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Archivio per la categoria ‘Memoria’

GIUSEPPE DI SALVO: CARNEVALE OGNI SESSO VALE”, 27 FEBBRAIO 1979: RIVOLUZIONE GAY DEL FUORI! DI PALERMO A BAGHERIA.

CARNEVALE OGNI SESSO VALE”, 27 FEBBRAIO 1979: RIVOLUZIONE GAY DEL FUORI! DI PALERMO A BAGHERIA. (3)
“La Matapolla, la nostra vecchia padrona di casa, incarnava ironicamente la regressione freudiana: era vestita da bambina col cestino e, dentro il cestino, portava due splendidi cazzi di pane”. (Giuseppe Di Salvo)

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GIUSEPPE DI SALVO: PRIMO AMORE? LA LIBERTÀ. IL RESTO VIENE DOPO, MOLTO DOPO!

PRIMO AMORE? LA LIBERTÀ. IL RESTO VIENE DOPO, MOLTO DOPO!

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GIUSEPPE DI SALVO: “CARNEVALE OGNI SESSO VALE”, 27 FEBBRAIO 1979: RIVOLUZIONE GAY DEL FUORI! DI PALERMO A BAGHERIA

“CARNEVALE OGNI SESSO VALE”, 27 FEBBRAIO 1979: RIVOLUZIONE GAY DEL FUORI! DI PALERMO A BAGHERIA. (2)
“Pina la sartina, vestita da damina francese, era una vera e propria delizia del travestimento”. (Giuseppe Di Salvo)

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GIUSEPPE DI SALVO: CARNEVALE OGNI SESSO VALE (CAPITOLO TERZO, LIBRO QUARTO, DELLA GLORIOSA STORIA DEL FUORI! DI PALERMO)

L’ARTICOLO DE “L’ORA” DEL 24 FEBBRAIO 1979.

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CARNEVALE OGNI SESSO VALE

(CAPITOLO TERZO, LIBRO QUARTO, DELLA GLORIOSA STORIA DEL FUORI! DI PALERMO)
Terza decade del mese di febbraio 1979. Il FUORI! di Palermo, in una delle solite riunioni del giovedì, decise di organizzare un grande evento: organizzare una festa in occasione dell’imminente Carnevale. Dove? Alla “Trattoria Graziella” di mio fratello Enzo a Bagheria. In modo assai spregiudicato, capimmo che dovevamo infiltrarci, senza alcun sinistro pregiudizio di sinistra, nella società dei consumi per creare significativi momenti aggregativi fra gay e società: qualsiasi pregiudizio si scrosta se si vivono momenti di altissimo bene non comune. Il volgare “Bene Comune” lo conoscevamo e non ci interessava. Ché anzi! Si rivelò una strategia azzeccatissima da parte dei militanti del FUORI! di Palermo. Conoscevamo, grazie a Ferrarotti e ad altri sociologi, le dinamiche espansive del Consumismo ultra-capitalistico. Ciò sarà dimostrato dalle numerose decine di persone, gay e non, che parteciperanno alla Terza Festa organizzata dal FUORI! di Palermo. Che titolo dare all’iniziativa? Semplice e con messaggio diretto: “CARNEVALE OGNI SESSO VALE!”.
Si trattò di un’iniziativa politica che non lasciò indifferenti le testate giornalistiche locali. Intuimmo che con questo evento, in prospettiva, si sarebbero creati i presupposti per altre manifestazioni più ricche di iniziative e con molta più partecipazione e coinvolgimento popolare. Il FUORI! di Palermo (ma anche quello di Torino non scherzava!) con queste iniziative festose doveva porsi, in prospettiva, come modello per altre speranze e azioni nonviolente di lotta. Le lucciole pasoliniane dovevano ritornare a brillare anche nella società non più contadina. Diramammo i nostri comunicati alla stampa locale per pubblicizzare la festa. L’unica testata a pubblicare in anticipo la notizia è stata “LORA” di sabato 24 febbraio 1979 con un significativo richiamo in prima pagina: “FESTA GAJ A BAGHERIA, ORGANIZZATA DAL FUORI! PER MERCOLDEDI’ PROSSIMO”. Si noti come venne scritta la parola “GAJ”: il termine GAY ancora non era del tutto familiare: come poteva esserlo? Se nel linguaggio quotidiano noi eravamo, in modo dispregiativo, degli “ARRUSI”? La stampa era lo specchio dei tempi. L’articolo informativo venne pubblicato a pagina 10. Non è firmato. Soprattitolo: “DAL FUORI PER MERCOLEDI’ “. Titolo: FESTA-SFIDA DI GAY A BAGHERIA.
Eccovi l’articolo:
“CARNEVALE, ogni sesso vale”. All’insegna di questo slogan il “Fuori” (l’organizzazione degli omosessuali) di Palermo ha organizzato per il 27 febbraio a Bagheria una grande festa. Vi parteciperanno tutti coloro che non hanno pregiudizi e un centinaio di omosessuali palermitani che hanno già prenotato i biglietti. L’incontro de Fuori è nello stesso tempo una sfida ad una società che, dicono, li ha discriminati ed una protesta. Uscendo allo scoperto il Fuori vuole porre, anche in modo clamoroso, la questione dei “diversi”, da sempre emarginati. Ma Carnevale, avvertono quelli del Fuori, non sarà solo un’azione politica, ma pure un divertimento vero, un “messaggio di pace e di amore”. Spiega Giuseppe Di Salvo, animatore del Fuori di Palermo. “Marcuse diceva che nei confronti degli omosessuali c’è un processo di tolleranza repressiva. Intendeva dire che la tolleranza oggi attuata nei nostri confronti è solo una tolleranza formale, ma limitata spesso alle sole classi abbienti, forse gli intellettuali. Ma la massa? La massa è ancora prigioniera d’antichi tabù, chiusa nella sua fobia. Né la stampa ha mai educato la gente in questo senso. Perché? Perché non intende sollevare il problema”.
Di Salvo dice che lo scopo degli omosessuali è quello di “farci conoscere ma non compatire. Non siamo ammalati né anormali. Hitler aveva ghettizzato gli omosessuali bollandoli con il triangolo rosa, come aveva bollato gli ebrei con la stella di David. Oggi la tolleranza formale si risolve in una repressione più insidiosa, perché travestita”. Quelli del Fuori citano alcuni esempi. L’articolo 28 del Codice militare esclude dagli impieghi pubblici chi viene congedato perché omosessuale o “deviato”. “Finché esisteranno norme come queste non si potrà parlare di tolleranza. A parte il fatto che questo articolo viene applicato diversamente a seconda che si tratti di un poveraccio o di un ricco. Per il primo c’è l’emarginazione definitiva, per l’altro il ricatto che dura quanto la leva militare”. Ma che cosa chiedono quelli del Fuori? Rispondono: “Esiste in natura un polimorfismo sessuale, ma l’uomo riesce ad eroticizzare solo alcune componenti. Siamo come mutilati fin dall’infanzia, quando ci proponiamo, violentandoci, un rito di iniziazione che educa solo all’eterosessualità. Un rito che affonda le sue radici nella storia paleocristiana, dove venivano perseguitati, assieme ai primi cristiani, anche gli omosessuali.
Eppure tutta la storia dei greci e dei romani, con Socrate e Platone, per alcuni esempi famosi, avrebbe dovuto portare a ben altre conclusioni. Ma la cultura cattolica ha poi prodotto questo”. Secondo Di Salvo, tuttavia, il Fuori ha la possibilità di cambiare questo costume, questa mentalità. “Siamo usciti allo scoperto, lasciando la clandestinità in cui la società vorrebbe condannarci. Questa festa servirà ad accelerare il mutamento di fondo che già si avverte anche qui da noi. Desideriamo una società aperta in cui sarà possibile incontrarsi e capirsi, oltre che amarsi”.
(Capitolo Terzo, Libro Quarto, della Gloriosa Storia del FUORI! di Palermo, Primo Movimento di Liberazione Gay nel Regno delle due Sicilie: e sempre audace editore da anni cercasi! Già si batte qualche colpo).
Bagheria 08/luglio/2017
Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: “IL SETTIMANALE DI BAGHERIA” PUBBLICA IL CAPITOLO PRIMO, LIBRO QUARTO, DELLA GLORIOSA STORIA DEL FUORI! DI PALERMO

“IL SETTIMANALE DI BAGHERIA” PUBBLICA IL CAPITOLO PRIMO DEL LIBRO IV DELLA GLORIOSA STORIA DEL FUORI! DI PALERMO: IL LIBRO QUARTO CONTIENE LA STORIA DELLE LOTTE DEL FUORI! DI PALERMO DEL 1979. GLI ALTRI TRE ANNI DI MILITANZA (1976, 1977, 1978) DAL SETTIMANALE SONO GIA’ STATI PUBBLICATI PRECEDENTEMENTE E POTETE TROVARE I CAPITOLI NEL MIO “BLOG TISCALI”.
“Il Settimanale di Bagheria”, già in tutte le più gay (e non) edicole di Bagheria, pubblica il Capitolo Primo, Libro Quarto, della Gloriosa Storia del FUORI! di Palermo. Riprende, dunque, una narrazione davvero epica dei pionieri palermitani del Movimento Gay che hanno preparato il terreno alle sfilate di massa, o Pride, di oggi. I Bagheresi sono i pochi privilegiati che, grazie al Settimanale, da anni, hanno potuto conoscere questa incisiva narrazione di coraggiose lotte. Non vi resta che “battere” nel cuore di queste edicole, comprare “Il Settimanale” per capire da dove tutti veniamo.
Nello stesso numero c’è anche una mia recensione della “Sinfonia in La” di Ildebrando Pizzetti: essa vi farà capire meglio i valori musicali del Fascismo e dell’Antifascismo, del paleofascismo e del neofascismo partitocratico. Si prendano d’assalto le Edicole, portatevi a mare “Il Settimanale”, sentirete attenuare anche il caldo e vi distraete, così, da ogni tagliente scirocco.
Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: MICHELE LIZZI, NEL 45° ANNIVERSARIO DELLA MORTE

PRIMAVERA LIZZIANA NEL 45° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DEL GRANDE COMPOSITORE AGRIGENTINO. DAL MIO ROMANZO INEDITO:
“DUE ANNI CON MICHELE LIZZI”
(PARTE SETTIMA)
VOCAZIONE PEDAGOGICA, IONE E “JE SUIS SEULE CE SOIR”: ALBA DEL 1971
Il 1971 presentava un’alba senza noia. Ma le tradizionali abitudini finiscono per incanalarsi sempre. Studiavo. Il sabato, finché dimoravo in via Napoli, rientravo a Bagheria. Visitavo i nonni materni (quelli paterni mai conosciuti, andati prima che io e i miei fratelli nascessimo), le zie e la mamma che dai nonni, suoi genitori, trovava rifugio. I miei fratelli li vedevo alla Trattoria “Croce di Malta”. Vi lavora anche mio zio Giuseppe, fratello di mio padre, militante comunista. La scena verificatasi con mio padre già l’ho raccontata . Al mio ballo di famiglia, preferivo le acrobazie degli atleti che animavano il Circo di Moira Orfei. Del rapporto fra i miei genitori ho parlato. Cercavo di tenermene alla larga. Fra sei mesi avrei festeggiato il mio 18° anno. Non sarebbe stata ancora la mia maggiore età. Allora si diventava maggiorenni a 21 anni. Come si vede, tutto è relativo e le leggi hanno valore territoriale e non universale. Sognavo di volare. Sognavo di fendere il cielo con una semplice bicicletta. Sognavo, appunto.
Ricordo bene quando subentrò in me la passione pedagogica: era la fine di gennaio 1971. Credo che essa sia stata stimolata dal maestro Lizzi. Forse era già in me. Ma con Michele venne fuori. Era in me. Divenne coscienza rivelata, giacché io non ho mai creduto all’inconscio. Mi piaceva aiutare i bambini in difficoltà a leggere. Ci riuscii seguendo alcuni miei cugini e in breve tempo. E la tv? Era un mezzo da me desiderato. Mi teneva in contatto col resto del mondo. Quando, alcuni anni prima, mio padre decise di comprarla, ci tassò: i figli maschi uscivamo una piccola quota ciascuno per pagare la rata mensile. Pagavamo i quattro maschi che lavoravamo, mio padre compreso. Mia sorella e mia madre non uscivano soldi. La guardavano. Mio padre chiamava ciò “collaborazione”.
Amavo andare al cinema, preferivo il peplum, attratto com’ero dai muscoli dei gladiatori, ma anche i film western. Mi schieravo da parte degli indiani, vale a dire dei pellerossa e coi popoli oppressi. Amavo Giuliano Gemma e il suo volto sfregiato e ombroso. Mi attraeva il viso di Greta Garbo in “Anna Karenina”. Mi rispecchiavo nel suo amore impossibile. Ma mai avevo pensato di risolvere i problemi passando dalla parte inferiore del treno; meglio prenderli i treni e cercare posti a sedere vuoti. Suicidio? Chi meglio della Callas ha pronunciato questa parola? Che altro? Gigliola Cinquetti aveva un posto nel mio cuore: ero attratto dalla sua ingenuità sentimentale mirante ad infrangersi: che cos’è “Non ho l’età” se non il desiderio di avere l’età per amare; e tutti gli amori hanno connotazioni romantiche. Leggevo il Diario di Anna Frank al lume di candela, per evitare di disturbare nonni e zie che dormivano. Mi sarebbe piaciuto andare sulla Luna, forse perché io sono nato di lunedì intorno alle ore otto.
Febbraio 1971. Si chiudeva il Primo Quadrimestre. Io andavo bene. Leggevo l’Iliade ed ero attratto dai miti. Carlo cantava all’Accademia di Santa Cecilia a Roma. Mi inviava francobolli dal Vaticano. Io gli inviavo qualche telegramma augurale. Già avevo capito il valore del risparmio. Meno male. I soldi servono. Fanno respirare meglio. Lo studio mi faceva valorizzare anche il tempo. Michele aveva tenuto la stanza nella Galleria delle Vittorie. Serviva. A fine febbraio la triste notizia: moriva la signora Baiardi, la donna che aveva affittato la stanza a Michele Lizzi. E sua figlia Ione? Destinata a fine ignota. Aveva problemi psichiatrici. Ma con me andava d’accordo e si divertiva pure. Spesso mi veniva a cercare nella stanza, mi destava passando la sua mano sul vetro della porta che era ruvido e creava un particolare rumore, un rumore simile a quello del tuono che svaniva. Sua madre diceva che era impazzita per amore. Ione amava cantare “Je suis seule ce soir”: somigliava a Léo Marjane sia nel timbro vocale sia nel viso! Morta la madre, di fatto, moriva anche la figlia. Fu così che Michele Lizzi lasciò quella stanza.

Bagheria, 2 aprile 2017
Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: PRIMAVERA LIZZIANA 2017 NEL 45° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI MICHELE LIZZI, GRANDE COMPOSITORE SICILIANO

PRIMAVERA LIZZIANA 2017 NEL 45° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI MICHELE LIZZI, GRANDE COMPOSITORE SICILIANO
ECCO LA PARTE SESTA DEL MIO ROMANZO INEDITO INTITOLATO:
“DUE ANNI CON MICHELE LIZZI”
ALTRE DIVAGAZIONI NELL’ATTESA DI RINNOVATE PRIMAVERE
Studiavo ed ero motivato. Amavo solfeggiare, anche se i primi giorni vissuti al Conservatorio mi avevano dato l’impressione di essere al manicomio. Non avevo mai visto solfeggiare prima. Osservavo tanti studenti che emettevano vocalizzi e vedevo mani oscillare a destra e a manca con ritmi per me del tutto nuovi. Tutto ciò stimolò in me una grande risata che attirò su di me l’attenzione della preside che mi richiamò. In seguitò mi amò, sì come mi amarono tutti gli altri insegnanti. Il maestro Michele Lizzi mi seguiva con amore negli studi. Era guida saggia e abile pedagogo. Ciò giovava alla mia mente e alla mia crescita. Ricominciavo una nuova vita, quella che avevo sempre desiderato. Iddio sa presentare sempre i suoi angeli nei momenti opportuni. Il maestro Lizzi non era mio padre, ma al pari di un padre seppe orientarmi: non credo avesse studiato psicologia dello sviluppo, non c’erano tracce di psicodidattica nel suo ricco lessico, me ne ricorderei. Ma sapeva leggere nella mente umana come sapeva tradurre in note sia il silenzio sia ogni evento sonoro presente nella realtà. E sapeva pure come codificare musicalmente il canto dell’anima.
Di Franco ho già parlato. Lavorava al Nord nelle vicinanze di Fiera di Primiero. Ci incontrammo una sera a Piazza Tredici Vittime: lì, si codificò per sempre la nostra rottura. Certo al maestro Lizzi non piacevano queste persone. Era gelosia? No, vedeva meglio di me l’imbroglio mentale delle persone non libere. Si fidava delle mie descrizioni. Dell’incontro col tenore Franzini ho già parlato.
Era un torello di razza. Occhio vivo e penetrante. Artista. Gradevolmente pazzo. Stare con lui era festa continua. L’erotismo danzava. Già io discriminavo alcune emozioni: il mio affetto autentico era tutto per Michele Lizzi; l’erotismo si posava su diversi corpi, mi appagava, non mi creava conflitti emotivi; l’amore, inteso come innamoramento? Conoscevo le cotte, ma l’innamoramento doveva avvenire molti anni dopo. Poi c’erano gli amici, tanti amici incontrati per caso, con cui avevamo attrazioni comuni e in comune.
Avvenne pure che il maestro Lizzi riuscì a leggere (io glielo avevo nascosto) il biglietto che il tenore Franzini mi aveva lasciato per vedere Fidelio al Teatro Massimo. Riportiamolo:

“Mio caro Giuseppe,
eccoti sistemato in “Palco Reale” con una bella poltrona. Il posto è assai bello ed unico -direi!- tanto più si tratta del palco più importante del teatro. Buon spettacolo. Divertiti e sappi che la mia interpretazione è interamente a te dedicata!
Ti aspetto dopo-
Ciao! Ti abbraccio affettuosamente,
Il tuo Carlo”.

Mi colpì il ruolo di Fidelio, era una donna travestita da uomo che cantava con voce di donna. Meraviglioso! Che desiderio di libertà esprimeva Fidelio! Che magia vederlo divenire Eleonora! La stessa magia che, decenni dopo, mi comunicherà l’Orlando di Virginia Wolf. Il tenore Franzini mi consegnò un’importante chiave vitale: quella che penetra in serrature invisibili e toglie la noia! I volti disegnati dal tenore Franzini (come pittore, lo ricordo ancora, si firmava Saturnino) erano ricchi di sensualità davvero religiosa, una sensualità legata alla nudità di volti e corpi di povera gente. Era mero espressionismo erotico abbigliato col colore. Il maestro Lizzi non si fidava di quell’uomo, lo avvertiva come un’insidia per me. Io ero tranquillo e sapevo che con Saturnino non avevo futuro. Vivevo bene ogni dono del presente. Solo Michele Lizzi mi annullava il comune senso di intendere il tempo. Spesso gli sentivo dire: “Finché dura dura”; l’allievo assorbiva, anzi quell’affermazione da sempre viveva. Michele capiva. Al senso di protezione, credo, subentrò in lui, nei miei confronti, anche tanta ammirazione. Ne provava gioia. Si acquietava. Io ero uccello ribelle: emotivamente avevo preso il mio volo. Almeno in questo mi ero saputo orientare in piena autonomia. L’esperienza forma ciò che la realtà tende a deformare.

Bagheria, 30 marzo 2017
Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: IL CONSERVATORIO DI PALERMO E LA DAMNATIO MEMORIAE CONTRO MICHELE LIZZI, IL PIU’ GRANDE COMPOSITORE SICILIANO DELLA SECONDA META’ DEL XX SECOLO!

IL CONSERVATORIO DI PALERMO VINCENZO BELLINI CAMBIERA’ NOME? LA “DAMNATIO MEMORIAE” NEI CONFRONTI DI GIUSEPPE MULE’ E MICHELE LIZZI!
Mutatis mutandis: pare che il nome del compositore catanese, noto in tutto il mondo, Vincenzo Bellini non convinca più i dirigenti odierni del Conservatorio palermitano: si pensa di rinomarlo col rinnovato e più antico, ma anche meno rappresentato, nome del compositore Alessandro Scarlatti: ma siamo poi così sicuri se questo compositore, certo importante, della Scuola Napoletana, sia nato a Palermo, giusto per non disturbare i Trapanesi? Ricaviamo queste notizie da un articolo apparso su Repubblica dell’1 febbraio 2017, pagine palermitane, un articolo di notizie risapute, certo utili alla Grande Ignoranza: per quella ci deve essere sempre grande tempo dilatato. Nell’articolo citato per ricordare i 400 anni dalla nascita del Conservatorio non vengono citati due grandi compositori illustri, certo dalla cultura sedicente antifascista dominante destinati alla “damnatio memoriae”: si tratta del compositore termitano Giuseppe Mulè, che del Conservatorio fu prestigioso direttore; l’altro nome assente è l’agrigentino Michele Lizzi che fu docente di composizione polifonica proprio al conservatorio Vincenzo Bellini fino alla sua morte avvenuta nel 1972; e senza alcun dubbio, con Bellini, il compositore siciliano più grande di tutti i tempi!
Come mai queste omissioni? Semplice: i trovatelli della finta ignoranza, in ispecie a sinistra, non mancano mai: ecco perchè anche a Palermo BISOGNA CAMBIARE pure il sonoro corso delle note!!! Per evitare neofascisti silenzi!

Bagheria 1 febbraio 2017

Giuseppe Di Salvo

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MARCELO KAIROS PUPELLA E I PIONIERI DEL FUORI! E DELLA PRIMISSIMA ARCI-GAY!!!

 LA GIOIA DI MARCELLO KAIROS PUPELLA  28 dicembre alle ore 14:05 · Monreale·
 ”I pionieri” alla Taverna del Pavone, con Salvo Scardina, Giuseppe Di Salvo, Massimo Milani, Enzo Scimonelli, Franco Lo Vecchio, Lorenzo Canale e Gino Campanella ????
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LORENZO CANALE: I PIONIERI DEL MOVIMENTO LGBTI “IN LIBERA USCITA”!

28 Dicembre 2016 – Monreale
I Pionieri del movimento LGBTI di Palermo “in libera uscita”
Oggi ho avuto il grande onore – e prima ancora il grande piacere – di poter assistere ad un emozionante incontro: Salvatore Scardina, Giuseppe Di Salvo, Gino Campanella, Massimo Milani ed Enzo Scimonelli hanno incontrato, dopo decenni, Franco Lo Vecchio di passaggio in Sicilia per le vacanze d’inverno. Con loro l’amico Mimmo. Per me, tra l’altro, oggi è stato il primo incontro con Lo Vecchio, persona con cui tanto ho dialogato e con cui tanto mi sono confrontato in merito ad alcuni passaggi storici della comunità LGBTI e non solo di quelli.
Io entusiasta e curioso intruso ascoltavo e godevo delle loro esperienze. Io presente perché, per singolari casi della vita, alcuni dei fondatori del “Fuori!” di Palermo (1976) e della prima Arci-Gay d’Italia (1981, quella rigorosamente con l’amato e odiato trattino), hanno deciso di rivedersi presso la Taverna del Pavone del mio amore Marcello, con la richiesta golosa di una braciola casareccia al sugo, domanda nata casualmente da un post di Di Salvo che, tra apprezzamenti e boutade, divenne l’input per un pranzo assieme :-)
L’emozione ha fatto spazio, praticamente da subito, al divertimento: aneddoti di alta politica e di prassi reale nel confrontarsi con chi doveva essere interlocutore politico, battaglie viste con l’occhio della distanza e dell’ironia, episodi di vita quotidiana di comunità, passi lenti e veloci slanci, crescite. Alcuni fatti erano a me già noti, altri ancora sconosciuti, come quella della denuncia presentata nel 1980, tra la sorpresa, le facce scandalizzate, lo sbigottimento degli agenti presenti in questura, contro Karol Wojty?a “in arte Giovanni Paolo II” (come fecero scrivere nella denuncia) per aver dato alle persone omosessuali la definizione di moralmente disonesti.
Un pranzo conviviale, goliardico, spensierato in cui si facevano spazio, tra le risate e i ricordi, belle riflessioni di chi ha fatto, ha dato, fa e dà.
Alla fine, dopo l’antipasto rustico, la braciola casereccia e i dessert, un’altra sorpresa: direttamente portate da Lo Vecchio e da Totò dalla loro Sambuca di Sicilia, un vassoio di “Minni di vergini” (seni di vergine), il tipico dolce sambuchese di bontà indescrivibile.
Per quanto io abbia avuto modo di incontrare tanti nostri padri e tante nostre madri, per quanto io abbia avuto modo di parlare, intervistare, riflettere con quasi tutti e tutte loro, mai dimenticherò l’esperienza di oggi: ritrovarmi con la storia, tra la storia, interagente con la storia. E solo i grandi, chi è sicuro di ciò che ha dato, di ciò che ha donato agli altri, ha la capacità di rapportarsi al pari con chi ha sete di sapere e di apprendere, anche attraverso le sincere risate di questo giorno.
Grazie.
Lorenzo.
(foto composta partendo da foto di Marcello Pupella che ringrazio)

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