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GIUSEPPE DI SALVO: NORMA DI VINCENZO BELLINI AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO: ELOGIO DEL CANTO CAOLINO BEN INCARNATO DALLE CORDE DI MARIELLA DEVIA

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NORMA DI VINCENZO BELLINI AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO: ELOGIO DEL CANTO CAOLINO BEN INCARNATO DALLE CORDE DI MARIELLA DEVIA

Domenica 19 febbraio 2017 è andata in scena al Teatro Massimo di Palermo Norma di Vincenzo Bellini (1801-1835) con protagonista la 69enne Mariella Devia. Poteva la signora belcantista non cimentarvisi (e certo non era la sua prima Norma!). La Norma che in me ha destato momenti di alta emotività è stata quella rappresentata, sempre al Teatro Massimo di Palermo, il 2 aprile 2006: non c’era orchestra, protagonista Dimitra Theodossiou che delineò con forza drammatica il personaggio belliniano; ma l’entusiasmo maggiore me lo creò, allora, l’Adalgisa di Daniela Barcellona, un mezzosoprano degno della nostra migliore tradizione sia per forza espressiva sia per la sua potenza drammatica legata alle sue considerevoli doti vocali; e va anche ricordato il pianista Giuseppe Cinà che accompagnò cantanti e Coro con una volontà esecutiva e con una forza sonora mai ascoltate prima. Come si notavano davvero i ponti che legavano Neoclassicismo e Romanticismo belliniano in fase nascente!
Dal punto di vista stilistico solo Maria Callas (checché ne dicano in modo contraddittorio i tanti critici che l’hanno recensita), con la sua voce, sapeva collocare la sua interpretazione di Norma fra degni richiami neoclassici (Medea di Cherubini o Vestale di Spontini) e spinte romantiche: ma c’era anche la forza espressiva della tragédienne; e al suo notevole impatto romantico seppe dare l’impostazione vocale del “soprano drammatico d’agilità” (col conseguente canto di agilità di forza), alternando lo smalto lacerante del registro acuto alla soavità dei passaggi melodici striati di delicatissimo lirismo: e come sapeva piegare bene la sua voce quando simulava comprensione nell’ascoltare le confessioni d’amore di Adalgisa, sentimenti rivolti verso Pollione anche da Norma amato. Adalgisa finiva per diventare uno specchio dove si rifletteva il vissuto di Norma. Gli studiosi di Bellini e della Callas ci ricordano che la Divina interpretò la sacerdotessa druidica per ben ottantaquattro volte (comprese alcune recite cominciate e non portate a termine come quella di Roma del 2 gennaio 1958 che destò tanto scandalo!). Dalla fine degli anni Quaranta in poi, dunque, la Callas è Norma. Giuditta Pasta? Giulia Grisi? Domenico Donzelli? Negrini? Cantanti d’altri tempi! Con notevoli testimonianze di tanti storici. Ma con nessuna registrazione. Come cogliere quindi la loro forza espressiva se non con le parole degli altri?
Norma è la storia di amori “diversi”: una sacerdotessa druidica rompe i suoi voti di castità, ama Pollione, proconsole romano che opprime la terra dei Galli; dai loro rapporti erotici verranno fuori due figli tenuti celati; ma accade poi che Pollione si innamora di un’altra sacerdotessa: Adalgisa. Altro amore “diverso”. Questi “diversi amori” hanno in comune una semplice cosa: non possono essere rivelati al mondo. Forse non c’è da ricercare qui la proiezione dell’amore di Bellini per il suo amico Francesco Florimo? Anch’esso, allora, non rivelabile al mondo. Perché l’amico Florimo ha distrutto buona parte del contenuto di tante lettere da Bellini a lui indirizzate? Poteva forse Bellini non realizzare i suoi istinti etero se solo li avesse avuti, visto che molte donne si innamoravano di lui e nessuno se lo sposava? Che imbroglio questa Storia della Musica e tante storie di compositori! Non è nel segreto delle sue mediterranee melodie il suo Eros non rivelato? Non è Norma un boccolo dei capelli di Bellini?
Che dire ora dell’interpretazione di Mariella Devia? Noi facciamo subito l’elogio di due comprimari: ottimo il Flavio del tenore Manuel Pierattelli; molto sicuro vocalmente e scenicamente, accompagnava in scena Pollione con allure dinoccolata e macha; peccato che nessuna sacerdotessa del Tempio d’Irminsul se ne sia invaghito! Druidi, Bardi, Eubagi, Guerrieri e Soldati Galli avevano altro a cui pensare: la libertà e la rivolta contro i Romani oppressori. La Clotilde del soprano Maria Mirò era una fedele ancella e sapeva custodire i segreti di Norma e proteggere i figli nati dall’indicibile relazione con Pollione: vocalmente impeccabile, sapeva ben piegare la sua voce ai più alti sentimenti di sororità! E l’Oroverso del basso Luca Tittolo? Non svettava. Non demeritava. La stessa cosa dicasi per Mariella Devia: una Norma né neoclassica, né romantica, né credibile per l’età che incurva: certo brava professionista e dignitosissima belcantista, ma priva di impeto drammatico e di slanci vocali dirompenti tipici di una tragédienne; sì come la corretta Adalgisa del soprano Carmela Remigio: dignitosa, ma senza lo spessore del marmo di Antonio Canova. E il Pollione del tenore John Osborn? “Nuddu si pigghia si un s’arrassimigghia” (“Nessuno si prende se non si rassomiglia”): privo di eroico squillo, voce un po’ nasale quando tende verso la zona acuta, ma di degno lirismo. E un po’ troppo agitato sulla scena (l’opposto della statica Devia!). In sintesi e ricorrendo ad incisive metafore: voci senza demeriti; voci che, però, non riuscivano ad eccitare i nostri animi come i tre ruoli protagonistici avrebbero dovuto; non marmo, né porcellana, ma ben altro impasto materico presente in quelle corde: penso alle rocce sedimentarie clastiche, rocce di sicura attrazione che, però, non sanno andare oltre l’attrattiva episodica e la percezione data dalla convenzione. Un canto intriso di buon caolino e i loro timbri avevano più che degne bellezze da caolinite. La direzione d’orchestra di Gabriele Ferro questa volta, in più occasioni, era molto dilatata sì da conciliare il sonno sulle rocce citate. Svettava il Coro. Gestualità di Norma da tutù. E anche quella degli altri protagonisti, tranne i citati comprimari, e soprattutto Flavio! Scenografia? Detritica e sfilacciata e gradevole nelle corde: in tutte le corde! In “Casta Diva” Mariella Devia è stata applaudita in modo serrato e non sguaiato. Io ho applaudito solo la finale scena del rogo. Preferisco il dirompente fuoco alla verginità pallida della casta luna. E altre sfumature d’argento!
Bagheria, 1 marzo 2017
Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: GABRIELE FERRO, ÁNGELES BLANCAS GULÍN E IL CORO FANNO SVETTARE “JENUFA” DI LEÓŠ JANÁCEK AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO

foto di IlBlog Giuseppe Di Salvo.LEOS JANACEK

GABRIELE FERRO, ÁNGELES BLANCAS GULÍN E IL CORO FANNO SVETTARE “JENUFA” DI LEÓŠ JANÁCEK AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO

Jenufa di Leóš Janácek è ritornata a Palermo dopo 37 anni, ma questa volta al Teatro Massimo, il 23 ottobre 2016. Il teatro non era particolarmente gremito e, dopo il Primo Atto, si sono visti altri posti vuoti.  Ma tanta altra gente è rimasta fino alla fine e ha decretato, con prolungati applausi e urla di “bravo”, il meritato successo di un’opera che, a mio avviso, resta il capolavoro del compositore ceco, sua “Missa Glagolitica” citando e rispettando.

   Personalmente ho apprezzato l’equilibrata direzione di Gabriele Ferro; la buona resa espressiva del Coro curato da Piero Monti, Coro che ha tolto un po’ di torpore per l’infelice postazione dei cantanti protagonisti e non (Jenufa, nonna Buryjovka, Laca…) in spazi un po’ antistanti al proscenio e con tutte quelle porte-gabbie che infastidivano anche gli aspetti visivi  fin dall’inizio: avrei preferito più nudità scenica con al centro le rotanti pale del mulino che avrebbero reso più esplicite le ripetute sonorità dello xilofono dietro le quinte evocanti ritmi ambientali e il pulsare delle ansie di Jenufa e Laca; si sarebbe meglio evidenziata così la voce del contralto Gabriella Sborgi, credibile dal punto di vista attoriale, ma una delle voci meno coinvolgenti della serata, appena adeguata nel ruolo della nonna; la stessa cosa dicasi per il tenore Martin Šrejma nel ruolo di Steva Buryja: personaggio dalle mille indecisioni che non sa (e non vuole) risolvere le tante frustrazioni che lo legano ad un rapporto incestuoso con la cugina Jenufa che lo ama non riamata; si rifugia nel vino, ma questa volta nel vino tracannato da Steva non c’è affatto verità: i suoi rapporti con le donne vengono messi in evidenza per la sua incapacità di  costruire con loro legami affettivi duraturi; e rifugiarsi nel vino è come dire: “Meglio il vino che le donne”. E queste donne che si legano a quanti si rifugiano nel vino qualche confuso sentimento materno certamente lo avranno o no? Non ci ricordano quelle donne che sposano i gay e li amano, pur sapendolo, anche se poi questi ultimi vanno in cerca di ben altro vino? Dicevamo il Coro… Sì, nel Primo Atto, è intervenuto in modo assai mirabile per svegliarci da ogni incomprensibile scena. Perfetto? No. Per questioni linguistiche si perdona qualche sbavatura. Gli Altri comprimari? Tutti bravi attori, ma vocalmente non molto incisivi,  baritono Italo Proferisce nel ruolo di Stárek compreso.

   Complimenti al bel tenore slovacco Peter Berger: sempre dentro nel positivo ruolo di Laca; della sua emarginazione “parentale”, se così si vuol dire, ha fatto piena virtù; il suo amore per Jenufa è vero; il suo percorso di sofferenza viene trasformato in perenne atto d’amore per quella donna che pure ferisce al viso (quanto involontariamente?): la ferita non rende brutta Jenufa, ma  dà un ulteriore alibi a Steva per rifiutarla insieme al figlio che la Sacrestana saprà rimandare al cospetto del suo Dio; Peter Berger ha modulato la sua voce sempre nel rispetto della “melodia del canto e del parlato” così come l’ha concepita il compositore: un Laca perfetto! Impeccabile vocalmente e avvincente e convincente in tutti e tre gli atti. Come non mettere in evidenza la sua forza espressiva quando, nel Terzo Atto, minaccia la folla che voleva linciare Jen?fa (“Che nessuno si azzardi a toccarla! Vi potrebbe costare la vita!”)?

   Il soprano Ángeles Blancas Gulín, nel ruolo della Sacrestana, ha dato il meglio di sé nel Secondo Atto (esemplare!): personaggio tragico per eccellenza, motore austero di tutta l’opera, la Gulín è stata la protagonista assoluta della serata; abilissima tragedienne nell’ideare ed esternare mimicamente l‘allucinazione apparentemente insensata che la spinge a commettere l’infanticidio; la sua levatura drammaturgica risiede nei suoi ben curati gesti, poi nelle sue emissioni vocali ricche di forza espressiva: davvero mostra una vocalità ben adeguata al ruolo; talvolta perde mordente nei “recitativi melodici”, ma il suo profilo  -nei momenti in cui la sua vocalità è coronata da assoluto silenzio- finisce per rivelare un dipinto davvero eloquente: impeccabile quando col viso, meditando, esprime il suo lungo canto senza parole: trionfa l’espressionismo di stampo tradizionale: si vede la Grecia e non l’espressionismo di stampo germanico. La sacrestana è Leóš Janácek: personaggio terribilmente vero!

   Il soprano Andrea Dankova nel ruolo di Jenufa? Ha sfoderato un timbro luminoso: il suo è stato davvero “belcanto” sia in tutto il drammatico Secondo Atto sia nei momenti elevati del perdono e della comprensione della matrigna sia nella ritrovata gioia finale: riesce, alfine, a capire dove sta il vero amore; va detto, però, che nei momenti di forza drammatica, la sua voce si assottiglia e perde mordente; soprano lirico puro di tutto rispetto: come non vederla perfetta nel ruolo di Micaela nella Carmen di Bizet? Non a caso ha dato il meglio di sé nel Secondo Atto, quando ha intonato “Salve, o Santa Regina”: e, per carità, non si associ questo canto a Desdemona nell’Otello di Verdi! Si tratta di due preghiere completamente diverse: sia per contesto sia per caratteristiche vocali e fonetiche! E l’opera? UN CAPOLAVORO!

   La regia di Robert Carsen? Tolta la parte claustrofobica iniziale (il rosmarino proietta felicità e doveva essere evidenziato di più!), in seguito ci è piaciuta: in ispecie per la cura dei gesti espressivi e della mimica dei cantanti e per la semplicità disarmante del Secondo Finale; v’era appena la terra e lo spazio, un evidente specchio in cui far riflettere il trionfo di due anime semplici in amore: Laca e Jenufa. Con quella pioggia che è battesimo tendente a purificare i protagonisti dalle colpe del mondo: tutte annidate nel Super Io censorio che ogni amore diverso sempre reprime.

   Con Jenufa, Janácek canta la dirompente forza del peccato: la donna messa incinta dall’irrilevante figura del cugino problematico e incestuoso. I personaggi più interessanti, ingenuità di Jenufa rispettando, sono Laca e Kostelnicka Buryjovka, la Sacrestana. In questa donna austera si proietta Janácek e musicalmente egli definisce il peccato. Esplichiamolo con la consapevolezza del grande musicologo Paul Collaer (Boom, Belgio, 8 giugno 1891 – Bruxelles, 10 dicembre 1989):  

   “Che cos’è il peccato, se non un’infrazione alle leggi, ai dogmi e alle idee ricevute e accettate nel quadro di una concezione morale? Janácek ha il senso del peccato, cosa che implica la necessità di un’autocritica. Il peccato rivela la tendenza dell’individuo a spezzare certe convenzioni: oppone a certi dogmi le idee e il comportamento naturali. L’individuo sarà perciò posto a conflitto con la maggioranza conservatrice, come la creazione originale si oppone alle convenzioni accademiche. E’ il dramma tipico dell’anima slava; il dramma de L’idiota di Dostoievski come quello dei personaggi di Guerra e Pace di Tolstoi (…). La luce verrà quando l’individuo creatore avrà convinto la collettività”.

   E che dire dei grandi momenti magici dell’opera? Di quel meraviglioso canone vocale  -e strumentale-  legato alla fine della scena Quinta del Primo Atto (“Ogni coppia deve superare i suoi dispiaceri”)? Pagina piuttosto estranea all’opera? No! E’ il recupero della tradizione che lancia molto avanti l’opera! E quel Secondo Finale? Quando Jenufa, rivolgendosi a Laca, dice: “Se ne sono andati… Vattene anche tu!”. E, anche in questo caso, non c’entra niente Puccini! Qui si apre il vero miracolo melodico dell’opera che la rende immortale: si tratta di circa tre minuti e trenta secondi di musica di alto contenuto emozionale che ci cattura e commuove:  alludo alla melodia sprigionata dai violini; la felicità espressiva viene affidata al recupero di sonorità “modali” di origine sacra: il vero amore non è forse legame religioso, unico legame benedetto da Dio che si incarna nella musica?

   Scrive ancora Paul Collaer: “Il prendere in considerazione il canto popolare antico ha spinto Janácek verso la modalità, come era accaduto a Bartók: non si tratta, per entrambi, di ritornare alla pratica dei modi ecclesiastici o greci antichi, ma di creare dei modi continuamente rinnovati, secondo l’impulso della fantasia e in funzione delle necessità espressive”.

   Ecco il “peccato” di Janácek: mettere a nudo i peccati degli altri, musicisti e critici musicali limitati compresi!

Bagheria, 28 ottobre 2016

Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: JENUFA DI LEOS JANÁCEK PER LA PRIMA VOLTA AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO?

JENUFA DI LEOS JANÁCEK PER LA PRIMA VOLTA AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO?
Sì, Jenufa di Leos Janacek non è stata mai rappresentata al Teatro Massimo di Palermo. Tanto è vero che anche molti melomani non solo non se ne ricordano, ma non conoscono la stessa esistenza dell’Opera del compositore ceco. Niente di male: nessuno è perfetto. Ora, però, il Teatro Massimo tende a colmare questa lacuna: e peccherà chi non andrà a vedere ed ad ascoltare questo capolavoro. Va detto che le musiche di Leos Janacek raramente (o quasi mai) vengono eseguite nella nostra città. Si vede che, probabilmente, le “volpi astute” legate alle agenzie, che nei Teatri fanno il bello e il cattivo tempo, non lo ritengono produttivo. E, invece, i vari Direttori Artistici, loro sì!, dovrebbero andare un po’ in giro per il mondo, a cominciare dalle strade della propria città e della propria regione, per vedere che capolavori della musica classica nostrani restano tacitati. La cultura lirica, diciamolo, non è legata all’arte che rinnova i popoli, ma a quello che offrono i “pacchi” delle varie agenzie. Altrimenti come si spiegherebbe la collaborazione con gli altri Teatri in fatto di allestimento e regie?
Va ricordato, inoltre, che Jenufa venne rappresentata al Teatro Politeama Garibaldi di Palermo il 30 maggio del 1979 con un cast ceco di tutto rispetto. Dirigeva Jirí Pinkas (1920-2007)   -e altri- e ci furono ben otto rappresentazioni. Era chiaramente la Stagione del Teatro Massimo al Politeama spostata per la nota storica chiusura del principale teatro cittadino. Quindi risale ad oltre 37 anni fa.
Ora c’è una grande occasione da non perdere. E sono amabili quei musicologi che vengono chiamati a commentare l’opera; ma sono più adorabili quegli altri che tendono a tirare fuori tante altre opere, anche siciliane di grandi musicisti di Casa Nostra, che, purtroppo, baciano il silenzio.
E’ PECCATO NON ANDARE A VEDERE JENUFA!!!
Giuseppe Di Salvo

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