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Archivio per la categoria ‘RACCONTO’

GIUSEPPE DI SALVO: MICHELE LIZZI NEL 45° ANNIVERSARIO DELLA MORTE

DUE ANNI CON MICHELE LIZZI (PARTE QUINTA) L’INCONTRO COL TENORE CARLO FRANZINI, SATURNINO
LA MORTE DEL MAESTRO LIZZI AVVENNE DI VENERDI’: ERANO LE ORE 10:00, IN UNA CLINICA DI MESSINA IL 31 MARZO 1972. SONO PASSATI 45 ANNI. PER LUI NON CI SARA’ MAI SILENZIO DI MEMORIA. PUBBLICO OGGI LA PARTE QUINTA DI UN MIO ROMANZO INEDITO. INTITOLATO:
DUE ANNI CON MICHELLE LIZZI (PARTE QUINTA)
L’INCONTRO COL TENORE CARLO FRANZINI, SATURNINO
Era quasi deserta via Maqueda quel giorno di tiepido sole del lontano 16 dicembre 1970, quando avviandomi a casa verso via Napoli -venivo da via Cavour e già avevo alle spalle il Teatro Massimo- sul marciapiede opposto notai, nel suo chiaro splendore e aitante incedere, una persona, intorno ai cinquanta anni portati in modo davvero giovanile, camminare con passo lesto in direzione opposta alla mia. Con gli occhi ci si notò a vicenda, entrambi avevamo il portamento dei filosofi peripatetici e proiettavamo per la via un silenzio conoscitivo che solo le menti degli artisti ne potevano captare i reconditi significati… Sì, c’era allora un bel clima invernale a Palermo che invitava agli incontri, al sapere e alla… conoscenza.
Mi fermai un po’ prima della Galleria delle Vittorie e mi girai a guardare quell’uomo elegante e singolare che avevo con lo sguardo incrociato; dall’altra parte i suoi ritmi corporei fecero la stessa cosa. I nostri sorrisi, nella breve distanza, fendevano l’aria. Quell’uomo, che già mi sembrava conoscere, mi venne incontro con piglio assai delicato e m’invitò a cantare il motivetto che io fischiettavo camminando: l’aveva percepito e n’era rimasto ammaliato. Sì, fischiettavo il “Valzer di Musetta” dalla “Bohème” di Puccini. Ma quella melodia espressa col mio modo di fischiare soave per quell’uomo era canto con precise parole: “Quando men vo,/ quando men vo soletta per la via,/ la gente sosta e mira/ e la bellezza mia tutta risplende in me/ da capo a pie’…” Io ridevo e non potevo cantare. E lui subito disse: “Sapessi quante volte ho cantato quell’opera!” Si considerava un bohémien. Mi chiese cosa io facessi, gli risposi che studiavo. Poi si presentò: “Sono il tenore Carlo Franzini. Sto andando al Teatro Massimo. Sono impegnato nel ruolo di Jaquino nel Fidelio di Beethoven, la prima andrà in scena fra due giorni, e precisamente il 18 dicembre 1970.” Avrei voluto vederlo in scena e ascoltarlo cantare. Mi disse in quale hotel abitava, invitandomi ad andarlo a trovare. Cosa che naturalmente realizzai alcune ore dopo. M’invitò anche alla Prima di quel Fidelio. Nacque così la nostra amicizia.
Io marciavo verso i diciotto anni. La nostra amicizia durerà per più di un lustro. Quando Carlo rientrava a Milano nella sua mansarda artistica “La Bohème di Saturnino” (sì, con quel nome -Saturnino- firmava i suoi interessanti quadri, visto che era anche un affermato e apprezzato pittore!) o cantava nei vari teatri d’opera sparsi in Italia, mi scriveva. E io gli rispondevo con affetto. Conservo tantissime sue lettere, cartoline illustrate, telegrammi, ritagli di giornali con recensioni relative al suo canto o alla sua pittura da lui a me indirizzati: sono gemme culturali e umane da me custodite in appositi forzieri. A Bagheria lo vidi per l’ultima volta negli anni Ottanta. A Milano, io ero con Enzuccia Ventimiglia, invece nell’inverno del 1994, sempre nella sua artistica mansarda di Piazza Duomo, n. 21.
Poi ci fu tanto silenzio. Appresi da Internet che se n’era andato a fine gennaio del 2003, ricavai la triste notizia da un breve articolo di cronaca, pagina milanese, del “Corriere della Sera”. Non conosco la sua data di nascita, ma credo che il mio amico tenore sia vissuto per oltre ottant’anni. Che mi resta di Carlo? L’abbraccio amicale e molto stretto di un vero Gladiatore assai forte: un carattere roccioso, spigoloso, fuori da ogni umano schema; ma generoso, attento a capire l’animo altrui, rispettoso, geniale e, diciamolo, piuttosto virile! Conservo due suoi dipinti creati per me di getto: uno riproduce “Gerarchie ecclesiastiche” (abbondavano nella sua produzione pittorica!), l’altro una triste immagine di Venezia (da salvare!, amava ripetermi): entrambi con dedica, risalgono proprio ai primi mesi del 1971, rappresentano il battesimo del nostro incontro avvenuto nel mese di dicembre, 1970. Carlo Franzini era un bravo tenore lirico e, talvolta, anche lirico spinto. La voce era chiara e piuttosto squillante con venature espressive ricche di grazia. La sua emissione veniva fuori con sfumature ben curate: nel suo canto si coglieva la sapienza cromatica del pittore. Sul Blog Tiscali a me intestato e su Facebook ho riportato la sua “Serenata” tratta dal balletto “Pulcinella” di Pergolesi-Stravinsky. Perché mai? Sempre a Palermo, pochi giorni dopo il nostro incontro in via Maqueda, e precisamente il 4 gennaio 1971, Carlo mi regalò il disco della Decca con l’incisione completa di Pulcinella, balletto di Stravinsky. Lui era il tenore, dirigeva l’Orchestra della Suisse Romande Ernest Ansermet. Appose sulla copertina del disco la seguente dedica: “Al caro Giuseppe ricordando il nostro incontro palermitano e la nostra sincera e schietta amicizia.”
Cosa canta il tenore in questa breve “Serenata”? Riportiamo le parole: “Mentre l’erbetta pasce l’agnella,/ pasce l’agnella, sola soletta la pastorella/ tra fresche frasche/ per la foresta cantando va.” La “foresta” rappresentava per noi i tanti volti umani che, incontrandosi, si ignorano. Io e Carlo, invece, incontrandoci -con la magia delle nostre pupille- abbattevamo il muro dell’incomunicabilità e della solitudine di chi vaga da solo per le vie della città, ossia fra le “fresche frasche”. Ma, per comprendere meglio, vi invito a conoscere tutto il citato balletto di Stravinsky. Eravamo due cuori d’artista (io ancora in erba) e abbiamo reso davvero caldi molti di quei freddi giorni del lontano inverno 1970/1971. Questo incontro fra artisti non si poteva lasciare nei freddi meandri dell’oblio. E mi sento così accrescere l’onore di ricordare ai posteri la mia amicizia col tenore Franzini: lunga vita alla Sua Memoria e alla vita futura delle nostre toccanti memorie!
E il maestro Lizzi? Solo tempo dopo saprà di questo neonato rapporto. A lui niente toglieva. Ma la Signora Gelosia ha diverse facce ed è legata alle persone umane. Solo i geni riescono a gestirla con dignità. E genio, il maestro Michele Lizzi, lo era! Di questo livello non ne ho più incontrati. Lui me lo ha sempre augurato. Io ho conosciuto un santo. Dopo Michele Lizzi, non mi è più successo.
DOMENICA 3 GENNAIO 1971, ORE 20:05
Ecco l’Anno Nuovo! Nuovo? Passato Natale. Ben digerito Capodanno. Che botti all’interno di un hotel palermitano in Corso Vittorio Emanuele col Tenore Franzini! In questi giorni ho visto Franco. Storia chiusa. Natale-Capodanno hanno avuto un solo nome: Carlo Franzini! Col maestro Michele Lizzi per ora ci si vede raramente. Ci sono nuvole. Passeranno? Lui è altrove a pensarmi. Forse a Messina dai suoi. Io lo penso pure. Gli voglio bene. Ma il mio corpo, prossimo ai diciotto anni, è sorgente di desideri che mirano all’appagamento. E amo studiare al pari dell’interesse che ho per i giochi erotici. La mia famiglia? L’erotismo coniugale, lì, da tempo è morto. Pranzo alla trattoria gestita da mio fratello Enzo e da mio padre. Di pomeriggio vado a casa dei nonni materni. Vi trovo mia madre che non vedo da una settimana. Festa d’affetti. A sera ritorno in trattoria, mio padre non c’era. Non era lì neanche di mattina. Dopo un po’ squilla il telefono. Rispondo. Dall’altra parte della cornetta sento queste parole emesse con furore: -Cornuto, disgraziato tu e i tuoi fratelli… Era mio padre. Non capivo il perché di quelle carezze verbali. Ed eccolo arrivare come una furia in trattoria. Vuole picchiarmi. Io scappo. Mi rincorre per le strade da poco illuminate dalle luci accese in città. Ma non riesce ad acchiapparmi. Questa volta sono io a dargli del cornuto. A diciassette anni e mezzo ero velocissimo. Ho sempre amato correre. Mio padre, quarantasettenne (è nato nel 1924) non poteva competere, tenuto conto anche di come oscillava i piedi: fa pensare all’orologio che segna le nove e un quarto. Si ritira, anche perché s’era un po’ vergognato per come lo guardava la gente. Vado dai nonni. Racconto l’episodio. In quella casa, io e i miei fratelli e mia madre, abbiamo sempre trovato ostello. E i posti a dormire si creavano con una fantasia tipica della sapienza popolana. Che meraviglia! Non mi restava che aspettare la riapertura delle scuole, dopo le vacanze natalizie. Avevo voglia di ritornare a studiare.
DOMENICA 31 GENNAIO 1971, ORE 16:00
Confesso i mie segreti. Non tutti, naturalmente. Dopo la lite con mio padre ho dovuto lasciare l’abitazione-pensione di Palermo. Ero minorenne, anche se prossimo ai diciotto anni. Mio padre ebbe toni un po’ duri anche col maestro Lizzi che pagava il mio alloggio a Palermo: via Napoli, stanza sulla Galleria delle Vittorie. Da un lato c’era tanta ipocrisia e rivalse a mio danno da parte di mio padre per l’infelice rapporto coniugale che aveva sempre avuto con mia madre; dall’altro c’eravamo noi, io e il maestro Lizzi, con un rapporto molto sereno, ma dirompente nei confronti delle maschere ipocrite, dei pettegoli, delle ritorsioni di mio padre nei miei confronti: io mi rifiutavo di testimoniare in suo favore al tribunale per i maltrattamenti da lui attuati contro mia madre; in quella assurda violenza era davvero lesto! Erano i miei genitori. E lui, uomo assai complicato, era mio padre! Continuavo a frequentare il Conservatorio Vincenzo Bellini (vi era una Scuola Media annessa e per applicazione tecnica si studiava uno strumento musicale, io avevo scelto il pianoforte). Viaggiavo ogni giorno. Studiavo di notte. Mamma e zia Nunzia mi regalavano qualcosa per il viaggio. Ho visto il maestro Lizzi una volta in questo animato periodo. Ma quale mio periodo non era animato? Michele ha voluto che tutti i rapporti trovassero una formale armonia. Dovevamo recitare anche fuori dal teatro. La verità, talvolta, deve chiedere aiuto alle maschere e alle finzioni. Il 19 gennaio 1971 ho visto, grazie al maestro Lizzi, Sigfrido di Richard Wagner. Il tenore era Jean Cox, dirigeva Lovro Von Matacic. Michele mi ha regalato sia il libretto in Italiano sia il Programma di sala che conservo fra i miei cari ricordi. Come si vede, cominciavo ad iniziarmi alla musica con opere non proprio popolari e legate al repertorio tedesco: sceglievo compositori con cui avevo qualcosa in comune. Quoi? Non è difficile a capirsi. Io lo dovevo capire moltissimi anni dopo. Lì per lì ero semplicemente interessato ad approfondire il mito del Nibelungo. Ero attratto dalla figura di Sigfrido, personaggio letterario studiato a scuola nelle pagine antologiche; si trattava di arricchire il mio interesse legato alla letteratura. Con Angelo il Tirrichitì ero stato a vedere il Circus on Ice di Moira Orfei a Palermo: quanto mi sono divertito! Pensavo che il rapporto dei miei era da sciogliere per sempre per il bene di tutti. Fra loro due la tensione era sempre intensa tensione. A scuola andavo bene. Prendevo incoraggianti voti. Ma che fatica alzarmi presto la mattina per prendere l’autobus per Palermo! Ricevevo missive dal tenore Franzini. Mi pensava. Viveva dei ricordi del nostro incontro palermitano. Chi potrà mai dimenticarlo? E’ sera: ho voglia di andare al cinema con Angelo; lo faremo verso le ore diciannove. Poi vedrò in tv l’ultima puntata di “Guerra e pace”. E’ proprio vero: la felicità di ogni persona è legata ai suoi legami amorosi e il vero amore non è legato a nessun genere, ma ogni genere e orientamento alimenta.
Bagheria, 31/03/2017
Giuseppe Di Salvo
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GIUSEPPE DI SALVO: LA TRAVIATA AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO? UN PRIMO ASSAGGIO!

DOMENICA 19 MARZO 2017, PER LA PRIMA VOLTA, “LA TRAVIATA” (OSSIA LA “PUTTANA” VERDIANA) IN SCENA AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO ERA TALMENTE INGESSATA DI LIBERTY DA APPARIRE, FIN DALL’INZIO, “LA REDENTA”. ESECUZIONE CASTIGATA E INFELICE NON PRIVA DI TAGLI. CON QUALCHE MAGICA CHICCA CANORA ALLA REDENZIONE LEGATA.
LA PEGGIORE “REDENTA” MAI VISTA A PALERMO DAL FEBBRAIO 1975 -POLITEAMA- (ALLORA ALMENO COINCIDEVA IL TEMPO -FEBBRAIO- NON LEGATO ALLA QUARESIMA), INTERPRETE BOZENA… BETLEY. LEO NUCCI? ORMAI FAREBBE UN ATTO NOBILE SE TACESSE PER NOI POTERNE ONORARE LA BRILLANTE CARRIERA. RITMI INTERPRETATIVI SCONNESSI. NE PARLEREMO!!! TEATRO COLMO… ANCHE DI PROFUMI NUOCENTI. LA “TRAVIATA” RIEMPIE I TEATRI, SEMPRE: E’ OPERA CHE RIFLETTE L’IO COLLETTIVO. NON E’ PIU’ UNA SFIDA ALL’IPOCRITA MORALE BORGHESE; E’ UN EVENTO PSICANALITICO: OGNUNO DI NOI VA A CERCARE IL SUO SPECCHIO INTERIORE. E SI APPLAUDONO GLI AMORI PERDUTI! E DIRE CHE LE CAMELIE BIANCHE, IN DUMAS, ERANO SEGNO DI DISPONIBILITA’ EROTICA. PERCHE’ NON AVERE USATO QUELLE ROSSE PER ONORARE QUESTA NUOVA SUORA PROSSIMA ALLA CLAUSURA?

Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: ALLA PARROCCHIA SAN GABRIELE ARCANGELO DI PALERMO MI APPARE UN SIMPATICO ASINELLO: GIA’ QUESTO E’ UN MIRACOLO PER QUESTE CREATURE QUASI ESTINTE.

ALLA PARROCCHIA SAN GABRIELE ARCANGELO DI PALERMO MI APPARE UN SIMPATICO ASINELLO: GIA’ QUESTO E’ UN MIRACOLO PER QUESTE CREATURE QUASI ESTINTE.
Io non amo partecipare alle funzioni religiose rituali. E in qualsiasi Parrocchia esse avvengano. Tranne rare eccezioni. E’ periodo di presepi e di tanti “presepi viventi”. Ho conosciuto tanti presepi artistici fatti con statue di gesso o di altro genere. Da Tommaso Di Salvo, a Bagheria e a Santa Flavia, ne ho visti di spettacolari. La tradizione è l’anima dei popoli. La bellezza di questi presepi viventi sta, oggi, al di là dell’aspetto prettamente religioso, nel vedere gli asini quasi estinti. E già questo è un piccolo miracolo. Oggi ho fatto una visita fugace, intorno alle ore 17:00, alla Parrocchia San Gabriele Arcangelo di Palermo animata da Don Angelo Tomasello. L’asino era lì, c’erano anche due graziosi pocellini… E la gente, formata prevalentemente da fedeli del luogo, accorreva per vedere il presepe vivente, oggi, fra l’altro, era l’ultimo giorno dell’evento. Don Angelo è un mite prete di Bagheria. Non c’era. Sarebbe arrivato, mi è stato detto, ore dopo. Questa Parrocchia, visto il freddo e la zona un po’ diroccata (siamo alle spalle di Villa Serena), col suo campanile laterale posto a destra rispetto ai tre portoni della facciata a quell’ora chiusi, emanava accoglienza e calore. Riecheggia nel mio orecchio il vocio dei bambini e la visione della paglia con quel caratteristico odore prossimo allo stallatico. Richiami di vita contadina estinta nelle vicinanze di una Circonvallazione dove l’opulenza delle auto in corsa faceva da metallico e urticante contrasto. La tradizione, dunque, resta un nobile arcaico richiamo. Un rito da onorare: con quale sentita intimità?. Rientrato a Bagheria, Corso Umberto, ho ritrovato altre scene di un altro presepe vivente: e un asino un po’ più pasciuto. La Religione oggi vestiva i panni dei legami antropologici. Cultura di tutto rispetto.
Ma, al di là della Circonvallazione, nella zona di Margifaraci popolata a partire, mi pare, dal sedicesimo secolo, respiravo tempi legati ad una piccola comunità un po’ più rurale.
La Parrocchia sorgerà, ovviamente, molto tempo dopo, nel 1956 assieme agli insediamenti di edilizia popolare della zona.
Nel sito della Parrocchia leggiamo: “Il primo parroco di questa comunità è Don Giuseppe Germanà che rimane in carica fino al 1978, gli succede Don Francesco Allegra che serve la comunità fino al 1984 anno in cui viene sostituito da Don Francesco Romano, collaborato nel servizio da Don Filippo Tuzzolino.
Nell’anno 2014 la gestione della parrocchia passa a Don Angelo Tomasello”.
Buon lavoro, Don Angelo: la gente del luogo sorrideva. Sarà anche per la tua impronta di persona schiva e mite. Non sempre mi accade di notare ciò! Laicamente.
Giuseppe Di Salvo

Altro…

 Don Angelo Tomasello così ha commentato il mio breve racconto:
Grazie Maestro Giuseppe, hai per me parole belle e te ne sono grato. Ammiro da sempre la tua intelligenza non comune e la tua capacità di dire le emozioni con le parole più giuste. Mi spiace non averti potuto incontrare, ma ti sono grato del tuo dono per me. A la prochaine fois. Spero di incontrarti per un caffè nello Stratonello bagherese.
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