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Archivio per la categoria ‘Spettacoli’

GIUSEPPE DI SALVO: FRANTZ, OSSIA DELL’OMOEROTISMO REPRESSO E SUBLIMATO CANTATO DA OZON!

FRANTZ, OSSIA DELL’OMOEROTISMO REPRESSO E SUBLIMATO NEL PACIFISMO
Ho visto venerdì 23 settembre 2016 il film “FRANTZ” di François Ozon ambientato nella Germania del 1919, dopo la Grande Guerra del 1915-18. Ci sono andato perché me l’ha segnalato Salvuccio Incandela e l’abbiamo visto insieme. Ho passato due belle ore di visione. Il film è elegante, la menzogna omofila della trama che vede coinvolti i due protagonisti maschili, Adrien e il defunto Frantz, è costruita bene ed è avvolta da un manto di estrema delicatezza espressiva e con un uso della lingua italiana davvero impeccabile. L’uso del bianco e nero (coi coloriti richiami dei ricordi) sono tocchi di poesia da tavolozza impressionistica. Attraggono molto i riferimenti a Verlaine, e a quei versi della prima strofa della “Canzone d’autunno” che verrà usata, in seguito, come codice per accendere lo spirito partigiano in terra di Francia in occasione dello Sbarco in Normandia.
Nei tempi in cui l’omosessualità era illegale in Germania e in Francia regnava il pregiudizio omofobico di stampo giudaico-cattolico, la storia di Frantz e Adrien non poteva, forse, essere costruita altrimenti. La fidanzata tedesca di Frantz, Anna, intuisce, non è attratta sentimentalmente da Adrien, ma dalle imposture del francese; e costruisce anch’ella bugie raffinate per illudere i genitori del tedesco defunto che amava tanto, nella realtà vissuta con Adrien, guardare il grande dipinto di Manet “Le Suicidé”. Ed è con questa consolante e chiara visione del quadro che si chiude il film con musiche scelte con dovizia; e qui Anna si siede accanto ad un altro giovane coi baffi proustiani che certo non differisce da Adrien. Già, “Le Suicidé”! Certo, la Grande Guerra ha distrutto la vita di oltre due milioni di giovani tedeschi: quanti erano i gay fra costoro? Molti di loro non si appollaiavano, per esprimersi, nelle idee pacifiste? E quanti di questi gay sono morti suicidi in Germania e altrove, indipendentemente dai codici che in ogni stato vigevano contro gli omosessuali, fatta eccezione per la Francia che aveva ereditato il Codice Napoleonico che i rapporti fra uomini adulti e consenzienti non puniva?
Sulla “Repubblica” di mercoledì 28 settembre 2016 segnalo l’interessante recensione del film fatta da Natalia Aspesi. Vi cito alcuni passi:
-Frantz è una bella storia d’amore e lutto, menzogna e senso di colpa, disperazione e ritorno alla vita, ed è il sedicesimo film di un gran bell’uomo di 49 anni, François Ozon, purtroppo (lo dico per le signore) apertamente gay, come era gay ma non dichiarato, Maurice Rostand, autore del dramma “L’homme que j’ai tué” (1930) a cui è ispirata la prima parte di questo film: per il cinema se ne era già appropriato, nel 1932 Ernst Lubitisch, regista tedesco emigrato negli Stati Uniti, con Broken Lullaby, uno dei suoi film più importanti e meno noti, forse perché drammatico, tra i suoi tanti divertenti come Ninotchka”.
Consiglio: anche le grandi imposture, filmate con un’eleganza che ci lascia attoniti, vanno viste per capire da dove veniamo tutti: gay e non!
Bagheria, 28 settembre 2016
Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: BEN HUR: DEL COME L’AMORE OMOEROTICO FRA DUE AMICI SI TRASFORMERA’ IN ODIO CHE TENDE AD ALIMENTARE LA VITA!

 foto di IlBlog Giuseppe Di Salvo.BEN HUR E MESSALA: CHE AMORE!!!

BEN HUR: LA GRANDE RISURREZIONE DELL’AMORE MISTICO NATA DAL CONTRASTO OMOEROTICO DI UNA GRANDE AMICIZIA GAY SUBLIMATA FRA MESSALA (PATRIZIO ROMANO) E BEN HUR (GIUDEO) NEL CAPOLAVAORO LETTERARIO DI LEWIS WALLACE E NEL FILM (UNDICI PREMI OSCAR) DI WILLIAM WYLER

Ben Hur di Lewis Wallace (1827-1905) venne pubblicato nel 1880: inizialmente il romanzo storico-religioso era passato quasi inosservato, ma nel 1881, quasi per miracolo, riuscì a vendere oltre mezzo milione di copie. In seguito Ben Hur divenne opera teatrale e, col cinematografo, si produssero diversi film. Quello più noto risale al 1958. Il grande Charlton Heston (Evanston, 4 ottobre 1923 – Beverly Hills, 5 aprile 2008) era Ben Hur e vinse il premio oscar come attore protagonista. Il ruolo di Messala, il bel romano dal carattere crudele, venne interpretato dall’aitante Stephen Boyd (Glengormley, 4 luglio 1931 – Northridge, 2 giugno 1977), vinse il Golden Globe per il migliore attore non protagonista per aver interpretato in modo magistrale il ruolo di Messala.
Il film venne diretto da William Wyler (Mulhouse, 1º luglio 1902 – Los Angeles, 27 luglio 1981), vinse l’Oscar come miglior regista per il film di cui stiamo parlando. Il film richiese oltre due anni di preparazione a Cinecittà, la quale rimase bloccata per la costruzione della enorme arena destinata alla grande scena della corsa delle quadriglie. Vennero impiegati trecentocinquatotto attori di primo piano e oltre venticinquemila comparse: il film ottenne undici premi Oscar, tutti quelli allora messi in palio, un record solo decenni dopo eguagliato. Ma perché questa storia, dopo 136 anni, ancora ci attrae e commuove? Certo per la grande spettacolarità messa in scena da William Wyler; e anche per le grandi riflessioni storiche e teologiche presenti sia nel libro sia nel film; indubbiamente grade parte hanno le scene e i costumi; toccante la battaglia navale e quel console Arrio, affondata la sua nave, che viene salvato dallo schiavo numero Sessanta: il romano aveva fatto togliere le catene al rematore Ben Hur perché, da buon intenditore (che occhio gay!), era attratto dalla prestanza fisica dei palestrati e degli atleti più famosi; certo, vanno ricordati pure i prestigiosi miracoli attuati da Cristo durante la sua Via Crucis (sia detto: la madre di Ben Hur e sua sorella Tirzah vengono guarite dalla lebbra per diretta opera di Gesù nel romanzo di Wallace, nel film, invece, sarà una tempesta finale di carattere sempre religioso che toglierà la malattia ai parenti del giudeo), essi sono il segno evidente della giustizia divina che s’incarna nei cuori delle anime semplici. Nel film, se ricordo bene, mi pare tocchi ad Esther, accompagnando verso la Via Crucis la madre di Ben Hur, dire: “Il mondo è più di quel che si sa”. E noi siamo laicamente d’accordo.
Ma c’è qualcosa che il grande pubblico non sa. L’amicizia fra Ben Hur e Messala ha forti connotazioni omoerotiche. Esse sono presenti nel romanzo di Wallace. Nel film ci sono solo vaghe allusioni per l’ipocrisia e la pruderie di allora; cosa che verrà denunciata, anni dopo, anche dallo scrittore Gore Vidal. Vedremo: l’odio che si anniderà nell’anima dei due protagonisti, al di là del fatto che i Romani avevano occupato la Giudea, altro non è che la trasformazione dell’amore di Messala in frustrazione rabbiosa per il rifiuto di Ben Hur a non voler più rinsaldare i vincoli di amicizia e amore di un tempo. Tutte queste connotazioni omoerotiche si trovano nel romanzo di Lew Wallace. Basta aprire il Capitolo Secondo del Primo Volume (Libro Secondo) e fare delle citazioni essenziali. Eccovele: le parole di Messala, vista l’importanza che rivestono, le riporterò tutte in grassetto.
“Il nostro addio avvenne qui, in questo giardino”. “La pace del Signore sia con te” furono le tue ultime parole. “Gli dei ti accompagnino” dissi io. Ricordi? Quanti anni sono passati da allora?”
“Cinque” rispose l’ebreo, lo sguardo sempre fisso nell’acqua.
“Ebbene, non hai forse ragione di essere grato a… a chi devo dire? Agli dei? Non importa, comunque. Sei cresciuto bene, i greci direbbero che sei bello… gli anni hanno ben fruttificato per te! Se Giove si accontentasse di un solo Ganimede, che impareggiabile coppiere saresti per l’imperatore!” (…)
“Sì, cinque anni. Ricordo quella partenza… tu andavi a Roma e vedendoti partire io piansi, perché ti amavo. Ora gli anni sono passati e tu sei tornato splendido come un principe… non… non sto scherzando, eppure… eppure… io preferirei che tu fossi il Messala che se ne andò”. (…) “Messala mio, quando partisti non c’era traccia di veleno in te e per nulla al mondo avresti ferito i sentimenti di un amico”. (…)
“L’affetto che ci legava nella nostra infanzia… Il mio maestro mi ha insegnato che Marte regna e che Eros ha ritrovato la vista. Intendeva dire che l’amore non conta niente e la guerra tutto. A Roma è così. Il matrimonio è il primo passo verso il divorzio (…) Quindi per quanto riguarda i nostro futuro, abbasso Eros ed evviva Marte”. (…)
Il giovane ebreo serrò i pugni, ma senza perdere il controllo si avviò. Messala allora si alzò di scatto e gettandosi il mantello sulle spalle lo seguì.
“Ecco, così… così camminavamo quando eravamo fanciulli”, disse mettendosi al suo fianco e posandogli una mano sulla spalla. “Restiamo così fino al cancello”. (…)
Giuda gli concesse quella familiarità. Ma più avanti aggiunge: “No, Messala, non cantare su di me. La mia fede riposa sulla roccia che fu il fondamento di quella dei miei padri, ancor prima di Abramo: sui patti del Signore Dio d’Israele”. (…)
“Sarei felice di esserti utile, o bellissimo come Ganimede, e ti voglio bene… a modo mio. Ma ti ho detto che intendo fare il soldato”. (…)
“Tu sei un romano ed io ti capisco, ma io sono un israelita e tu non puoi comprendermi. Oggi mi hai dato un grande dolore convincendomi che non potremo mai più essere amici come un tempo, mai più! Dividiamoci La pace di Dio dei miei padri sia con te.” (…)
“Così sia. Eros è morto, Marte regna!” disse fra sé Messala scuotendo la testa.
Che bel Capitolo Secondo da leggere tutto d’un fiato! Ecco perché amo la frase detta nel film da parte dell’unica attrice davvero israeliana, Haya Harareet (Haifa, 20 settembre 1931: “IL MONDO E’ PIU’ DI QUEL CHE SI SA”.
Bagheria, 23 marzo 2016
Giuseppe Di Salvo
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GIUSEPPE DI SALVO: THE DANISH GIRL, UN FILM CHE TI SERRA LA GOLA!!

THE DANISH GIRL, UN FILM CHE TI SERRA LA GOLA!!
Ogni mente sessualmente orientata vuole stare dentro un corpo che rispecchi l’orientamento sessuale interiorizzato. Molti stadi intersessuali transitano, altri no. La nostra stessa legge sul cambiamento di sesso anatomico del 1982 è superata, fu una legge voluta da noi simpatizzanti radicali, una rivoluzione allora. Ma oggi va rinnovata ed adeguata alle nuove esigenze. La condizione transessuale non è legata necessariamente al c…ambiamento di sesso anatomico. Uno dei miei primi amori aveva tendenze al travestimento, fra l’altro mai realizzato, e non avrebbe tolto il suo organo maschile. No! No! E che organo!
Nel film “The danish girl” c’è, invece, la storia di un uomo che mira a diventare donna attraverso la chirurgia, una storia vera di trasformazione della carne, del corpo sentito come non coerente ad una condizione mentale femminile: forse la prima storia transgender, riferimento lancinante per tante persone che sessualmente transitano.
L’intollerabile dissonanza fra corpo e mente nel film viene raccontata con la dirompente creatività della pittura: il pittore Einar Wegener, nella Danimarca di inizio novecento, scopre di non poter più resistere nei panni di uomo; il risveglio viene dato dalla posa, farà la donna per l’osservazione ritrattistica della moglie. Farà…?! Di fatto si realizzerà! Le tavolozze e le pose, i segni tracciati rappresentano il venir fuori di una coscienza invano soffocata. La transessualità diviene arte visiva. Espressione romantica. Canto d’amore. Grazia espressionistica. Ricerca per vivere in modo felice la propria identità. I medici a cui il protagonista si rivolge gli danno del matto e prescrivono cure medioevali, fino a che uno non gli proporrà la sperimentale idea di una chirurgia che asporti ciò che c’è di troppo per poi tentare di costruire l’anatomia femminile: il tutto avviene nel sottofondo della Germania nazista. La prima operazione (asportazione dei testicoli) avvenne sotto la supervisione del sessuologo berlinese Magnus Hirschfeld, pioniere delle lotte di liberazione gay in Europa e nel mondo. Ma nel film questo aspetto, purtroppo, non viene menzionato.
La regia di Tom Hooper si muove sempre in modo attento e delicato, nulla togliendo alla drammaticità esistenziale dei personaggi; e tutte le interpretazioni sono ben curate. L’abilità di questo cineasta per bene sta nell’aver reso il film accessibile alla sensibilità di tutti.
Di gran valore i primi piani di Eddie Redmayne, via via sempre più femmineo in un trionfo di recitazione delicata e pulita; incisiva l’interpretazione di Alicia Vikander.
La liberazione dell’anima, morto il personaggio, e all’interno di un canto poetico che ci strozza le gole, viene data dal sogno e dal foulard che alla fine vaga nel cielo. Qualsiasi processo di liberazione pionieristica ha bisogno di pagare il suo prezzo.
Pecca chi questo film si perde!
Giuseppe Di Salvo

foto di IlBlog Giuseppe Di Salvo.
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GIUSEPPE DI SALVO: FINALMENTE HO VISTO “CAROL”, IL FILM DI TODD HAYNES: NONOSTANTE SANREMO, NON SI DEVE PERDERE.

FINALMENTE HO VISTO “CAROL”, IL FILM DI TODD HAYNES: NONOSTANTE SANREMO, NON SI DEVE PERDERE.
Il film “Carol” di Todd Haynes è tratto dall’omonimo romanzo del 1952 di Patricia Highsmith (originariamente intitolato “The price of salt”).
Siamo nella New York dei primi anni cinquanta, si racconta una storia d’amore tra due donne molto distanti dal punto di vista dell’appartenenza sociale: una è Therese Belivet (Rooney Mara), una fotografa sulla ventina che lavora ai grandi… magazzini e ha un fidanzato dal quale non si sente attratta; l’altra si chiama Carol Aird (Cate Blanchett), è una donna più matura, elegante e facoltosa che sta divorziando dal marito Harge (Kyle Chandler).
Durante il matrimonio Carol ha avuto una figlia che ama, ma anche una relazione con la sua migliore amica Abby (Sarah Paulson). Poteva il marito non usare la bambina per renderla infelice? Ma la scena più grande esplode quando Carol rivela davanti a tutti i suoi veri sentimenti, senza infingimenti e si dichiara pronta ad affrontare la vicenda anche davanti al Tribunale: marito pietoso, lei comunque vedrà la figlia come stabilirà il giudice. Grande!
Ritmi narrativi, musica, eleganza espressiva, inquadrature delicate…: tutto è sempre poesia legata all’immagine che acchiappa. Che presa di coscienza!
DA NON PERDERE.

Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: UN OSCAR PER “THE IMITATION GAME”: VINCE GRAHAM MOORE LA MIGLIORE SCENEGGIATURA! COMPLIMENTI!

UN OSCAR PER “THE IMITATION GAME”: VINCE GRAHAM MOORE LA MIGLIORE SCENEGGIATURA! COMPLIMENTI!

Graham Moore, Oscar 2015 per la sceneggiatura del film The imitation Game!Graham Moore, Oscar 2015 per la sceneggiatura del film The imitation Game!

LO SCENEGGIATORE GRAHAM MOORE, VINCITORE DELL’UNICO OSCAR PER IL FILM “THE IMITATION GAME” SI DICHIARA ”STRANO E FIERO”.

Graham Moore vince l’unico Oscar per la migliore sceneggiatura non originale per il film su Alan Turing The Imitation Game.

L’Oscar che Graham Moore ha vinto rappresenta una specie di premio di consolazione dato a The Imitation Game, film che, altrimenti, sarebbe rimasto a bocca asciutta nonostante le otto candidature. Appena lo scrittore sceneggiatore è salito sul palco, un po’ stordito, ricevendo il premio dalle mani di Oprah Winfrey,  ha fatto  dimenticare ogni dubbio sul valore del premio attribuitogli: il suo discorso è stato toccante e da applausi.  Ha detto: “Abbiamo vinto tutti”, ringraziando tutto il cast. Poi ha aggiunto: “Alan Turing non è mai riuscito a salire su un palco come questo, mentre io sì e questo non è giusto”. Turing è il matematico protagonista del film che decodificò i codici della macchina nazista Enigma: eroe di guerra, i suoi meriti furono taciuti a lungo perché omosessuale. Anzi, fu anche condannato per omosessualità e morì suicida dopo mesi di estrogeni assunti per la castrazione chimica imposta dalla legge inglese. “Quando avevo 16 anni”, ha confessato Moore, “ho cercato di uccidermi perché mi sentivo strano. A quelle persone che si sentono strane dico di continuare a sentirsi così: un giorno magari  sarete voi a salire su questo palco”.

Complimenti a Graham Moore!

Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: “PER ME LA MUSICA E’ SEMPRE STATA QUALCOSA DI SOVVERSIVO”. PAROLE DI HANS WERNER HENZE. SCUOTONO IL MASSIMO!

“PER ME LA MUSICA E’ SEMPRE STATA QUALCOSA DI SOVVERSIVO”. PAROLE DI HANS WERNER HENZE. SCUOTONO IL MASSIMO!

In una intervista rilasciata a Enzo Restagno negli anni Ottanta Hans Werner Henze diceva: “Per me la musica è stata sempre qualcosa di proibito, di antiufficiale e di sovversivo, qulacosa che appartiene a quelli che non  stanno in regola con la vita ufficiale”.  Sono certo che mercoledì 21 gennaio 2014  l’opera Gisela di Henze scuoterà il conformismo di tanti benpensanti. Evviva! Che Prima nel Regno delle Due Sicilie e nel Mediterraneo tanto caro ad Henze! Il Massimo musicalmente, e non solo!, tutto vibra e, con coraggio, trema.

Giuseppe Di Salvo

GIUSEPPE DI SALVO: “THE IMITATION GAME” DI MORTEN TYLDUM RENDE POPOLARE LA VITA DI ALAN TURING, MATEMATICO GAY CHE HA CREATO LA MACCHINA PER DISTRUGGERE LE FOBIE DEI DIVERSI NAZISTI, VERI ENIGMI DANNATI PER LA MANCATA VISIONE GIOIOSA DEL SESSO

ALAN TURINGALAN TURING

“THE IMITATION GAME”  DI MORTEN TYLDUM RENDE POPOLARE LA VITA DI ALAN TURING, MATEMATICO GAY CHE HA CREATO LA MACCHINA PER DISTRUGGERE LE FOBIE DEI DIVERSI NAZISTI, VERI ENIGMI DANNATI PER LA MANCATA VISIONE GIOIOSA DEL SESSO

Fare un film sul matematico inglese Alan Turing (1912-1954) -va detto!-  non è certo impresa facile. E averlo realizzato nel 2014 da parte del 47enne regista norvegese Morten Tyldum, il quale si è ispirato alla documentatissima biografia di Andrew Hodges, “Alan Turing, storia di un enigma” (1983), circa 800 pagine di alto spessore culturale (e qui va ricordato che Andrew Hodges è egli  stesso matematico e gay militante), è cosa davvero encomiabile visti gli ottimi risultati espressivi contenuti nel suo film: Tyldum ha agito con estrema accuratezza e sensibilità nella scelta delle sequenze da narrare con la forza delle immagini in movimento. In Italia il libro di Hodges arrivò solo all’alba degli anni Novanta con ristampe nei primi due decenni del Duemila! Nel frattempo un altro libro su Turing, scritto da David Leavitt nel 2006 col titolo “L’uomo che sapeva troppo”, contribuiva a far conoscere la storia del matematico inglese ad un pubblico leggermente più vasto, pubblico formato prevalentemente da intellettuali che si spingevano un po’ oltre gli aspetti della conoscenza matematica e della logica.

Oggi possiamo dire che, grazie all’eccellente film di Morten Tyldum, “The Imitation Game”, la vita di Alan Turing viene conosciuta da un pubblico molto più numeroso che accorre nelle varie sale cinematografiche del mondo occidentale. E’ quindi un film che coinvolge: e ciò perché narra una storia profondamente e semplicemente umana! Il film di Tyldum sta agendo  come il principe di Biancaneve: col suo bacio sta facendo cadere la mela dell’oblio caduto su Turing; l’abile regista lo sta liberando dalla morte civile in cui il genio inglese, grazie al veleno (im)morale di chi detiene il potere, per decenni, è stato costretto a giacere.  E, anche se siamo in ritardo di circa 60 anni, la storia di Alan Turing non può non diventare giusto patrimonio popolare. E non solo perché Turing riuscì a decodificare i codici della macchina crittografica tedesca, l’Enigma, decodificazione grazie alla quale le Forze Alleate riuscirono a liberarci dal nazismo di Hitler, ma anche perché l’abile regista norvegese muove la sua macchina da presa per diffondere i rivoluzionari sentimenti omofili di Turing vissuti in modo esemplare, nel corso della sua tarda adolescenza, quando si innamorò di Christopher Marcom: ciò avvenne nel 1927, Alan aveva appena 15 anni e Chris 16; il giovane Marcom morirà a Londra il 13 febbraio 1930, appena 19enne. Questo amore Alan non lo dimenticherà mai.

Dirà: “Naturalmente io adoravo la terra su cui Chris camminava, e questo, devo confessare, era qualcosa che non mi sforzavo molto di nascondere”. Questo casto amore nel film viene raccontato con la grazia espressiva legata a un linguaggio che non si vuole criptato.  E lo stesso processo che Alan subì  il 31 marzo 1952 a causa della sua omosessualità, di fatto, nel film, oggi finisce per “processare” l’omofobia della cultura dominante nell’Inghilterra di allora. Anche l’Inghilterra di Sir Winston Leonard Spencer Churchill (Woodstock, 30 novembre 1874 – Londra, 24 gennaio 1965) era omofoba e razzista al pari del traditore degli omosessuali chiamato Hitler che, grazie a Turing, le forze alleate, però, riuscirono, come già detto, a sconfiggere.

Alan incontrò per la prima volta, camminando per le vie di Manchester, Arnold Murray l’11 dicembre 1951. Citiamo Andrew Hodges: “Camminando per Oxoford Street, e poi fermandosi e fingendo di guardare i manifesti del cinema Regal, il suo sguardo riuscì a raggiungere quello di un giovane. Era un diciannovenne di nome Arnold Murray. (…) Alan gli chiese dove andasse, e Arnold rispose che non stava andando in nessun posto in particolare. Così Alan lo invitò a mangiare con lui nel ristorante di fronte. Coi suoi occhi azzurri e i capelli biondi già un po’ radi, magro, in ansiosa attesa delle cose buone della vita e molto più ricettivo di tante persone con un’educazione migliore della sua, Arnold toccò subito molte corde in Alan, e soprattutto il suo debole per le pecorelle smarrite”. (Op. cit. pp. 583-584, edito da Bollati Boringhieri).  I due si rividero spesso e giacquero più volte felici insieme. Arnold parlò di questa sua relazione con un suo conoscente di nome  Harry, un disoccupato ventenne da poco congedato dal Servizio nazionale di marina. Ebbene, proprio Harry ideò e attuò un furto in casa di Alan, pensando che il Nostro mai lo avrebbe denunciato alla polizia. Gli omosessuali erano ricattabili proprio per quelle ingiuste leggi che punivano i loro espliciti atti. Ma Alan lo denunciò e Harry rivelò alla polizia i rapporti omoerotici fra Arnold e Alan. Turing poteva negare. Ma, pur sapendo che le leggi lo avrebbero punito, parlò con naturalezza della sua relazione con Arnold. Sfidò le leggi ingiuste. E lo fece in piena coscienza. Sbaglia chi crede che Alan non fosse politicizzato, era un antifascista convinto, liberale ateo, ma non militava in nessun partito.

Oggi sia l’Inghilterra sia la Germania si sono liberate da quelle folli leggi omofobiche. L’Inghilterra le ha abrogate solo nel 1967. Da tempo entrambi gli stati hanno codificato norme positive per la comunità gay. Ma il grande genio di Turing, al pari di quello di Oscar Wilde, nell’Inghilterra ipocrita e puritana venne impietosamente perseguitato. Nel film di Morten Tyldum ad interpretare la parte di Alan Turing è l’attore britannico Benedict Cumberbatich e, stando a quanto abbiamo letto sulla vita di Turing, si è rivelata un’interpretazione davvero emozionante e magistrale: Alan Turing vive la sua omosessualità con estrema naturalezza e già questo suo modo di viverla era una sfida contro quelle leggi davvero raccapriccianti.  Possiamo senz’altro dire che Turing è stato un eroe della liberazione gay; e non ha importanza se nel film sono assenti le scene di sesso omoerotico esplicito; è stato un preciso calcolo logico ometterle; si è dato, invece, il giusto spazio all’aritmetica delle parole, visto che la matematica (e la logica) non può mai essere una scienza a servizio dei nazisti o degli omofobi; del resto, anche le scene di sesso etero sono assenti; la forza dei diversi legami emotivi nel film c’è tutta e ne è sapiente “regista femminile” (più che abile attrice!) la trentenne Keira Knightley: come si inserisce bene nel toccante clima affettivo di Turing! Magnetici tutti gli altri attori! Sprigionano, in ispecie i diretti collaboratori di Turing, una forza amicale davvero encomiabile. Matthew Goode e Allen Leech (spia sovietica nel film!) emanano erotismo con la sola forza del ragionamento custode di ogni sana virilità, anche di quella gay. Il sesso è legato alla scienza e alla diversa logica in cui si muove la macchina umana che emana emozioni, all’interno della quale c’è anche la chimica che determina le più che umane attrazioni. Anche questo Turing sapeva: “scienza” per lui significava pensare con la propria testa, dubitare degli assiomi. Sapeva pure che qualsiasi espressione sessuale era legittima figlia di questa nostra bella natura; il resto apparteneva alla follia del pensiero religioso davvero dalla natura deviato. E i codici non napoleonici avevano pensato razzisticamente al resto. E ancora: Turing sapeva troppo! La cura ormonale (estrogeni) impostagli dal Tribunale in alternativa al carcere, di fatto, fu un atto di tortura. Fate fare una cura di estrogeni agli eterosessuali, magistrati puritani compresi, per poi poter notare i loro obbrobriosi e crescenti seni e fatevi dire come si trovano guardandosi deformati allo specchio. Con quella tortura Turing venne deturpato nella sua immagine e nel suo pensiero. Erano folli sentenze prive di logica al pari dei metodi usati dai nazisti nei campi di sterminio. Il nazismo tedescoTuring lo sconfisse. Quello dei codici della sua Inghilterra, invece,  lo uccise. Poco importa, a questo punto, sapere se fu lui a mordere la mela col cianuro o venne costretto a farlo. Se ora l’Inghilterra lo ha riabilitato e gli ha innalzato statue è segno che si vuole lavare le sue omofobiche colpe. Ma ci sarebbe da fare un elenco dei condannati per il reato di atti omosessuali: tutte le vie inglesi andrebbero aggiornate, dal punto di vista toponomastico, coi nomi di quegli oltre 50.000  omosessuali ingiustamente incarcerati. Ma sono di più. Turing ci direbbe che è un calcolo matematico per difetto. E la mancanza di immagini di sesso, nel film di Tyldum, va letta come un linguistico sfregio fatto contro le malati menti di chi proprio col sesso non sa comunicare la scardinante potenza della gioia! Vero atto creativo e procreativo. Omofobi, vile razza dannata, tiéhh!!!

Bagheria, 7 gennaio 2015

Giuseppe Di Salvo

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GIUSEPPE DI SALVO: CONOSCERE ALAN TURING PER CONOSCERE I VERI VALORI DELLE DEMOCRAZIE

PER UN BUON 2015, UN FILM DA NON PERDERE!PER UN BUON 2015, UN FILM DA NON PERDERE!

DAL 1° GENNAIO 2015,  UN FILM CHE E’ PECCATO PERDERE! CONOSCERE ALAN TURING VUOL DIRE CONOSCERE I VERI VALORI DELLE DEMOCRAZIE. LUI, GAY, CONTRIBUIVA A LIBERARCI TUTTI DA HITLER E DAI NAZISTI. MENTRE L’INGHILTERRA, ALLORA ACCECATA, COME I NAZISTI DISTRUGGEVA I GAY. MA SI E’ TARDIVAMENTE SCUSATA!

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GIUSEPPE DI SALVO: L’INNOCENZA DI TRE RAGAZZI DELLA QUINTA D NEL TELEQUIZ DI AMADEUS CI AIUTA A CAPIRE I VOLTI DELLA MALIZIA

L’INNOCENZA DI TRE RAGAZZI DELLA QUINTA D NEL TELEQUIZ DI AMADEUS CI AIUTA A CAPIRE I VOLTI DELLA MALIZIA

Alcune riflessioni su un episodio di costume per me assai interessante nei segni che vi colgo. Da circa una settimana seguo per caso, dopo le ore 19,00, ora in cui mi accingo a cenare quando lo faccio in casa,  il telequiz animato da Amadeus “Reazione a catena”. Perchè mai? E’ un evento che non rientra d’abitudine nei miei interessi. Per chi vuole scuotersi un po’, mi piace ricordare che, in passato, ho letto Liala e ho provato curiosità per alcuni fotoromanzi, in ispecie per la loro struttura narrativa. Ho sempre trovato nella letteratura citata una certa semplicità e un’innocenza espressiva certamente diversa da quella che si può trovare in testi molto più impegnati. E c’è anche una logica ben strutturata. Cosa che non trovo, per fare un attuale esempio, nella recentissima letteratura politica di Alessandro Di Battista: e qui annuncio che quanto prima scriverò in sua difesa per quanto riguarda la sua carica di vice presidente della Commissione Esteri della Camera. Ma ritorniamo al telequiz condotto con maestria da Amadeus: cosa mi attrae in questi giorni di questo gioco televisivo? Semplice: il volto di tre giovani  di una Quinta D di Pavia che hanno già vinto circa 60.000 euro. Vittoria ha diciotto anni, Marco e Riccardo, invece, ne hanno diciannove. E si sono da poco diplomati. Ebbene: tutti e tre hanno, belli, i volti dell’innocenza ed è giusto che quegli occhi, sei occhi da guardare per capire le persone buone che pensano in modo lineare,  vengano premiati. Se poi guardate gli altri, molti altri!,  capirete meglio i volti dove si annida la malizia.  Ma non cercateli in “Reazione a catena”. Provate ad osservare chi parla in un comizio. O un politico in tivvù. E vedrete che anche i programmi di costume ci aiutano a capire i costumi mentali di chi parla e dei politici che con furbizia scrivono. Lo stile viene rivelato dagli occhi.

Giuseppe Di Salvo

AMADEUS E I TRE GIOVANI DI PAVIA.AMADEUS E I TRE GIOVANI DI PAVIA.

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GIUSEPPE DI SALVO: OGGI CON FEUERSNOT DI RICHARD STRAUSS IL TEATRO MASSIMO DI PALERMO INAUGURA LA STAGIONE LIRICA 2014? DA NON PERDERE!

FEUERSNOT DI RICHARD STRAUSS AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO, SABATO 18 GENNAIO, ORE 20,30, INAUGURA LA STAGIONE LIRICA 2014? DA NON PERDERE! REGIA DI EMMA DANTE. DIRIGE GABRIELE FERRO.

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UN GIOIELLO DEL TEATRO MUSICALE ALL’ALBA DEL NOVECENTO. DOPO PIU’ DI UN SECOLO ARRIVA ANCHE AL TEATRO MASSIMO DI PALERMO. DA NON PERDERE! E’ LA STORIA ALLEGORICA DI RICHARD STRAUSS CONTRO LA BIGOTTA BORGHESIA DI MONACO DI QUEI TEMPI. E, DAL PUNTO DI VISTA MUSICALE, L’ASPETTO DI MAGGIORE INTERESSE E’ QUELLO CORALE LEGATO ANCHE AL DIFFICILE COMPITO INTERPRETATIVO DELLE VOCI BIANCHE! L’INTERMEZZO FINALE E’ UNA PAGINA DI GRANDE SPESSORE MELODICO E STRUMENTALE.

Baritono e soprano principali o hanno consistenza vocale e voci squillanti negli acuti (esempi impeccabili ne siano Marcel Cordes e Ingrid Bjoner, ma anche Maud Cunitz -voci wagneriane, per intenderci!) o rovinano l’interpretazione di questa seconda opera di Strauss: o, meglio, di questi versi in musica! Regia e direzione d’orchestra? Due nomi palermitani (Dante-Ferro): speriamo che prevalga la competenza e non il campanilismo!

Giuseppe Di Salvo

 

Giuseppe Di Salvo non è privo di fuoco!

Giuseppe Di Salvo non è privo di fuoco!