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GIUSEPPE DI SALVO: ARISA E QUEL CUORE DI RITA PAVONE, IL CUI GAY RITMO IO SEMPRE SENTO

ARISA E QUEL CUORE DI RITA PAVONE, IL CUI GAY RITMO IO SEMPRE SENTO
Arisa con la sua reinterpretazione della canzone “Cuore” di Rita Pavone mi riporta ai miei dieci anni di età. Nel 1963 io frequentavo la Quinta Classe elementare. Sì, proprio in un’aula della Scuola Giuseppe Bagnera. Piano Terra a destra, verso la Scuola dell’Infanzia di oggi. Maestro Salvatore Aiello. Scapolo. C’era pure sua sorella Giovanna e aveva una terza classe. Nubile. Mi pare, se ricordo bene, che lì, nella classe della maestra Aiello frequentasse Peppuccio Tornatore, d’un paio d’anni più piccolo di me. Allora le classi non erano miste. C’erano quelle maschili e quelle femminili: “i masculi chi masculi e i fimmini chi fimmini”. Fra fanciulli, non tutti ovviamente, si presentavano le prime travolgenti cotte o attrazioni particolari o, se volete, si veniva coinvolti dai primi innamoramenti. Un mio coetaneo di nome Attilio mi corteggiava. E io non lo capivo. Nel mese di marzo di quell’anno noi ragazzi coetanei andavamo coi rami coperti dal vischio fra gli alberi di limone presenti nella campagna che circondava la Scuola Bagnera (anch’essa parte interna di quella che allora si chiamava Conca D’Oro) per catturare pettirossi. Capii dell’amore di Attilio nei miei confronti perchè, nonostante le sue attenzioni più che amicali e delicate, in quell’occasione, per stizza o per frustrazione, mi spinse per farmi cadere approfittando di un punto in cui la terra della campagna creava una piccola balza. Era l’amore che non osava dire il suo nome che si esprimeva male. Ma per anni la canzone “Cuore” di Rita Pavone pulsava dentro di me, in ispecie quando i miei occhi si spostavano verso le persone (sempre maschi naturalmente) che mi attraevano. Allora, si avvicinava il 1964, Rita Pavone cominciò ad interpretare il Giornalino di Gian Burrasca in televisione: era a puntate e le immagini si muovevano in bianco e nero. Si trattò della prima femmina che tutti vedevano maschietto. Allora non si usava la parola transgender. Ma erano modelli androgini che non facevano sentire soli i fanciulli attratti da altri maschietti come me. La mia sessualità è stata precoce, mai polimorfa. Cosa voglio dire con questi ricordi? Indipendentemente dall’orientamento sessuale di Rita Pavone, ci veniva offerto un modello ambiguo di maschio in cui identificarsi. Ho amato quelle otto puntate con la regia impeccabile di Lina Wertmüller. E da allora il numero 8 ha accompagnato la mia vita con grazia e con magia. Attilio fu attrazione come variante di attenzione. Chissà che fine ha fatto?! Come si vede, ogni nostra storia è legata alla musica e alle canzonette. E quando un cuore pulsa per amore è sempre grande musica: con certezza richiama il ritmo di ciò che agita il nostro corpo. Ero già libero negli anni Sessanta. Volevo aiutare Attilio. Ma allora nelle case si sentiva dire: “Si me figghiu è arrusu l’ammazzu”. Sì, si diceva proprio in quelle case di gente che frequentava la chiesa. Nella mia casa ho visto ben altro, ma quella frase non è stata mai pronunciata da nessuno. Mia nonna era una santa. Mia madre amava suo marito. Mio padre, ex SAM, ex PCI, certamente uomo coraggio, era a suo modo un uomo d’onore fuori molto rispettato. Tutti battezzati, ma poco praticanti, per fortuna! Mio nonno beveva vino col sagrestano della Chiesa Madre. Tutti conoscevano il vero amore e i conflitti da esso derivanti. Ecco il grande cuore della mia famiglia. Se ogni domenica, o quasi, vado ad onorarla coi fiori, rose e garofani, oscillanti al cimitero, è perché in tutti loro (nonni, zie, genitori) c’era quella musica del cuore che Arisa oggi ripropone e che io sempre in me sento.

Giuseppe Di Salvo

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