Archivio

Archivio per la categoria ‘Arte’

GIUSEPPE DI SALVO E TIZIANA LA MANTIA PER RICREARE L’AVVENIRE DEI POPOLI

SI’, IO E TIZIANA RINNOVIAMO I POPOLI E NE COGLIAMO, NELL’INTIMO, LA VITA. VANA D’OGNI ALTRA SCENA IL (DI)LETTO. NOI PREPARIAMO, LIBERO, L’AVVENIRE!

 foto di IlBlog Giuseppe Di Salvo.
Categorie:Arte, Internet, Primo piano Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: MICHELE LIZZI RICORDATO DAL TEATRO MASSIMO COL BOZZETTO DI SCENA DE “LA SAGRA DEL SIGNORE DELLA NAVE” IDEATO DA RENATO GUTTUSO PER LA PRIMA MONDIALE DELL’OPERA DEL COMPOSITORE AGRIGENTINO!

DEL COME IL TEATRO MASSIMO CON UN BOZZETTO DI GUTTUSO RIEVOCA MICHELE LIZZI!

LA SAGRA DEL SIGNORE DELLA NAVE DI MICHELE LIZZI, BOZZETTO DI SCENA DI RENATO GUTTUSOLA SAGRA DEL SIGNORE DELLA NAVE DI MICHELE LIZZI, BOZZETTO DI SCENA DI RENATO GUTTUSO

Come è bello ritrovare, per l’imminente rappresentazione di aprile di Cavalleria Rusticana, il Bozzetto di Scena che Renato Guttuso nel marzo 1971 creò per la Prima Mondiale de “La Sagra del Signore della Nave”, uno dei tre capolavori del teatro in musica del grande musicista agrigentino Michele Lizzi, per importanza non certo secondo neanche a Bellini, ma da tempo, purtroppo, pure dal Teatro Massimo di Palermo dimenticato! Questo Bozzetto, per chi ha visto quella spettacolare opera, fa vivere il ricordo dei grandi siciliani volutamente -e per scelte politico-artistiche- obliati!

Ma noi sempre ci ricorderemo del compositore di Pantea e de L’amore di Galatea su testo di Quasimodo che con la sua innovativa poetica musicale seppe onorare la Storia del Sommo Teatro! Di questo solare e Mediterraneo Bozzetto di Guttuso ritorneremo a parlare e… con immenso piacere!

Mi occupo di ciò per dare un autentico contributo filologico relativo a questo bel Bozzetto che, come si legge nel sito del Teatro Massimo, non risale a Cavalleria Rusticana del 1974, ma alla Sagra di Lizzi del 1971; poi ripreso per la citata Cavalleria. Ecco, infatti, cosa si legge nel Sito del Teatro Massimo: “…mentre sarà impegnato in un importante recupero filologico per Cavalleria rusticana, rimontata secondo i bozzetti preparati dal pittore Renato Guttuso per un allestimento del Massimo del 1974″. Il Teatro Massimo non dice cose false, ma le cose vere le ho dette io per dare ai curatori culturali del Teatro un fattivo aiutino utile alla memoria.

Da tempo sostengo che nei confronti del maestro Michele Lizzi è stata attuata deliberatamente una specie di “Damnatio memoriae”; ad Agrigento, in occasione della meritata rievocazione del 42° anniversario della morte del Maestro Lizzi, la scorsa primavera, ho definito ciò come il “fascismo degli antifascisti”. Qualcuno si è un po’ irritato, ma di questo si tratta!

Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: LEONARDO SCIASCIA SULLA “NATURA MORTA” O “QUADRO NERO” DI RENATO GUTTUSO AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO

LEONARDO SCIASCIA, GRANDE LUCE CONTRO L'ANTIMAFIA, AFFRESCO NERO DI REGIME!LEONARDO SCIASCIA, GRANDE LUCE CONTRO L’ANTIMAFIA, AFFRESCO NERO DI REGIME!

LEONARDO SCIASCIA SULLA “NATURA MORTA” O “QUADRO NERO” DI RENATO GUTTUSO AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO

ALTRE SCANDALOSE E VIVE VUCCIRIE: ASPETTIAMO UN COMPOSITORE CHE MUSICHI LA POLEMICA SCIASCIA-GUTTUSO-BERLINGUER SUL CASO MORO. SENZA NULLA TOGLIERE AL VALORE ARTISTICO DELLA “VUCCIRIA” E AI DODICI PERSONAGGI CHE VANNO OLTRE I DODICI SUONI! LA SECONDA SCUOLA DI VIENNA NON C’ENTRA NIENTE. I TASTI NERI DI REGIME, SI’!

RIMPRENDIAMO DA RADIO RADICALE ALCUNE POLEMICHE PER LA STORIA ANCORA VIVE E NON SFONDI NERI CHE SANNO DI MORTE! (G. D.)

DA RADIO RADICALE.ITAffare Moro: ancora una polemica, tra Sciascia e Guttuso. Di Sciascia Leonardo, 1 settembre 1980

GUTTUSO DICE A SCIASCIA: NON MI DOVEVI TIRARE IN BALLO: SMENTIRE TE O IL MIO SEGRETARIO, CHE BELLA ALTERNATIVA…

REPLICA SCIASCIA: DEVO CHIEDERE SCUSA: PER AVER CREDUTO CHE NEL NOSTRO RAPPORTO DI AMICIZIA VIGESSE IL CODICE DELLA VERITA’.

SOMMARIO: Poiché il pittore Guttuso, intervistato da “La Repubblica”, si dichiara sorpreso di essere stato chiamato a testimone da Sciascia, comportatosi in tal guisa da “mafioso”, Sciascia replica con una lettera al giornale in cui si stupisce che sia stato definito mafioso l’aver chiesto a Guttuso di scegliere tra “smentire” lui oppure il segretario del suo partito, Berlinguer.

(NOTIZIE RADICALI, 1 settembre 1980 – LA REPUBBLICA, 30 agosto – 1 settembre 1980)

Roma 1 settembre ‘80 – N.R. – La polemica che oppone il deputato radicale e scrittore Leonardo Sciascia e il segretario del PCI, Enrico Berlinguer (scaturita, com’è noto, da una querela di questo nei confronti di quello), si arricchisce d’un nuovo capitolo.

La vicenda, com’è noto, vede tra i protagonisti anche il pittore comunista Renato Guttuso, recentemente intervistato dal quotidiano “La Repubblica”. Nel corso dell’intervista, tra l’altro, Guttuso afferma:

“Con Leonardo ci conosciamo da tanti anni, sento molta affezione per lui. Ma ha talmente paura di essere mafioso, che alla fine lo diventa. Non voglio adesso ripescare l’episodio. Però come gli è venuto in mente di mettermi in mezzo, di chiamarmi a testimone. Io dovevo smentire lui o smentire il segretario del mio partito: che bella alternativa. E’ una cosa che io nei confronti di un amico non avrei mai fatto”.

Prontamente ha replicato Sciascia, in una lettera inviata allo stesso quotidiano.

Sciascia, tra l’altro afferma:

“… La mia mafiosità dunque, consisterebbe nel fatto che io l’ho messo in mezzo, che l’ho chiamato a testimone, che l’ho costretto alla scelta o di smentire me o di smentire il segretario del suo partito. Non passa per la mente a Guttuso che la scelta in cui l’ho posto è quella tra la verità e la menzogna. Non credo sia necessario aggiungere altro. Dovrei forse, per Guttuso, aggiungere delle scuse: per aver creduto che nel nostro rapporto di amicizia vigesse il codice della verità e non quello della omertà e della falsa testimonianza. Ma – mafiosamente – non me la sento”.

Categorie:Arte, Musica, Società Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: SALVATORE INCANDELA INTERVIENE SUI “POSTEGGIATORI” E SULLA CANZONE PARTENOPEA

SUI POSTEGGIATI CANTI PARTENOPEI DEGLI ABILI “POSTEGGIATORI” E I SUI GRANDI E SICURI LUOGHI DELLA CANORA MEMORIA

Facciamole alcune riflessioni semplici. Il Regno delle due Sicilie ha prodotto molte belle melodie, ormai divenute classiche, che costituiscono un grande patrimonio canoro caro alle persone di tutto il mondo, in ispecie a Napoletani, Siciliani  e tanti altri Italiani viventi all’estero: in Germania, in Francia, in altre nazioni europee, negli USA o in Sud America, le canzoni napoletane e quelle siciliane rappresentano legami emotivi delle persone emigrate con le loro terre d’origine; e chi ascolta questi testi, nel proprio intimo sentire, si lacera, si commuove e l’occhio alza verso il Cielo che si rivela sempre vergine nell’accogliere l’umana commozione.

Proprio nel 1835 avvenne la prima audizione canora a Piedigrotta, a Napoli, luogo in cui, nella notte fra il 7 e l’8 settembre  -in occasione della festa dedicata alla Vergine-  tutti i cittadini partenopei si abbandonavano ad una specie di pellegrinaggio festoso. E da lì, da Piedigrotta, nel 1839, prese il volo la celeberrima canzone “Te voglio bbene assaje”, interpretata in modo toccante da Raffaele Sacco e dalla critica, come insegna Giuseppe Di Salvo, considerata la prima canzone classica napoletana: e, in questo caso, il termine “classico” si sposa con significati assai nobili, e cioè “alta poesia” con note composte da musicisti ispirati, sensibili, colti.

Il successo della canzone fu travolgente: almeno 180.000 furono le copielle vendute (cioè i fogli col testo e la musica di questa canzone) e – allora come oggi – non c’è napoletano, in ogni parte del mondo, che non la sappia cantare. E la stragrande maggioranza degli Italiani ne conosce almeno il refrain. Per divulgare la canzone napoletana si stampavano le “copielle” di cui abbiamo parlato; e sempre l’amico Giuseppe Di Salvo ci ha ricordato l’alta funzione che avevano i “posteggiatori”, ossia quegli abili e dotati cantanti ambulanti assai popolari che si esibivano in tutti i quartieri napoletani, in luoghi chiusi o aperti, interpretando le canzoni di Piedigrotta, accompagnandosi con un semplice strumento (mandolino, chitarra, calascione, triccheballacche…) ed erano vocalmente destri nell’evidenziare la dinamica dei colori espressivi, più o meno espliciti, presenti nel testo.

Quindi i veri “luoghi sicuri” erano i percorsi vagabondi indicati dalle strade, cioè i luoghi dell’anima, ossia gli spazi all’aperto o al chiuso che i celeberrimi “posteggiatori”  -volta per volta- sceglievano, generando così altri contesti sonori non necessariamente legati al volto della Vergine. Che ottimo “posteggio” sonoro è la casa di Giuseppe Di Salvo (ma anche altri luoghi da lui scelti o indicati) per ascoltare, e facciamo questo esempio!, il grande Roberto Murolo con la sua chitarra proprio nel brano “Te voglio bbene assaje”; ma la stessa cosa si potrebbe dire per Enrico Caruso, Tito Schipa, Jussi Biörling, Ferruccio Tagliavini, Beniamino Gigli, Jan Kiepura, Alessandro Ziliani, Aureliano Pertile, Joseph Schmidt, Mario Del Monaco, Luciano Pavarotti, Franco Corelli, José Carreras,  per non parlare del nostro grande Giuseppe Di Stefano che, in quanto a stile espressivo, la sua lezione canora, in ispecie alla fine degli anni Cinquanta e all’alba dei Sessanta, è stata davvero magistrale: oggi ne sa qualcosa il giovane Vittorio Grigolo al cui bel disco intitolato “Arrivederci” rimandiamo, e si potrebbe continuare anche con le numerosi interpreti femminili: chi si ricorda della bella voce di Consiglia Licciardi che nell’estate del 1989 nella nostra Piazza Madrice, in occasione della Festa di San Giuseppe, ha cantato?!

Perché non creare oggi anche i “posteggiatori” raggruppati in Coro pronti a cantare in luoghi ben sicuri e confortanti e ventilati delle città? I “siti sicuri”, e lo vuole la Vergine!, sono i vivibili luoghi in cui vagano le anime. La vera verginità che dura è l’emozione che segna le nostre anime erranti. Chi non la trova, per fare un altro esempio alla Sicilia legato, nella voce di Rosa Balistreri dal sottoscritto spesso ascoltata nella Vergine Casa dello stracitato Giuseppe Di Salvo? O in quella del grande Roberto Alagna? Nel canto, singolo o corale, ci deve essere sempre il trionfo dei limiti e dell’umiltà: solo così si vive la catarsi e lo stesso sudore, se c’è, diviene manifestazione che  -dentro e fuori- l’incorporeo purifica. Altrimenti siamo al “divertimento” dato dall’evento da “posteggiare” nel dimenticatoio che uccide ogni memoria.

Bagheria, 22 luglio 2014

Salvatore Incandela

CANTA NAPOLI IN OGNI LUOGO!CANTA NAPOLI IN OGNI LUOGO!

Categorie:Arte, Classica, Musica, Pop, Primo piano Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: ASCOLTANDO MOZART, UN BEL DISEGNO DI MARIKA (QUINTA A, SCUOLA PRIMARIA GIUSEPPE BAGNERA)

GIUSEPPE DI SALVO: ASCOLTANDO MOZART, UN BEL DISEGNO DI MARIKA (QUINTA A, SCUOLA PRIMARIA GIUSEPPE BAGNERA)

Mozart è un genio. Chi lo interpreta deve essere ispirato e conoscere nel profondo le sue partiture. Ma la sua magia sonora  si rivela anche nell’ascolto; esso suscita in noi delle immagini. Il canto soave di Mozart raggiunge facilmente anche la mente dei fanciulli e delle fanciulle della Scuola Primaria. Ecco, mentre ascolta Mozart, che stupende immagini rappresenta Marika, alunna della Quinta A della Scuola Giuseppe Bagnera di Bagheria. Le sonorità divine di Wolfgang Amadeus Mozart  (1756-1791) catturano l’attenzione e incantono.

Giuseppe Di Salvo

Ascoltando Mozart, disegno di Marika.

Ascoltando Mozart, disegno di Marika.
Categorie:Arte, didattica, Pedagogia, SCUOLA Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: SUL SETTIMANALE LA MIA DIROMPENTE RECENSIONE DEL LIBRO DI CARLO PULEO SU VILLA PALAGONIA

Il Settimanale di Bagheria”, già in tutte le edicole cittadine, pubblica la mia dirompente recensione del libro di Carlo Puleo su Villa Palagonia. Sono tre pagine ben curate graficamente. Vi troverete una lettura delle statue davvero rivoluzionaria. C’è un’esplicazione delle immagini da nessuno mai fatta prima. Tutti gli onorevoli studiosi, come al “Gioco del soldato” che picchia sulla mano di chi si gira per indovinare poi chi è stato a picchiare, si sono cimentati ad esplicare i significati girandoci l’indice intorno, ma mai nessuno vi ha parlato del dirompente eros non procreativo racchiuso in molte di quelle magiche pietre. Carlo Puleo l’ha pure fatto con una lettura iconica “metalinguistica”; il sottoscritto con la nuda lingua… anche scritta. Da non perdere: vi aiuterà a capire come vivono i veri mostri non di pietra che animano ben altre ville e città! Già la recensione ha fatto scalpore su Facebook. In edicola, dunque, prima che “Il Settimanale” non si trovi più. Grazie.

Giuseppe Di Salvo   

 

La mia recensione del libro di Carlo Puleo sul Settimanale.

La mia recensione del libro di Carlo Puleo sul Settimanale.
Categorie:Arte, Primo piano, recensione Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: CARLO PULEO CAPTA IL RECONDITO E CONSCIO EROS NELLE STATUE DI VILLA PALAGONIA

CARLO PULEO CAPTA IL RECONDITO E CONSCIO EROS NELLE STATUE DI VILLA PALAGONIA

Carlo Puleo è un pittore peripatetico: ama passeggiare, osservare, dialogare, raccontare, dipingere, scrivere… E, quindi, tiene lontana da sé la noia. E ama anche pubblicare. Fra i suoi ultimi libri ce n’è uno curato dalle “Officine tipografiche Aiello & Provenzano” di Bagheria. Risale alla primavera del 2013. S’intitola “VILLA PALAGONIA, UN FANTASTICO SOGNO BAROCCO”: nel libro ci sono  suoi pastelli e oli che prendono anima a partire dal 1964. Diversi sono i testi che presentano il libro e cercano di rendere esplicite le immagini di Puleo. Noi cerchiamo di capire visto che i testi iconici di Carlo Puleo sono tentativi di decodificare con immagini le interessanti statue di Villa Palagonia.

Scrive, fra l’altro, Tommaso Romano nella sua nota introduttiva a pagina 5: “Villa Palagonia diventa quindi metafora ed emblema, lettura del reale e dell’immateriale, prova di conoscenza oltre le strettoie razionalistiche e strutturalistiche che l’hanno ingabbiata con interpretazioni a volte francamente fuorvianti, in schemi ora definiti orridi ora incomprensibili ora esoterici e misterisofici. (…) Cogliere questi aspetti nel lavoro creativo di Puleo è quindi rendere omaggio ad un lungo e proficuo cammino snodatosi per le strade del suo paese che confina col mondo e che è già un mondo”.

   E Umberto Balistreri a pagina 6 così si esprime: “E in questo contrasto  tra reale e fantastico, tra follia e bizzarria, in quella dimora principesca che fu un preciso riferimento del settecentesco Grand Tour e che può, e deve, essere una meta obbligata e sicura del turismo culturale siciliano, Carlo Puleo riesce a comunicare l’aria di mistero che avvolge uno dei più interessanti monumenti dell’arte siciliana”.

   E’ dunque un libro che contribuisce ad allenare e tenere viva la memoria su una Villa bagherese ricca di statue che originano continue interpretazioni; e ogni intellettuale cerca di scavare con gli occhi e col pensiero tra quelle immagini per farci riflettere sui significati di quelle sculture di pietra non del tutto ancora in modo esauriente ed esaudiente decodificate.

Non a caso, nella sua prefazione, Lucio Zinna nota a pagina 7: “Risale alla seconda metà degli anni Sessanta la serie di pastelli e di oli dedicati da Carlo Puleo alla settecentesca Villa Palagonia, la ‘casena’ bagherese divenuta famosa come villa dei mostri, visitata nel 1787 da Goethe e da lui descritta nel suo Viaggio in Italia. Com’è noto, era stato il principe Ferdinando Francesco Gravina jr a commissionare, progettare (in tandem con artisti locali) e far collocare, in uno scenario litico a cielo aperto, circa duecento sculture (ne rimangono un centinaio): bislacche figure sortite da piena libertà immaginativa, per lo più uomini dalle sembianze animalesche o animali in figurazioni antropomorfe, con effetti non di rado indulgenti al satirico e al grottesco e con oscillazioni che vanno dalla mitologia classica (Eros e Thanatos, Ratto di Proserpina etc.) a un surreale ante litteram (non a caso, a suo tempo, la costruzione suscitò l’attenzione e le mire di Salvatore Dalì)”.

   E, ancora, in riferimento all’arte di Puleo: “…la dimensione onirico-surreale lo tenta, ne stimola l’estro, lo spinge a una reinterpretazione di quel vasto scenario, sul quale proietta, a sua volta, la propria dimensione fantastica”.  Ora noi ci chiediamo: occorre parlare ancora di “dimensione onirico-surreale” o di un venir fuori di un “reale attacco espressivo del CONSCIO”?

Ma citiamo ancora Lucio Zanna: “E l’atmosfera stessa che Villa Palagonia riesce a ricreare: da un lato, il gusto della teatralità (barocca, appunto), misto alla solarità della piana bagherese, alla luminosità intensa del territorio, a cui fa da contraltare uno strisciante senso di morte. Il prorompente impulso vitale che emerge dal paesaggio trova un suo frenante corrispettivo nella distorsione del reale a cui le statue palagoniche rimandano, persino nelle (immaginarie) esaltazioni armoniche che il gruppo dei musici, in quelle statue, suggerisce. Per non dire di un alone sensuale che pare sprigionarsi dalle stesse istanze penitenziali del Principe”. (Op. cit. pag. 8).

   Noi, invece, in questo “sogno barocco” di Carlo Puleo scorgiamo una coscienza artistica in continua ricerca; e lo stesso suo “sogno” espressivo altro non è che la dirompente fantasia dell’artista che cerca di esplicare i gesti delle statue nel tentativo di rendere più espliciti i significati racchiusi anche nei classici miti: ci troviamo innanzi a una specie di sorgente generatrice di significati, in questo caso nuovi iconici significati. Ne parleremo in seguito, ma prima non possiamo non citare alcuni passi tratti dalla dotta introduzione di Natale Tedesco: “Tuttavia si possono qui e ora considerare solo le figure dell’eccezione che si innalzano nello spazio scenico del giardino. La cinta delle mura che lo chiudono è popolata di statue che si propongono come un bestiario. Di esso si possono offrire due letture: una che lo addita come una congerie di exempla  per conseguire la rappresentazione figurale dei vizi dei contemporanei dell’amaro ironico committente; l’altra che lo considera come una proiezione concatenata degli stati d’animo dello stesso”.

   Il riferimento è agli stati d’animo del principe Ferdinando Francesco Gravina. Natale Tedesco aggiunge che le due letture “possono unificarsi per interpretare la multiforme proliferazione di animali, di creature abnormi (a specchio delle poche figure regolare di dame, gentiluomini, soldati, presenti a guisa di sentinelle dell’ordine e della normalità), come la proposta di un teatro di pietra in cui si è immobilizzata la vita. Un piccolo teatro personale che riduce grottescamente il gran teatro del mondo, allegoria minima ma esemplare di una ilare tristezza individuale.”

Noi in queste statue non conformi all’antropologia umana scorgiamo una specie di “Presepe laico tendente a rappresentare anche il desiderio erotico più profondo non procreativo presente nel genere umano e reso conscio attraverso l’espressione scultorea”. Del resto, 200 statue in buona parte “mostruose” rappresentano una piccola società di “mostri” o l’umana libido che, se portata alla luce, viene dalla morale dominante giudicata mostruosa?

Natale Tedesco preferisce parlare di “statue come un bosco di segni indecifrabili, come dei filari d’alberi che ti chiudono e ti proteggono, ti atterriscono e ti divertono”. E più avanti aggiunge: “Anche la pietra porosa, tratta dalle cave arabe d’Aspra, a parte il suo relativo poco costo, contribuisce con la sua qualità a pervenire a quel risultato formale di tipo surrealistico ed insieme espressionistico della statuaria palagonese”.

   E, in riferimento all’arte di Carlo Puleo, Natale Tedesco nota: “Le interpretazioni di questo artista di ormai lunga milizia mirano a segnalare le figurazioni fantasmagoriche che decorano la villa settecentesca (…) unendole ad antiche consuetudine paesane. In realtà come ogni buon bagherese, Puleo è radicato nel mondo terragno e popolare di Bagheria, però sa anche che quel peculiare mondo aristocratico fa parte del suo patrimonio umano e culturale. E per questo nel suo lavoro di pittore convivono vigore naturalistico e tensione surreale, così che pure opere da ultimo astratte, si realizzano nella brillante concretezza di colori di estremo naturalismo mediterraneo”. (Le citazioni di Natale Tedesco si trovano alle pp. 9, 10, 11, 12 del libro di Carlo Puleo).

Carlo Puleo, a sua volta, a pagina 13 ci dà le sue informazioni: “A metà anni ’60 durante una delle mie frequenti visite alla Biblioteca Comunale di Bagheria, mostrai al poeta Castrense Civello alcuni pastelli ispirati alle sculture di Villa Palagonia. Il poeta ne fu particolarmente interessato e apprezzò la fantasiosa reinterpretazione dei mostri. Mi consigliò la lettura di alcuni libri sulle ville barocche e sul territorio, fra cui Viaggio in Italia di Wolfgang Goethe. Infervorato dalla lettura realizzai 50 dipinti, fra pastelli e oli”. E, dopo 40 anni, il pittore ripropone le sue opere stampate nel libro di cui stiamo parlando. E noi crediamo che un’altra informazione tecnica di Carlo Puleo vada data al lettore. La riportiamo da pagina 17: “Dei famosi mostri, oggi ne restano circa un centinaio degli oltre duecento, la gran parte realizzati con pietra biocalcarenite e alcuni con pietra calcarea, estratta nelle cave di Aspra e dei dintorni. Le sculture in biocalcarenite venivano ricoperte da uno strato di stucco bianco ad imitare il marmo. Oggi con la perdita dello stucco le sculture ci appaiono più grottesche e di grossolana fattura. La tecnica di coprire la biocalcarenite con stucco era già in uso nell’era classica, anche i templi  di Akràgas venivano rivestiti di stucco e dipinti”.

   Ma in quali dipinti di Puleo notiamo rappresentata la libido non procreativa stimolata dall’osservazione delle statue? In diverse sue opere: “Il ratto di Proserpina”: sia quello col suonatore di chitarra sullo sfondo sia  quello col Gigante in primo piano; “Putto in groppa al centauro” (ah, quella mano sinistra del centauro che nasconde le posizioni del suo membro, mentre il Putto gli afferra sulla testa una escrescenza di forma fallica!); “Satiro e figura femminile”; “Eros e Thanatos”… e si potrebbe continuare. Noi qui esprimeremo le nostre considerazioni sui due dipinti di Puleo raffiguranti “Il ratto di Proserpina”.

Il ratto è un atto di forza con cui viene rapita una persona per possederla sessualmente: il fine del ratto è attuare con la persona rapita la propria libido; è quindi sorretto da una cosciente pulsione erotica verso una persona che attrae e piace. Chi rapisce Proserpina? Plutone. O Ade. Il dio che regna nel Tartaro. Plutone rappresenta il “CONSCIO” che non si rivela: a nostro avviso l’INCOSCIO è solo un alibi, un meccanismo di difesa per non rivelare desideri erotici che nella società (e quindi dal SUPER-IO CENSORIO) sono considerati tabù. Plutone non rappresenta, quindi, l’INCONSCIO, ma l’IO COSCIENTE non rivelato; in altre parole, rappresenta la pansessualità non procreativa; in Plutone c’è il serbatoio, la cornucopia della nostra potenziale ricchezza erotica non ancora attuata perché condizionata dalla morale sociale; Plutone rappresenta la libido secretata, invisibile, non resa esplicita. E siccome la vita umana tende alla completezza, Plutone finisce per essere il simbolo della coscienza della pulsione erotica non procreativa e col suo impeto erotico finisce per scardinare l’ipocrita morale sessuale convenzionale. Ci ricorda Robert Graves ne I miti greci: “Ade sale raramente nel Mondo Superiore, e soltanto per sbrigare faccende urgenti o mosso da improvvisa brama lussuriosa. (…) La regina Persefone sa essere misericordiosa. Essa è fedele a Ade, ma non ha avuto figli da lui e gli preferisce la compagnia di Ecate, dea delle streghe”. (Op. cit. pag. 108, ed. Longanesi).

E come poteva avere figli Plutone! Egli vive per  governare il regno dei morti che non vedono più la luce; Plutone stesso non può vederla, ma tiene viva la sua pulsione sessuale che vuole realizzare: si innamora della bella Proserpina (o Core che mangerà in seguito i sette sensuali chicchi della melagrana che rinnova il desiderio) e la rapisce col conseguente compromesso di condividerla nel tempo col regno dei viventi; già il tempo! non  è forse nel suo ritmico scorrere che si svolge tutta la sessualità umana, procreativa e non?

Ecco come Natale Tedesco descrive “Il ratto” nel suo libro L’IMMAGO ESPRESSA (tra norma ed eccezione, EDIPRINT- 1986) a pagina 26: “E’ il caso della coppia di figure che rappresenta un ratto: un essere alato (Mercurio o il Tempo che rapina?) abbraccia una fanciulla che tenta sottrarsi all’abbraccio con vigoria giovanile”. E poi il nostro studioso cerca di legare tale ratto alla popolare “fuitina”. Certo, anche nella “fuitina” l’uomo rapisce la donna per possederla (altro che abbracciarla!) sessualmente per poi magari sposarla; in questo caso, però, andiamo oltre il significato del mito per adeguarci ad aspetti di vita realistici che certo finiscono per cozzare con i significati “surreali” delle statue.

Natale Tedesco, nella stessa pagina, continua: “L’interpretazione demotica di un comportamento che per altri versi può ricordare, diversamente interpretandolo, il mito di Proserpina, è facilitato dall’uso della pietra, un tramite tanto diverso dalla porcellana con cui era realizzato probabilmente il lucido e polito modello proposto per la copia”. Ed ecco poi come viene fuori la lucidità interpretativa di Natale Tedesco: “Il protendersi delle forme è disposizione materialistica a portare fuori in turgori e tortuosità gli interni coscienziali; in ultima analisi, un modo comportamentale di rendere pubblico se non sociale il privato”.

   E noi aggiungiamo: rendere pubblico sia il proprio privato sia quello degli altri che ben conosciamo e non si vuole dire. Ed è quanto sopra noi abbiamo voluto esplicare quando abbiamo parlato di libido e di sessualità non procreativa. Come non cogliere ciò nei due dipinti di Carlo Puleo dedicati al “Ratto di Proserpina”? Nel primo dipinto Plutone e Proserpina sono in primo piano; Plutone tende ad appagare la sua libido, l’avvinghia nell’atto di possederla lasciando coperta la zona genitale di Proserpina con una foglia; Core, nella sua nudità, si tiene la fronte come attonita per vivere una sessualità cui la cultura non l’aveva abituata prima; sullo sfondo c’è un suonatore di chitarra: la musica è nei colori, risuona l’armonia. Nel secondo dipinto dedicato al mito di Proserpina, Carlo Puleo mette in primo piano la figura di un Gigante; questi si mette la mano destra in testa come a dire: “Ma come amoreggiano i personaggi che mi stanno alle spalle?”. Ma si può dare un’altra interpretazione. E’ come se il Gigante dicesse: “Come mai non ho pensato io stesso di attuare una libido in una forma non abituale?”. E i colori dello sfondo in alto (bianco frammisto a celeste) non sono forse le cromature dell’appagamento? Chiudiamo queste nostre riflessioni sull’interessante libro di Carlo Puleo con alcune libere affermazioni al pittore dedicate da Giacomo Giardina: “Libertà di forme strappate agli astri alla natura vulcanica terrestre con sagacia bagherese, esplosa dal cervello in fermento ispirativo, sensuale, incantatore di odalische. (…) E ciò grazie alla pazzia artistica, al flusso poetico che alimenta la sorgente immaginosa dell’infinito labirinto del suo cervello in eruzione”.

Quanta saggezza nell’arte di Puleo! E nelle statue di Villa Palagonia che proiettano i desideri giacenti nelle nostre Alte Coscienze. I “mostri”, dobbiamo stare bene attenti!, sono fuori, deambulano oltre quelle mura, non animano Villa Palagonia. Sono Eunuchi coi genitali: educastrato hanno la loro naturale libido da esprimere certamente con adulti consenzienti. E lo stesso ratto si attua là dove non c’è erotica armonia.

 

Bagheria, 9 settembre 2013

Giuseppe Di Salvo

 

Il libro di Carlo Puleo su Villa Palagonia.

Il libro di Carlo Puleo su Villa Palagonia.

 

Il ratto di Proserpina di Carlo Puleo.

Il ratto di Proserpina di Carlo Puleo.

 

Gigante di Carlo Puleo (sullo sfondo "Il ratto di Proserpina").

Gigante di Carlo Puleo (sullo sfondo “Il ratto di Proserpina”).

 

"Il ratto", coppia statuaria di Villa Palagonia.

“Il ratto”, coppia statuaria di Villa Palagonia.
Categorie:Arte, Libri, Primo piano Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: SUL SETTIMANALE IL MIO RICORDO DEL PITTORE ADOLFO GAUDIOSO

GIUSEPPE DI SALVO: SUL SETTIMANALE IL MIO RICORDO DEL PITTORE ADOLFO GAUDIOSO

Il “Settimanale di Bagheria”, già in tutte le edicole cittadine, pubblica il mio articolo “In memoria del pittore Adolfo Gaudioso”. E’ bene impaginato. Da non perdere! Grazie. (G.D.)

Il mio articolo sul pittore Adolfo Gaudioso.

Il mio articolo sul pittore Adolfo Gaudioso.
Categorie:Arte, Primo piano Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: IN MEMORIA DEL PITTORE ADOLFO GAUDIOSO UN “SORRISO CHE SI ESTENDE”

GIUSEPPE DI SALVO: IN MEMORIA DEL PITTORE ADOLFO GAUDIOSO UN “SORRISO CHE SI ESTENDE”

IN MEMORIA DEL PITTORE ADOLFO GAUDIOSO UN “SORRISO CHE SI ESTENDE”

Il 12 luglio 2013 se n’è andato all’età di 72 anni il pittore Adolfo Gaudioso. Pochi si ricordano della sua arte pittorica, eppure Adolfo Gaudioso negli anni Settanta allestì diverse mostre personali e collettive sia a Bagheria sia in altre città siciliane e non: Palermo, Alcamo, Corleone, Marineo, Termini Imerese, Casteldaccia…, vincendo numerosi premi fra cui il Primo Premio Regionale Palazzo Cutò “Il Sacro nell’Arte 1977 Bagheria”.

Il pittore nacque a Piazza Armerina (Enna) il 15 marzo del 1941. Rimase orfano a 10 anni. Lasciò la scuola ed emigrò giovanissimo a Torino. Si dedicò al mestiere di indoratore, coltivando anche l’innata passione per la pittura. Si sposò con Elvira Trapani, donna Bagherese e qui visse per decenni. Sui suoi quadri si sono espressi i poeti Ignazio Buttitta, Castrense Civello, Giacomo Giardina; e critici come Raffaele De Grada, Giacomo Baragli, G. Lo Manto, Francesco Carbone e altri. Adolfo Gaudioso rappresentò paesaggi, nature morte, scene di vita animate da personaggi striati da un’intrinseca connotazione di espressione religiosa assai popolana.

Scriveva Vincenzo Gennaro: “Vi sono aspetti nella sua pittura che a volte fanno pensare ad un espressionismo all’inglese, ma  che più semplicemente affondano le loro radici in tutto lo spessore della vena neorealistica”.

Il poeta futurista Castrense Civello nel 1979 lo definì “pittore d’istinto che guarda alla vita con pienezza lirica di sentimenti, con partecipazione espressiva totale”.  E inoltre aggiungeva: “Adolfo Gaudioso crede nella possibilità di raccontare nella pittura e di comunicare il segreto di Giotto, leggendo nel grande, meraviglioso libro della natura”.

Ed ecco ora alcuni versi del poeta Giacomo Giardina sulla pittura di Gaudioso, versi datati novembre 1978:

 

Il sorriso s’estende

 

prende e inquadra il paesaggio

 

del nostro pittore fantasioso Gaudioso:

 

risalta come confettura decorata…

 

che in realtà trasfigurata è

 

viva campagna siciliana in prospettiva!

 

(…)

 

Alberi, casette, ruscelli, colline, marine:

 

qui la montagna di Ciminna,

 

là Capo Zafferano… in fondo il Convento!

 

I colori dolci e forti del cielo

 

liricamente si fondono

 

al mondo terreno con l’arancione

 

il giallo il verde il rosso:

 

un mondo sano sì che contesta i deturpatori

 

che sfregiano in permanenza

 

vita e sapienza ecologica dei nostri avi!

 

Con questi versi del poeta Giacomo Giardina noi inarchiamo un abbraccio all’Arte  e all’Artista che pure s’espande alla moglie Elvira e ai figli Rino, Marinella, Giuseppe e a tutti i famigliari e amici più intimi. L’estate se ne va e, con essa, come avviene da sempre anche nelle altre stagioni, ci lasciano  ricordi e affetti. E si continua a vivere grazie alla memoria che rinnova la vita e dà il giusto restauro alle nostre espressioni artistiche.

 

 

 

Bagheria, 24 agosto 2013

 

Giuseppe Di Salvo

 

Adolfo Gaudioso: "La ragazza e la droga" (particolare), maggio 1981.

Adolfo Gaudioso: “La ragazza e la droga” (particolare), maggio 1981.

 

Da sinistra: il pittore Giovanni Castiglia, Adolfo Gaudioso (al centro) e il poeta Giacomo Giardina ad Alcamo Marina nel 1973.

Da sinistra: il pittore Giovanni Castiglia, Adolfo Gaudioso (al centro) e il poeta Giacomo Giardina ad Alcamo Marina nel 1973.
Categorie:Arte, Memoria, Primo piano Tag:

Il Piffero Magico di Michele Lizzi, Mariarita Pellitteri al Pianoforte.

Video importato

YouTube Video

Questa è l’introduzione in versi che Lizzi scrisse sul frontespizio dello spartito:

“Nelle notti serene,

un pastore solitario

anima di dolci melodie

un piffero magico.

Ed ecco fiorire-

all’improvviso-

uno splendente giardino

dalle frutta d’oro.

Ma, con le luci dell’alba,

l’arcana visione

si dissolve

in un vapore di sogno.”

Sfumature delicate e tocchi impressionistici rappresentano il canto interiore di questo brano musicale per pianoforte che ci conduce nel mondo dell’Arcadia, nei sogni di Virgilio, negli struggenti ricordi dell’amore vissuto com magnetica intensità. Il lirismo tematico è davvero toccante; l’esecuzione di Mariarita Pellitteri ha sfumature interpretative tipiche di chi sa cogliere l’elegiaco soffio vitale racchiuso in quelle note: complimenti!

Giuseppe Di Salvo

Categorie:Arte, didattica, letteratura, Lirica, Musica Tag: