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GIUSEPPE DI SALVO: MICHELE LIZZI, IL MINISTRO ALFANO, LA MUSICOLOGIA CHE SOSTIENE IL COMPOSITORE AGRIGENTINO E “PANTEA”

MICHELE LIZZI, IL MINISTRO ALFANO, LA MUSICOLOGIA CHE SOSTIENE IL COMPOSITORE AGRIGENTINO E “PANTEA”, CAPOLAVORO MUSICALE DEL TEATRO LIRICO, DA RAPPRESENTARE NELLA VALLE DEI TEMPLI!
Ogni appartenenza politica è degna di rispetto. La democrazia si fonda sul pluralismo. Anche l’arte è un valore democratico ed è espressione plurale. Il maestro Lizzi non era di sinistra, nè, posso assicurarlo, era fascista. Era cattolico e aveva punti di riferimento nell’aria Democratica Cristiana…. Ma dalla politica militante si teneva lontano. E’ stato un grande compositore siciliano, fra i più grandi. I nostri conterranei vanno eseguiti e rappresentati tutti per il grande valore artistico ed estetico da loro espresso. A valutare ci pensa la gente. Circa 45 anni di silenzio, voluto silenzio, su Michele lizzi la dicono lunga sul modo di gestire i nostri Teatri, sì quelli siciliani in primo luogo. Ad Agrigento si sono fatte brillanti iniziative da parte di musicologhe, come Angella Bellia; e pianiste, come Rita Capodicasa e la signora Maria Rita Pellitteri. Ma il ministro Alfano conta qualcosa? Perchè, come sottolineato da grandi musicologi (leggasi anche Carapezza) non si interessa per fare rappresentare Pantea nella Valle di Templi? Come eleverebbe il suo potere e la sua statura, e non solo quella di ministro! Abbiamo grandi orchestre in Sicilia. Sanno come spostarsi. Vanno a Tokio. Come mai non sanno arrivare nella Valle dei Templi?

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GIUSEPPE DI SALVO: MICHELE LIZZI, NEL 45° ANNIVERSARIO DELLA MORTE

PRIMAVERA LIZZIANA NEL 45° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DEL GRANDE COMPOSITORE AGRIGENTINO. DAL MIO ROMANZO INEDITO:
“DUE ANNI CON MICHELE LIZZI”
(PARTE SETTIMA)
VOCAZIONE PEDAGOGICA, IONE E “JE SUIS SEULE CE SOIR”: ALBA DEL 1971
Il 1971 presentava un’alba senza noia. Ma le tradizionali abitudini finiscono per incanalarsi sempre. Studiavo. Il sabato, finché dimoravo in via Napoli, rientravo a Bagheria. Visitavo i nonni materni (quelli paterni mai conosciuti, andati prima che io e i miei fratelli nascessimo), le zie e la mamma che dai nonni, suoi genitori, trovava rifugio. I miei fratelli li vedevo alla Trattoria “Croce di Malta”. Vi lavora anche mio zio Giuseppe, fratello di mio padre, militante comunista. La scena verificatasi con mio padre già l’ho raccontata . Al mio ballo di famiglia, preferivo le acrobazie degli atleti che animavano il Circo di Moira Orfei. Del rapporto fra i miei genitori ho parlato. Cercavo di tenermene alla larga. Fra sei mesi avrei festeggiato il mio 18° anno. Non sarebbe stata ancora la mia maggiore età. Allora si diventava maggiorenni a 21 anni. Come si vede, tutto è relativo e le leggi hanno valore territoriale e non universale. Sognavo di volare. Sognavo di fendere il cielo con una semplice bicicletta. Sognavo, appunto.
Ricordo bene quando subentrò in me la passione pedagogica: era la fine di gennaio 1971. Credo che essa sia stata stimolata dal maestro Lizzi. Forse era già in me. Ma con Michele venne fuori. Era in me. Divenne coscienza rivelata, giacché io non ho mai creduto all’inconscio. Mi piaceva aiutare i bambini in difficoltà a leggere. Ci riuscii seguendo alcuni miei cugini e in breve tempo. E la tv? Era un mezzo da me desiderato. Mi teneva in contatto col resto del mondo. Quando, alcuni anni prima, mio padre decise di comprarla, ci tassò: i figli maschi uscivamo una piccola quota ciascuno per pagare la rata mensile. Pagavamo i quattro maschi che lavoravamo, mio padre compreso. Mia sorella e mia madre non uscivano soldi. La guardavano. Mio padre chiamava ciò “collaborazione”.
Amavo andare al cinema, preferivo il peplum, attratto com’ero dai muscoli dei gladiatori, ma anche i film western. Mi schieravo da parte degli indiani, vale a dire dei pellerossa e coi popoli oppressi. Amavo Giuliano Gemma e il suo volto sfregiato e ombroso. Mi attraeva il viso di Greta Garbo in “Anna Karenina”. Mi rispecchiavo nel suo amore impossibile. Ma mai avevo pensato di risolvere i problemi passando dalla parte inferiore del treno; meglio prenderli i treni e cercare posti a sedere vuoti. Suicidio? Chi meglio della Callas ha pronunciato questa parola? Che altro? Gigliola Cinquetti aveva un posto nel mio cuore: ero attratto dalla sua ingenuità sentimentale mirante ad infrangersi: che cos’è “Non ho l’età” se non il desiderio di avere l’età per amare; e tutti gli amori hanno connotazioni romantiche. Leggevo il Diario di Anna Frank al lume di candela, per evitare di disturbare nonni e zie che dormivano. Mi sarebbe piaciuto andare sulla Luna, forse perché io sono nato di lunedì intorno alle ore otto.
Febbraio 1971. Si chiudeva il Primo Quadrimestre. Io andavo bene. Leggevo l’Iliade ed ero attratto dai miti. Carlo cantava all’Accademia di Santa Cecilia a Roma. Mi inviava francobolli dal Vaticano. Io gli inviavo qualche telegramma augurale. Già avevo capito il valore del risparmio. Meno male. I soldi servono. Fanno respirare meglio. Lo studio mi faceva valorizzare anche il tempo. Michele aveva tenuto la stanza nella Galleria delle Vittorie. Serviva. A fine febbraio la triste notizia: moriva la signora Baiardi, la donna che aveva affittato la stanza a Michele Lizzi. E sua figlia Ione? Destinata a fine ignota. Aveva problemi psichiatrici. Ma con me andava d’accordo e si divertiva pure. Spesso mi veniva a cercare nella stanza, mi destava passando la sua mano sul vetro della porta che era ruvido e creava un particolare rumore, un rumore simile a quello del tuono che svaniva. Sua madre diceva che era impazzita per amore. Ione amava cantare “Je suis seule ce soir”: somigliava a Léo Marjane sia nel timbro vocale sia nel viso! Morta la madre, di fatto, moriva anche la figlia. Fu così che Michele Lizzi lasciò quella stanza.

Bagheria, 2 aprile 2017
Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: PRIMAVERA LIZZIANA 2017 NEL 45° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI MICHELE LIZZI, GRANDE COMPOSITORE SICILIANO

PRIMAVERA LIZZIANA 2017 NEL 45° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI MICHELE LIZZI, GRANDE COMPOSITORE SICILIANO
ECCO LA PARTE SESTA DEL MIO ROMANZO INEDITO INTITOLATO:
“DUE ANNI CON MICHELE LIZZI”
ALTRE DIVAGAZIONI NELL’ATTESA DI RINNOVATE PRIMAVERE
Studiavo ed ero motivato. Amavo solfeggiare, anche se i primi giorni vissuti al Conservatorio mi avevano dato l’impressione di essere al manicomio. Non avevo mai visto solfeggiare prima. Osservavo tanti studenti che emettevano vocalizzi e vedevo mani oscillare a destra e a manca con ritmi per me del tutto nuovi. Tutto ciò stimolò in me una grande risata che attirò su di me l’attenzione della preside che mi richiamò. In seguitò mi amò, sì come mi amarono tutti gli altri insegnanti. Il maestro Michele Lizzi mi seguiva con amore negli studi. Era guida saggia e abile pedagogo. Ciò giovava alla mia mente e alla mia crescita. Ricominciavo una nuova vita, quella che avevo sempre desiderato. Iddio sa presentare sempre i suoi angeli nei momenti opportuni. Il maestro Lizzi non era mio padre, ma al pari di un padre seppe orientarmi: non credo avesse studiato psicologia dello sviluppo, non c’erano tracce di psicodidattica nel suo ricco lessico, me ne ricorderei. Ma sapeva leggere nella mente umana come sapeva tradurre in note sia il silenzio sia ogni evento sonoro presente nella realtà. E sapeva pure come codificare musicalmente il canto dell’anima.
Di Franco ho già parlato. Lavorava al Nord nelle vicinanze di Fiera di Primiero. Ci incontrammo una sera a Piazza Tredici Vittime: lì, si codificò per sempre la nostra rottura. Certo al maestro Lizzi non piacevano queste persone. Era gelosia? No, vedeva meglio di me l’imbroglio mentale delle persone non libere. Si fidava delle mie descrizioni. Dell’incontro col tenore Franzini ho già parlato.
Era un torello di razza. Occhio vivo e penetrante. Artista. Gradevolmente pazzo. Stare con lui era festa continua. L’erotismo danzava. Già io discriminavo alcune emozioni: il mio affetto autentico era tutto per Michele Lizzi; l’erotismo si posava su diversi corpi, mi appagava, non mi creava conflitti emotivi; l’amore, inteso come innamoramento? Conoscevo le cotte, ma l’innamoramento doveva avvenire molti anni dopo. Poi c’erano gli amici, tanti amici incontrati per caso, con cui avevamo attrazioni comuni e in comune.
Avvenne pure che il maestro Lizzi riuscì a leggere (io glielo avevo nascosto) il biglietto che il tenore Franzini mi aveva lasciato per vedere Fidelio al Teatro Massimo. Riportiamolo:

“Mio caro Giuseppe,
eccoti sistemato in “Palco Reale” con una bella poltrona. Il posto è assai bello ed unico -direi!- tanto più si tratta del palco più importante del teatro. Buon spettacolo. Divertiti e sappi che la mia interpretazione è interamente a te dedicata!
Ti aspetto dopo-
Ciao! Ti abbraccio affettuosamente,
Il tuo Carlo”.

Mi colpì il ruolo di Fidelio, era una donna travestita da uomo che cantava con voce di donna. Meraviglioso! Che desiderio di libertà esprimeva Fidelio! Che magia vederlo divenire Eleonora! La stessa magia che, decenni dopo, mi comunicherà l’Orlando di Virginia Wolf. Il tenore Franzini mi consegnò un’importante chiave vitale: quella che penetra in serrature invisibili e toglie la noia! I volti disegnati dal tenore Franzini (come pittore, lo ricordo ancora, si firmava Saturnino) erano ricchi di sensualità davvero religiosa, una sensualità legata alla nudità di volti e corpi di povera gente. Era mero espressionismo erotico abbigliato col colore. Il maestro Lizzi non si fidava di quell’uomo, lo avvertiva come un’insidia per me. Io ero tranquillo e sapevo che con Saturnino non avevo futuro. Vivevo bene ogni dono del presente. Solo Michele Lizzi mi annullava il comune senso di intendere il tempo. Spesso gli sentivo dire: “Finché dura dura”; l’allievo assorbiva, anzi quell’affermazione da sempre viveva. Michele capiva. Al senso di protezione, credo, subentrò in lui, nei miei confronti, anche tanta ammirazione. Ne provava gioia. Si acquietava. Io ero uccello ribelle: emotivamente avevo preso il mio volo. Almeno in questo mi ero saputo orientare in piena autonomia. L’esperienza forma ciò che la realtà tende a deformare.

Bagheria, 30 marzo 2017
Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: MICHELE LIZZI NEL 45° ANNIVERSARIO DELLA MORTE

DUE ANNI CON MICHELE LIZZI (PARTE QUINTA) L’INCONTRO COL TENORE CARLO FRANZINI, SATURNINO
LA MORTE DEL MAESTRO LIZZI AVVENNE DI VENERDI’: ERANO LE ORE 10:00, IN UNA CLINICA DI MESSINA IL 31 MARZO 1972. SONO PASSATI 45 ANNI. PER LUI NON CI SARA’ MAI SILENZIO DI MEMORIA. PUBBLICO OGGI LA PARTE QUINTA DI UN MIO ROMANZO INEDITO. INTITOLATO:
DUE ANNI CON MICHELLE LIZZI (PARTE QUINTA)
L’INCONTRO COL TENORE CARLO FRANZINI, SATURNINO
Era quasi deserta via Maqueda quel giorno di tiepido sole del lontano 16 dicembre 1970, quando avviandomi a casa verso via Napoli -venivo da via Cavour e già avevo alle spalle il Teatro Massimo- sul marciapiede opposto notai, nel suo chiaro splendore e aitante incedere, una persona, intorno ai cinquanta anni portati in modo davvero giovanile, camminare con passo lesto in direzione opposta alla mia. Con gli occhi ci si notò a vicenda, entrambi avevamo il portamento dei filosofi peripatetici e proiettavamo per la via un silenzio conoscitivo che solo le menti degli artisti ne potevano captare i reconditi significati… Sì, c’era allora un bel clima invernale a Palermo che invitava agli incontri, al sapere e alla… conoscenza.
Mi fermai un po’ prima della Galleria delle Vittorie e mi girai a guardare quell’uomo elegante e singolare che avevo con lo sguardo incrociato; dall’altra parte i suoi ritmi corporei fecero la stessa cosa. I nostri sorrisi, nella breve distanza, fendevano l’aria. Quell’uomo, che già mi sembrava conoscere, mi venne incontro con piglio assai delicato e m’invitò a cantare il motivetto che io fischiettavo camminando: l’aveva percepito e n’era rimasto ammaliato. Sì, fischiettavo il “Valzer di Musetta” dalla “Bohème” di Puccini. Ma quella melodia espressa col mio modo di fischiare soave per quell’uomo era canto con precise parole: “Quando men vo,/ quando men vo soletta per la via,/ la gente sosta e mira/ e la bellezza mia tutta risplende in me/ da capo a pie’…” Io ridevo e non potevo cantare. E lui subito disse: “Sapessi quante volte ho cantato quell’opera!” Si considerava un bohémien. Mi chiese cosa io facessi, gli risposi che studiavo. Poi si presentò: “Sono il tenore Carlo Franzini. Sto andando al Teatro Massimo. Sono impegnato nel ruolo di Jaquino nel Fidelio di Beethoven, la prima andrà in scena fra due giorni, e precisamente il 18 dicembre 1970.” Avrei voluto vederlo in scena e ascoltarlo cantare. Mi disse in quale hotel abitava, invitandomi ad andarlo a trovare. Cosa che naturalmente realizzai alcune ore dopo. M’invitò anche alla Prima di quel Fidelio. Nacque così la nostra amicizia.
Io marciavo verso i diciotto anni. La nostra amicizia durerà per più di un lustro. Quando Carlo rientrava a Milano nella sua mansarda artistica “La Bohème di Saturnino” (sì, con quel nome -Saturnino- firmava i suoi interessanti quadri, visto che era anche un affermato e apprezzato pittore!) o cantava nei vari teatri d’opera sparsi in Italia, mi scriveva. E io gli rispondevo con affetto. Conservo tantissime sue lettere, cartoline illustrate, telegrammi, ritagli di giornali con recensioni relative al suo canto o alla sua pittura da lui a me indirizzati: sono gemme culturali e umane da me custodite in appositi forzieri. A Bagheria lo vidi per l’ultima volta negli anni Ottanta. A Milano, io ero con Enzuccia Ventimiglia, invece nell’inverno del 1994, sempre nella sua artistica mansarda di Piazza Duomo, n. 21.
Poi ci fu tanto silenzio. Appresi da Internet che se n’era andato a fine gennaio del 2003, ricavai la triste notizia da un breve articolo di cronaca, pagina milanese, del “Corriere della Sera”. Non conosco la sua data di nascita, ma credo che il mio amico tenore sia vissuto per oltre ottant’anni. Che mi resta di Carlo? L’abbraccio amicale e molto stretto di un vero Gladiatore assai forte: un carattere roccioso, spigoloso, fuori da ogni umano schema; ma generoso, attento a capire l’animo altrui, rispettoso, geniale e, diciamolo, piuttosto virile! Conservo due suoi dipinti creati per me di getto: uno riproduce “Gerarchie ecclesiastiche” (abbondavano nella sua produzione pittorica!), l’altro una triste immagine di Venezia (da salvare!, amava ripetermi): entrambi con dedica, risalgono proprio ai primi mesi del 1971, rappresentano il battesimo del nostro incontro avvenuto nel mese di dicembre, 1970. Carlo Franzini era un bravo tenore lirico e, talvolta, anche lirico spinto. La voce era chiara e piuttosto squillante con venature espressive ricche di grazia. La sua emissione veniva fuori con sfumature ben curate: nel suo canto si coglieva la sapienza cromatica del pittore. Sul Blog Tiscali a me intestato e su Facebook ho riportato la sua “Serenata” tratta dal balletto “Pulcinella” di Pergolesi-Stravinsky. Perché mai? Sempre a Palermo, pochi giorni dopo il nostro incontro in via Maqueda, e precisamente il 4 gennaio 1971, Carlo mi regalò il disco della Decca con l’incisione completa di Pulcinella, balletto di Stravinsky. Lui era il tenore, dirigeva l’Orchestra della Suisse Romande Ernest Ansermet. Appose sulla copertina del disco la seguente dedica: “Al caro Giuseppe ricordando il nostro incontro palermitano e la nostra sincera e schietta amicizia.”
Cosa canta il tenore in questa breve “Serenata”? Riportiamo le parole: “Mentre l’erbetta pasce l’agnella,/ pasce l’agnella, sola soletta la pastorella/ tra fresche frasche/ per la foresta cantando va.” La “foresta” rappresentava per noi i tanti volti umani che, incontrandosi, si ignorano. Io e Carlo, invece, incontrandoci -con la magia delle nostre pupille- abbattevamo il muro dell’incomunicabilità e della solitudine di chi vaga da solo per le vie della città, ossia fra le “fresche frasche”. Ma, per comprendere meglio, vi invito a conoscere tutto il citato balletto di Stravinsky. Eravamo due cuori d’artista (io ancora in erba) e abbiamo reso davvero caldi molti di quei freddi giorni del lontano inverno 1970/1971. Questo incontro fra artisti non si poteva lasciare nei freddi meandri dell’oblio. E mi sento così accrescere l’onore di ricordare ai posteri la mia amicizia col tenore Franzini: lunga vita alla Sua Memoria e alla vita futura delle nostre toccanti memorie!
E il maestro Lizzi? Solo tempo dopo saprà di questo neonato rapporto. A lui niente toglieva. Ma la Signora Gelosia ha diverse facce ed è legata alle persone umane. Solo i geni riescono a gestirla con dignità. E genio, il maestro Michele Lizzi, lo era! Di questo livello non ne ho più incontrati. Lui me lo ha sempre augurato. Io ho conosciuto un santo. Dopo Michele Lizzi, non mi è più successo.
DOMENICA 3 GENNAIO 1971, ORE 20:05
Ecco l’Anno Nuovo! Nuovo? Passato Natale. Ben digerito Capodanno. Che botti all’interno di un hotel palermitano in Corso Vittorio Emanuele col Tenore Franzini! In questi giorni ho visto Franco. Storia chiusa. Natale-Capodanno hanno avuto un solo nome: Carlo Franzini! Col maestro Michele Lizzi per ora ci si vede raramente. Ci sono nuvole. Passeranno? Lui è altrove a pensarmi. Forse a Messina dai suoi. Io lo penso pure. Gli voglio bene. Ma il mio corpo, prossimo ai diciotto anni, è sorgente di desideri che mirano all’appagamento. E amo studiare al pari dell’interesse che ho per i giochi erotici. La mia famiglia? L’erotismo coniugale, lì, da tempo è morto. Pranzo alla trattoria gestita da mio fratello Enzo e da mio padre. Di pomeriggio vado a casa dei nonni materni. Vi trovo mia madre che non vedo da una settimana. Festa d’affetti. A sera ritorno in trattoria, mio padre non c’era. Non era lì neanche di mattina. Dopo un po’ squilla il telefono. Rispondo. Dall’altra parte della cornetta sento queste parole emesse con furore: -Cornuto, disgraziato tu e i tuoi fratelli… Era mio padre. Non capivo il perché di quelle carezze verbali. Ed eccolo arrivare come una furia in trattoria. Vuole picchiarmi. Io scappo. Mi rincorre per le strade da poco illuminate dalle luci accese in città. Ma non riesce ad acchiapparmi. Questa volta sono io a dargli del cornuto. A diciassette anni e mezzo ero velocissimo. Ho sempre amato correre. Mio padre, quarantasettenne (è nato nel 1924) non poteva competere, tenuto conto anche di come oscillava i piedi: fa pensare all’orologio che segna le nove e un quarto. Si ritira, anche perché s’era un po’ vergognato per come lo guardava la gente. Vado dai nonni. Racconto l’episodio. In quella casa, io e i miei fratelli e mia madre, abbiamo sempre trovato ostello. E i posti a dormire si creavano con una fantasia tipica della sapienza popolana. Che meraviglia! Non mi restava che aspettare la riapertura delle scuole, dopo le vacanze natalizie. Avevo voglia di ritornare a studiare.
DOMENICA 31 GENNAIO 1971, ORE 16:00
Confesso i mie segreti. Non tutti, naturalmente. Dopo la lite con mio padre ho dovuto lasciare l’abitazione-pensione di Palermo. Ero minorenne, anche se prossimo ai diciotto anni. Mio padre ebbe toni un po’ duri anche col maestro Lizzi che pagava il mio alloggio a Palermo: via Napoli, stanza sulla Galleria delle Vittorie. Da un lato c’era tanta ipocrisia e rivalse a mio danno da parte di mio padre per l’infelice rapporto coniugale che aveva sempre avuto con mia madre; dall’altro c’eravamo noi, io e il maestro Lizzi, con un rapporto molto sereno, ma dirompente nei confronti delle maschere ipocrite, dei pettegoli, delle ritorsioni di mio padre nei miei confronti: io mi rifiutavo di testimoniare in suo favore al tribunale per i maltrattamenti da lui attuati contro mia madre; in quella assurda violenza era davvero lesto! Erano i miei genitori. E lui, uomo assai complicato, era mio padre! Continuavo a frequentare il Conservatorio Vincenzo Bellini (vi era una Scuola Media annessa e per applicazione tecnica si studiava uno strumento musicale, io avevo scelto il pianoforte). Viaggiavo ogni giorno. Studiavo di notte. Mamma e zia Nunzia mi regalavano qualcosa per il viaggio. Ho visto il maestro Lizzi una volta in questo animato periodo. Ma quale mio periodo non era animato? Michele ha voluto che tutti i rapporti trovassero una formale armonia. Dovevamo recitare anche fuori dal teatro. La verità, talvolta, deve chiedere aiuto alle maschere e alle finzioni. Il 19 gennaio 1971 ho visto, grazie al maestro Lizzi, Sigfrido di Richard Wagner. Il tenore era Jean Cox, dirigeva Lovro Von Matacic. Michele mi ha regalato sia il libretto in Italiano sia il Programma di sala che conservo fra i miei cari ricordi. Come si vede, cominciavo ad iniziarmi alla musica con opere non proprio popolari e legate al repertorio tedesco: sceglievo compositori con cui avevo qualcosa in comune. Quoi? Non è difficile a capirsi. Io lo dovevo capire moltissimi anni dopo. Lì per lì ero semplicemente interessato ad approfondire il mito del Nibelungo. Ero attratto dalla figura di Sigfrido, personaggio letterario studiato a scuola nelle pagine antologiche; si trattava di arricchire il mio interesse legato alla letteratura. Con Angelo il Tirrichitì ero stato a vedere il Circus on Ice di Moira Orfei a Palermo: quanto mi sono divertito! Pensavo che il rapporto dei miei era da sciogliere per sempre per il bene di tutti. Fra loro due la tensione era sempre intensa tensione. A scuola andavo bene. Prendevo incoraggianti voti. Ma che fatica alzarmi presto la mattina per prendere l’autobus per Palermo! Ricevevo missive dal tenore Franzini. Mi pensava. Viveva dei ricordi del nostro incontro palermitano. Chi potrà mai dimenticarlo? E’ sera: ho voglia di andare al cinema con Angelo; lo faremo verso le ore diciannove. Poi vedrò in tv l’ultima puntata di “Guerra e pace”. E’ proprio vero: la felicità di ogni persona è legata ai suoi legami amorosi e il vero amore non è legato a nessun genere, ma ogni genere e orientamento alimenta.
Bagheria, 31/03/2017
Giuseppe Di Salvo
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GIUSEPPE DI SALVO: IL CONSERVATORIO DI PALERMO E LA DAMNATIO MEMORIAE CONTRO MICHELE LIZZI, IL PIU’ GRANDE COMPOSITORE SICILIANO DELLA SECONDA META’ DEL XX SECOLO!

IL CONSERVATORIO DI PALERMO VINCENZO BELLINI CAMBIERA’ NOME? LA “DAMNATIO MEMORIAE” NEI CONFRONTI DI GIUSEPPE MULE’ E MICHELE LIZZI!
Mutatis mutandis: pare che il nome del compositore catanese, noto in tutto il mondo, Vincenzo Bellini non convinca più i dirigenti odierni del Conservatorio palermitano: si pensa di rinomarlo col rinnovato e più antico, ma anche meno rappresentato, nome del compositore Alessandro Scarlatti: ma siamo poi così sicuri se questo compositore, certo importante, della Scuola Napoletana, sia nato a Palermo, giusto per non disturbare i Trapanesi? Ricaviamo queste notizie da un articolo apparso su Repubblica dell’1 febbraio 2017, pagine palermitane, un articolo di notizie risapute, certo utili alla Grande Ignoranza: per quella ci deve essere sempre grande tempo dilatato. Nell’articolo citato per ricordare i 400 anni dalla nascita del Conservatorio non vengono citati due grandi compositori illustri, certo dalla cultura sedicente antifascista dominante destinati alla “damnatio memoriae”: si tratta del compositore termitano Giuseppe Mulè, che del Conservatorio fu prestigioso direttore; l’altro nome assente è l’agrigentino Michele Lizzi che fu docente di composizione polifonica proprio al conservatorio Vincenzo Bellini fino alla sua morte avvenuta nel 1972; e senza alcun dubbio, con Bellini, il compositore siciliano più grande di tutti i tempi!
Come mai queste omissioni? Semplice: i trovatelli della finta ignoranza, in ispecie a sinistra, non mancano mai: ecco perchè anche a Palermo BISOGNA CAMBIARE pure il sonoro corso delle note!!! Per evitare neofascisti silenzi!

Bagheria 1 febbraio 2017

Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: CHE EMOZIONE VEDERE OGGI SUL “GIORNALE DI SICILIA” MICHELE LIZZI, IL PIU’ GRANDE COMPOSITORE SICILIANO DELLA SECONDA META’ DEL NOVECENTO!

CHE EMOZIONE VEDERE OGGI SUL “GIORNALE DI SICILIA” MICHELE LIZZI, IL PIU’ GRANDE COMPOSITORE SICILIANO DELLA SECONDA META’ DEL NOVECENTO!
Nell’imminenza dell’inaugurazione, col Macbeth di Verdi, della Stagione Operistica 2017 del Teatro Massimo di Palermo, con intelligenza, Simonetta Trovato, sul “Giornale di Sicilia” datato venerdì 20 gennaio 2017, pubblica un interessante articolo intitolato “LE INAUGURAZIONI DI UN TEMPO”. Ci sono otto foto in bianco e nero davvero incisive. Forse in qualche didascalia si coglieranno imprecisioni. Ma alla mia vista balza con gioia ed emozione la foto numero 5: da sinistra c’è Salvatore Quasimodo, il soprano Ivana Tosini, il mezzosoprano Mirella Parutto – e non Michela!?- (la prima interpretava Galatea, la seconda la Ninfa Astra) e il compositore agrigentino Michele Lizzi; non giriamoci intorno, il più grande compositore siciliano e italiano della seconda metà del Novecento! Salvatore Quasimodo scrisse il libretto de “L’AMORE DI GALATEA”, Michele Lizzi la musica. La prima avvenne il 12 marzo del 1964. Successivamente questo capolavoro verrà ripreso al Bellini di Catania e, dopo la prematura morte del compositore (alba anni Settanta), anche al Teatro Greco di Siracusa. Le opere del maestro Michele Lizzi ebbero ovunque grande successo di critica e di pubblico. Paolo Emilio Carapezza, Lilia Cavaleri, Angela Bellia e altri critici seri, anche recetemente, ne hanno fatto un grande richiamo. Da allora il silenzio. Un imbarazzante silenzio da parte di tutti i teatri, soprattutto dei teatri siciliani (del Teatro Massimo di Palermo il maestro Lizzi era componente del Consiglio di Amministrazione). Dorme anche il Conservatorio di Palermo dove Lizzi insegnò composizione polifonica. Non mi consola ricordare che anche Macbeth venne silenziata per decenni: era una “contro opera” con declamati che andavano oltre il tradizionale modo di intendere il canto e si riallacciava alle origine del “recitar cantando” e alla “parola scenica” riportata in scena proprio dalla grande Maria Callas; Lizzi, allievo di Pizzetti, amava tanto Verdi: entrambi i compositori hanno appreso molto da quel lontano declamato; ma le trenodie e i cori di Ildebrando da Parma e di Michele Lizzi sono capolavori sonori di tutti i tempi; la trenodia di Lizzi in Pantea ha i colori della Cappella Palatina di Palermo. Speriamo che il Teatro Massimo sappia rispolverare questi citati capolavori da decenni dormienti. Grazia e grazie a Simonetta Trovato e a chi le ha fornito questa foto rievocante immagini sotto le quali si nascondono colori espressivi e poetici che occorre fare risuonare!
Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: SUL SETTIMANALE DI BAGHERIA MICHELE LIZZI NEL SUO CENTENARIO DELLA NASCITA PRENDE, ALTISSIMO, IL VOLO!

SUL SETTIMANALE DI BAGHERIA MICHELE LIZZI NEL SUO CENTENARIO DELLA NASCITA PRENDE, ALTISSIMO, IL VOLO!

IL MIO ARTICOLO SU MICHELE LIZZI NEL 100° ANNIVERSARIO DELLA NASCITA!IL MIO ARTICOLO SU MICHELE LIZZI NEL 100° ANNIVERSARIO DELLA NASCITA!

“Il Settimanale di Bagheria”, già in tutte le più prestigiose edicole della Città dei Mostri che anche immortali musici di pietra intelligenti comprende, sta andando a ruba. Perchè mai? Pubblica, fra tanti altri testi, il mio articolo sul 100° anniversario della nascita del grande compositore agrigentino Michele Lizzi, colpevolmente dimenticato e silenziato da tutti i teatri italiani per manifesta mediocrità nel valorizzare i figli geniali della propria terra da parte di chi dirige i teatri. Il silenzio di Agrigento risuona su tutte le altre mute città musicali dove un tempo le opere di Lizzi vennero rappresentate con successo e splendore. Noi siamo grati a tutta la critica musicale che, in modo compatto, conosce il valore del grande musicista dell’artistica e storica Valle dei Templi. Continuiamo a rompere questo omoertoso silenzio dei vari dirigenti dei teatri siciliani e non. E’ il nostro modo culturale di fare davvero antimafia. A testa altissima. E con democratico vanto. Vi conosciamo. Ce ne ricorderemo al momento del Divino Voto: non di castità, si capisce! Se almeno gli estimatori di Lizzi sapeserro votare!

Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: LA LIBIDINE FANTASTICA, OSSIA IL DESIDERIO OMOEROTICO, NEL DETTATO MUSICALE DI MICHELE LIZZI*

IL LIBRETTO DI PANTEA DI MICHELE LIZZIIL LIBRETTO DI PANTEA DI MICHELE LIZZI

LA LIBIDINE FANTASTICA, OSSIA IL DESIDERIO OMOEROTICO, NEL DETTATO MUSICALE DI MICHELE LIZZI*

Prima di Empedocle la ricerca filosofica era orientata verso la natura e i suoi elementi principali. I maggiori filosofi della scuola Ionica, infatti, venivano definiti come “fisiologi”.  A questi succedettero altri pensatori, come i Pitagorici e gli Eleati, che individuavano nei principi teorici astratti gli elementi fondamentali della loro speculazione. Empedocle di Agrigento (492-432 a. C.) individuò in quattro elementi fondamentali l’esistenza di ogni cosa. Questi elementi sono legati fra loro da due forze: ODIO e AMORE, repulsione e attrazione. Gli opposti di Empedocle sono due impulsi istintivi e irrazionali. Per questa sua irrazionalità, Empedocle si distacca dai Pitagorici e dagli Eleati.

   Ma ciò che più m’interessa dire in questo scritto è il fatto che Empedocle operò anche guarigioni miracolose e che svegliò persino una donna che giaceva da tre giorni in letargia senza polso e respiro. Perciò egli venne considerato come un essere soprannaturale, come un mago e taumaturgo. La donna risvegliata da Empedocle si chiamava Pantea, e tale è il titolo di un dramma lirico in tre atti musicato da Michele Lizzi, musicista agrigentino. Il dramma porta il sottotitolo “Nel mistero della rincarnazione”.

   Venne riportato in versi da Gerlando Lentini che lo ricavò dalla notizia riportata nelle “Memorie storiche agrigentine” di Giuseppe Picone e nello Empedocle di Ettore Bignone. Questi scrive: “Empedocle aveva risuscitato una donna della sua città che da tre giorni più non respirava. Era la guarigione accorta d’una catalessi; ma la folla ne fece un miracolo”.

   Pantea, dunque, ritorna a vivere, dopo un breve viaggio nell’aldilà. Un viaggio ricco di fascino. Pantea nel suo canto finale dice: “Un’occulta bellezza ha quella vita”. L’Ade si presenta come un momento di liberazione dal male. Liberazione che Pantea narra quando ritorna a vivere. Questo è il tema della rincarnazione, che Lizzi maturò e realizzò in musica durante la sua brillante carriera artistica. Pantea, il cui valore merita attenzione profonda per i contenuti morali, poetici, filosofici e musicali; essa rivela coraggiosamente quanto di più bello c’era nella concezione estetica di Michele Lizzi, cioè la caduta nella libidine fantastica. Sì, Pantea è dunque la rappresentazione in dramma lirico di una caduta nella libidine fantastica del desiderio omoerotico. In Pantea c’è la realizzazione dell’umiltà, la ricerca estetica in un mondo arcaico ancora tutto da scoprire, la sofferenza e l’amore umano, eros che, nel cuore di Lizzi, era sempre ricco e lievitante.

   Nelle primissime battute dell’opera emerge chiaro il pensiero filosofico di Empedocle. Carcino chiede ad Empedocle: “Come non t’è al lato/ Pantea, la tua discepola che presto/  andrà sposa a Senocrate? Diversa/ è da ogni altra fanciulla. Oh, lei felice/ che, come te, può spingere lo sguardo/ nel mistero e conosce le cause/ d’ogni cosa!”.

   Ed Empedocle così risponde: “Felice chi, appagato/ tal desiderio, libero d’affanni,/ vola ne l’aria a fondersi col ritmo/ dell’universo”.

   Ed Enofilo aggiunge: “Ciancie, o buon Carcino!/ Alla malora tutte le dottrine:/ l’Amore che unisce e l’Odio che divide/ ogni cosa, il rinascere degli Orfici,/ sono chimere. Viver, quasi incomba/ la morte ogn’ora, è bello; alzar palagi,/ come se eterni; cogliere il piacere,/ che la vita distilla in ogni tazza,/ e dopo, il nulla”.

   Amore e Odio, Amore e Morte si equivalevano in Lizzi, che considerava l’Amore come una colpa tragica da vivere per poi essere scontata con la morte. Il desiderio omoerotico di Lizzi è da cogliere in questi versi cantati appassionatamente da Pantea: “L’affanno che ho patito,/ il mio affanno oggi ha un nome, essere donna/ e non goder di ciò che a donna è dato./ Aggrapparsi all’amore e udir distinto/ Ade che chiama”.

   L’Amore di Michele Lizzi è canto corale sublime dei richiami dell’Ade con connotazioni musicali di altissima sapienza. Ecco come si rivela la libidine fantastica: come richiamo dell’Ade che risolve ogni attrazione erotica di questa Terra.  Per Lizzi ESSERE significava realizzare la libidine fantastica;  NON ESSERE rinunciare alle sue reali pulsioni.  

   Michele Lizzi morì di cancro il 31 marzo 1972. D’allora mi accorsi che la rincarnazione è elaborazione della nostra fantasia. Ma, in Pantea, il personaggio Carcino ne rappresenta l’antitesi. Prova ne siano i seguenti versi già citati: “COGLIERE IL PIACERE/  CHE LA VITA DISTILLA IN OGNI TAZZA/  E DOPO, IL NULLA “.

   Nel nome di tale piacere ho maturato l’idea di portare alla luce, senza più nasconderlo, questo mio breve vissuto: bella e irripetibile alata esperienza!

Giuseppe Di Salvo

 

*Questo mio articolo è stato scritto il 2/7/1977 e letto a “Radiostereonda” nella città di Bagheria nello stesso periodo. Michele Lizzi era morto da oltre cinque anni.  Io ero vicino ai ventiquattro.

Oggi, in occasione del centenario della nascita del musicista agrigentino, per renderla sempre più festosa, lo ripropongo. Anch’esso viene svegliato da una lunga catalessi. E, mi auguro, servirà d’aiuto ai musicologi per meglio decodificare il linguaggio musicale criptato di Michele Lizzi.  Le note sono espressione autentica del nostro pensiero, ma esso non sempre può essere reso esplicito tramite le parole. Si devono valutare i tempi. E qualche volta li ho pure anticipati.

(G. D.)

  

 

GIUSEPPE DI SALVO: MICHELE LIZZI TRIONFA IN RETE NEL GIORNO DEL SUO CENTENARIO DELLA NASCITA!

MICHELE LIZZI TRIONFA IN RETE NEL GIORNO DEL SUO CENTENARIO DELLA NASCITA! MA ANCHE PRIMA E DOPO!

In questi ultimi giorni (dal 4 settembre 2015 in poi!) ci sono state decine di migliaia di contatti nei miei Blog (Tiscali e Facebook), in ispecie giorno 5 settembre 2015: tanta gente (decine di migliaia di contatti per onorare il 100° anniversario della nascita di Michele Lizzi!) quindi ha potuto seguire gli articoli postati, articoli che io e altri studiosi abbiamo dedicato al maestro Michele Lizzi nel suo centenario della nascita. Ce ne rallegriamo. La rete ha una capienza maggiore di qualsiasi teatro. Ma una cosa va detta subito, al di là degli inconvenienti e dei probabili malintesi di chi si muove per tenere viva la memoria del grande compositore agrigentino: TUTTI I TEATRI, TUTTI I CONSERVATORI, TUTTI I GRUPPI CONCERTISTICI, E LA STESSA AMMINISTRAZIONE AGRIGENTINA, HANNO COLPEVOLMENTE SILENZIATO UN COMPOSITORE SICILIANO E DEL MONDO. E NON HANNO GIUSTIFICAZIONE ALCUNA, SE NON IL CANTO DELLA LORO VERGOGNA. BUON CENTENARIO, GRANDE MAESTRO MICHELE LIZZI! 

Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: MICHELE LIZZI VIENE RICORDATO DAL QUOTIDIANO “LA SICILIA” CON UN ARTICOLO DI GASPARE AGNELLO

MICHELE LIZZI VIENE RICORDATO DAL QUOTIDIANO “LA SICILIA” CON UN ARTICOLO DI GASPARE AGNELLO

L'ARTICOLO DI GASPARE AGNELLO SU MICHELE LIZZIL’ARTICOLO DI GASPARE AGNELLO SU MICHELE LIZZI

Michele lizzi: nel giorno del centenario della nascita, il quotidiano “La Sicilia”, nel supplemento della città di Agrigento, pubblica un articolo di Gaspare Agnello per rievocare la memoria del grande compositore della Valle dei Templi col titolo su quattro colonne: “CENTO ANNI FA NASCEVA IL MUSICISTA MICHELE LIZZI”.

A Bagheria ”La Sicilia” sta andando a ruba. Chi vuole può ancora trovarne qualche copia, ma si appresti! Nota dolente di Gaspare Agnello: “…Michele Lizzi in vita ebbe tanti successi, oggi è stato dimenticato dal mondo musicale siciliano e italiano”.  L’evento rende onore a Gaspare Agnello che, insieme al sottoscritto, Angela Bellia, Rita Capodicasa, Lilia Cavaleri e numerosi altri, in questi decenni ha contribuito a tenerne viva la memoria con diverse iniziative.

Giuseppe Di Salvo