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GIUSEPPE DI SALVO: MALERBA, PENTITI DI MAFIA, DEPORTATI NON RIPORTATI E STATO PERDENTE!

SERGIO FLAMIA, COLLABORATORE DI GIUSTIZIA.SERGIO FLAMIA, COLLABORATORE DI GIUSTIZIA.

MALERBA, PENTITI DI MAFIA, DEPORTATI NON RIPORTATI E STATO PERDENTE!

Ho da tempo consigliato di leggere il libro “Malerba” scritto dal giornalista Carmelo Sardo e Giuseppe Grassonelli, quest’ultimo fondatore della Stidda, reo confesso, pluriomicida. E sapete perché? Le confessioni di Malerba, cioè dell’ergastolano Giuseppe Grassonelli, rappresentano un continuo richiamo alla nostra “malagiustizia” e a certe nostre non buone leggi. Devo confessare una mia impressione generale: non nascondo  -nonostante il voluminoso libro Malerba mi abbia coinvolto, toccato e commosso- le mie più che umane resistenze nel pensare che una persona come Giuseppe Grassonelli possa essere un giorno riconsegnata in libertà alla società; poi ho ritenuto queste mie resistenze come delle barriere psicologiche del tutto ingiuste da superare; l’essere umano, per quanto criminale sia, non può essere ingabbiato nel concetto anticostituzionale di “fine pena mai”. Lunga pena sì, pluridecennale sì, rieducativa sì; ma una pena, prima o poi, deve pure finire. Nessuna persona, in uno stato davvero democratico, dovrebbe finire i suoi giorni in galera; sarebbe una forma altra di pena di morte. No a tutte le mafie, dunque! Ma uno Stato civile deve andare oltre il  “fine pena mai”; deve costruire sempre, e per tutti i detenuti, barlumi di speranza; ogni persona detenuta, espiata la giusta pena, deve pensare di poter  ritornare a(ri)vivere all’aria aperta.

   In Italia abbiamo l’artico 4 bis. Molti giuristi dicono che esso sia stato partorito da una mente diabolica. Vero. In Italia, sappiamo, il carcere a vita non è costituzionale. Come mai il 4 bis lo diventa? Semplifichiamo: secondo le leggi italiane, non contano i morti ammazzati da parte dei killer mafiosi per stabilire chi deve avere il carcere a vita. E’ il detenuto che decide se vuole rimanere per tutta la vita in carcere o avere la possibilità di accedere ai benefici collaborando con la giustizia (e fra i benefici ci sarebbe anche il “fine pena”). In questo modo il termine “ostativo” non sarebbe più sinonimo di “carcere a vita”. Se collabori con la giustizia, in pratica se fai il pentito, come per magia il termine “ostativo” finisce per assumere le connotazioni di costituzionalità.

Perché diciamo ciò? Citiamo ancora Malerba, pagina 356 del libro: “Un giorno venne a trovarmi in quell’isolamento atroce (Asinara: negli anni Novanta inferno in terra, dirà poche righe prima) un magistrato molto importante. Mi parlò con toni pacati, garbati, come se parlasse a suo figlio. Provò a convincermi a collaborare con la giustizia. Mi prospettò sconti di pena, protezione ai miei familiari, e una vita nuova con generalità nuove e perfino uno stipendio. Voleva però che parlassi anche di politica, che facessi nomi. Ma io non avevo niente da offrirgli. Lo lasciai parlare e lui, come era venuto, se ne andò”.

   Giuseppe Grassonelli ci dà col suo libro una confessione raccapricciante della mentalità omicida, ma la sua testimonianza letteraria rappresenta anche il riflesso delle nostre leggi non sempre in perfetta linea col dettato della nostra democratica Costituzione. Grassonelli non ha niente da dire alla Magistratura se non quanto ha detto e scritto. Non ha nomi di politici da fare. Per lui, di conseguenza, l’ergastolo deve rimanere ostativo. Di fronte a tanta onestà non ci può essere “fine pena” per lui. Strano!

Ci si chiede: può mai sposarsi la morale col 4 bis? L’immoralità di chi ha ammazzato può trasformarsi in moralità da condividere socialmente col popolo sovrano se un killer collabora con la giustizia?

Tutti ormai sanno del collaboratore di giustizia Sergio Flamia di Bagheria. Noi non diamo giudizi morali, esprimiamo solamente dubbi e ci facciamo delle domande: quale machiavellica concezione della “giustizia” rende accettabile in un qualsiasi criminale che collabora i suoi precedenti comportamenti di spietato assassino? Forse ciò contribuisce davvero a sconfiggere le mafie? O ci si trova innanzi a lotte di potere all’interno del nostro Stato e i pentiti vengono usati come strumenti per ingrandire il potere di alcune componenti istituzionali dello Stato stesso? Forse un collaboratore (o pentito) non sta di fatto “trattando” con chi ha il nobile fine di sconfiggere le mafie, anche quelle partitocratiche?

E certo ci si chiede: di quali benefici gode Sergio Flamia o chi per lui? I sui figli, le sue nuore, i suoi nipoti, sua moglie, tutti sono stati “deportati”, nel senso che non vivono più a Bagheria! Sono al sicuro. I mafiosi non pentiti (quanti ne restano?) potrebbero vendicarsi. Ho virgolettato il termine “deportati” perché c’è chi sceglie di collaborare e c’è chi subisce le conseguenze di tale scelta. In città restano altri parenti diretti: forse lo hanno disconfermato? E magari tutti i parenti di Sergio Flamia allontanati per sicurezza da Bagheria sono passati a miglior vita. Non lo sappiamo. Dico ciò perché Sergio Flamia e sua moglie  e lui stesso sono miei nipoti e pronipoti: persone adorabili che mi hanno sempre rispettato, Sergio compreso. Ai suoi figli, quando erano piccoli  -e lui spesso in galera-  io cantavo pure la ninnananna e conosco tanti loro lancinanti dolori; R. -da grande- amava venire con me ai Concerti: non è questa morale che commuove? Togliere tre famiglie dal loro ambiente, per quanto sia una condizione opportuna, è sempre una sconfitta: è una “morte sociale”. Tutti i “deportati” hanno lasciato qui parenti di primo e di altro grado: padri, madri, fratelli, sorelle…

E può verificarsi, come si è verificato per M., moglie di un mio pronipote figlio di Sergio Flamia, che qualche parente citato passi ad altra vita.  Possono i “deportati” essere “riportati” per alcune ore nel loro ambiente per onorare le immagini di chi non c’è più o si deve prima valutare la “sicurezza” di una tale operazione? Io non riesco a capacitarmi: non riesco a capire più cosa sia giusto o ingiusto. Quando il mafioso tratta con lo Stato? Prima di pentirsi o dopo il pentimento? Non sono forse aspetti diversi di una stessa medaglia di questo Stato? Se lo Stato non è capace di assicurare la “sicurezza” ai “riportati ad ore” non è come ammettere che, di fatto, le Mafie hanno vinto su tutti i fronti?

Ecco perché mi piace e mi commuove Malerba e per lui io sostengo davvero la fine dell’ergastolo ostativo: la letteratura è vita, arte che svetta sul bieco conformismo, sui Servizi Segreti (che pure servono a tutti gli stati!) e sulla stessa doppia morale (se non quadrupla) di uno Stato, quello italiano, che si trova politicamente al di là della decenza di qualsiasi concezione estetica. Dell’etica? A chi importa? Se morale è ciò che tale appare a ciascuno! Viva allora in tutti i cuori il sincero racconto-verità di Giuseppe Grassonelli: certamente lacera, ma i suoi desideri sono degni di chi ha sani gli attributi: sia in alto sia in basso! Malerba è solo una signora rinnovata erba su cui tessere e pascolare.

Bagheria, 9 novembre 2014

Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: LA FAMIGLIA CUCCHI AVREBBE VOLUTO VIVO STEFANO E NON 1.340.000 EURO!

GIUSEPPE DI SALVO: LA FAMIGLIA CUCCHI AVREBBE VOLUTO VIVO STEFANO E NON 1.340.000 EURO!

La simpatica ministra Anna Maria Cancellieri avrebbe salvato Stefano Cucchi? Pare di sì, ne è convinta la famiglia di Stefano proprio nel giorno in cui essa rende pubblico l’ammontare del risarcimento: un milione e 340.000 euro, cifra concordata con i medici dell’ospedale Pertini condannati per la morte di Stefano, come ci riferisce “Il Fatto” di oggi. Certo i legali costano. E anche la Cancellieri costa agli Italiani: speriamo bene, visto che non rende pubblico il suo telefonino a tutti i cittadini Italiani, in ispecie ai familiari di altre migliaia di persone detenute cagionevoli; che giri per le carceri della nostra penisola: avrebbe la nostra gratitudine, non solo quella della famiglia Ligresti. E, per tutti gl’Italiani, davvero la coscienza a posto. Tanto bene a lei e a coloro che ha tirato fuori, poichè di salute cagionevole, dalle carceri italiane (e quindi dovrebbero essere quasi tutti: non sono per i Radicali le carceri italiane -e per l’Europa- “luoghi di tortura”?)! La salute, al primo posto: per tutti! Anche per chi, non essendo in carcere, ha subito violenza e ingiustizia: certezza del Diritto e non dei diritti di chi conosce i più forti!

Giuseppe Di Salvo

A voi serve il telefonino della Cancellieri! O il Congresso Radicale?

A voi serve il telefonino della Cancellieri! O il Congresso Radicale?
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