro musicale che raramente viene eseguto nella nostra città. Noi siamo legati alla nobile tradizione russa; e non dimenticheremo mai la lezione interpretativa dataci dal coltissimo maestro direttore Gennady Rozhdestvensky. Verremo con animo umile certi che, dopo aver ascoltato l’interpretazione dei citati compositori russi da parte del maestro Temirkanov, usciremo più ricchi nello spirito: ciò contribuirà a rinnovare il  nostro stato di grazia. E siamo certi che interiorizzeremo la gioia e il lirismo musicale che verrà fuori da quelle laceranti partiture.

Giuseppe Di Salvo 

 

GIUSEPPE DI SALVO: SUL SETTIMANALE LA MIA RECENSIONE DELLA “DAMNATION DE FAUST” DI BERLIOZ IN SCENA AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO

“Il Settimanale di Bagheria”, già nelle edicole  cittadine, pubblica la mia non conformistica recensione de “La Damnation de Faust”, opera di Hector Berlioz con cui si è inaugurata la Stagione operistica 2012 del Teatro Massimo di Palermo. Ha uno storico titolo: LA “DAMNATION” DEL BEL CANTO”. Da tenere ben custodita, a futura memoria, la mia Dissonante Novella. Grazie. (G.D.)

GIUSEPPE DI SALVO: LA “DAMNATION” DEL BELCANTO APRE LA STAGIONE 2012 DEL TEATRO MASSIMO DI PALERMO

24 Gennaio 2012 8 commenti

Da "La Damnation de Faust" di Berlioz in scena al Teatro Massimo di Palermo

LA “DAMNATION” DEL BELCANTO APRE LA STAGIONE 2012 DEL TEATRO MASSIMO DI PALERMO. TRIONFANO LE GESTALTICHE IMMAGINI DEL REGISTA TERRY GILLIAM!

Molti lettori si chiederanno: “Come mai non dare rilievo, dal punto di vista vocale, all’avvenuta apertura della Stagione Operistica 2012 del Teatro Massimo di Palermo?” E che dire della “Damnation de Faust” di Hector Berlioz (1803-1869) andata in scena domenica 22 gennaio 2012? La risposta più semplice sarebbe questa: proprio come vuole il dottor Faust, l’intelligenza umana sa dove si annida il demonio, cioè nella diabolica noia. E allora, proprio per non annoiarci, occorre fare alcune non demoniache precisazioni.
   “La Damnation de Faust” di Berlioz, “Leggenda drammatica in quattro parti”, come la definisce il compositore, è un capolavoro del teatro romantico francese; nella partitura ci sono codificate linee belcantistiche di tutto rispetto che ci avvicinano alla soglia del sublime. Va però detto che, da tempo, il Teatro Massimo di Palermo nei confronti del “belcanto” ha scelto una linea “aziendale”, fatte le dovute eccezioni, davvero “mefistofelica”: il “belcanto”? cercatevelo altrove!
   Per quanto riguarda la bellezza esecutiva dell’orchestra, e anche qui non mancano le eccezioni, spesso il teatro Massimo di Palermo si offre come monumentale “bene culturale/contenitore” per ospitare prestigiose orchestre provenienti da paesi stranieri.  Ma nella nostra città si è,  di fatto, estinta l’importantissima  figura del “Direttore stabile”. E accade  anche che, talvolta, il nostro Teatro si distingue per ospitare, importandole e adeguandole nel contesto palermitano,  geniali regie d’opera. Come non ricordare, per fare un solo esempio, la bellissima ma discussa regia di Calixto Bieito nella Carmen di Bizet dello scorso novembre?
   E ora? “La Damnation de Faust” di Berlioz, che ha aperto la Stagione operistica 2012, si ricorderà certamente per il capolavoro registico  attuato da Terry Gilliam: le sue immagini legate alle deportazioni naziste della Germania di  Hitler sono un vero e proprio miracolo gelstaltico: non a caso il regista americano è stato accolto da ripetute ovazioni non appena si è presentato sul proscenio con corali  “Bravo” del tutto strameritati.
    Il capolavoro musicale di Berlioz ha avuto una lettura registica ricca di immagini statiche e dinamiche davvero incisive e intelligenti: si è trattato di un’ opportuna “leggenda” nel senso etimologico della parola, cioè “si è letta” la musica con una aggiornata e coerente forza visiva che ha sancito il trionfo della “vis espressiva” della rappresentazione dell’ “opera” (o della partitura) del compositore francese. Ciò ha certamente avuto il suo fascino, insieme alla curata lettura musicale di Roberto Abbado.
   Ma è proprio per questo motivo che la composizione di Berlioz finisce per perdere il suo impatto espressivo dal punto di vista musicale: dov’era mai la toccante forza comunicativa dei vari personaggi che si esprime solo con l’emissione del belcanto? Ci possiamo aggrappare alla solitudine della mirabile suonatrice del corno inglese che scava, commuovendoci, nel nostro IO più profondo per trasmetterci gli stati emotivi di Margherita? Ripetiamolo: “La Damnation” è permeata di belcanto romantico e occorre tirarlo fuori dalla connotazione musicale codificata nella partitura; le immagini non potranno mai sostituirlo!  E non ci interessa neanche parlare delle qualità attoriali dei cantanti: in questo caso, il bravo regista deve sapere fare anche questi miracoli. Altrimenti, vista l’importanza data oggi a chi coordina le scene, che bravo regista sarebbe? Ma può dare il regista  voce adeguata a chi non ce l’ha? No, e poi no. E qui casca l’asino, anzi il demonio! E, visto che di teatro operistico si tratta, vorremmo poter esultare anche per l’adeguata competenza vocale dei cantanti… di tutti i cantanti che interpretano un’opera, e non di alcuni. Purtroppo, in questa scelta legata ai cantanti, c’è sempre un Mefistofele che non ci consente di esultare. Pare che esso  si cimenti, riuscendoci, nel suscitare la “Damnation” nell’animo dei melomani e tenda sempre a minare le basi del belcanto. E’ un “demone” privo di orecchio musicale e, in definitiva, senza coscienza musicale: se l’avesse, del resto, perderebbe ogni aspetto mefistofelico. E non mi si dica che non esistono cantanti dotati! Ci sono, eccome! Basta volerli come si vogliono alcuni geniali registi. E bisogna pagarli al pari dei bravi registi. Forse c’è programmato qualche “Recital” con Juan Diego Flórez nel Cartellone 2012 per fare un timido esempio? Ecco: Mefistofele vuole far perdere le tracce del belcanto dal Massimo Teatro di Palermo. Fino a oggi ci è riuscito. Non è detto che ci riuscirà in seguito.
Prima o poi ci sarà un gran bravo tenore lirico dalla voce squillante che, come il vero Faust di Berlioz, saprà bene intonare: “Le vieil hiver a fait place au printemps”. E si ritornerà ad applaudire con slancio ed entusiasmo la prestazione dei cantanti: nell’essenza, insostituibili interpreti di un’opera. Certo, all’interno del teatro si canta; ma è come vedere i ballerini, con coraggio, danzare per protestare fuori. Allucinante e diabolico: un altro piccolo e mefistofelico capolavoro!

Bagheria, 24/01/2012
Giuseppe Di Salvo

 

GIUSEPPE DI SALVO: SUL SETTIMANALE IL MIO ARTICOLO SU “PIERINO E IL LUPO” DI SERGEJ PROKOFIEV

Giuseppe Di Salvo: "Pierino" senza lupo (12/01/2012)

“Il Settimanale di Bagheria”, già nelle edicole cittadine, pubblica il mio articolo sul Secondo Incontro relativo al Progetto “L’Arte di ascoltare la musica” in corso di svolgimento presso la Scuola Primaria Giuseppe Bagnera. Ha per titolo “L’ oboe sommerso in Pierino e il lupo di Sergej Prokofiev: ossia il timbro allegorico della liberazione”. Non è da perdere la Musicale Novella! Grazie. (G.D.)

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GIUSEPPE DI SALVO: L’OBOE SOMMERSO IN “PIERINO E IL LUPO” DI SERGEJ PROKOFIEV, OSSIA IL TIMBRO ALLEGORICO DELLA LIBERAZIONE.

17 Gennaio 2012 7 commenti

Giuseppe Di Salvo: 12 gennaio 2012

Il 12 gennaio 2012, nei locali della Scuola Giuseppe Bagnera, salone Anna Morreale, c’è stato il Secondo Incontro relativo al Progetto extracurricolare “L’Arte di ascoltare la musica”.  Aveva per titolo: “L’OBOE SOMMERSO: la fiaba musicale, il timbro degli strumenti e il canto dell’Io profondo (“La Colomba” da Gli Uccelli di Ottorino Respighi e Pierino e il lupo di Sergej Prokofiev; direzione Claudio Abbado, voce recitante Roberto Benigni)”. Il Progetto, si sa,  è curato dal sottoscritto con la preziosa collaborazione delle insegnanti Nunzia Picone e Gina Toia; e non manca mai l’intelligente assistenza tecnica del signor Gaetano Sardina.

  Obiettivi formativi di questo Secondo Incontro? Primo: contribuire a far discriminare il timbro dei principali strumenti musicali. Secondo: comprendere che le melodie, legate ad un’attenta selezione degli strumenti, possono essere utilizzate per esprimere emozioni e caratteristiche dei personaggi di una composizione (o di un testo musicale). Terzo: conoscere in modo particolare il timbro dell’oboe.  I partecipanti (circa quaranta persone fra alunni, genitori, insegnanti, ospiti…) sono stati accolti col “Larghetto” tratto dal “Concerto in C major RV 447” di Antonio Vivaldi (1675-1743). Il pomeriggio musicale si è svolto come segue.

   Nel corso della Prima Parte, la dirigente Rosalba Bono e la signora Cristina Aiello hanno letto la poesia “Oboe sommerso” di Salvatore Quasimodo. La figlia della signora Cristina, ascoltando e dando le spalle verso chi leggeva, doveva successivamente individuare se la mamma aveva letto prima o dopo. Sottofondo musicale? Sempre il già citato “larghetto” di Vivaldi. Ma riportiamo la bella poesia dal poeta scritta all’alba degli anni Trenta: “Avara pena, tarda il tuo dono/ in questa mia ora/di sospirati abbandoni./  Un òboe gelido risillaba/ gioia di foglie perenni,/ non mie, e smemora;/  in me si fa sera/: l’acqua tramonta/ sulle mie mani erbose./  Ali oscillano in fioco cielo,/ labili: il cuore trasmigra/ ed io sono gerbido,/  e i giorni una maceria.”

   Poi all’alunna ho chiesto: “La mamma ha letto la poesia prima o dopo la Dirigente?” E lei: “Dopo.” Risposta corretta. Poteva mai l’alunna non riconoscere la voce della mamma?  Quel timbro famigliare e quel colore affettivo? Ciò per dire che, se si ha familiarità con gli strumenti musicali, qualsiasi orecchio umano è in grado di riconoscere i loro specifici timbri. Come definire allora il timbro? Semplice: “La qualità del suono che determina l’individualità della fonte che l’ha emesso e consente di distinguerla da ogni altra. Il timbro è  andato assumendo dal secolo scorso crescente importanza, e da parametro puramente coloristico e decorativo è divenuto vero e proprio soggetto fondamentale della composizione musicale”.  (Da “Repertorio di musica sinfonica” a cura di Piero Santi, p. 1018; Giunti-Ricordi Editore).

   Citiamo ora Aaron Copland: “Dopo il ritmo, la melodia e l’armonia viene il timbro o colore del suono. (…) Come la maggioranza degli uomini discerne la differenza esistente fra il bianco e il verde, così la facoltà di riconoscere la differenza fra i colori sonori è un senso innato che la maggior parte di noi porta con sé dalla nascita. Non possiamo immaginare una persona così cieca ai suoni da non essere capace di distinguere la voce di basso da quella di soprano, o, allo scopo di impiego strumentale, la voce della tuba da quella del violoncello.” (Dal libro “Come ascoltare la musica”, p. 63; Garzanti Editore).

   E dopo aver fatto cogliere la differenza fra ritmo (quest’ultimo legato al movimento; agli alunni si è fatto percepire il diverso pulsare ritmico dei battiti del cuore sia facendo toccar loro la parte sinistra del petto in posizione statica sia dopo aver effettuato  dei saltelli ritmati col battito delle nostre mani) e timbro, si è creato un piccolo dibattito con le persone presenti per cercare di decodificare i messaggi certamente criptati presenti nella poesia di Salvatore Quasimodo. C’era chi sosteneva che il poeta provava una forte emozione e chiedeva alla pena di ritardare il suo arrivo;  chi asseriva che  l’avara pena poteva riferirsi ad un sentimento emotivo più duraturo…; qualche collega affermava che il poeta si perdeva realmente nell’aridità del suo essere: interventi su cui riflettere. Gli è che questa poesia, di fatto, esprime sentimenti tipici di un oboe, in ispecie quando esso si libera nei suoi cantabili: il poeta, infatti, si sente arido e desolato; egli si muove in un ambiente di paludi e stagni, pieno di uccelli palustri; ma siamo innanzi ad un ambiente indeterminato, indefinito; il poeta sente la sua vita come “avara pena”; e implora questa “avara pena” di ritardare il dono che si concretizza nella stessa pena di vivere; il Nostro vuole assaporare ancora ore di sospirati abbandoni. L’IO del poeta è un mesto ricordare la sua fanciullezza e la sua terra, un periodo vitale trascorso con tristezza e sommerso dolore.  Ecco perché nella poesia vi troviamo, stilisticamente, l’ “assolutizzazione” di alcune parole con la conseguente eliminazione dell’articolo: “Ali oscillano in fioco cielo”.  E che dire di quel mirabile effetto retorico dato dal polisindeto (ripetizione della congiunzione “e”) per dare concitazione e rilievo all’espressione finale: “ed io son gerbido,/ e i giorni una maceria.”?

   Ermetismo? Stile frammentario tipico dei lirici greci?  O è proprio “Un oboe gelido che risillaba”?; e questa volta c’è l’articolo indeterminativo “un”; e la parola “oboe” non viene “assolutizzata”. Ecco perché l’oboe, in poesia e per METONIMIA (traslato), diviene simbolo dell’esplicito timbro che caratterizza i nostri sentimenti e il nostro IO profondo: cioè il poeta ricorre ad uno strumento concreto (oboe) per cercare di esprimere il “colore” dei propri dolorosi stati d’animo (e siamo qui nella sfera dei concetti astratti).

   Nella Seconda Parte del pomeriggio musicale ho parlato dei principali raggruppamenti strumentali presenti in un’orchestra: archi (violino, viola, violoncello, contrabbasso); legni (ottavino, flauto, clarinetto, oboe, fagotto…); ottoni (corno, tromba, trombone, tuba); percussioni (timpani, grancassa, tamburi…).  Perché abbiamo dato particolare importanza all’oboe? Non solo per il suo particolare timbro, ma  va ricordato che l’oboe viene usato dall’orchestra per accordare tutti gli strumenti musicali. In Italia, una legge datata 3 maggio 1989, la n° 170, parla di “Normalizzazione dell’intonazione di base degli strumenti musicali”. E nell’articolo 1 si può leggere: “Il suono di riferimento per l’intonazione degli strumenti di base (…) deve corrispondere alla frequenza di 440 Hz (hertz), misurato alla temperatura di 20 gradi centigradi.” E l’oboe pare risultare oggi  lo strumento più adeguato per accordare tutti gli strumenti.  L’oboe, strumento ad ancia doppia, trionfò con la Venezia di Vivaldi e di Albinoni grazie al suo timbro chiaro e gentile , espressivo e ricco di possibilità virtuosistiche, bucolico ma anche caldamente cantabile.

   Il compositore romantico Hector Berlioz (1803-1869) notava: “Agli accenti dell’oboe convengono a meraviglia il candore, la grazia innocente, la gioia tranquilla, oppure il dolore di un essere debole. Questi effetti li esprime eccellentemente nel cantabile.” (Dal libro “Manuale del melodramma” di Piero Mioli, p. 250; BUR Rizzoli Editore).

   E il compositore americano Aaron Copland (1900-1990) aggiunge: “L’oboe è uno strumento dal suono nasale di timbro affatto diverso da quello del flauto. (…)  L’oboe è il più espressivo dei legni, lo è in modo assai soggettivo. Al suo confronto il flauto sembra impersonale. Ha un ben definito carattere pastorale, spesso messo in valore dai compositori.” (Op. cit. pp. 71-72).

   E si sono fatti ascoltare i seguenti brani scritti per oboe: 1) il già citato “Larghetto” (3: 59) tratto dal Concerto RV 447 di Antonio Vivaldi per il periodo barocco; 2) la “Siciliana” (3: 47) dal Concerto per oboe in do minore di Domenico Cimarosa (1749-1801) per il periodo classico; 3) l’aria “O cieli azzurri”  (4: 40) dall’ Aida di Giuseppe Verdi nella magistrale interpretazione di Renata Tebaldi: qui il primo oboe ricama una melodia dal sapore esotico e introduce gli struggenti aspetti nostalgici che caratterizzano i sentimenti della schiava etiope; in questo caso l’oboe non fa che anticipare musicalmente la sofferenza di Aida, l’oboe viene usato in perfetta funzione esplicativa, ci fa percepire il dolore di Aida per la sua patria perduta. Siamo alle connotazioni di tipo romantico.

   Per cogliere, invece, le caratteristiche pastorali dello strumento, ho fatto ascoltare per pochi secondi l’ Ad libitum dell’ Oboe Sonata in D major, Op. 166 (solo oboe e pianoforte) del compositore francese Camille Saint-Saëns (1835-1921). E la gente annuiva estasiata. Finalmente ho fatto ascoltare “La Colomba” ( 4: 15) da “Gli Uccelli” (1927) del compositore Ottorino Respighi (1879-1936): oltre quattro minuti di musica per dire che prima di Prokofiev ci fu un altro compositore che usò l’oboe per descrivere musicalmente le caratteristiche di un animale, a meno che l’animale non rappresenti allegoricamente i sentimenti umani dell’autore.

   E poi…  una breve verifica. Ho fatto ascoltare alle persone presenti per circa 4 minuti “Il Mattutino” dal  “Concerto dell’estate”  (1928) di Ildebrando Pizzetti (1880-1968). Ho solo fatto presente che dopo più di due minuti di ascolto si sarebbe presentato l’intervento dell’oboe per esprimere, questa volta, caratteristiche temporali e ambientali. Ho invitato gli ascoltatori ad alzarsi non appena avessero percepito l’intervento dell’oboe. Cosa che simultaneamente hanno saputo fare in modo egregio. Obiettivo, quindi, centrato! La collega Enzuccia Ventimiglia e l’amico  Salvuccio Incandela commenteranno questo episodio come “il più emozionante del pomeriggio musicale.”

   Nel corso della Terza Parte c’è stato un vero e proprio colpo di scena: si sono spente le luci e, quando dopo pochi secondi si sono riaccese, io apparivo vestito da perfetto Pierino, ma senza lupo. Perché mai? Alla tradizionale lettura del testo di Prokofiev, ho voluto aggiungere un possibile significato allegorico dell’intera partitura composta dal musicista russo. Forse Pierino non rappresenta la creatività dirompente contro tutti i fascismi e gli stalinismi? Chi c’è realmente dietro la faccia del nonno censore? Il volto di Stalin? E chi può rappresentare il lupo? Forse la ferocia dei vari “socialismi reali”? Hitler non definiva la musica non conforme alle indicazioni estetiche del suo regime “musica degenerata”? E Stalin, certo più colto del carnefice Hitler, non usava il termine “formalismo” (ma leggasi pure “musica degenerata”) per disconfermare i musicisti contrari all’estetica musicale del regime bolscevico?

   Si è poi distribuita una scheda contenente una piccola griglia: vi si dovevano indicare i vari strumenti/personaggi della fiaba musicale Pierino e il lupo  (1936) musicata da Sergej Prokofiev (1891-1953). Presentava i personaggi il narratore Eduardo De Filippo (1900-1984) con una registrazione risalente al 1966, con la direzione di Lorin Maazel. Durata del brano di presentazione? Appena 2 minuti e 3 secondi. Ma la narrazione di De Filippo non associa gli strumenti ai personaggi della fiaba. Li nomina solamente. Così quando presenta Pierino intervengono gli archi, quando parla dell’uccellino si sente suonare il flauto; quando invece cita l’anitra si ode il suono dell’oboe… e via elencando. Per verificare se i vari personaggi siano stati legati in modo corretto agli strumenti musicali, si è fatto vedere poi il DVD  “Pierino e il lupo”  con la voce recitante di Roberto Benigni  e con l’Orchestra Mozart diretta da Claudio Abbado. In questa incisione Benigni legava gli strumenti ai vari personaggi in modo piuttosto esplicito. Quindi chi aveva sbagliato poteva correggere se stesso. Ma quasi tutte le griglie sono state compilate in modo corretto. Infine, si è ascoltato l’intero racconto vedendolo, con un altro DVD, animato da alcuni membri del celebre Théâtre de Complicité e da alcuni fantastici pupazzi della “Spitting Image”. Voce recitante sempre quella di Benigni, ma con la “Chamber Orchestra of Europe” diretta da Claudio Abbado. Alla fine? Sorrideva ancora una volta la meraviglia e l’entusiasmo.

Speriamo di avere sempre abbastanza energie per cercare di continuare… così.

Bagheria, 17 gennaio 2012

Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: LUNA

11 Gennaio 2012 2 commenti

Aspra, dicembre 2011: Giuseppe Di Salvo

La luna è piena?
E’ caduta dal cielo.
Riveste il tuo volto
e sorride.
A letto mi culla
e agita.
Emetto un urlo…
Felice mi fa
pensare il tuo sorriso
che non è luna,
è desiderio,
ricordo di gesti tuoi belli.
Ci si rialza.
Si ritorna a cercare
ciò che svanisce…
C’è freddo fuori!
Bagheria,  una sera, 27/01/2003
Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: LA BANDA MUSICALE DI CACCAMO NEL BEL LIBRO DI DOMENICO RIZZO RISVEGLIA RICORDI ASSOPITI NELLE NOSTRE MENTI

4 Gennaio 2012 4 commenti

Banda musicale di Caccamo, foto storica

Perché parlare oggi del “Complesso bandistico” della città di Caccamo? E cosa evoca in noi la stessa idea di “Banda Musicale”? Feste paesane, cortei funebri di rilievo con musiche che comunicano l’avvenuto trapasso di qualcuno; concerti bandistici di forze militari viste in tivù o bande che intonano l’Inno di Mameli negli stadi ogni volta che la nostra Nazionale di calcio gioca in competizioni internazionali…; in me poi… i ricordi mi riportano al 1967, allora Mina cantava “La banda”, cover della brasiliana “A banda” scritta e cantata anche dal bellissimo  Chico Buarque de Hollanda, il cantautore di Rio de Janeiro allora aveva 23 anni, [in italiano la traduzione venne curata da Antonio Amurri  (1925-1992]) e con le sue parole d’amore sfidava la dittatura militare del suo paese: “Quando la banda passò/ nel cielo il sole spuntò/ e il mio ragazzo era lì/ e io gli dissi di sì. (…) Se c’era un uomo che piangeva/ sorrise perché/ sembrava proprio che la banda/ suonasse per lui./ In cuore la speranza spuntò/ quando la banda passò…”; anche l’interpretazione francese di Dalida, sempre del 1967, è molto bella: “La banda a joué pour moi/ la banda a joué pour toi/ la banda a joué toujours/ toujours des chansons d’amour”; che sentimenti invero!; ed io che osservavo le carnose labbra   -oh, quanto attraenti!-  di alcuni ragazzi che impugnavano grossi ottoni; ma i miei ricordi mi portano anche al maestro Virgilio Lizzi  – padre del compositore agrigentino Michele Lizzi (1915-1972)-  direttore della banda dell’Esercito italiano e, per trent’anni, direttore della Banda comunale di Agrigento; e mi fanno venire in mente anche le note della tonitruante melodia della “Fanfare for the Common Man” del compositore americano Aaron Copland, una “Fanfare” datata 1943 che certamente cantava sentimenti patriottici di libertà a sostegno dei soldati americani in guerra contro le mostruosità del nazi-fascismo; ma la “Banda” suscita in me anche il desiderio di poter realizzare qualche obiettivo politico: quello, per esempio, di vedere istituire in ogni comune d’Italia una Banda Musicale; essa potrebbe avere la funzione che un tempo avevano i Conservatori; ricordiamo ciò con le parole del musicologo Carlo Casini tratte dal suo libro “L’arte di ascoltare la musica”: << Nell’Italia settecentesca la musica veniva studiata dai poveri negli orfanatrofi o nei convitti, che si chiamavano conservatori: a Napoli e a Venezia ce n’erano molti, in cui l’insegnamento raggiungeva alti livelli professionali. (…) Alcuni ragazzi arrivavano a farsi castrare per ottenere, con le loro voci angeliche, grande celebrità di cantanti sulle scene internazionali>>. (Op. cit. p. 9, tascabili Bompiani); quindi, la presenza delle bande musicali potrebbe contribuire a formare musicalmente molti giovani proprio come avviene ancora oggi  nella piccola città di Caccamo o nei Conservatori delle grandi città; ricordiamo, inoltre, che anche il grande direttore d’orchestra Arturo Toscanini (figlio di un garibaldino che faceva parte dei “Mille” e poi fatto prigioniero sull’Aspromonte), il quale aveva certo assorbito, fin da piccolo, idee antimonarchiche e anticlericali (e in seguito anche antifasciste), creò una banda militare che portò al fronte; e, nell’agosto 1917, ebbe a dirigere la “Marcia Reale” sul conquistato Monte Santo pochi giorni dopo l’offensiva.

   Col termine “Banda” oggi si intende un complesso, civile o militare, di strumenti a fiato e a percussione, adatto ad eseguire musiche all’aperto. Nel XIII secolo, il termine “banda” fu usato per indicare compagnie girovaghe di musicisti. Ma la parola “banda” deriva dal termine gotico “bandwa” che significa “segno”, e quindi insegna sotto la quale si raccoglievano un tempo le milizie. L’esistenza della musica militare è facilmente individuabile nei reperti archeologici dell’antico Egitto (2.700 a. C.). La musica militare era un mezzo per impressionare il nemico, eccitare i soldati al combattimento, diffondere segnali militari, connotare in modo solenne le vittorie… Agli antichi Romani, popolo essenzialmente guerriero, non sfuggì per nulla l’efficacia dello squillo del “cornu”, della “buccina” o dell’etrusco “lituus”.

   Pubblicato nel mese di giugno 2011, il documentato libro di Domenico Rizzo intitolato “Il complesso bandistico della città di Caccamo”  (Aiello e Provenzano, Bagheria), rappresenta una prestigiosa opera letteraria sia per chi ama la Banda Musicale sia per chi ama la musica tout court. Il libro si apre con una citazione tratta da una “Deliberazione del Consiglio Comunale di Caccamo”, la n. 55 del 24 aprile 1879. Vi si legge: “… la musica è una delle più efficaci sorgenti di civiltà e di utilità pubblica, la quale, mentre da un canto serve a dare delle ricreazioni alla cittadinanza, dall’altro contribuisce potentemente ad ingentilire i cuori e le menti”. Come dar torto a coloro che hanno deliberato sì nobili riflessioni? La Banda Musicale di Caccamo “sopravvive ininterrottamente dal 1789”, scrive Domenico Rizzo nella sua “Introduzione”. Vanta quindi oltre 222 anni di esistenza. Ma riportiamo ancora alcune importanti riflessioni codificate nell’Introduzione: “Nell’immaginario collettivo la banda musicale evoca le feste religiose, le ricorrenze civili, le sagre di paese, il concerto in piazza. (…) I mutamenti storici, politici e tecnologici non hanno scalfito minimamente il fascino derivante dalla musica prodotta dall’insieme di strumenti a fiato e percussione. (…) I musicanti, dalla piccola finestra della propria città, sono stati spettatori dei numerosi mutamenti che hanno caratterizzato gli ultimi due secoli di storia: dal Regno delle due Sicilie ai moti rivoluzionari, dallo sbarco dei Mille alla tanto agognata unità nazionale, dalle guerre mondiali, intramezzate dal ventennio fascista, all’affermarsi della democrazia con la nascita della Repubblica fino ai giorni nostri.”

   E, naturalmente, Domenico Rizzo  non poteva non ringraziare la locale “Associazione Culturale per la Difesa della Storia, delle Tradizioni Popolari e Beni Artistici”, e in ispecie il suo fondatore Giorgio Castelli (cittadino di Caccamo, ma bagherese d’adozione), il presidente Giovanni Badame e il segretario Filippo Cecala per la collaborazione offerta.

   Il Capitolo I del libro è intitolato: “Quell’universo chiamato Banda”. L’autore traccia un documentato excursus storico delle pratiche musicali lasciate da vari popoli. Scrive fra l’altro : “Lo stesso termine banda (…) trae origine dal gergo militare dove sta ad indicare lo stendardo, la bandiera o il simbolo sotto il quale un determinato numero di soldati si riconosce.” (Op. cit. p. 15). Il libro è ricco di immagini raffiguranti strumenti tipici delle bande musicali e di personaggi (musicisti e non) legati al mondo della musica, della tecnica e delle trasmissioni.

   Il Capitolo II è intitolato: “Storia della banda di Caccamo”. Vi si può leggere, fra tante altre informazioni: “Fin dal 1789 esisteva la Banda, ed il maestro, certo Don Francesco Inguaggiato, era stipendiato dall’ Universitas. E il riferimento è all’ Universitas Caccabi. E ancora: <<Nel 1789 il Regno delle Due Sicilie era governato da Ferdinando IV di Borbone. Tutto il periodo della dominazione borbonica, a cui pose fine Garibaldi con la spedizione dei Mille (1860), fu caratterizzato da continue diatribe tra Napoletani e Siciliani, da promesse puntualmente disattese, da una costante avversione della popolazione stremata dalla fame e dalla miseria con conseguenti ribellioni sfociate in vere e proprie rivoluzioni. (…) Fu in questo contesto che molti contadini, dandosi alla macchia, ingrossarono le file di quel fenomeno definito “brigantaggio”. Per difendersi dai ripetuti attacchi perpetrate da queste bande di briganti, i feudatari siciliani costituirono proprie forze di difesa reclutate, in prevalenza, tra gli ex-galeotti. Questi individui, per i servizi resi ai proprietari terrieri, furono chiamati “uomini d’onore” e costituirono l’embrione del fenomeno mafioso.” (Op. cit. pp. 22-23).

   Il Capitolo III, infine, parla dei “Personaggi della vita musicale di Caccamo”.  Fra questi spiccano il maestro di Cappella Pietro Barreca (1818-1860), i maestri Aglialoro, il maestro Giuseppe Iannelli (1875-1953), il maestro Benedetto Albanese (1885-1976) e numerosi altri. Vengono citati musicisti come Francesco Sunzeri, apprezzato clarinettista; Antonio Scorsone, autore di una marcia sinfonica intitolata ”Cuore Caccamese”; e nomi di prestigiosi solisti e di altri significativi personaggi. Ne citiamo due: Maria Elisabetta Montana e lo stesso Domenico Rizzo. La prima è la moglie di Giorgio Castelli: pianista, clavicembalista, organista; negli anni Sessanta, per circa un quinquennio, ha insegnato educazione musicale presso la Scuola Media Statale di Caccamo, “promuovendo nei giovani caccamesi l’amore per la musica” (Domenico Rizzo, op, cit. p. 105).  Conosco Maria Montana e posso affermare che è dotata di un “orecchio musicale” davvero eccezionale. Come sa cogliere le sfumature espressive nel corso di un’interpretazione musicale ascoltata in un  concerto o in un’opera lirica: non é da tutti!

   Domenico Rizzo, invece, è l’autore 44enne del libro del quale ci stiamo occupando. A partire dal 2003 ha cercato di ricostruire la lunga vita della Banda musicale di Caccamo. Possiamo affermare che ne è venuto fuori un volume davvero documentato e interessante; è certamente utile alla memoria dei giovani caccamesi, ma anche agli appassionati di musica bandistica e non. Merita rispetto e onore chi contribuisce, con la faticosa e fattiva ricerca, a conservare la memoria della propria gente e della propria storia culturale. Ciò, del resto, contribuisce ad espandere le nostre idee e i nostri sentimenti, proprio come è successo a me all’inizio di questo articolo.

Bagheria, 4 gennaio 2012

Giuseppe Di Salvo

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IL BLOG INTESTATO A GIUSEPPE DI SALVO PROCLAMA HILLARY CLINTON “DONNA DELL’ANNO” PER IL DISCORSO SUI DIRITTI DEI GAY FATTO ALL’ONU IL 6 DICEMBRE 2011. BUON CAPODANNO A TUTTI I NAVIGATORI!

31 Dicembre 2011 4 commenti

Il Blog di Giuseppe Di Salvo nomina personaggio dell’anno Hillary Clinton per il suo storico discorso fatto all’ONU il 6 dicembre 2011 sui diritti dei gay. Hillary Clinton, Segretario di Stato del Governo degli Stati Uniti d’America, a Ginevra, nel corso della più grande Conferenza mondiale organizzata dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati in occasione della Giornata Mondiale per i Diritti Umani, alla quale hanno partecipato oltre 145 paesi, ha detto: “I Diritti dei gay sono Diritti Umani.” Del suo importante discorso, integralmente pubblicato anche sul Blog a Giuseppe Di Salvo intestato, riportiamo oggi le seguenti affermazioni: “Si violano i diritti umani quando i governi dichiarano illegale essere gay e non puniscono coloro che fanno del male alle persone gay”.

Alla fine del suo discorso, la signora Hillary Clinton ha avuto una standing ovation.

Buon Capodanno 2012 a tutti:

Chiara Audia

Antonio Belvedere

Giuseppe Di Salvo

Salvatore Di Salvo

Nino Eucaliptus

Tania Gallina

Salvatore Incandela

Francesca Liga

Pippo Rinella

Enza Ventimiglia

e… chi vuole si aggiunga.

Categorie:Primo piano, Società Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: DELL’ARTE DI ASCOLTARE LA MUSICA

29 Dicembre 2011 5 commenti

Disegno di Giulia B., alunna di terza

Giovedì 15 dicembre 2011, nei locali della Scuola Giuseppe Bagnera, “Salone Anna Morreale, ore 15,00, si è svolto il primo incontro relativo al Progetto extracurricolare  denominato “L’arte di ascoltare la musica”. Il Progetto è curato dal sottoscritto con la collaborazione delle insegnanti Nunzia Picone e Gina Toia; e con l’assistenza tecnica del signor Gaetano Sardina.

   Il Progetto è rivolto a un gruppo di circa cinquanta persone fra alunni di Terza, Quarta e Quinta classe della Scuola Primaria, genitori e insegnanti; e ha come obiettivo formativo generale quello di “Ascoltare le meraviglie del linguaggio sonoro”.

   Il primo incontro ha avuto per titolo: LA MARCIA: “Fratelli d’Italia”: la “Letio Magistralis”  di un grande giullare: Roberto Benigni. E’ stato presentato dalla dirigente Rosalba Bono, la quale si è soffermata, fra l’altro, sugli aspetti comunicativi del linguaggio sonoro con richiami alle immagini che la musica stimola in chi l’ascolta; e ha messo in evidenza il valore dell’ampliamento dell’offerta formativa che la Scuola Bagnera offre alla sua utenza. Poi il sottoscritto ha illustrato le idee portanti del Progetto. Le riportiamo in sintesi.

   Perché “ascoltare” la musica è un’arte? Riflettiamo intanto sul significato della parola “arte”. Essa ha familiarità con la radice “AR” che, in sanscrito, vuol dire “andare verso…”. “Arte”, quindi, intesa come “movimento”, come “mettersi in moto”, muoversi verso qualcosa che ci attrae. Noi ci muoviamo verso l’ascolto della musica perché essa suscita in noi diversi sentimenti ed emozioni e, talvolta, anche trasporto in un mondo onirico o fantastico.

   Il musicologo Claudio Casini nel suo libro “L’arte di ascoltare la musica” (ed io, rifacendomi a questo titolo, ho dato il nome al nostro Progetto) tiene a precisare che il suo testo è destinato “a coloro che non leggono la musica ma che hanno tutte le capacità di comprenderla perché è stata creata anche per loro.” (Tascabili Bompiani,  p. 5).

   Certo, occorre evitare  che la musica venga semplicemente “consumata”: la musica deve essere “ascoltata”. Sempre Claudio Casini, nel libro citato, precisa: “La musica è eseguita dall’interprete. (…) L’interprete (…) coopera con l’autore e introduce nel testo medesimo varianti personali che ne rendono l’interpretazione diversa da tutte le altre. (…) L’interprete non può essere del tutto fedele al pensiero dell’autore. (…) Anche quando l’autore esegue la propria musica diventa un interprete, cioè assume una posizione nuova, svolge un compito diverso da quello del comporre. (…) Il compito degli interpreti consiste nell’adattare, con personale sensibilità, il pensiero degli autori al gusto delle varie epoche.” (Op. cit. pp. 10-11). Come non sapere, per fare un esempio, che “La Traviata” è un’opera di Giuseppe Verdi? Ma chi potrà mai dimenticare la grande lezione interpretativa data da Maria Callas alla sua Violetta?

   E ora ci si chiede: in che modo occorre ascoltare la musica? Lo ha chiesto a se stesso, negli anni Cinquanta, anche il grande compositore americano Aaron Copland (1900-1990) nel suo libro intitolato proprio “Come ascoltare la musica” (in Italia pubblicato da Garzanti). Copland scrisse: “La musica è un’arte esistente nel tempo. In questo senso è simile al romanzo. (…) I fatti musicali sono di natura più astratta e l’azione di tenerli insieme nell’immaginario è meno facile. E’ dunque necessario saper riconoscere un motivo, perché in musica è la melodia che tiene il posto dell’intreccio della narrazione. Un componimento musicale è, all’incirca, una melodia. (Op. cit. p. 10) Inoltre Aaron Copland tiene a precisare: “In un certo senso noi ascoltiamo su tre piani separati: 1) sul piano sensitivo (meglio sul piano sensoriale come con piacere osserviamo nell’aggiornata traduzione dell’edizione del gennaio 2011 del libro di Copland, n.d.r.),  2) sul piano espressivo, 3) sul puro piano musicale. (…)

   Il modo più semplice di ascoltare la musica è di ascoltarla per il puro piacere del suono. Questo è il piano sensitivo (meglio sensoriale come nell’edizione aggiornata già citata  – n. d. r.).”

    Siamo, in questo caso, innanzi ad un ascolto più legato all’aspetto percettivo del suono, senza l’intervento attivo del nostro pensiero. E’ la musica che percepiamo come sottofondo mentre siamo mentalmente impegnati in altro: lavoro, studio, relax… Quante volte cantiamo canzoni per il semplice gusto di cantare senza riflettere minimamente sul significato del testo che cantiamo?

   Ma ritorniamo ad Aaron Copland. Questi ci ricorda che: “Il secondo piano in cui la musica vive è il piano espressivo.” Siamo innanzi all’aspetto “comunicativo” della musica; aspetto di cui ha parlato anche la professoressa Rosalba Bono nel presentare questo nostro Progetto di ascolto.

   Già il sottoscritto ebbe a ricordare in un incontro con la nostra Dirigente che tre sono i pilastri portanti della musica: Bach, Mozart, Beethoven. Il primo si rivolgeva a Dio. Lo scrittore Eric-Emmanuel Schmitt direbbe: “Bach è la musica che Dio scrive”; Mozart rappresenta il musicista che Iddio ascolta; Beethoven, invece, esplora l’animo umano, in esso vi trova l’elemento divino e lo codifica nella sua musica; con Beethoven Dio si prende una meritata vacanza.

   Ma ritorniamo a Copland. Questi sente il bisogno di precisare: “E’ mia convinzione che tutta la musica ha un potere espressivo più o meno grande, ma ha anche un significato che va al di là delle note, e che è proprio per questo significato al di là delle note che ci viene comunicato o trasmesso quello che essa è. (…) Gli spiriti semplici (…) non possono fare a meno di dare alla musica un significato e per essi il migliore è il più concreto. Perché sia espressiva deve evocare un temporale, un treno, un funerale, un fatto qualsiasi.”

   Ma Copland si chiede: “In qual modo un amatore intelligente può desiderare di afferrare il significato di una determinata composizione?”. E poi risponde: “Non più in là di un concetto generale. (…) La musica esprime di volta in volta serenità, esuberanza, rimpianto, trionfo, disperazione e delizia. Ha in sé tutti questi caratteri, e molti altri ancora, in un’infinita varietà di delicate sfumature.”

   Infine, sempre secondo Aaron Copland: “Il terzo piano in cui la musica vive è il piano esclusivamente musicale.” La musica esiste dunque sia nella piacevolezza sonora sia nel sentimento espressivo sia in termini di note e della loro elaborazione sul pentagramma. Ma, anche in questo caso, Copland tiene a precisare: “Gli esecutori professionisti, d’altro canto, sono troppo presi dalla funzione delle pure note, e cadono spesso nell’errore di lasciarsi così assorbire dai loro arpeggi e staccati che dimenticano gli aspetti più profondi della musica che eseguiscono (ma meglio eseguono come nell’edizione del gennaio2011, n.d.r.)”.  [Per verificare le citazioni di Aaron Copland si consiglia di consultare le prime pagine delle due edizioni della Garzanti del libro: quella datata ottobre 1984 e la più aggiornata del gennaio 2011 con postfazione di Carlo Boccadoro dal sottoscritto acquistata giorni dopo rispetto al Primo Incontro del nostro Progetto del 15 dicembre 2011; nel corso della mia relazione ricordo di aver evidenziato il linguaggio datato della traduzione del 1984].

   Come possiamo notare, si ritorna alla funzione dell’interprete di cui abbiamo parlato all’inizio.

A proposito: perché non ascoltare “Il Canto degli Italiani (Fratelli d’Italia)” nella versione per violoncello eseguita da Giovanni Sollima? Potete trovare il C D nelle edicole con la rivista musicale “Amadeus” del mese di dicembre 2011 che chiude le manifestazioni culturali relative al 150° anniversario dell’Unità d’Italia; l’ascolto del brano di Sollima potrà suscitare in voi ilarità. Ma mi interessa conoscere la vostra opinione su questa inconsueta interpretazione. Dopo l’ascolto del breve brano musicale di Giovanni Sollima (appena 1’ e 44” di musica), si è aperto, all’interno del nostro primo incontro alla scuola Bagnera, un dibattito davvero interessante: tutti gli interventi espressi sia dai genitori sia dagli alunni sia dagli insegnanti mettevano in evidenza come la breve esecuzione, pur partendo dalle riconoscibili note del brano musicato da Michele Novaro, finiva per svilupparsi in modo completamente nuovo: “arte astratta”, “componente fisica del suono”, aspetto “materico” della fonte sonora … fatto sta che ci si trova innanzi ad una revisione-interpretazione caratterizzata da connotazioni disarmoniche, da un suono in disfacimento quasi a voler rappresentare l’Italietta di oggi. Tutti interventi di valore.

   E che dire del clima musicale dei primi dell’Ottocento? E del coro “Guerra! Guerra!” dalla Norma di Vincenzo Bellini intonato dai nostri patrioti nel 1831? E del Nabucco di Giuseppe Verdi col celeberrimo “Va’ pensiero”  del 1842? Va detto che la musica (coi cori tratti dalle opere liriche) nell’Italia dell’Ottocento ha svolto un ruolo assai importante nel divulgare le idee dell’Italia Unita: essa rappresentava l’anima popolare di quegli anni risorgimentali. Il “Va’ pensiero” verdiano veniva suonato anche da un organetto  per le vie della città di Milano. Noi lo abbiamo ascoltato in una versione per organetto di barberia: 3’ e 36” di musica per cercare di entrare nel clima del Risorgimento.

   Poi si sono spiegati i valori culturali e musicali presenti nell’Inno di Mameli (1847). Si sono srotolate  le cinque strofe trascritte su cartelloni portati a tracolla da cinque insegnanti: ciò per ricordare ai presenti che l’Inno di Mameli non si limita alla prima strofa maggiormente divulgata. Si è parlato di metrica, di verso senario, della musicalità ritmica intrinseca nell’Inno per passare, infine, alla Letio Magistralis di Roberto Benigni che aveva ben spiegato i valori del  “Canto degli Italiani”  nel corso dell’ultimo Festival di Sanremo. Il tutto era stato preceduto, sin dall’inizio dell’incontro, dall’ascolto dell’Inno alla gioia presente nella Nona Sinfonia di Beethoven.

   Le persone presenti (circa sessanta) hanno espresso il loro entusiasmo nei confronti di questo Progetto che continuerà nei mesi successivi con ben altre sette importanti scadenze relative all’ascolto musicale.

   Il pomeriggio musicale si è chiuso con un “Fuori Programma”: abbiamo ascoltato, visto il clima natalizio, un breve brano musicale tratto dal “Messiah” di Handel (nella trascrizione di Mozart): “Uns ist zum Heil ein Kind geboren…” (“Poiché un bambino è nato per noi …”) e la successiva “Piva” per sola orchestra: si è espanso il magnetismo dell’ascolto. Un vero successo. Pomeriggio musicale d’incanto. Con la gioia che radiava dal volto di noi tutti. E tanto entusiasmo. Speriamo di continuare a trasmetterlo negli incontri successivi.

Bagheria, 29 dicembre 2011

Giuseppe Di Salvo