Archivio

Archivio per la categoria ‘letteratura’

GIUSEPPE DI SALVO: PRIMAVERA LIZZIANA 2017 NEL 45° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI MICHELE LIZZI, GRANDE COMPOSITORE SICILIANO

PRIMAVERA LIZZIANA 2017 NEL 45° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI MICHELE LIZZI, GRANDE COMPOSITORE SICILIANO
ECCO LA PARTE SESTA DEL MIO ROMANZO INEDITO INTITOLATO:
“DUE ANNI CON MICHELE LIZZI”
ALTRE DIVAGAZIONI NELL’ATTESA DI RINNOVATE PRIMAVERE
Studiavo ed ero motivato. Amavo solfeggiare, anche se i primi giorni vissuti al Conservatorio mi avevano dato l’impressione di essere al manicomio. Non avevo mai visto solfeggiare prima. Osservavo tanti studenti che emettevano vocalizzi e vedevo mani oscillare a destra e a manca con ritmi per me del tutto nuovi. Tutto ciò stimolò in me una grande risata che attirò su di me l’attenzione della preside che mi richiamò. In seguitò mi amò, sì come mi amarono tutti gli altri insegnanti. Il maestro Michele Lizzi mi seguiva con amore negli studi. Era guida saggia e abile pedagogo. Ciò giovava alla mia mente e alla mia crescita. Ricominciavo una nuova vita, quella che avevo sempre desiderato. Iddio sa presentare sempre i suoi angeli nei momenti opportuni. Il maestro Lizzi non era mio padre, ma al pari di un padre seppe orientarmi: non credo avesse studiato psicologia dello sviluppo, non c’erano tracce di psicodidattica nel suo ricco lessico, me ne ricorderei. Ma sapeva leggere nella mente umana come sapeva tradurre in note sia il silenzio sia ogni evento sonoro presente nella realtà. E sapeva pure come codificare musicalmente il canto dell’anima.
Di Franco ho già parlato. Lavorava al Nord nelle vicinanze di Fiera di Primiero. Ci incontrammo una sera a Piazza Tredici Vittime: lì, si codificò per sempre la nostra rottura. Certo al maestro Lizzi non piacevano queste persone. Era gelosia? No, vedeva meglio di me l’imbroglio mentale delle persone non libere. Si fidava delle mie descrizioni. Dell’incontro col tenore Franzini ho già parlato.
Era un torello di razza. Occhio vivo e penetrante. Artista. Gradevolmente pazzo. Stare con lui era festa continua. L’erotismo danzava. Già io discriminavo alcune emozioni: il mio affetto autentico era tutto per Michele Lizzi; l’erotismo si posava su diversi corpi, mi appagava, non mi creava conflitti emotivi; l’amore, inteso come innamoramento? Conoscevo le cotte, ma l’innamoramento doveva avvenire molti anni dopo. Poi c’erano gli amici, tanti amici incontrati per caso, con cui avevamo attrazioni comuni e in comune.
Avvenne pure che il maestro Lizzi riuscì a leggere (io glielo avevo nascosto) il biglietto che il tenore Franzini mi aveva lasciato per vedere Fidelio al Teatro Massimo. Riportiamolo:

“Mio caro Giuseppe,
eccoti sistemato in “Palco Reale” con una bella poltrona. Il posto è assai bello ed unico -direi!- tanto più si tratta del palco più importante del teatro. Buon spettacolo. Divertiti e sappi che la mia interpretazione è interamente a te dedicata!
Ti aspetto dopo-
Ciao! Ti abbraccio affettuosamente,
Il tuo Carlo”.

Mi colpì il ruolo di Fidelio, era una donna travestita da uomo che cantava con voce di donna. Meraviglioso! Che desiderio di libertà esprimeva Fidelio! Che magia vederlo divenire Eleonora! La stessa magia che, decenni dopo, mi comunicherà l’Orlando di Virginia Wolf. Il tenore Franzini mi consegnò un’importante chiave vitale: quella che penetra in serrature invisibili e toglie la noia! I volti disegnati dal tenore Franzini (come pittore, lo ricordo ancora, si firmava Saturnino) erano ricchi di sensualità davvero religiosa, una sensualità legata alla nudità di volti e corpi di povera gente. Era mero espressionismo erotico abbigliato col colore. Il maestro Lizzi non si fidava di quell’uomo, lo avvertiva come un’insidia per me. Io ero tranquillo e sapevo che con Saturnino non avevo futuro. Vivevo bene ogni dono del presente. Solo Michele Lizzi mi annullava il comune senso di intendere il tempo. Spesso gli sentivo dire: “Finché dura dura”; l’allievo assorbiva, anzi quell’affermazione da sempre viveva. Michele capiva. Al senso di protezione, credo, subentrò in lui, nei miei confronti, anche tanta ammirazione. Ne provava gioia. Si acquietava. Io ero uccello ribelle: emotivamente avevo preso il mio volo. Almeno in questo mi ero saputo orientare in piena autonomia. L’esperienza forma ciò che la realtà tende a deformare.

Bagheria, 30 marzo 2017
Giuseppe Di Salvo

L'immagine può contenere: una o più persone, persone in piedi e spazio all'apertoMICHELE LIZZI

GIUSEPPE DI SALVO: DARIO FO SE N’E’ ANDATO. NE ONORIAMO LA MEMORIA ANCHE SE NON SEMPRE ABBIAMO CONDIVISO CIO’ CHE DICEVA.

DARIO FO SE N’E’ ANDATO. NE ONORIAMO LA MEMORIA ANCHE SE NON SEMPRE ABBIAMO CONDIVISO CIO’ CHE DICEVA.
Dario Fo se n’è andato. Ho appreso la notizia a Scuola dal mio collega Fabrizio. Aveva 90 anni. La notizia, quindi, è come una non notizia quando una persona, nota o non, è avanti negli anni. Noi onoriamo il giullare che non è mai divenuto cortigiano. Onoriamo la sua libertà mentale, anche se quanto da lui detto non sempre da noi è stato condiviso, ma qui non è il momento diparlarne. Onoriamo l’uomo che nei suoi alti monologhi intesseva all’italiano espressioni dialettali di alta musicalità ed efficacia comunicativa. Lo ascoltavamo, da ultimo e in rete, nei comizi del Movimento Cinque Stelle: avevamo un percorso politico comune, lui certo più fedele, io più eretico e imprevedibile come non può esserlo un etero della sua stazza.
Del suo premio Nobile (o Nobel)? Che volete che mi importi!? Importa, invece, all’Italia e agli Italiani. Ma la stessa cosa si può dire per Pirandello, per Quasimodo, Grazia Deledda, Montale…
Non è il Nobel che fa l’uomo grande. Ma la sua capacità d’urto, l’intento di scrostare abitudini e luoghi comuni sia di stampo clericale sia di stampo laico. E si è più grandi ancora quando si scrostano i propri. Non ci ha dato certo una piccola lezione!
Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: ARISA E QUEL CUORE DI RITA PAVONE, IL CUI GAY RITMO IO SEMPRE SENTO

ARISA E QUEL CUORE DI RITA PAVONE, IL CUI GAY RITMO IO SEMPRE SENTO
Arisa con la sua reinterpretazione della canzone “Cuore” di Rita Pavone mi riporta ai miei dieci anni di età. Nel 1963 io frequentavo la Quinta Classe elementare. Sì, proprio in un’aula della Scuola Giuseppe Bagnera. Piano Terra a destra, verso la Scuola dell’Infanzia di oggi. Maestro Salvatore Aiello. Scapolo. C’era pure sua sorella Giovanna e aveva una terza classe. Nubile. Mi pare, se ricordo bene, che lì, nella classe della maestra Aiello frequentasse Peppuccio Tornatore, d’un paio d’anni più piccolo di me. Allora le classi non erano miste. C’erano quelle maschili e quelle femminili: “i masculi chi masculi e i fimmini chi fimmini”. Fra fanciulli, non tutti ovviamente, si presentavano le prime travolgenti cotte o attrazioni particolari o, se volete, si veniva coinvolti dai primi innamoramenti. Un mio coetaneo di nome Attilio mi corteggiava. E io non lo capivo. Nel mese di marzo di quell’anno noi ragazzi coetanei andavamo coi rami coperti dal vischio fra gli alberi di limone presenti nella campagna che circondava la Scuola Bagnera (anch’essa parte interna di quella che allora si chiamava Conca D’Oro) per catturare pettirossi. Capii dell’amore di Attilio nei miei confronti perchè, nonostante le sue attenzioni più che amicali e delicate, in quell’occasione, per stizza o per frustrazione, mi spinse per farmi cadere approfittando di un punto in cui la terra della campagna creava una piccola balza. Era l’amore che non osava dire il suo nome che si esprimeva male. Ma per anni la canzone “Cuore” di Rita Pavone pulsava dentro di me, in ispecie quando i miei occhi si spostavano verso le persone (sempre maschi naturalmente) che mi attraevano. Allora, si avvicinava il 1964, Rita Pavone cominciò ad interpretare il Giornalino di Gian Burrasca in televisione: era a puntate e le immagini si muovevano in bianco e nero. Si trattò della prima femmina che tutti vedevano maschietto. Allora non si usava la parola transgender. Ma erano modelli androgini che non facevano sentire soli i fanciulli attratti da altri maschietti come me. La mia sessualità è stata precoce, mai polimorfa. Cosa voglio dire con questi ricordi? Indipendentemente dall’orientamento sessuale di Rita Pavone, ci veniva offerto un modello ambiguo di maschio in cui identificarsi. Ho amato quelle otto puntate con la regia impeccabile di Lina Wertmüller. E da allora il numero 8 ha accompagnato la mia vita con grazia e con magia. Attilio fu attrazione come variante di attenzione. Chissà che fine ha fatto?! Come si vede, ogni nostra storia è legata alla musica e alle canzonette. E quando un cuore pulsa per amore è sempre grande musica: con certezza richiama il ritmo di ciò che agita il nostro corpo. Ero già libero negli anni Sessanta. Volevo aiutare Attilio. Ma allora nelle case si sentiva dire: “Si me figghiu è arrusu l’ammazzu”. Sì, si diceva proprio in quelle case di gente che frequentava la chiesa. Nella mia casa ho visto ben altro, ma quella frase non è stata mai pronunciata da nessuno. Mia nonna era una santa. Mia madre amava suo marito. Mio padre, ex SAM, ex PCI, certamente uomo coraggio, era a suo modo un uomo d’onore fuori molto rispettato. Tutti battezzati, ma poco praticanti, per fortuna! Mio nonno beveva vino col sagrestano della Chiesa Madre. Tutti conoscevano il vero amore e i conflitti da esso derivanti. Ecco il grande cuore della mia famiglia. Se ogni domenica, o quasi, vado ad onorarla coi fiori, rose e garofani, oscillanti al cimitero, è perché in tutti loro (nonni, zie, genitori) c’era quella musica del cuore che Arisa oggi ripropone e che io sempre in me sento.

Giuseppe Di Salvo

Categorie:letteratura, Memoria, Musica, sanremo Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: ALLA SCALA DEI TURCHI, CON ME E TOTUCCIO, ORA DICONO: “MAMMA, LI TURCHI!”

SCALA DEI TURCHISCALA DEI TURCHI

ALLA SCALA DEI TURCHI, CON ME E TOTUCCIO, ORA DICONO: “MAMMA, LI TURCHI!”

I miracoli sono espressioni delle nostre menti e amplificano risonanze. Già Totuccio D’amato (la Schuberth, battesimo Gender legato al nome del famoso sarto e stilista italiano Emilio Schuberth, Napoli, 1904 – Roma, 5 gennaio 1972) alle ore otto di stamani mi aspettava a Porticello in casa di sua nipote Paoletta: è il suo 73° compleanno nel segno dalla Vergine, altro segno zodiacale di altissimo Gender che non canta non felici castità. Io arrivo con cinque minuti di anticipo. Lui è pronto. Faccio gli auguri di Genere dicendogli: “Buon compleanno, figlia impura di Bolena!”. E mi sforzo di imitare nel breve recitativo lo stile di Leyla Gencer. Mi concedo una libera “gencerata” , gli accenti seguendo della Grande Turca quando interpretava in modo sublime Maria Stuarda di Donizetti. 

   Dove sta dunque il miracolo di due altre menti regali in vacanza? Gli faccio il seguente regalo che simile è a una rivelazione: lo porto a visitare, nell’agrigentino, la “Scala dei Turchi”, un monumento naturale roccioso da noi Siciliani per anni trascurato; ora, invece, è meta di milioni di turisti provenienti da ogni parte del mondo. Totuccio in Italia non guida. Qui non ha automobile. Negli USA sì. Da tempo gli avevo fatto questa promessa. Devo dire che i compleanni non fanno più parte dei miei pensieri. Qui mi avvicino, per caso, al pensiero dei Testimoni di Geova: non li festeggiano. Altro Gender religioso che canta la sua etica.

   Ma  -altro miracolo!-  il mio regalo si è espresso e realizzato, a mia insaputa, proprio oggi, venerdì 28 agosto 2015 che dà il segno al genetliaco regale di Totuccio. Sono oltre trecento chilometri di meritato presente. E la Scala dei Turchi, con la nostra presenza  -possiamo oggi dirlo!- a dilatare tende la sua contenuta fama. Occorre che tutti ci andiate con spirito degno della grande soprano turca di Istanbul sopra citata, interprete eletta di grandi regine romantiche. E la bianca parete rocciosa (falesia) rispecchierà la vostra autentica castità di puro Genere, castità alla vostra realizzazione sessuale legata, ché davvero casta è ogni persona che si esprime eroticamente con chi sensualmente sente o ama. Punto. I miracoli devono proiettare la gioia che invade le nostre menti.

   Totuccio, lasciata la zona selvaggia di Realmonte, e dopo aver visto dal basso della strada statale l’affascinante Valle dei Templi di Agrigento, mi offre un grandioso pranzo in un bel locale di Porto Empedocle nei pressi di via Roma: attorno a noi si crea un carosello di simpatiche persone di ogni età. Viene apprezzato il nostro portamento di Alto Gender con l’allure che radia la sicurezza da tanti perduta o mai posseduta. Ovazioni. Torcicolli. Presentazioni, strette di mani con nomi che sfuggono. Incroci di persone con conoscenze comuni. Tortine con ricotta e mandorle…  La Scala dei Turchi si trasforma. Diviene Genio di altri Turchi. La roccia muta in fluente spirito. Si hanno inviti per la sera. Ma noi li spostiamo a Porticello. Per la sicurezza si vuole giocare in casa. Chissà?! Ora anche le Scale e i luoghi di ogni Genere sanno dei nostri pilotati miracoli. Auguri a Totuccio, espressione assai pura di Porticello e…dintorni. Riflesso di ben altri nerboruti Turchi. E’ il caso di gridare: “Mamma, ecco li Turchi ridenti che ancheggiano e ci  rinnovano!”.

Bagheria, 28 agosto 2015

Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: DUE ANNI CON MICHELE LIZZI* (PARTE QUARTA)

 

Sagra del Signore della Nave di Michele Lizzi, Teatro Massimo di Palermo. 12 marzo 1971. Bozzetto di Renato Guttuso.Sagra del Signore della Nave di Michele Lizzi, Teatro Massimo di Palermo, 12 marzo 1971. Bozzetto di Renato Guttuso.

DUE ANNI CON MICHELE LIZZI* (PARTE QUARTA)

LUNEDI’ 30 NOVEMBRE 1970: AMOR SOCRATICO E AMOROSA PEDAGOGIA NELLA GALLERIA DELLE VITTORIE IN VIA NAPOLI A PALERMO.

Mi ero trasferito a Palermo col consenso di mio padre. Abitavo col maestro Lizzi in una stanza con due letti da lui affittata in un appartamento situato sopra la Galleria delle Vittorie: finestre e balconi ci regalavano la visione di via Napoli. I miei studi ripresi andavano molto bene. Il maestro Lizzi mi seguiva con affetto. I miei approcci erotici, però, erano ben diretti altrove. Ciò causava ovvie conseguenze conflittuali, dal punto di vista emotivo, col maestro Lizzi.  Come negare che io ero corteggiato da tanti uomini? L’attenzione del maestro Lizzi nei miei confronti era amore che confinava i rintocchi erotici nei meandri  della solitudine e del silenzio. C’era la saltuaria relazione con Angelo Tirrichitì. Il maestro lo conosceva, ma non vedeva un rivale in lui. Ce ne avevo altre di poco valore, ma tutte importanti per il canto dei sensi che devono esultare nella perenne primavera. E poi a quell’età! La mia sessualità si è rivelata in me come dialogo con altri in modo assai precoce. Parlavano le pupille e i miei sguardi orientati sul vago. Poi c’era Franco: ero attratto dalla sua assenza di armonia che mimetizzava un corpo cosparso di profumi alla moda. Io ho sempre amato l’odore della pelle: i pori umani emanano la vera essenza! Ma, confesso, l’eau sauvage che usava Franco mi piaceva, anche se talvolta la trovavo un po’ forte.  Franco ostentava convenzionali pose comportamentali e mentali comuni ai sodomiti della piccola e maledetta borghesia palermitana. Si percepiva. Accarezzai anche l’idea di andarlo a trovare in quel lontano paesello che era F. di P., molto a Nord della nostra Italia.  Ma qualcosa mi tratteneva. Mi attraeva per le sue parti basse ben tornite, di lui, però, non mi fidavo.

   Quasi tutti i miei amici coetanei avevano le fidanzate e le presentavano. Io i miei “fidanzati”, se così si vuol dire, li presentavo pure, ma con la tuta mimetica dell’ amicizia. Ma quanti porci borghesi e bigotti usciti dalla Sagra di Pirandello, in silenzio, ci catalogavano con l’espressione: “E’ uno di quelli”.  E quanti “Quelli”! Confesso: erano quasi tutti mentalmente complicati. Ma potevano all’alba degli anni Settanta non esserlo? Il maestro Michele Lizzi era un vero uomo: aveva la coscienza di Socrate. Viveva felice. Con le frustrazioni che la vita presenta anche agli occhi dei geni. Sapeva che io l’amavo come si può ben amare una affettuosa guida che orienta nei sentieri della vita. Sapevo, grazie all’esperienza, che ogni amore mira alla fusione dei corpi. Ma col maestro Lizzi il mio coinvolgimento affettivo era privo di connotazioni erotiche, era un uomo che mi rapiva per la sua agilità mentale sempre destra e per il suo sguardo penetrante e sapiente. Io con lui ero sincero, ma certo non mancavano miei non celati ed estemporanei capricci. Lui sapeva di me sempre ogni cosa senza che nessuno, nemmeno io, gliela narrasse. Sapeva pure del grande affetto che nutrivo per lui. Era una dinamica elevata a fiducia reciproca per la dirompente mia sincerità. Ogni nostro rapporto svettava per la comunicazione schietta, diretta,  mai avvelenata da infingimenti o ipocrisie. Se ci furono tocchi di più coinvolgente intimità? Ognuno di noi conosceva la nudità dell’altro. Ma non nel senso che comunemente s’intende. Molti pomeriggi, ma anche nel corso di tante notti, io mi appoggiavo grato al suo petto. Come un figlio lo fa col padre che ama. Liberi di esplorare la nostre innocenze, da parte mia sul suo corpo c’era solo il delicato tocco della ricerca e la sentita proiezione della riconoscenza: forma altra e molto elevata di amore.

   Lui per me percepiva diversa attrazione. Ma prevaleva l’aspetto protettivo. Mi lasciava sempre libero: ed era atteggiamento che mi commuoveva. Gestiva il tutto con la dignità del Santo. Non visse mai sentimenti di rinuncia, ma di autocontrollo sì. Ed io lo amavo di più. Certo, dal punto di vista sensuale, io mi innamoravo di altre più limitate persone. Ma i corpi privi di grazia eroticamente mi attraggono. E non c’è passo dinoccolato che non fa ballare i miei inguini. Erano tutti miei sentimenti silenti. Ma Lizzi mi leggeva senza mai allontanarsi dai miei contenuti e dirompenti vissuti. Molte notti passavano insonni. Si leggevano le liriche di Saffo. Talvolta si piangeva. Le lacrime rigavano le gote, purificavano la nostra pelle e acquietavano le irrisolte questioni che ronzavano nei nostri animi.  Michele comprendeva. Chissà quanti sentieri non espressi del suo passato riviveva con me?! E sapeva pure come sorreggermi dal punto di vista logico e psicologico. Nei suoi abbracci c’era più di un movimento di liberazione: io fra le sue braccia mi sentivo davvero libero! Anche lui aveva sentimentalmente tanto vagato nella sua vita: ma non si sentiva come l’Olandese Vagante. Lui era sorretto da tanta cultura greca. La sua Valle dei Templi era cultura interiorizzata che contrastava con la sua stessa fede. Il suo modo di vivere e praticare  la fede cristiana era proiezione sonora che si identificava col concetto di AGAPE e la sua morale era proiezione appagante di questo altissimo concetto, dell’amore, cioè, che non conosce limiti, ma prende e comprende più di settanta volte sette.

   I mie genitori intanto il 2 dicembre del 1970 si dovevano recare al Tribunale per la separazione: non divorzieranno mai, ma vivranno separati per il resto delle loro vite. E meno male! Mia madre non voleva il divorzio.  Amò mio padre sempre, fino al giorno della sua morte. Aveva interiorizzato la Sindrome di Stoccolma. Come si può? Eppure io sono figlio suo. Avrei voluto tanto che mia madre, per quanto riguarda i sentimenti, mi somigliasse. Ma lei volle quell’uomo solo, anche nell’assenza che durò per oltre trent’anni.

   Intanto si avvicinava il Natale del 1970. Mi ero visto con Franco. Vidi, dopo mesi, un’altra persona. La lontananza cambia e rinnova i riflessi.  Lui sapeva della mia relazione col maestro Lizzi, avrebbe voluto, poverino!, che io lo allontanassi. E non sapeva che, così dicendo, finiva per mettere la definitiva distanza nel nostro un po’ idealizzato e surreale rapporto.  Anche la presenza di Franco mandava fitte non belle nel cuore di Michele. Fu in questo travagliato periodo che io conobbi, per caso e per la strada, il tenore Carlo Franzini. Questi era impegnato a provare il ruolo di Jaquino nel Fidelio di Beethoven al Teatro Massimo di Palermo: la prima era programmata per il 18 dicembre 1970. Ma di questo tumultuoso rapporto che accese la gelosia e l’ansia del maestro Lizzi parlerò in seguito. Qui mi limito a riferire che io col tenore Saturnino vissi uno dei Natali più belli della mia vita, un periodo natalizio caratterizzato da accesa sensualità dannunziana: sono andato oltre le pagine dal vate abruzzese descritte nel suo Sommo Piacere! La decadenza era non vita altrove!

(Dal mio libro inedito: “MICHELE LIZZI, MUSICISTA CORONATO DI SILENZIO”)

*Il maestro Michele Lizzi non è più dal 31 marzo 1972. Quest’anno ricorre il 43° anniversario della sua morte e il centenario della nascita. Nessun teatro se ne ricorda. Perché mai? Eppure, dopo Vincenzo Bellini, è il più grande compositore siciliano, italiano; e le sue belle composizioni appartengono al mondo.

Bagheria, 31 marzo 2015

Giuseppe Di Salvo

  

GIUSEPPE DI SALVO: RICORDANDO PIER PAOLO PASOLINI: TUTTO QUELLO CHE NON DERIVA DA FERMA CONVINZIONE E’ PECCATO

RICORDANDO PIER PAOLO PASOLINI: TUTTO QUELLO CHE NON DERIVA DA FERMA CONVINZIONE E’ PECCATO!

Il San Paolo di Pier Paolo Pasolini, trasposto a New York nel 1968, così parlava ai negri con un’aria pericolosa e teppista e con curiosi capelli e abbigliamenti quasi selvaggi; ai beats e agli hippies sporchi e provocanti quanto basterebbe a mandare su tutte le furie il più liberale dei borghesi; ad un gruppo di omosessuali in preda a lepide discussioni, molto femminili, e truccati, con dei giovani prostituti, tanto è l’eccesso della loro violenza, della loro virilità; a relitti di varia specie: vecchi ubriaconi venuti su dai più insondabili bassifondi; vecchie puttane ridotte a mendicanti; (…) a degli intellettuali, riconoscibili non dai vestiti, ma dai loro volti spenti e dai loro occhi attenti:

“Nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso: perchè se noi viviamo viviamo per il Signore; se noi moriamo, moriamo per il Signore. Dunque, sia che si viva, sia che si muoia, siamo nel Signore. Anzi, è proprio per questo che Cristo è morto e resuscitato, per essere Signore tanto dei morti quanto dei vivi.

Ma tu, perchè giudichi tuo fratello? E anche tu, perchè tuo fratello disprezzi? Tutti infatti compariremo davanti al tribunale di Dio…

Così ognuno di noi renderà conto a Dio di se stesso. Dunque non giudichiamoci più a vicenda, ma pensate piuttosto a non mettere inciampo né a dare scandalo a vostro fratello…

Io so, e sono persuaso nel Signore, che niente è impuro in sé, ma se una cosa è ritenuta impura, per chi la crede tale, è impura…

Felice colui che non condanna se stesso in ciò che approva!

Ma colui che è dubbioso… è condannato, perchè non agisce con convinzione: tutto quello che non deriva da ferma convinzione è peccato…”.

****************

Dopo 39 anni dall’impietoso massacro di Pier Paolo Pasolini, notte del 2 novembre 1975, da parte di più persone assassine (su questo io non ho avuto mai dubbi!), oggi così intendo ricordare Pier Paolo: con citazioni tratte da una sceneggiatura su San Paolo mai realizzata in film.

Giuseppe Di Salvo

 

San Paolo di<br />
Pasolini.San Paolo di  Pasolini.

Categorie:letteratura, Memoria, Primo piano Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: DOMENICA 12 OTTOBRE ALL’AUSER PER “SOGNARE” CON LUDOVICA, PERSONAGGIO INQUIETANTE COME LE ZOLLE DI BAGHERIA!

DOMENICA 12 OTTOBRE ALL’AUSER PER “SOGNARE” CON LUDOVICA, PERSONAGGIO INQUIETANTE COME LE ZOLLE DI BAGHERIA!

Domenica 12 ottobre alle 17:30, nei locali dell’Auser di Via Tolomeo, 7  -a Bagheria-,  si potrà assistere alla presentazione del libro “Il Sogno di Ludovica”, di Grazia Martorana, Youcanprint edizioni.

Un romanzo che ha per protagonista una donna che vive in modo dirompente le sue pulsioni di vita in un intimistico rapporto personale con Dio, un Dio non racchiuso in nessuno chiesa. Un Dio che l’aiuta a realizzare i suoi sogni in un intreccio di amori, ipocrisie, mostruosità umane, morte. Ludovica trionfa al pari di Rossella O’Hara in Via col vento.

L’evento avrà inizio con la presentazione del Presidente Auser Nunzio Martorana e con un intervento canoro di Joline Terranova accompagnata dal maestro Ninni Arcuri.

La manifestazione, presentata da Nico Bellone, continuerà con gli interventi dell’autrice e dei relatori Giusy Chiello, Maria Concetta Balistreri e Giuseppe Di Salvo.

Dopo l’intervento del Presidente del Consiglio Comunale, Claudia Clemente, verranno letti alcuni brani del romanzo a cura di Adriana Lo Cascio, Giusy Chiello, Grazia Martorana.

Si succederanno, infine l’interpretazione ballata delle letture a cura di Giacomo Palazzotto ed un intervento canoro conclusivo di Joline Terranova accompagnata dal maestro Ninni Arcuri.

La serata, si concluderà, poi, con un rinfresco. Peccato che non si sia stata scelta la Sala degli specchi di Villa Palagonia con quei Mostri che, in fondo, emanano gli intelligenti nostri riflessi.

Giuseppe Di Salvo

 

IL SOGNO DI LUDOVICAIL SOGNO DI LUDOVICA

Categorie:letteratura, Libri, Primo piano Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: NINO GENNARO E LE INARCATE PAROLE DI UN MARTIRE. CORLEONE GLI INNALZI UN MONUMENTO!

NINO GENNARONINO GENNARO

NINO GENNARO E LE INARCATE PAROLE DI UN  MARTIRE. CORLEONE GLI INNALZI UN MONUMENTO!

(CAPITOLO QUINTO DEL LIBRO TERZO DELLA GLORIOSA STORIA DEL FUORI! DI PALERMO, PRIMO MOVIMENTO DI LIBERAZIONE GAY NEL REGNO DELLE DUE SICILIE)

Sono circa settanta le poesie di Nino Gennaro raggruppate nella sua raccolta “Rivoluzione culturale Meridionale”: vanno dal 1968 al 1978, un decennio di versi codificati quando Nino aveva 20-30 anni. Da me conosciuto nella sede del FUORI! di Palermo in pieno inverno 1978, Nino mi regalò le sue poesie nel corso della primavera seguente, io avevo 25 anni, lui 30. Erano state prima ciclostilate, poi fotocopiate in 34 fogli A3 agganciati con gli spilli della spillatrice.

Ho già detto che Nino mi ricordava i cantastorie estinti, ne fu uno degli ultimi degni eredi: ma non recitava o scriveva usando il vernacolo, anche se termini del dialetto corleonese fra i suoI versi certamente si trovano, Nino scriveva in lingua italiana incurante delle regole, ma sempre attento al senso e alla logica del messaggio che intendeva trasmettere al prossimo.

In alcuni suoi testi è evidente l’uso del “remix” (o rmx), ossia Nino metteva in atto variazioni espressive utilizzando  alcune parole già codificate in precedenti poesie in successivi testi o contesti poetici; erano variazioni miranti a fissare un’idea o un concetto; esempio ne sia il suo canto del “Padrerotico”: “Tu padrerotico dei miei coglioni/ guardone dei mie cazzi”; un padrerotico tematico che ritroveremo nella sua poesia intitolata “Lager”: “…I ragazzi/ stretti abbracciati/ (…) si parlano si toccano/ si danno calore/ di galera (…)/ e aiutano il padre/ non si sentono soli/ non hanno padrerotico…”.

   Il padrerotico, è chiaro, era il padre padrone che si identificava con la repressione. Come si vede, siamo innanzi ad una poesia che dà calci alla punteggiatura, il verso è libero e, spesso, le parole sono ripetitive; c’è il crepuscolo della forma, ma il contenuto mira ad essere sempre aurorale.

Le sue riflessioni in prosa, talvolta, ci riportano agli aforismi del filosofo rumeno Emil M. Cioran (Rasinari, 8 aprile1911 – Parigi, 20 giugno 1995) e vi cogliamo una semplice filosofia di vita con parole tendenti alla catarsi e a rinnovare il pensiero. Nel suo capitoletto intitolato “Marcellino Montaigne” Nino Gennaro scrive: “La vita è bella- possa la ribellione succhiare al petto della schiava madre (…). Non ho visto intelligenze morire (…). Abbiamo scartato il suicidio(…). Meglio è finirla e uscire e vedere il mio padrerotico”. Anche qui ritorno l’uso del remix, ancora variazioni sul concetto di padrerotico.

Nella sua “Guerra fra maschi e froci” afferma: “Perché pretendere rapporti preferenziali con l’amico del cuore che neppure così lo chiamate che è anche amico de cazzo?”.  Come si vede non si cura l’armonia formale, viene codificata l’espressione che più s’avvicina alla parola parlata e ai luoghi popolani legati alla sua divenuta popolare “verbalità”.  Ecco perché Nino ci ricorda gli aforismi di Cioran. Ne citiamo uno per evidenziarne la forza contenutistica. Scrive Emil Cioran: “E’ l’umanità tarata a costituire la materia della letteratura. Lo scrittore si rallegra della perversione di Adamo, e prospera solo in quanto ciascuno di noi la assume e la rinnova”.

Emil Cioran, come si vede, cerca di rinnovare la “società tarata” ricorrendo ad un raffinato linguaggio aulico; Nino Gennaro, invece, fa fare salti di qualità alla “perversione di Adamo” ricorrendo ad un voluto linguaggio “pornolalico”: era il nostro linguaggio d’attacco per cercare di rompere gli schemi linguistici repressivi di allora e, diciamolo!, Nino non si inventava un bel nulla, esprimeva e codificava parole pornolaliche che erano (e in parte ancora oggi sono) sulla bocca di tutti. Ma il senso evolutivo di queste parole, nel corso della storia, era dato dall’aggraziata sonorità dell’intonazione; chi le esprimeva senza grazia (o, peggio, le pronunciava come a non farsi sentire per lo stupido e borghese pudore) era il violento repressore contro cui con le stesse parole, ma con altri toni, si combatteva.

Certo, Nino Gennaro, per il suo modo di usare le parole, nel contenuto, potrebbe essere accostato  anche a taluni “scrittori dell’assurdo”: un cantastorie come lui non cantava del resto l’assurdità, secondo le menti convenzionali e conformistiche, di un modo “marginale” di esistere? Quante volte il periodo poetico vive, deliberatamente, il rifiuto del costrutto sintattico e logico e finisce per abbandonarsi ad una successione di eventi legati fra loro da stati d’animo ed emozioni in apparenza privi di significato? E ci sovviene Bernard-Marie Koltès (1948-1989): questi, al pari di Nino, indagava sul razzismo, sulla violenza contro i “diversi”, sulla dirompenza sociale del desiderio omosessuale; come Nino sarà divorato dall’HIV; ma l’assurdo sta tutto in ciò che la società soffoca e non vuole che venga alla luce; e lo scrittore è artista solo se con le sue parole riesce a portare alla luce, consegnando alla realtà da lui descritta nuova dignità etica,  l’ “assurdo” modo di vivere (striato da repressione sociale violenta al cui interno vengono generati anche abominevoli delitti) da parte di tanti cittadini che la società, con la sua ipocrisia, vuole a tutti i costi censurare o celare. Nino, cantastorie di strada e per le strade, ci è riuscito, è poeta: né grande, né piccolo, semplicemente poeta, grande nella sua straziante umiltà; ha usato le parole come ponti evolutivi per facilitare e rendere gradevole il passaggio mentale di tutti.  La sua bella poesia “Finocchiaro” ne rappresenta l’esempio immediato. Quei versi sono nudi, non trovate metafore, non c’è ombra di linguaggio figurato: tutto il realismo racchiuso in quei lunghi dieci versi è la vera metafora della vita: è parola che vuole andare oltre il senso di quel vissuto espresso con quelle parole. Si tratta di versi descrittivi che trovano la giusta eco nelle parole del francese Cyril Collard (1957- 1993). Questi nel suo romanzo autobiografico “Les nuits fauves” (1991), fra l’altro, scriveva:

“Per poterci incontrare, noi ombre tra ombre, bisognava che, oltre alla finezza dei nostri sensi tattili, distinguessimo dove si trovavano i corpi nell’oscurità del luogo infernale. Bisognava dunque che le ombre dei nostri corpi fossero più nere della notte stessa. Se era così, era perché ognuno vedeva in un corpo concupito, la cui densità di nero lo faceva spiccare sul nero meno denso dell’atmosfera, la proiezione del proprio corpo. Ma se vi era un’ombra proiettata, vi era dunque una fonte di luce, lassù,  alla superficie. Questa luce, equivalente per me a quella del sole, ci era donata dai fauve”.

   Eccoli ora alcuni versi di Nino Gennaro: “Dolce è morire”: si tratta di un frammento con ossimoro. Nino con la poesia “Cipressi” riprende il tema della morte. Citiamola:

Cipresso

figura austera

raccolta

ostile

come l’umano dolore

ogni tomba

un cipresso

ogni tomba

mille segreti

ogni tomba

mille pene inconfessate

taciute per sempre

Qui Nino sfodera metafora (figura austera), similitudine (come l’umano dolore), anafora (ogni tomba), verso breve: il tutto per una comunicazione semplice e immediata. E ora riportiamo e vediamo come lacera la poesia “Anamnesi”:

La mia infanzia di odalisca

di femminella di piscialetto

La mia adolescenza di Narciso

di finocchio di schizofrenico

La mia gioventù di dannato

di perseguitato di malato

 

Ecco il cantastorie dell’assurdo che dilania le nostre anime. Chiudiamo le citazioni con un vero e proprio capolavoro, s’intitola “Sono la vittima di”:

Sono la vittima di un disegno più grande

immane

smisurato

mostruoso se vogliamo

ma bello e d’ingegno

e a questo io m’inchino

In questa poesia i versi si alternano: quello lungo si contrappone a versi formati da una sola parola: si tratta di variazioni di ritmo espressivo che rispecchia le emissioni drammatiche del fiato. Ma Nino sa, come lui dice:  “Il piacere addolcisce i muscoli. Le mani e i piedi diventano corde di delicati strumenti”. Non è dunque geniale cantastorie che fa vibrare le corde di ogni anima?

Nino Gennaro non nasce da un grembo materno, è figlio della terra; nasce dalle zolle aride di Corleone (Sul pianoro è afa/ le alture sovrastanti/ gravate da un cielo di piombo/ private di ogni contorno/ sono vapore grigio…). Io ho fiducia in questa sua madre-terra corleonese; le zolle riconoscono in Nino il figlio ripudiato da gente che non lo capiva, altri cittadini vittime del conformismo. Nino, da vivo, venne di fatto esiliato come compaesano immondo. Chi conosce il dolore e il pentimento? La catarsi sta nell’arte che evolve i popoli. L’errore e l’errare non sono aspetti dell’eterno. Nino Gennaro Merita una statua proprio all’ingresso di Corleone. Fu poeta e, talvolta, anche geniale poeta. Parlò contro l’oppressione e l’ingiustizia. Dal 1978 sono passati 36 anni: ci sono tre saggi a Corleone? Penso di sì! E sanno già che Nino Gennaro è un monumento non ancora innalzato. Non c’entra più la mafia e nemmeno l’antimafia. Ci vuole solo un coraggioso atto d’amore che onore renda a tutti i corleonesi: Nino Gennaro è il vostro specchio e la vostra intelligenza. Con un monumento innalzato a Nino non farete altro che amplificare una ritrovata generosità un tempo, e con altra mentalità, purtroppo andata perduta!

(Quinto Capitolo del Libro Terzo della gloriosa Storia del FUORI! di Palermo, Primo Movimento di Liberazione Gay nel Regno delle due Sicilie: e sempre audace editore da anni cercasi!)

Bagheria, 1 luglio 2014

Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: MICHELE LIZZI VIVE NEL MIO ROMANZO INEDITO NEL 42° ANNIVERSARIO DELLA SUA MORTE!

GIUSEPPE DI SALVO: MICHELE LIZZI VIVE NEL MIO ROMANZO INEDITO NEL 42° ANNIVERSARIO DELLA SUA MORTE!

DUE ANNI CON MICHELE LIZZI* (PARTE TERZA)

 13 NOVEMBRE 1970:  IL LUOGO DELL’ANIMA

“La Sagra del Signore della Nave” di Michele Lizzi è un’opera ricca di personaggi principali e secondari: se ne contano oltre trentasei che cantano e altre decine che si limitano a fare i mimi; a questi occorre aggiungere tutti i coristi e numerosi ballerini; in molte scene essa, anche se tutta l’azione teatrale si svolge in un unico atto di circa 50 minuti, ha una forza spettacolare degna del Grand Opera! Doveva andare in scena al Teatro Massimo di Palermo in Prima Mondiale nel mese di marzo del 1971. E si cercavano voci di ragazzi per far interpretare loro piccoli parti: venditori ambulanti che emettevano berci, ossia vere e proprie abbanniatine per cercare di vendere merce varia (biscotti anaciati, cocomero, uva marsigliana, triglie, merluzzi, caramelle…). E ciò nell’opera avviene all’inizio, a scena aperta, dopo il magnifico preludio a sipario chiuso con quel canto corale e solistico  -che viene dall’interno-  striato da strazianti suoni vocalici che catturano l’anima di chi ascolta.

Il maestro Lizzi e il Teatro Massimo mi avevano proposto di interpretare una di quelle piccole parti. Forse dovevo vendere caramelle. Ma poi la cosa sfumò… E non ricordo perché.

Avevo superato da tre mesi il mio diciassettesimo anno di età. La mia vita famigliare non era serena. Dovevo pure cercare di governare i miei conflitti sentimentali. Gli amori impossibili ci creano un alone romantico, il viso di chi vive quegli amori ha la dolce mistica del sofferente che affascina. E lì, nel nostro profondo, che si combattano invisibili guerre emotive non narrate nei libri di storia: fanno parte della letteratura (poesie, racconti, romanzi…). Il mio amico Franco? C’era con l’estate. In sua assenza cercavo contatti erotici con altri e altrove. La promiscuità è figlia del desiderio non appagato; le mani non sempre bastano; Onan richiama l’assenza; il vagare è bellezza agli arrusi regalata dai rapporti sesso-affettivi osteggiati dall’ipocrisia morale interiorizzata patologicamente dalla nostra repressiva società: all’alba degli anni Settanta poi! Vivere sentimenti segregati è mera pazzia! Ma è vivere e fingere: è recitar vivendo (oltre che cantando).

Franco ed io eravamo certamente personaggi esterni alla Sagra del Signore della Nave di Lizzi (quanto esterni, a pensarci?); infatti, non eravamo bestie come tanti personaggi borghesi della commedia pirandelliana musicata da Michele Lizzi. Eravamo solo dei capri espiatori. Come l’innocenza di Nico, il porco della Sagra meno bestia di tanti personaggi ipocriti che quell’opera animano. Il senso di quell’opera in musica… nella Sagra del maestro Lizzi si canta il desiderio di felicità da parte dei puri;  la purezza dell’anima è amore che lega; ha il volto del Cristo in croce che salva l’uomo da qualsivoglia naufragio. E’ fede nell’intelletto umano, religione e armonia che l’amore attrae. Il canto di felicità che sgorga da ogni anima pura ci rende lieve la vita: chi conosce il volto impresentabile della sofferenza non può mostrarlo agli altri. L’estetica serve per porgere al mondo le nostre guance migliori. Con la Sagra del Signore della Nave il male si mette semplicemente in ridicolo e vengono schernite e derise le maschere ipocrite: alta funzione del teatro pirandelliano e della musica graffiante di Michele Lizzi.

A diciassette anni non ero ricco, ma non mimancava niente. Vivevo come potevo. Amavo come potevo. E lo facevo con molti volti angelici a me  inviati da quel clemente Dio, lo sappiano tutti!, che sa davvero tessere umane ricompense! Le sue vie sono auree tracce dell’infinito. Non sono mai quelle indicate nel chiuso delle chiese. Le vie delle grandi anime, sì anche quelle!, si trovano sempre all’aperto. Mi era impossibile l’Amore a viso aperto. I nostri amanti si presentavano agli altri come amici. Tutti capivano, ma stavano al gioco delle parti: i ricami si facevano alle spalle.

Anche noi avevamo il primario bisogno di convivere con una persona finché, come si dice negli altari,  “morte non ci avrebbe separati” o, più laicamente, fino a quando l’amore fosse stato vivo. Ma era impossibile. Conoscevamo il volto della felicità, eppure ci sfuggiva sempre come un miraggio. La gioia, dunque, non è mai collettiva. Quanti arrusi sposavano, non amandole, donne da ingannare per tutta la vita?! Era libero chi rimaneva celibe. E se eri celibe dovevi per forza essere “uno di quelli”, non uno come loro, per fortuna!

Il maestro Lizzi era celibe ed era il volto della bontà a me rivelato da Dio. Era una grande anima. Con la sua musica lottava per la liberazione del desiderio amoroso. Una grandissima intelligenza. I suoi occhi, in silenzio, ti leggevano dentro. La realtà da lui osservata veniva percepita in funzione del suono. E anche le persone. Non c’è sua composizione che non sia suo personale vissuto codificato col linguaggio delle note; e non c’è sua melodia, strumentale e non, che non sia canto di libertà e di amore. Lui aveva convinzioni etiche ben precise e fede. Da ciò nasceva la sua estetica musicale espressa in pagine sempre ben cesellate, perfette, pure. Quando ascoltavo gli aspetti corali della Sagra piangevo. Prima che uscisse la processione, nella scena finale, venivo coinvolto come in un vortice sonoro nella danza orgiastica che mi scuoteva i sensi… No, non si possono produrre quelle sonorità accattivanti se non si è collegati con Dio.

A diciassette anni e tre mesi la mia fede in Dio non era affatto convinzione, ma abitudine: si credeva per imitazione. Ma nella perfetta polifonia vocale del maestro Lizzi percepivo gli Dei tutti e le armonie divine. Col maestro Lizzi la mia fede assente diveniva ricerca. Aveva il fascino della promiscuità che per noi era mera e sincera comunicazione. Il maestro Lizzi mi custodiva. Era il pedagogo a me inviato da dagli Dei per la retta e incantevole via. Io ero molto legato alla realtà. Ero ragazzo assai umano fra umani. Il maestro Lizzi era figlio degli Dei vagante sulla terra per porgere la sua arte sonora  agli animi umani in conflitto. Era raggio dello splendore divino. Ho amato il volto di tanti angeli con sonore tube che accendevano i sensi. Eccome! Michele Lizzi era ben altro desiderio, incarnazione angelica dell’amore incorporeo e dell’armonia che, nel tempo e nello spazio, mai si spegne. Le grandi anime vivono anche nel silenzio: un sacro luogo ove ogni musica suona e si ascolta sempre.

Il luogo dell’anima.

Giuseppe Di Salvo

 

************************

*Dal mio libro inedito: “MICHELE LIZZI, MUSICISTA CORONATO DI SILENZIO”.

La Parte Prima è stata pubblicata il 5 marzo 2012. La Seconda Parte il 29 marzo 2013 sia nel Blog a me intestato sia (successivamente) sul Settimanale di Bagheria.

Michele Lizzi è un compositore agrigentino. Sulla sua data di nascita non c’è certezza, pare sia nato il 15 settembre 1915. Se n’è andato il 31 marzo del 1972, stroncato da un cancro alle vene biliari. Dopo, Vincenzo Bellini (ma il termine “dopo” è solo una connotazione temporale), non ho dubbi!, è fra i più grandi musicisti siciliani, italiani e le sue belle composizioni appartengono all’umanità e al mondo. Perché mai è stato dimenticato dai teatri dove le sue opere sono state acclamate con successo di critica e di pubblico? Io qualche risposta ce l’ho. Risiede tutta nel fascismo musicologico  -e non solo!-  degli incolti antifascisti oggi al potere! Intanto, quest’anno, ricorre il 42° anniversario della sua morte. Lo ricorderemo noi anche con alcune pagine inedite legate al mio particolare vissuto col musicista agrigentino. Con verità dirompenti che non possono non fare scalpore!

Bagheria, 19 marzo 2014

Giuseppe Di Salvo

Catalogo Curci delle opere di Michele Lizzi

Catalogo Curci delle opere di Michele Lizzi
Categorie:letteratura, Primo piano Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: SUL “SETTIMANALE” LA MIA POESIA “L’IMMONDO MONDO DI DIO” DEDICATA ALLA MEMORIA DI DON ANDREA GALLO.

“Il Settimanale di Bagheria” pubblica la mia poesia “L’IMMONDO MONDO DI DIO” dedicata a Don Andrea Gallo: da non perdere la più che Divina e Laica Novella… in memoria. Grazie. (G.D.)

La mia poesia dedicata a Don Gallo sul Settimanale.