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GIUSEPPE DI SALVO: TOSCA AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO, FIORENZA CEDOLINS E LA DI LEI GLORIA… PASSATA!

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TOSCA AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO, FIORENZA CEDOLINS E LA DI LEI GLORIA… PASSATA!

Fiorenza Cedolins? Una Tosca con voce ormai priva di forza. Ma, nell’insieme, la rappresentazione del 31 marzo 2017, è stata quasi buona. Certo, sono passati ormai 17 anni dal Duemila. Allora, soprintendente era Francesco Giambrone, lo stesso di oggi, il Teatro Massimo presentò un Cartellone di Concerti e Recital di notevole prestigio ed interesse. Il 25 maggio del 2000, teatro quasi vuoto, conquistò i nostri cuori Juan Diego Flórez; seguì il recital di Fiorenza Cedolins (9 giugno 2000): fu un trionfo il suo indimenticabile recital, in ispecie nella Seconda Parte: come dimenticare quel suo “Pace, pace, mio Dio” interpretato con una finale potenza espressiva da fare vibrare tutto il teatro; e poi intonò “Io son l’umile ancella” in omaggio a Magda Olivero presente, mi pare, nel Palco Reale; va ricordato anche il dignitoso Recital di Barbara Hendricks (14 ottobre 2000); quello del grande baritono russo Dmitri Hvorostovsky (21 novembre 2000) e quello stesso di Renato Bruson (18 dicembre 2000); e che dire di Giuseppe Sinopoli che diresse con estrema eleganza, fra l’latro, i “Vier Letzte Lieder” di Richard Strauss? (28 novembre 2000). Furono tutti eventi di alto valore artistico che applaudimmo con le mani, coi piedi e col corpo. Fu una Stagione Concertistica davvero magica! Degna della migliore tradizione canora del Teatro Massimo di Palermo. Da allora, tranne sporadici e preziosi eventi, un cartellone così inteso di voci di grande valore non si è ripetuto più! Flórez? Si vide l’anno successivo in un’ interessante interpretazione dello Stabat Mater di Gioacchino Rossini: e quella volta il Teatro Massimo era stracolmo. Non lo si è visto più a Palermo. E gli altri? Nada! Solo la Cedolins ritornerà venerdì 6 dicembre 2002 per interpretare “Leonora” del Trovatore di Verdi: fu un significativo evento! Cesellò un’Eleonora con emissioni belcantistiche davvero encomiabili; e il resto del cast era di significativo rilievo; delle cinque sue recite io ne andai ad ascoltare ben tre. Non la si vide più!
Ora Fiorenza Cedolins è ritornata per due recite di Tosca, dopo circa 15 anni. L’abbiamo trovata più curata fisicamente; la Cedolins del 2000 e del 2002 era più robusta, ma che voce! Oggi quella voce non c’è più. Nel corso del Primo Atto di Tosca non ha certo demeritato vocalmente, ma alcuni suoi gesti farfalleggianti ed affettati non ci sono piaciuti, e davanti alla Madonna poi! Più credibile come attrice nel Secondo Atto, ma non abbiamo trovato forza espressiva nelle sue emissioni, né vis drammatica nella scena della tortura; ha intonato con dignità un “Vissi d’arte” molto applaudito, ma nella Cantata fuori scena, che la tortura di Cavaradossi precede, abbiamo sentito qualche nota acuta spezzarsi come avviene nel tiro al piattello; nel Terzo Atto, a tratti, sembrava che la sua voce acquisisse il suo noto spessore, ma quando, infine, si lanciava dall’alto di Castel Sant’Angelo, intonando “O Scarpia, avanti a Dio!”, la sua voce tornava a rompersi prima ancora che avvenisse la sua lacerazione corporea. Voto? 6: nel ricordo della grande che fu!
Il Mario Cavaradossi di Marcello Giordani? Il tenore siciliano mi ha sorpreso per il volume delle sue note medio-alte emesse con sicurezza e vigore; verso l’acuto più volte ha raschiato, ma ho potuto intuire che, in tempi migliori, Mario era uno dei suoi più coerenti ruoli anche perché non sono mancati momenti di dignitoso fraseggio. Voto: 7.
Il barone Scarpia del baritono rumeno Sebastian Catana? Voce sempre pulita ed emissioni curate, ma priva dello spessore che il ruolo richiede; “Tre sbirri… una carrozza…” è stato intonato con una linea di canto priva di sbavature; ma non ci è parso credibile nel tocco orgasmico: “Tosca, mi fai dimenticare Iddio!”; all’interno della Chiesa, in compenso, il Coro, nel Te Deum, ha toccato momenti esecutivi perfetti: toccante, compatto, coinvolgente, impeccabile; qui è l’erotismo di Scarpia che deve dominare la scena: e non si tratta di sadica pulsione sessuale, è passione erotica di un uomo che ama sapendo di non essere corrisposto; il Coro si riprende la scena solo alla fine, quando intona ”Te aeternum Patrem/ omnis terra veneratur!”, ché Scarpia, ormai, il suo orgasmo l’ha proprio raggiunto. Il Te Deum festeggia un falso evento storico, Scarpia, invece, vive e rivela col suo canto una religiosità erotica perfettamente reale: “L’uno al capestro,/ l’altra fra le mie braccia…”. Sebastian Catana è stato più credibile nel Secondo Atto e ancor più nel Terzo, quando non c’è, non si vede, non canta, e pur molto musicalmente si sente! Che meraviglia! Voto a Sebastian Catana? 7+. E al Coro diamo un bel 10!
Quarta protagonista? La città di Roma. C’era coi costumi e le scene di Francesco Zito e le luci di Bruno Ciulli e il pastorello di Alice Licata e per taluni aspetti musicali curati dal direttore Gianluca Martinenghi (vedi preludio-mattutino Atto Terzo e l’aspetto cameristico dei quattro violoncelli tendente a colorare di cromature sonore intimistiche l’aria “E lucevan le stelle”). La regia di Mario Pontiggia? E’ mai possibile che non sia stato capace di frenare quelle mani scheccanti di Tosca nel Primo Atto? Quarta Protagonista, la città? Voto: 8. Buono l’Angelotti di Romano Dal Zovo; dignitosi tutti i comprimari, sagrestano di Paolo Orecchia compreso. Certo siamo contenti: ci aspettavamo di peggio, tenuto conto dei due protagonisti (soprano e tenore) verso la Via del Tramonto. Perciò, nell’insieme, la nostra valutazione dello spettacolo è 8=: naturalmente, si augura sempre un buon viaggio a Tokio. Al loro ritorno? La vita continuerà per tutti. La di loro Gloria, come ogni Gloria, lotta col tempo: noi speriamo solo in altra Gloria Vocale: e non solo per il Nostro Massimo Teatro, ma per le nostre Divine Orecchie qualimienti vuole la canora Gloria Divina!!!
Bagheria, 9 aprile 2017
Giuseppe Di Salvo
Categorie:Classica, Lirica, recensione Tag:

GIUSEPPE DI SALVO: PRIMAVERA LIZZIANA 2017 NEL 45° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI MICHELE LIZZI, GRANDE COMPOSITORE SICILIANO

PRIMAVERA LIZZIANA 2017 NEL 45° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI MICHELE LIZZI, GRANDE COMPOSITORE SICILIANO
ECCO LA PARTE SESTA DEL MIO ROMANZO INEDITO INTITOLATO:
“DUE ANNI CON MICHELE LIZZI”
ALTRE DIVAGAZIONI NELL’ATTESA DI RINNOVATE PRIMAVERE
Studiavo ed ero motivato. Amavo solfeggiare, anche se i primi giorni vissuti al Conservatorio mi avevano dato l’impressione di essere al manicomio. Non avevo mai visto solfeggiare prima. Osservavo tanti studenti che emettevano vocalizzi e vedevo mani oscillare a destra e a manca con ritmi per me del tutto nuovi. Tutto ciò stimolò in me una grande risata che attirò su di me l’attenzione della preside che mi richiamò. In seguitò mi amò, sì come mi amarono tutti gli altri insegnanti. Il maestro Michele Lizzi mi seguiva con amore negli studi. Era guida saggia e abile pedagogo. Ciò giovava alla mia mente e alla mia crescita. Ricominciavo una nuova vita, quella che avevo sempre desiderato. Iddio sa presentare sempre i suoi angeli nei momenti opportuni. Il maestro Lizzi non era mio padre, ma al pari di un padre seppe orientarmi: non credo avesse studiato psicologia dello sviluppo, non c’erano tracce di psicodidattica nel suo ricco lessico, me ne ricorderei. Ma sapeva leggere nella mente umana come sapeva tradurre in note sia il silenzio sia ogni evento sonoro presente nella realtà. E sapeva pure come codificare musicalmente il canto dell’anima.
Di Franco ho già parlato. Lavorava al Nord nelle vicinanze di Fiera di Primiero. Ci incontrammo una sera a Piazza Tredici Vittime: lì, si codificò per sempre la nostra rottura. Certo al maestro Lizzi non piacevano queste persone. Era gelosia? No, vedeva meglio di me l’imbroglio mentale delle persone non libere. Si fidava delle mie descrizioni. Dell’incontro col tenore Franzini ho già parlato.
Era un torello di razza. Occhio vivo e penetrante. Artista. Gradevolmente pazzo. Stare con lui era festa continua. L’erotismo danzava. Già io discriminavo alcune emozioni: il mio affetto autentico era tutto per Michele Lizzi; l’erotismo si posava su diversi corpi, mi appagava, non mi creava conflitti emotivi; l’amore, inteso come innamoramento? Conoscevo le cotte, ma l’innamoramento doveva avvenire molti anni dopo. Poi c’erano gli amici, tanti amici incontrati per caso, con cui avevamo attrazioni comuni e in comune.
Avvenne pure che il maestro Lizzi riuscì a leggere (io glielo avevo nascosto) il biglietto che il tenore Franzini mi aveva lasciato per vedere Fidelio al Teatro Massimo. Riportiamolo:

“Mio caro Giuseppe,
eccoti sistemato in “Palco Reale” con una bella poltrona. Il posto è assai bello ed unico -direi!- tanto più si tratta del palco più importante del teatro. Buon spettacolo. Divertiti e sappi che la mia interpretazione è interamente a te dedicata!
Ti aspetto dopo-
Ciao! Ti abbraccio affettuosamente,
Il tuo Carlo”.

Mi colpì il ruolo di Fidelio, era una donna travestita da uomo che cantava con voce di donna. Meraviglioso! Che desiderio di libertà esprimeva Fidelio! Che magia vederlo divenire Eleonora! La stessa magia che, decenni dopo, mi comunicherà l’Orlando di Virginia Wolf. Il tenore Franzini mi consegnò un’importante chiave vitale: quella che penetra in serrature invisibili e toglie la noia! I volti disegnati dal tenore Franzini (come pittore, lo ricordo ancora, si firmava Saturnino) erano ricchi di sensualità davvero religiosa, una sensualità legata alla nudità di volti e corpi di povera gente. Era mero espressionismo erotico abbigliato col colore. Il maestro Lizzi non si fidava di quell’uomo, lo avvertiva come un’insidia per me. Io ero tranquillo e sapevo che con Saturnino non avevo futuro. Vivevo bene ogni dono del presente. Solo Michele Lizzi mi annullava il comune senso di intendere il tempo. Spesso gli sentivo dire: “Finché dura dura”; l’allievo assorbiva, anzi quell’affermazione da sempre viveva. Michele capiva. Al senso di protezione, credo, subentrò in lui, nei miei confronti, anche tanta ammirazione. Ne provava gioia. Si acquietava. Io ero uccello ribelle: emotivamente avevo preso il mio volo. Almeno in questo mi ero saputo orientare in piena autonomia. L’esperienza forma ciò che la realtà tende a deformare.

Bagheria, 30 marzo 2017
Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: LA TRAVIATA AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO: JESSICA NUCCIO, LA MACELLERIA MUSICALE DEI TAGLI E TANTA APPROSSIMAZIONE LIBERTY. LEO NUCCI? E’ GIUNTO IL MOMENTO DI DIRE “ADDIO” ALLA SUA GLORIOSA CARRIERA!

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LA TRAVIATA AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO:  JESSICA NUCCIO, LA MACELLERIA MUSICALE DEI TAGLI E TANTA APPROSSIMAZIONE LIBERTY. LEO NUCCI? E’ GIUNTO IL MOMENTO DI DIRE “ADDIO” ALLA SUA GLORIOSA CARRIERA!

“La Traviata” di Giuseppe Verdi al Teatro Massimo di Palermo: Jessica Nuccio ci regala un “Addio del passato” integrale, il migliore da me ascoltato a Palermo. Il resto? Macelleria musicale e tanta approssimazione esecutiva. Leo Nucci? E’ ora che canti il suo “Addio” (non del passato) alla carriera!

TAGLI GOVERNATIVI E MACELLERIA MUSICALE

Domenica 19 marzo 2017, San Giuseppe (siamo in piena Quaresima!), al Teatro Massimo di Palermo è andata in scena l’ennesima Traviata, opera popolare di Giuseppe Verdi. Si tratta dell’opera lirica più rappresentata al mondo. Composta nel 1853, forse oggi è la prima nella classifica delle rappresentazioni (ci sarebbe “Il Flauto Magico” di Mozart a toglierle il primato; ma si consideri che l’opera con la celeberrima “Regina della Notte” è stata rappresentata per la prima volta nel 1791, cioè 62 anni prima della Traviata). Come mai tanta popolarità? Intanto, va detto, quando è in Cartellone e, alfine,  la si esegue, chiunque sia a cantarla, c’è sempre il tutto esaurito e, visibilmente, i teatri che la rappresentano sono stracolmi. In ogni settore. Ne deduco, in questo caso, che il termine “popolare” finisce per essere sinonimo di “universale”: nel senso che Traviata è un’opera che tende ad appagare le esigenze espressive ed emotive di ogni tipo di pubblico, al di là del livello culturale delle persone, del loro status sociale o della nazionalità di appartenenza di quanti vanno a riempire i teatri; ma è “popolare” anche per quella forza comunicativa che l’opera esprime, finendo per conquistare i cuori di chi la vede e ascolta; “popolare, inoltre, perché le oltre “tre lune” di amore autentico vissuto da Violetta e Alfredo nella campagna nei dintorni di Parigi sono lune con pleniluni che riflettono l’intimità e il vissuto di chi ha saputo “amare amando” con forza emotiva sincera; “popolare”, ancora,  perché  – a differenza di quel lontano 1953, quando l’opera tendeva a sfidare l’ipocrita morale borghese-  oggi è un titolo che richiama al nostro IO (e quindi all’IO collettivo) gli amori andati perduti: e tutti ci identifichiamo con Violetta nell’evocare i tormenti vissuti (indipendentemente dalle tracce che i sentimenti amorosi hanno lasciato e lasciano nel nostro animo).

   Chi va al teatro, quindi, porta con sé  componenti emotive “traviate”: Violetta Valéry è personaggio reale, esce fuori dagli schemi narrativi dei grandi personaggi della storia popolati da Regine e da Re, è l’innamoramento autentico contrastato, Violetta è ognuno di noi: non può, quindi, non essere “popolare”: quando applaudiamo Violetta applaudiamo noi stessi, le nostre storie amorose mai raccontate; Violetta è il nostro riflesso, uno specchio davanti al quale amiamo posare per cercare di leggerci e di capirci.

   Solo una parte del pubblico che affolla i teatri va per cogliere e valutare le abilità vocali, espressive ed interpretative di chi canta, del Coro, di chi danza o dirige. E ora è il caso di presentare i nostri due assiomi:

-ESSERE GRANDI VIOLETTE E’ MOLTO DIFFICILE (quella degli Anni Duemila ancora non c’è!).

-ESSERE VIOLETTA CON VOCE ADEGUATA E’ ILLUSIONE (MA ANCHE DELUSIONE) POSSIBILE.

Dopo Gemma Bellincioni, Claudia Muzio e Maria Callas (col neo dei tagli) non ci sono state più grandi violette: camelie bianche davvero rare! Le Violette vocalmente idonee sono tante: Caballé, Sutherland, Tebaldi, Gencer, Gheorghiu… (col pregio che Caballé, Sutherland, Gheorghiu… l’hanno pure incisa nella versione integrale, cioè senza la macelleria dei tagli). E le altre? Non grandi! Non adeguate! Cantano. E in qualche parte dell’opera finiscono pure per regalarci qualche chicca interpretativa di rilievo. E’ anche  il caso della giovane (o del giovane) soprano palermitana Jessica Nuccio, Violetta nella rappresentazione palermitana del 19 marzo 2017.

La psicologia di Violetta richiede la presenza di un soprano dotato di almeno tre tipi di vocalità: il “soprano drammatico di agilità” è quello ideale. Nel Primo Atto la vocalità di Violetta deve essere scattante, assai fluida nelle agilità, capace di piegarsi alle pose da civetta salottiera (e sbaglia chi pensa alla vocalità del soprano leggero: le agilità devono essere “di forza”, tipiche del soprano drammatico di agilità; “Follie!… Follie!… delirio vano è questo!…” con tutto ciò che di pirotecnico segue… devono essere note emesse con dirompenza espressiva per evidenziare lo sconvolgimento  interiore vissuto dal personaggio!), pose di una “puttana” giovane, bella, colta, raffinata che, di fatto, le civetterie non tanto ama; si tratta di espressioni in maschera (altra alta etica!) di una donna di umili origini che è arrivata all’autodeterminazione usando il suo corpo come esca per facoltosi nobili o borghesi; di una donna che ha capito come raggiungere il riscatto e la libertà! Conosce bene il gioco erotico. Con Alfredo entra in gioco l’amore: il passaggio avviene in modo “drammatico”, per niente “leggero”: sa che deve rinunciare ad ogni spensieratezza e viene travolta da un’onda emotiva difficile da gestire. Tutto il recitativo: “E’ strano!… E’ strano!… “ lo dimostra; finisce per esplodere con le parole: “O gioia/ ch’io non conobbi, essere amata,/  amando!…! E sdegnarla poss’io/ per l’aride follie del viver mio?”. Altro che soprano leggero!

   E l’aria che segue, “Ah, forse è lui che l’anima”, coincide con un momento psicologico di estasi e rapimento lirico che ritrova vigore espressivo nella strofa “A me fanciulla, un candido…”: si tratta di nove versi da tanti direttori e soprani colpevolmente omessi. Noi, si è capito!, amiamo molto chi esegue integralmente l’aria, amiamo molto meno chi questa seconda strofa taglia: lo stesso Verdi non amava i tagli!

   Ora, noi non siamo per niente d’accordo coi tagli dei vari Governi al Fondo Unico dello Spettacolo. E ci schieriamo con la FIALS (Federazione Italiana Autonoma Lavoratori dello Spettacolo) che questi ignobili tagli alla cultura giustamente denuncia.  Ma come non accorgersi dei tagli apportati a tante opere liriche?  La Traviata deve essere eseguita integralmente, sempre! Anche Jessica Nuccio ha tagliato la seconda strofa (“A me fanciulla, un candido”); va detto che la sua vocalità, nel ruolo di Traviata, non rientra in nessuno dei due assiomi da me sopra citati: il suo canto di agilità non ci convince; la sua vis drammatica è irrilevante; e neanche il “conformismo Liberty” ci ha coinvolti dal punto di vista registico: ché la vera prima regia è nel canto, nel fraseggio, nei legati…; il dato visivo è conseguente (e non alludo alla connotazione musicale)!

   Nel Secondo Atto la vocalità di Violetta è prevalentemente drammatica (“Donna son io, signore, ed in mia casa”; “Ah, no… giammai”, “Così alla misera, ch’è un d’ caduta…”) con momenti lirici di rilievo (“Dite alla giovine”…); momenti drammatici e lirici si alternano in un continuo fluttuare di sentimenti contrastanti: qui primeggiano le grandi soprano come Maria Callas!

   E Jessica Nuccio? Adeguata nei momenti lirici; perde forza espressiva in quelli drammatici: lo stesso “Amami, Alfredo”, che mai si deve spegnere in gola, deve avere una forte risonanza da riuscire a bloccare per pochissimi istanti anche i nostri cuori!

   E il Terzo Atto? Molti recitativi vanno scanditi con forza drammatica e, talvolta, anche tragica (“Ah, con tal morbo ogni speranza è morta”; “Prendi; questa è l’immagine…”: va ricordato che qui il canto di Violetta è accompagnato dagli ottoni con ritmo trionfante e connotazioni sonore da fare di Violetta un’eroina beethoveniana); ma “Addio del passato” è un’aria di grande spessore lirico: e qui c’è stata la chicca canora di Jessica Nuccio; la quale ci ha mostrato il lato migliore della sua tecnica: mezze voci di alta scuola e suoni filati davvero encomiabili; dirò: il miglior “Addio del passato” integrale (senza tagli!) da me ascoltato al teatro. E allora? Sarebbe meglio che la Nostra si dedicasse ai ruoli di soprano lirico puro. E’ giovane. Non ha bisogno di impelagarsi in Traviate: non ne ha, ancora, neanche le capacità attoriali. Verdi voleva, all’inizio, una puttana in scena; la Redenta è tutta nel finale, quando RITORNA A VIVERE! E Leo Nucci?

   Noi onoriamo la sua significativa carriera: ne avessimo! Ma è arrivato. Nei recitativi la sua voce gracchia e nuoce anche sentirla nel Concertato che chiude il Secondo Atto. Nei cantabili mantiene il ricordo del grande Giorgio Germont che fu. Ma al  baritono 75enne anche la forza espressiva ormai è venuta meno. Lasci le scene con onore: FATELO TACERE! Gli applausi non rinnovano le corde vocali. Basta! Ei fu!

   E l’Alfredo del tenore René Barbera?  Sappiamo che, tranne nel Secondo Atto, il suo canto è sempre dipendente da quello di Violetta. Cantava come se stesse interpretando Nemorino, quindi non male nel “Trio-duetto” quando intona “Un dì, felice, eterea” (tralasciamo di parlare di “Libiamo ne’ lieti calici”: i suscitatori di emozioni di questo canto che va oltre il significato del brindisi banale devono ancora nascere), “trio” (il Primo Atto continua, di fatto, col valzer fuori scena: altro tocco geniale di Verdi!) che riporta tutti in primo piano con la stretta corale “Si ridesta in ciel l’aurora”; ci ha convinti meno nei momenti drammatici e quando ha intonato la cabaletta “O mio rimorso! O infamia!”, anch’essa mutilata dal “Da capo”: come non capire che il “Da capo” ci può far riudire la melodia con un modo espressivo nuovo nella distanza di pochi secondi? La stessa cosa dicasi per “No, non udrai rimproveri”  -baritono-   e per “Gran Dio! Morir sì giovane”  -soprano e tenore-: i “Da capo”  tagliati sono mera e volgare macelleria musicale! Tutto ciò che Verdi scrive non è mai scritto per caso. La valutazione spetta al pubblico e non a coloro che esercitano questa macelleria.  Chi taglierebbe, per fare un esempio, l’ “idea fissa”, visto che essa si ripete tante volte, nella Sinfonia Fantastica di Berlioz?

   Se io fossi a capo di un Governo taglierei qualsiasi fondo a quei teatri che esercitano tagli alle opere: è semplicemente una vergogna! Punto e basta.  E l’Orchestra? Ci limitiamo ad apprezzare il Primo Violino, Salvatore Greco, per come si è espresso nella scena della lettera del Terzo Atto; il clarinettista per aver reso sonoro il senso di solitudine e di smarrimento regnante nell’animo di Violetta quando ella si accinge a scrivere la lettera ad Alfredo nel Secondo Atto; ma un plauso speciale va all’oboista che accompagnava Violetta in “Addio del passato”: momenti esecutivi di altissima spiritualità! Si tratta di “cadenze dell’anima” (come l’intervento di Alfredo in “Sempre libera degg’io”): sono tutti suoni che ci rivelano lo stravolto stato d’animo di Violetta; anche per questo è entrata nei nostri cuori!  Il giovane e simpatico direttore Giacomo Sagripanti? Ha diretto a mani nude. Capisco: avrebbe avuto bisogno di una “bacchetta magica”, stando a quanto ho detto, per un maggiore ordine esecutivo. E il Coro: spesso ci è apparso scollato. Dov’era Gastone, Visconte de Letorières, nella scena dei Mattadori?  Quella voce tenorile che  illumina ogni corno? Il resto? Caliamo un velo liberty e la si esporti in Giappone: ci vuole proprio il Sol Levante! I profumi non ci interessano. Amiamo l’olezzo dei pori e le solide corde vocali. La Traviata non vuole illusioni!

Bagheria, 22 marzo 2017

Giuseppe Di Salvo

  

 

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GIUSEPPE DI SALVO: ALFREDO GIORDANO E IL CANTO D’ONORE INNANZI AL BARONE SCARPIA DELLA MAGISTRATURA ANTIMAFIA. IL TEATRO MASSIMO E’ PROPRIO UN METATEATRO!

ALFREDO GIORDANO E IL CANTO D’ONORE INNANZI AL BARONE SCARPIA DELLA MAGISTRATURA ANTIMAFIA. IL TEATRO MASSIMO E’ PROPRIO UN METATEATRO!
Sulla gentilezza da sempre a me mostrata da Alfredo Giordano, ex direttore di Sala del Teatro Massimo, non ci possono essere dubbi; era una gentilezza amicale che confinava col rispetto. E da sempre ho colto lo stesso rispetto da parte di Antonio Renna e di Paolo Lo Cicero; Antonio (così lo chiamano gli amici e non Antonino) oltre a lavorare nella biglietteria del Teatro Massimo, ha la passione per il canto, essendo la sua voce d’impostazione tenorile. Le tre persone citate da me meritano riconoscimenti e gratitudine per la gentilezza e la professionalità mostrate. E si sono sempre comportate da amici onorevoli. Lo dice una persona che ama l’Opera, da sempre abbonata al turno Prime del Sommo Teatro palermitano, dacché ha riaperto i gloriosi battenti, bonus renziano o no: me lo sono sempre potuto permettere.
Ebbene, Alfredo Giordano mesi addietro è stato arrestato per mafia. Negava. Diceva che si trattava di un equivoco che avrebbe chiarito. Ora si pente e collabora nelle vesti di dichiarante. Prima deduzione: è proprio vero che la Mafia è infiltrata ovunque! Uomini d’onore che cambiano il modo di viverlo questo “onore”. Con le sue rivelazioni, tutte da accertare, tira in ballo un caso di usura che coinvolgerebbe Renna e Lo Cicero, due suoi amici dipendenti del Teatro: Renna e Lo Cicero avrebbero, stando alle dichiarazioni di Giordano, fatto un prestito ad usura di 30 mila euro all’immobiliare Giorgio Girgenti; i due impiegati del botteghino avrebbero messo rispettivamente 20 mila e 10 mila euro: nel giro di sei mesi, il debitore Girgenti avrebbe dovuto restituirne 50 mila. Girgenti sostiene invece che sarebbe stato solo Giordano a offrire il prestito ad usura. Ma il dichiarante insiste: “Si confonde con un altro episodio”.
Intanto i dirigenti del Teatro, in attesa di accertamenti, spostano i due dipendenti dal botteghino in altri uffici. La CGIL interviene e difende a spada tratta i due dipendenti accusati di usura. Pare invece, se abbiamo letto bene i giornali, che i soldi siano stati prestati a Giordano per comprare casa. E’ un intreccio che la magistratura dovrà chiarire. Perché suscita in noi qualche interesse questo fatto di cronaca?
E’ onorevole che i mafiosi si pentano, passando dall’Onorata Società all’Onorevole Pentimento (fatto).
Non ci sarebbe niente di onorevole se le accuse di usura da parte di Giordano a due suoi colleghi risultassero false.
Noi cittadini, in questi casi, ci dobbiamo mettere nelle mani eccellenti della Magistratura: siamo al metateatro nei confronti del quale non servono i nostri pareri estetici. Personalmente vanto qualche parente acquisito, dichiaratosi pluriomicida, pentito di Mafia; ora “amici” (il plurale è da me usato per amplificare) legati a Cosa Nostra in veste di “Dichiaranti” che parlano innazi a Scarpia senza avere subito torture, se non la privazione della libertà; di Antonio Renna e Paolo Lo Cicero, altri amici nati con la frequentazione del Teatro, aspettiamo i necessari chiarimenti; di costoro conservo con onore i loro atteggiamenti amicali nei miei confronti sempre corretti.
Giambrone sul Giornale di Sicilia, sotto i citati fatti di cronaca, vanta i suoi anni di gestione col bilancio in attivo. Noi amanti dell’opera possiamo valutare bene o no esteticamente una rappresentazione, e il Macbeth di apertura lo abbiamo, nel complesso, valutato discreto. Certo, mi piacerebbe invitare a cena Giordano, Renna e Lo Cicero: amo i simposi e il mio olfatto sa discriminare le diverse cromature dell’Onore; ma siamo agli aspetti sociologici e psicologici dei personaggi; quelli penali hanno altre cromature: ed è giusto che se ne occupino gli altri. I togati. Vedremo. Ma i miei baci per tutti posso certo inviarli! I baci sono sempre onorevoli: prima, durante e dopo ogni altrui pentimento!

Bagheria, 29 gennaio 2017
Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: CHE EMOZIONE VEDERE OGGI SUL “GIORNALE DI SICILIA” MICHELE LIZZI, IL PIU’ GRANDE COMPOSITORE SICILIANO DELLA SECONDA META’ DEL NOVECENTO!

CHE EMOZIONE VEDERE OGGI SUL “GIORNALE DI SICILIA” MICHELE LIZZI, IL PIU’ GRANDE COMPOSITORE SICILIANO DELLA SECONDA META’ DEL NOVECENTO!
Nell’imminenza dell’inaugurazione, col Macbeth di Verdi, della Stagione Operistica 2017 del Teatro Massimo di Palermo, con intelligenza, Simonetta Trovato, sul “Giornale di Sicilia” datato venerdì 20 gennaio 2017, pubblica un interessante articolo intitolato “LE INAUGURAZIONI DI UN TEMPO”. Ci sono otto foto in bianco e nero davvero incisive. Forse in qualche didascalia si coglieranno imprecisioni. Ma alla mia vista balza con gioia ed emozione la foto numero 5: da sinistra c’è Salvatore Quasimodo, il soprano Ivana Tosini, il mezzosoprano Mirella Parutto – e non Michela!?- (la prima interpretava Galatea, la seconda la Ninfa Astra) e il compositore agrigentino Michele Lizzi; non giriamoci intorno, il più grande compositore siciliano e italiano della seconda metà del Novecento! Salvatore Quasimodo scrisse il libretto de “L’AMORE DI GALATEA”, Michele Lizzi la musica. La prima avvenne il 12 marzo del 1964. Successivamente questo capolavoro verrà ripreso al Bellini di Catania e, dopo la prematura morte del compositore (alba anni Settanta), anche al Teatro Greco di Siracusa. Le opere del maestro Michele Lizzi ebbero ovunque grande successo di critica e di pubblico. Paolo Emilio Carapezza, Lilia Cavaleri, Angela Bellia e altri critici seri, anche recetemente, ne hanno fatto un grande richiamo. Da allora il silenzio. Un imbarazzante silenzio da parte di tutti i teatri, soprattutto dei teatri siciliani (del Teatro Massimo di Palermo il maestro Lizzi era componente del Consiglio di Amministrazione). Dorme anche il Conservatorio di Palermo dove Lizzi insegnò composizione polifonica. Non mi consola ricordare che anche Macbeth venne silenziata per decenni: era una “contro opera” con declamati che andavano oltre il tradizionale modo di intendere il canto e si riallacciava alle origine del “recitar cantando” e alla “parola scenica” riportata in scena proprio dalla grande Maria Callas; Lizzi, allievo di Pizzetti, amava tanto Verdi: entrambi i compositori hanno appreso molto da quel lontano declamato; ma le trenodie e i cori di Ildebrando da Parma e di Michele Lizzi sono capolavori sonori di tutti i tempi; la trenodia di Lizzi in Pantea ha i colori della Cappella Palatina di Palermo. Speriamo che il Teatro Massimo sappia rispolverare questi citati capolavori da decenni dormienti. Grazia e grazie a Simonetta Trovato e a chi le ha fornito questa foto rievocante immagini sotto le quali si nascondono colori espressivi e poetici che occorre fare risuonare!
Giuseppe Di Salvo

Altro…

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GIUSEPPE DI SALVO: UN SALUTO COMMOSSO A GERGES PRETRE! RICORDIAMO IL GRANDE DIRETTORE DA NOI VISTO ED ASCOLTATO L’ULTIMA VOLTA AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO NEL MAGGIO 2004.

UN SALUTO COMMOSSO A GERGES PRETRE! RICORDIAMO IL GRANDE DIRETTORE DA NOI VISTO ED ASCOLTATO L’ULTIMA VOLTA AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO NEL MAGGIO 2004.
Se n’è andato il 4 gennaio 2017 un altro grande direttore d’orchestra: Georges Prêtre all’età di 92 anni. Era il direttore preferito da Maria Callas verso la fine della sua carriera. Con lui ha inciso Carmen in studio per la EMI ed è una direzione che non può mancare a chi ama questo dirompente personaggio di Bizet: in sala d’incisone la Callas non aveva complessi legati alle sue caviglie, e potè realizzare il suo sogno di cantare tutta l’opera e con una lettura della partitura da parte di Georges Prêtre che rappresenta un ulteriore punto di riferimento per ogni direttore.
Georges Prêtre amava Verdi e il repertorio francese, ma sapeva guardare anche alle due Scuole Viennesi. Era bello e “attirant” da giovane. E piaceva vederlo sul podio.
Al Teatro Massimo di Palermo lo vedemmo dirigere dal vivo, mi pare, in occasione del tradizionale concerto del 1° maggio 2004; dirigeva la prestigiosa Orchestra “Nord Deutsche Rundfunk Simphonierorchester Hamburg”. V’erano in programma musiche di Brahms/Schonberg: Quartet; Richard Strauss: Der Rosenkavalier, Suite; Ravel: Bolero. Ci fece alcuni bis. Fu un evento: allora il maestro aveva ottanta anni. Il Teatro balzò all’impiedi per tributargli il giusto trionfo.
C’eravamo! E ci siamo anche oggi per onorarne la memoria e il suo modo serio di intendere l’Arte musicale. E l’interpretazione tendente a rigenerare le partiture. Anche quelle più note.

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GIUSEPPE DI SALVO: ENTE LUGLIO MUSICALE TRAPANESE: 68ESIMA STAGIONE LIRICA 2016, 30 SETTEMBRE 2016: “MADAMA BUTTERFLY” ESEMPLARE AL TEATRO GIUSEPPE DI STEFANO/VILLA MARGHERITA.

ENTE LUGLIO MUSICALE TRAPANESE: 68ESIMA STAGIONE LIRICA 2016, 30 SETTEMBRE 2016: “MADAMA BUTTERFLY” ESEMPLARE AL TEATRO GIUSEPPE DI STEFANO/VILLA MARGHERITA.
Nell’attesa di una mia dettagliata recensione, posso ben dirlo fin da ora: Trapani ha offerto all’Italietta dell’Opera Lirica una rappresentazione di Madama Butterfly di Giacomo Puccini davvero fresca, floreale, elegante ed esemplare sotto tutti gli aspetti. E’, oggi, un ottimo modello di riferimento. MARCELLO MOTTADELLI ha sorretto con cura, e con un’orchestra di apprezzabili giovani dall’alito sonoro davvero raffinato, la linea espressiva della giovane cantante giapponese Yasko Sato vocalmente in stato di grazia e certo prossima alla perfezione. Dignitosissimo il Pinkerton del 36enne tenore Dario Prola: bel tenente dinoccolato, con adeguato “physique du rôle” e vocalmente interessante… Qui ci fermiamo, per il momento.
Chi può non si perda la recita del 2 ottobre 2016. Una delle migliori, se non la migliore, Butterfly da me vista e ascoltata… e quante ne ho viste e ascoltate! Di questa edizione ci seduce l’essenziale richiamo all’eleganza. Grazie, Marcello Mottadelli! Grazie, Trapani! Il trionfo della semplicità artistica che avvince e disarma.

Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: BEPPE GRILLO, DEL MONACO E I GRANDI TENORI DA PALCOSCENICI NON COMIZIALI

MARIO DEL MONACO E I PAGLIACCI: L’HELDENTENOR CHE VA OLTRE “UN AMORE COSI’ GRANDE” RICHIAMATO SUI PALCHI COMIZIALI DA BEPPE GRILLO
Mario Del Monaco è stato davvero un grande “heldentenor” (tenore eroico) italiano. E non perché ha interpretato e reso popolare il brano “Un amore così grande” di Guido Maria Ferilli: fra l’altro proprio in questo brano non si possono apprezzare del tutto le qualità del cantante: è stato l’”Otello” verdiano di spicco nel secolo scorso, ma è stato significativo e veemente interprete di “Pagliacci” di Leoncavallo. Alfredo Kraus riteneva la sua tecnica molto vicina alla tradizione italiana di Beniamino Gigli ed Enrico Caruso. Ma dal punto di vista espressivo, con particolare riferimento al fraseggio, il nostro Giuseppe Di Stefano, il primo Di Stefano, valeva di più. E per sfumature interpretative non si può non citare il bel tenore spagnolo Pedro Lavirgen, giusto per non apparire provinciali.
Beppe Grillo fa bene a rievocare la tradizione operistica italiana, ma non dica che Del Monaco è stato il più grande tenore italiano. Grande lo è stato e i tenori eroici come Del Monaco oggi ci mancano. Noi Siciliani abbiamo nel cuore la passionalità espressiva di Di Stefano. Speriamo che tutto ciò faccia ritornare i grandi tenori nei nostri teatri lirici. E che si ripristini il canto di tradizione italiana andato quasi del tutto perduto.

Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: DANIELA DESSI’, ONORIAMONE LA MEMORIA

MORTA IL SOPRANO DANIELA DESSI’: LA RICORDIAMO CON DUE MIE CITAZIONI IN OCASSIONE DELLE SUE ULTIME ESIBIZIONI AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO: MADAMA BUTTERFLY (18 SETTEMBRE 2012) E GIOCONDA (24 FEBBRAIO 2011): ONORE ALLA MEMORIA DELL’ARTISTA A PALERMO, IN QUESTE OCCASIONI, DIRETTA DA DUE DIRETTORI BELLI E AITANTI: MOTTADELLI E DINIC!
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-Dopo più di centosei anni, con Daniela Dessì, possiamo dire oggi di essere stati innanzi ad una Cio-Cio-San vocalmente “ideale”? E il mio attento lettore, dopo averla ascoltata, non potrà non catalogarla fra le Butterfly piuttosto “reali”. Ne segue che per taluno è preferibile non portare sulla scena un canto privo delle caratteristiche dei soprani “ideali” sopra descritte, mentre per talaltro, se proprio questo canto viene eseguito, non gli resta che tenersi lontano dal disquisire su un modo di cantare non certo adeguato e piuttosto vicino all’usura. Si fa l’elogio dell’imperfezione quando ci si trova innanzi a modelli perfetti. (…) Chi ci ha trasmesso e fatto rivivere, l’altra sera, i valori musicali “ideali” di Madama Butterfly (e lo avevamo intuito e anche scritto giorni prima!)? Il giovane e bravo maestro concertatore, Marcello Mottadelli, il quale ha saputo portare a livelli regali (cioè altamente professionali!) sia l’Orchestra sia (coadiuvato dal bravo maestro Andrea Faidutti) il Coro del Teatro Massimo di Palermo. E ciò ha finito per arricchire anche la tenuta espressiva e melodica di tutti i cantanti. (Giuseppe Di Salvo, 18 settembre 2012)
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-E Daniela Dessì nel ruolo di Gioconda? All’interprete e all’attrice va il nostro plauso: credibile, sente il personaggio e ogni suo gesto ci è apparso ben curato; voce apprezzabile nei momenti lirici della partitura, un po’ meno nei momenti drammatici: qui avremmo voluto più forza e più corposità. Quando si è cimentata in “Suicidio” (ricordiamo che la Dessì era al suo debutto nel cantare Gioconda) mi sono divertito, alla fine, nel vedere tanta gente applaudire, marito della Dessì compreso, e urlare “brava”. Io non l’ho fatto. Mi è parsa piuttosto evanescente nel registro basso, e quella parola sdrucciola che in origine è “tenebre” (per fare un solo esempio), divenuta poi piana per esigenze ritmiche legate anche alle rime dei versi del libretto di Arrigo Boito, quindi da pronunciare“tenèbre”, ha perso il suo impeto drammatico nel comunicarci la sua desolazione e il suo dolore per il fatto di amare non riamata: ha certo supplito con la mimica, ma ciò non può certo bastare. Credo che la Dessì si sia distinta per aver dato alla sua Gioconda una vocalità inconsueta ed originale: non esito a definirla “ vocalità scapigliata” (e in questo tipo di vocalità ci potremmo inserire anche il tenore Machado). Noi preferiamo, e lo diciamo con molta franchezza, sempre la Callas. Antonino Votto. E ora anche Dinic. (Giuseppe Di Salvo, 24 febbraio 2011).

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GIUSEPPE DI SALVO: LUCIA DI LAMMERMOOR AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO. STORIA DI TAGLI: PENE PER PENI PERDUTI E PER TORRI CASTRATE!

foto di IlBlog Giuseppe Di Salvo.PENE PER PENI PERDUTI!

LUCIA DI LAMMERMOOR DI GAETANO DONIZETTI AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO, UNA STORIA DI TAGLI: PENE PER PENI PERDUTI E PER TORRI CASTRATE. DA MANUALE DI PSICHIATRIA! IL “POINT D’ORGUE”? LA SCENA DI LUCIA CON LA GLASHARMONICA.

Ogni volta che si rappresenta Lucia di Lammermoor, capolavoro melodrammatico di Gaetano Donizetti, non si può fare a meno di rievocare gli storici tagli: tagli legati alle pene per l’assenza dell’amato pene o altri tagli musicali; e quasi sempre, ancora oggi, viene penalizzata quella sublime “Scena nella Torre di Wolferag” (altro simbolo diversamente fallico e  Vera Scena di autentica pazzia!), Atto Secondo, Scena Prima, in cui in piena tempesta con lampi e tuoni tendenti a rendere l’ambiente davvero romantico, si sviluppa il Gran Duetto fra Edgardo (tenore) ed Enrico (baritono): ci sono recitativi, arie e richiami belcantistici di grande spessore musicale che contribuiscono a dare il senso d’impeto all’intera opera e fanno venir fuori tutto l’odio che serpeggia negli animi dei due protagonisti; il primo è amante, riamato, di Lucia; il secondo, invece, è il fratello cattivo che per meri calcoli politici ed economici vuole porre fine alla vicenda amorosa che ha reso immortali sia Lucia sia Edgardo.

   Il taglio della sullodata Scena della Torre si è ripetuto mercoledì 30 marzo 2016 al Teatro Massimo di Palermo in occasione dell’ulteriore messa in scena dell’opera donizettiana.  Certamente un neo per l’accurata direzione del maestro Riccardo Frizza. Tenore e baritono dovrebbero firmare l’esecuzione di questa scena per contratto. Lo vuole il rispetto filologico che si deve al capolavoro del compositore di Bergamo ormai noto in tutto il mondo. Questi tagli finiscono per suscitare in  noi un interesse culturale più vicino a qualche manuale di psichiatria e non alla vicenda musicale ascoltata. Perché mai? Andiamo in ordine.

   Gaetano Donizetti e Salvatore Cammarano (librettista dell’opera) si rifanno alla storia narrata da Walter Scott nel suo romanzo “The bride of Lammermoor” (1819). Scott, invece, richiama una vicenda di crudo realismo verificatasi in Scozia nel XVII Secolo. Il vero nome di Lucia di Lammermoor è Janet Dalrymple, figlia del famoso, facoltoso giurista e statista sir James Dalrymple, uomo di grande intelletto sposato con una moglie austera ed altezzosa, Margaret Ross. Janet sin da piccolissima è innamorata del nobile decaduto lord Archibald Rutherford (Edgardo nell’opera di Donizetti). I due ragazzi da tempo progettano il loro futuro insieme.   I due giovani amanti come impegno di eterna fede, secondo la tradizione scozzese, spezzarono una moneta e ne tennero metà ciascuno: si trattava di un giuramento sacro che li univa in vita e anche oltre la loro esperienza terrena.  Ma la famiglia di Janet si oppose a questo matrimonio: essa, per ripristinare il loro vacillante patrimonio economico, decise di darla in sposa  a David Dunbar. Le proteste di Janet furono inutili. Il 24 agosto del 1669 fu costretta, suo malgrado, a sposare David.

   La notte nuziale venne caratterizzata da grida impressionanti provenienti dalla camera da letto degli sposi. Accorsero sia i familiari sia gli ospiti gozzoviglianti e al loro cospetto apparve Janet con la veste bianca insanguinata: no, non diede la sua verginità a David! Il giovane Lord David Dunbar giaceva riverso sul letto, era ancora vivo ma evidentemente dissanguato. Janet, armata di un affilato pugnale, aveva inferto a David la più atroce delle mutilazioni: David venne subito soccorso. Janet era in preda a dei vaneggiamenti: voleva il suo Archibald Rutherford con tutto il corpo e con la sua anima; Archibald non era ricco, ché anzi!, ma il vero amore di Janet per Archibald non si arrese mai alla condizione economica dell’amato: andava oltre ogni discriminazione! Janet morì il 12 settembre 1669 vittima di uno stato di cosiddetta follia. Il marito David le sopravvivrà e condurrà una vita ritirata con pochi fidati amici. Morirà il 28 marzo del 1682 per una caduta dal cavallo. Lord Archibald Rutherford sopravvisse pure a Janet: questi morirà nel 1685, dopo una vita passata in tristezza e solitudine.

   Tutta la vicenda non ricorda forse il più recente caso John Wayne Bobbitt (1967) e Lorena Gallo (1970), coppia americana sposatasi nel 1989? Che avvenne? Il 23 giugno del 1993 Lorena tagliò  il pene del marito mentre questi dormiva. Lorena si giustificò che il marito raggiungeva sempre l’orgasmo, lei no. La giuria la dichiarò non punibile per la sua infermità mentale.

   Ecco perché Lucia è, a tutti gli effetti, una storia di tagli. E chi non vive come giustamente vuole ricorre a forme di lucida pazzia per realizzare, nella de-realtà, ciò che non ha potuto vivere nella vita reale.  Il vero amore vuole seguire il suo corso. Si troverà negli anni futuri un regista che avrà il coraggio di far portare sulla scena, a Lucia o a Raimondo, la parte del pene mozzata di Arturo per toglierci il grigiore visivo di queste noiose regie che sanno di datato e di non più opportuna ipocrisia, mascherone gotico in cui si rifugia ancora il regista Gilbert Deflo con tutto il suo apparato di luci e costumi? Chi castrerà tale noia?!

   E invece, fuori da ogni rinnovato contesto filologico, continuano a tagliare la Scena della Torre sopra citata che è un capolavoro musicale di circa dieci minuti che dà senso all’intera opera di Donizetti e fa capire come mai Edgardo finisce la sua vicenda esistenziale nella parte esterna del Castello di Wolferag dove ci sono le Tombe dei Ravenswood, avi del protagonista.

Va precisato, come scrive Nicola Cipriani nel suo libro “Le tre Lucie”:

   -Lammermoor non è una località specifica, un paese, ma una breve catena di colline,  “le Lammermuir Hills” della Scozia sud-orientale, tra le Contee di Berwick e East Lothian. La torre di Wolf’s Crag o meglio i ruderi della torre insistono su queste colline, ma nel libretto essa è stata erroneamente indicata come “Torre di Wolferag”… (Op. cit. pagina 196, Zecchini Editore).

   Che dire ora dei cantanti, del Coro e dell’Orchestra della rappresentazione del 30 marzo 2016?

La direzione del maestro Riccardo Frizza ci è parsa particolarmente curata in tutta la dinamica espressiva (timpani, corni, flauto, arpa, violoncelli, fagotti… hanno avuto particolare incisività nella narrazione musicale): tanta grazia canora è emersa dal “Sestetto” con coro “Chi mi frena in tal momento?”; e abbiamo apprezzato anche i momenti esplosivi affidati all’orchestra e al Coro nel Concertato. Coro maschile assai incisivo nella narrazione iniziale e nei momenti di “giubilo” d’insieme ascoltato poi nel corso dell’opera: il tutto preparato con mirabile maestria, in ispecie negli accattivanti pianissimi, dal maestro Piero Monti.  Purtroppo, come detto, ci sono mancati i momenti graffianti delle sonorità codificate nella tempesta. Per questa ragione diamo al direttore un bel 7½.

   Una citazione a parte merita il maestro Sascha Reckert: musicalmente ci ha regalato il “point d’orgue” nell’accompagnare con la glasharmonica il soprano Elena Mosuc a partire dal Recitativo delirante “Il dolce suono…”: emissioni vitree provenienti dal gioco delicato dei polpastrelli sui diversi bicchieri, percezioni sonore che ci proiettavano in sfere surreali in cui si annida la mancata carezza che tutti ricerchiamo e, in definitiva, il Lucido Delirio; solo il flauto (dalla glasharmonica  sostituito nella Cadenza), citando la melodia “Verranno a te sull’aure”, ci riconduceva alla più comune realtà, ma erano solo richiami di sonora allucinazione per Lucia. Meritati applausi per Sascha Reckert, rimasto all’interno della buca orchestrale. Come mai non ha avuto gli onori del proscenio alla fine dell’opera?

   In questo contesto Elena Mosuc, cinquantaduenne soprano rumeno, si è inserita con un fraseggio assai dignitoso; dotata di un timbro molto bello che mostra tutta la sua magnificenza in taluni portamenti, non ha mostrato particolare attenzione al canto di agilità (gli stessi picchettati ci sono apparsi non molto fluidi); ma ha saputo disegnare  -fin dall’inizio, quando un concertino affidato all’arpa ce la presenta-  una Lucia assai tormentata e prossima al rifugio nel canto di soprano lirico, privo di particolari virtuosismi, Avanti Callas; nella zona sovracuta non abbiamo ravvisato forza drammatica e si sono ascoltate emissioni talvolta stridule, talaltra presto spezzate: dal punto di vista visivo paragonabili ad una tozza coda mozzata. Voto: 7.

   Il 39enne tenore Giorgio Berrugi nei panni di Edgardo? Si muove su una linea di canto gradevole, ma per niente svettante. Voce priva di squillo, ha dato un’interpretazione assai intimistica di Edgardo: si è apprezzato l’aspetto melanconico; manca quello eroico. Voto: 6½.

   E il baritono Marco Caria nel ruolo di Enrico, fratello di Lucia? Buona linea espressiva, canto pulito, timbro interessante, ci appare privo di spessore nei momenti drammatici; e con gesti della mano destra assai stereotipati e retrò. Voto: 7-. Il Raimondo del basso Luca Tittolo? Dignitoso e del tutto convenzionale, ma molto convincente dal punto di vista attoriale. Voto: 6+. I comprimari? Mediocri.

   Eppure avrei voluto sentire sia Berrugi sia Caria nel Duetto della Torre tagliato! Quelle brevi frasi di Edgardo appena percepibili nel fragore di tutta l’orchestra in tempesta! L’apparizione di Enrico… Qui viene sprigionata una vocalità in un contesto tendente a dipingere l’odio dei due personaggi: da ricordare. Già la dirompente potenza della tempesta orchestrale finisce per coinvolgere la vocalità di Edgardo quando intona: “Qui del padre ancora respira…”. Il canto finisce per scavare nel profondo Io dei due antagonisti e viene fuori, emanato da due animi che si odiano, con impressionante violenza espressiva, raggiungendo l’acme nella marziale stretta finale: “O sole, più ratto a sorgere t’appresta…”.

   Follia aver, ancora una volta, castrato questa bella scena! Altro che acciaro fra gl’inguini di Arturo! Si tratta di una mutilazione musicale peggiore di quella fisica. Ci appelleremo al Dimonio.

SUL SECONDO CAST: LA VOCE DELLA SIERRA PICCINA PICCINA PICCIO’!

Sabato 2 aprile 2016 -evitato il pesce di giorno 1 da taluni fattoci, dicendo che il Secondo Cast era migliore in ispecie nella voce femminile protagonista- abbiamo visto e ascoltato ancora una volta la Lucia, turno F. Ebbene, per la prima volta al Teatro Massimo abbiamo visto una Lucia bella, giovane e slanciata; ma la voce di Nadine Sierra è quella di un sopranino lirico piccino piccino picciò; non ha sfoggiato particolari agilità e negli acuti la voce si assottigliava notevolmente quasi a non percepirsi e a confinare con lo stridore sonoro. Crescerà! Ha 27 anni. Ma continuerà a fare Lucie? Noi glielo sconsigliamo. L’Edgardo del tenore Jean-François Borras era poco convincente e certo non superava per qualità vocali quello di Berrugi: il che è tutto dire! Il baritono Simone Del Savio (Enrico) appariva piuttosto agitato in scena, ma vocalmente dignitoso. Meglio il Primo Cast. Nell’attesa di un futuro gruppo di cantanti che ci regali l’eccellenza!

Bagheria, 2 aprile 2016

Giuseppe Di Salvo

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