
Disegno di Giulia B., alunna di terza
Giovedì 15 dicembre 2011, nei locali della Scuola Giuseppe Bagnera, “Salone Anna Morreale, ore 15,00, si è svolto il primo incontro relativo al Progetto extracurricolare denominato “L’arte di ascoltare la musica”. Il Progetto è curato dal sottoscritto con la collaborazione delle insegnanti Nunzia Picone e Gina Toia; e con l’assistenza tecnica del signor Gaetano Sardina.
Il Progetto è rivolto a un gruppo di circa cinquanta persone fra alunni di Terza, Quarta e Quinta classe della Scuola Primaria, genitori e insegnanti; e ha come obiettivo formativo generale quello di “Ascoltare le meraviglie del linguaggio sonoro”.
Il primo incontro ha avuto per titolo: LA MARCIA: “Fratelli d’Italia”: la “Letio Magistralis” di un grande giullare: Roberto Benigni. E’ stato presentato dalla dirigente Rosalba Bono, la quale si è soffermata, fra l’altro, sugli aspetti comunicativi del linguaggio sonoro con richiami alle immagini che la musica stimola in chi l’ascolta; e ha messo in evidenza il valore dell’ampliamento dell’offerta formativa che la Scuola Bagnera offre alla sua utenza. Poi il sottoscritto ha illustrato le idee portanti del Progetto. Le riportiamo in sintesi.
Perché “ascoltare” la musica è un’arte? Riflettiamo intanto sul significato della parola “arte”. Essa ha familiarità con la radice “AR” che, in sanscrito, vuol dire “andare verso…”. “Arte”, quindi, intesa come “movimento”, come “mettersi in moto”, muoversi verso qualcosa che ci attrae. Noi ci muoviamo verso l’ascolto della musica perché essa suscita in noi diversi sentimenti ed emozioni e, talvolta, anche trasporto in un mondo onirico o fantastico.
Il musicologo Claudio Casini nel suo libro “L’arte di ascoltare la musica” (ed io, rifacendomi a questo titolo, ho dato il nome al nostro Progetto) tiene a precisare che il suo testo è destinato “a coloro che non leggono la musica ma che hanno tutte le capacità di comprenderla perché è stata creata anche per loro.” (Tascabili Bompiani, p. 5).
Certo, occorre evitare che la musica venga semplicemente “consumata”: la musica deve essere “ascoltata”. Sempre Claudio Casini, nel libro citato, precisa: “La musica è eseguita dall’interprete. (…) L’interprete (…) coopera con l’autore e introduce nel testo medesimo varianti personali che ne rendono l’interpretazione diversa da tutte le altre. (…) L’interprete non può essere del tutto fedele al pensiero dell’autore. (…) Anche quando l’autore esegue la propria musica diventa un interprete, cioè assume una posizione nuova, svolge un compito diverso da quello del comporre. (…) Il compito degli interpreti consiste nell’adattare, con personale sensibilità, il pensiero degli autori al gusto delle varie epoche.” (Op. cit. pp. 10-11). Come non sapere, per fare un esempio, che “La Traviata” è un’opera di Giuseppe Verdi? Ma chi potrà mai dimenticare la grande lezione interpretativa data da Maria Callas alla sua Violetta?
E ora ci si chiede: in che modo occorre ascoltare la musica? Lo ha chiesto a se stesso, negli anni Cinquanta, anche il grande compositore americano Aaron Copland (1900-1990) nel suo libro intitolato proprio “Come ascoltare la musica” (in Italia pubblicato da Garzanti). Copland scrisse: “La musica è un’arte esistente nel tempo. In questo senso è simile al romanzo. (…) I fatti musicali sono di natura più astratta e l’azione di tenerli insieme nell’immaginario è meno facile. E’ dunque necessario saper riconoscere un motivo, perché in musica è la melodia che tiene il posto dell’intreccio della narrazione. Un componimento musicale è, all’incirca, una melodia. (Op. cit. p. 10) Inoltre Aaron Copland tiene a precisare: “In un certo senso noi ascoltiamo su tre piani separati: 1) sul piano sensitivo (meglio sul piano sensoriale come con piacere osserviamo nell’aggiornata traduzione dell’edizione del gennaio 2011 del libro di Copland, n.d.r.), 2) sul piano espressivo, 3) sul puro piano musicale. (…)
Il modo più semplice di ascoltare la musica è di ascoltarla per il puro piacere del suono. Questo è il piano sensitivo (meglio sensoriale come nell’edizione aggiornata già citata – n. d. r.).”
Siamo, in questo caso, innanzi ad un ascolto più legato all’aspetto percettivo del suono, senza l’intervento attivo del nostro pensiero. E’ la musica che percepiamo come sottofondo mentre siamo mentalmente impegnati in altro: lavoro, studio, relax… Quante volte cantiamo canzoni per il semplice gusto di cantare senza riflettere minimamente sul significato del testo che cantiamo?
Ma ritorniamo ad Aaron Copland. Questi ci ricorda che: “Il secondo piano in cui la musica vive è il piano espressivo.” Siamo innanzi all’aspetto “comunicativo” della musica; aspetto di cui ha parlato anche la professoressa Rosalba Bono nel presentare questo nostro Progetto di ascolto.
Già il sottoscritto ebbe a ricordare in un incontro con la nostra Dirigente che tre sono i pilastri portanti della musica: Bach, Mozart, Beethoven. Il primo si rivolgeva a Dio. Lo scrittore Eric-Emmanuel Schmitt direbbe: “Bach è la musica che Dio scrive”; Mozart rappresenta il musicista che Iddio ascolta; Beethoven, invece, esplora l’animo umano, in esso vi trova l’elemento divino e lo codifica nella sua musica; con Beethoven Dio si prende una meritata vacanza.
Ma ritorniamo a Copland. Questi sente il bisogno di precisare: “E’ mia convinzione che tutta la musica ha un potere espressivo più o meno grande, ma ha anche un significato che va al di là delle note, e che è proprio per questo significato al di là delle note che ci viene comunicato o trasmesso quello che essa è. (…) Gli spiriti semplici (…) non possono fare a meno di dare alla musica un significato e per essi il migliore è il più concreto. Perché sia espressiva deve evocare un temporale, un treno, un funerale, un fatto qualsiasi.”
Ma Copland si chiede: “In qual modo un amatore intelligente può desiderare di afferrare il significato di una determinata composizione?”. E poi risponde: “Non più in là di un concetto generale. (…) La musica esprime di volta in volta serenità, esuberanza, rimpianto, trionfo, disperazione e delizia. Ha in sé tutti questi caratteri, e molti altri ancora, in un’infinita varietà di delicate sfumature.”
Infine, sempre secondo Aaron Copland: “Il terzo piano in cui la musica vive è il piano esclusivamente musicale.” La musica esiste dunque sia nella piacevolezza sonora sia nel sentimento espressivo sia in termini di note e della loro elaborazione sul pentagramma. Ma, anche in questo caso, Copland tiene a precisare: “Gli esecutori professionisti, d’altro canto, sono troppo presi dalla funzione delle pure note, e cadono spesso nell’errore di lasciarsi così assorbire dai loro arpeggi e staccati che dimenticano gli aspetti più profondi della musica che eseguiscono (ma meglio eseguono come nell’edizione del gennaio2011, n.d.r.)”. [Per verificare le citazioni di Aaron Copland si consiglia di consultare le prime pagine delle due edizioni della Garzanti del libro: quella datata ottobre 1984 e la più aggiornata del gennaio 2011 con postfazione di Carlo Boccadoro dal sottoscritto acquistata giorni dopo rispetto al Primo Incontro del nostro Progetto del 15 dicembre 2011; nel corso della mia relazione ricordo di aver evidenziato il linguaggio datato della traduzione del 1984].
Come possiamo notare, si ritorna alla funzione dell’interprete di cui abbiamo parlato all’inizio.
A proposito: perché non ascoltare “Il Canto degli Italiani (Fratelli d’Italia)” nella versione per violoncello eseguita da Giovanni Sollima? Potete trovare il C D nelle edicole con la rivista musicale “Amadeus” del mese di dicembre 2011 che chiude le manifestazioni culturali relative al 150° anniversario dell’Unità d’Italia; l’ascolto del brano di Sollima potrà suscitare in voi ilarità. Ma mi interessa conoscere la vostra opinione su questa inconsueta interpretazione. Dopo l’ascolto del breve brano musicale di Giovanni Sollima (appena 1’ e 44” di musica), si è aperto, all’interno del nostro primo incontro alla scuola Bagnera, un dibattito davvero interessante: tutti gli interventi espressi sia dai genitori sia dagli alunni sia dagli insegnanti mettevano in evidenza come la breve esecuzione, pur partendo dalle riconoscibili note del brano musicato da Michele Novaro, finiva per svilupparsi in modo completamente nuovo: “arte astratta”, “componente fisica del suono”, aspetto “materico” della fonte sonora … fatto sta che ci si trova innanzi ad una revisione-interpretazione caratterizzata da connotazioni disarmoniche, da un suono in disfacimento quasi a voler rappresentare l’Italietta di oggi. Tutti interventi di valore.
E che dire del clima musicale dei primi dell’Ottocento? E del coro “Guerra! Guerra!” dalla Norma di Vincenzo Bellini intonato dai nostri patrioti nel 1831? E del Nabucco di Giuseppe Verdi col celeberrimo “Va’ pensiero” del 1842? Va detto che la musica (coi cori tratti dalle opere liriche) nell’Italia dell’Ottocento ha svolto un ruolo assai importante nel divulgare le idee dell’Italia Unita: essa rappresentava l’anima popolare di quegli anni risorgimentali. Il “Va’ pensiero” verdiano veniva suonato anche da un organetto per le vie della città di Milano. Noi lo abbiamo ascoltato in una versione per organetto di barberia: 3’ e 36” di musica per cercare di entrare nel clima del Risorgimento.
Poi si sono spiegati i valori culturali e musicali presenti nell’Inno di Mameli (1847). Si sono srotolate le cinque strofe trascritte su cartelloni portati a tracolla da cinque insegnanti: ciò per ricordare ai presenti che l’Inno di Mameli non si limita alla prima strofa maggiormente divulgata. Si è parlato di metrica, di verso senario, della musicalità ritmica intrinseca nell’Inno per passare, infine, alla Letio Magistralis di Roberto Benigni che aveva ben spiegato i valori del “Canto degli Italiani” nel corso dell’ultimo Festival di Sanremo. Il tutto era stato preceduto, sin dall’inizio dell’incontro, dall’ascolto dell’Inno alla gioia presente nella Nona Sinfonia di Beethoven.
Le persone presenti (circa sessanta) hanno espresso il loro entusiasmo nei confronti di questo Progetto che continuerà nei mesi successivi con ben altre sette importanti scadenze relative all’ascolto musicale.
Il pomeriggio musicale si è chiuso con un “Fuori Programma”: abbiamo ascoltato, visto il clima natalizio, un breve brano musicale tratto dal “Messiah” di Handel (nella trascrizione di Mozart): “Uns ist zum Heil ein Kind geboren…” (“Poiché un bambino è nato per noi …”) e la successiva “Piva” per sola orchestra: si è espanso il magnetismo dell’ascolto. Un vero successo. Pomeriggio musicale d’incanto. Con la gioia che radiava dal volto di noi tutti. E tanto entusiasmo. Speriamo di continuare a trasmetterlo negli incontri successivi.
Bagheria, 29 dicembre 2011
Giuseppe Di Salvo
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